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Apocalypse Trump – Roberto Pecchioli

Apocalypse Trump – Roberto Pecchioli

Tra pochi giorni, l’incubo svanirà, e tutto tornerà come prima, anzi meglio. Il brillante avvocato americano Hillary Rodham, maritata Clinton, diventerà presidente del mondo, pardòn, degli Stati Uniti, e tutti saremo più felici, più forti e più liberi.

Con la consueta modestia, unita a quel carattere intrepido che tutti le riconoscono, a partire dalle ex amanti del marito Bill, avvocato del foro di Little Rock, Arkansas, e nonostante la cagionevole salute, è insorta contro il male, ergendo la sua debole persona contro Donald Trump. Tra lui e l’Apocalisse, ci sono solo io, ha tuonato tra gli applausi commossi dei poteri forti dell’intero orbe terracqueo. Negli Usa, dove la Bibbia è presa ancora sul serio da milioni di buoni elettori, parlare di Apocalisse è argomento di peso. Il libro dell’Evangelista Giovanni sulle “cose ultime”, i novissimi e la fine del mondo è molto citato, ma ben poco letto. Apocalisse, in greco, significa rivelazione, ed allora, forse, la femminista a ventiquattro carati che, per tornaconto politico usa il cognome del marito fedifrago, ha qualche ragione.

Siamo tra coloro che non si appassionano affatto alle elezioni americane, considerandole un costoso gioco in cui è in palio un impiego a tempo determinato – quattro anni – di alto funzionario dell’apparato militare, industriale e finanziario globale con sede negli Stati Uniti. Epperò, che tra l’obeso miliardario settantenne dalla bionda chioma e la Rivelazione ci sia un unico ostacolo, Hillary la Grande, potrebbe essere vero.

Dubitiamo che da presidente Trump manterrebbe le promesse, se non altro nella speranza di rimanere in vita, ma ha più volte minacciato di aprire qualche armadio di quelli chiusi con il catenaccio, sorvegliati meglio dell’oro di Fort Knox (dove, per inciso, probabilmente ci sono anche parecchi lingotti di proprietà del popolo italiano).

Facciamo un piccolo, impreciso elenco: l’avvocato Rodham è molto, molto vicina alle principali banche d’affari del mondo, che qualche testardo complottista considera un covo di criminali globali: Goldman & Sachs, Morgan & Stanley e compagnia orribile. Le ha assolte da ogni responsabilità per la crisi finanziaria del 2007/2008: è ben noto che fallimenti ed insolvenze sono responsabilità del popolaccio. Peraltro, fu proprio il marito, da presidente, ad abolire l’ormai famoso Glass Seagall Act, la legge degli anni 30 del secolo passato, mutuata da quella italiana, che impediva alle banche di credito e deposito di svolgere il ruolo di banche d’affari, lestamente imitato dai maggiordomi europei (in Italia toccò al fiero pioniere dell’Unione Sovietica Massimo D’Alema, il bombardiere di Belgrado).

Chiarissime le parole dell’avvocato Rodham, non ancora in pista per il posto di Grand Commis di Rockefeller, Warburg, Rothschild & Co.: “Solo Wall Street sa cosa fare per mettere a posto Wall Steet”. Lo sappiamo attraverso spioni pentiti come Julian Assange. Sappiamo anche che le elezioni americane costano ai candidati un paio di miliardini di dollari, elargiti in massima parte proprio dalle istituzioni finanziarie e dai grandi gruppi multinazionali per amore della democrazia e guadagnandoci tre volte. La prima perché sono soldi rubati ai popoli, la seconda per le imponenti deduzioni e detrazioni fiscali, e la terza per i favori che verranno ricambiati dal candidato vincente.

In genere, poiché sono tipi prudenti, finanziano entrambi, come accade da un paio di secoli anche per i contendenti delle varie guerre: lo stesso Reich nazista non avrebbe potuto combattere per quasi sei anni senza i prestiti e senza l’uso di brevetti e prodotti controllati da quei simpatici signori di Wall Street e dintorni (la City di Londra, ad esempio). Stavolta pare proprio che The Donald non abbia potuto contare che sugli spiccioli, da parte dei superpotenti, che tifano Hillary al 100 per cento. Forse sarà perché il bieco riccone vorrebbe guardare a fondo nei conti e nella struttura della Nato, o magari perché la dolce signora Clinton è ottima amica dell’Arabia Saudita, di emiri e sceicchi devoti ed ha le mani in pasta nei finanziamenti al cosiddetto Stato Islamico. Qualche malpensante potrebbe immaginare che le lobby delle armi e dello spionaggio preferiscano chi vuol continuare le guerre in Libia, Siria, Iraq e Afghanistan, dove, tra petrolio, oppio e ricostruzione di nazioni distrutte dai bombardamenti umanitari, c’è pane e companatico per i loro azionisti (li chiamano investitori istituzionali). La Russia di Putin, poi, lo sanno tutti, è ben più bieca ed imperialista dell’Unione Sovietica. Per questo, ci sono missili “buoni” e truppe democratiche (peace keeping: portano la pace, pazienza per qualche danno collaterale) dislocate nelle vicinanze delle frontiere russe, e presto saranno raggiunte da alcuni reparti italiani, immaginiamo con compiti di catering.

Trump non sembra pensarla in materia come Hillary e come i gerarchi guerrafondai del suo partito repubblicano, tipo l’onnipresente John Mc Cain, il finto eroe di guerra battuto otto anni fa da Obama. Poi ci sono le questioni della guerra economica, l’embargo contro l’Iran, altro Stato canaglia sull’agenda dei Buoni, le quisquilie riguardanti i gasdotti e la “via della seta”, l’Ucraina dove governano insieme appassionatamente amiconi degli Usa di origine ebraica e nazisti locali, e tanto altro ancora.

Sembra che su tutto la signora che fa scudo all’Apocalisse la pensi esattamente come il mondo finanziario, quello industriale e le principali lobby planetarie, tra le quali quella di una nota religione minoritaria. Non che Trump sia un bolscevico travestito, un fascistone del terzo millennio, e neanche un pio pacifista francescano. Si tratta del classico personaggio a stelle e strisce “ che si è fatto da sé”, dal folto pelo sullo stomaco, smargiasso e poco incline alle mezze misure.

Noi eviteremmo di votarlo, quanto meno per senso estetico, ma se tutti sono schierati dall’altra parte, qualcosa di buono in lui deve pur esserci. I giornaloni dell’establishmentscoprono video “sessisti” (un’altra parola da imparare in fretta, per fare bella figura in società….) in cui, udite, udite, il malvagio personaggio afferma che per un ricco e potente come lui è facile avere donne a disposizione. Inaudito, nel vero senso della parola! Tutti moralisti, nel gran mondo, a partire dalla liberalissima signora Rodham Clinton, che di corna ne ha sopportate tante, per un’ottima causa, la sua carriera politica. I giornali e le televisioni si schierano in blocco dalla sua parte, naturalmente continuando a pubblicare e trasmettere anche i messaggi elettorali dell’Apocalisse, ma si sa, da quelle parti, business is business.

Allora, andiamo a guardare che cosa c’ è davvero sotto il vestito di Hillary, e non parliamo di questioni sessiste, per non allarmare le anime belle. Trascuriamo l’entusiastica adesione delle femministe, scontata per la prima donna alla Casa Bianca, e la sua prevalenza tra l’elettorato americano di colore, tradizionalmente più vicino ai democratici. Badiamo al sodo: la gentile signora ha incassato 21,3 milioni di dollari da quando ha lasciato la carica di segretario di Stato solo per intervenire a riunioni organizzate da banche, dal 2001 ha racimolato 153 milioni di dollari per pronunciare 729 discorsi. Stando ai dati disponibili, avrebbe ricevuto tra i 10 ed i 25 milioni dalle istituzioni del benigno, pacifico e democratico regno saudita, unita in ciò ai peggiori figuri dell’estremismo religioso islamico wahabita.

Naturalmente, è la beniamina di tutti progressisti (ma che significherà mai, essere progressisti?) dell’universo mondo, a partire dalla mitica corrispondente della Rai dalla Merica, la signora Botteri, ex Telekabul. E’ infatti schierata a favore dei “diritti” di tutti gli squinternati del mondo, a cominciare, ovviamente, dalla potente lobby omosessuale, abortista convinta, ben vista dagli ambienti interessati alla cosiddetta procreazione assistita (un affaruccio che già oggi, nell’India dei poveri – e delle povere, care signore femministe borghesi, radicali, chic, “aperte” e progressiste – fattura due miliardi l’anno. La finanza la adora, a cominciare dalle banche d’affari e dalla potente Deutsche Bank che salveranno, di qua e di là dell’oceano, a nostre spese. L’apparato militare è tutto con lei, perché finché c’è guerra c’è speranza, l’industria è ovviamente dalla sua parte.

I repubblicani statunitensi, a dimostrazione che i due partiti altro non sono che correnti dell’unico grande partito del denaro, dell’ imperialismo e delle multinazionali, hanno finto indignazione per le sparate di Trump e per il famoso video estratto dal cilindro del Washington Post, che, per inciso, è di proprietà di Amazon, altro noto ente benefico internazionale. Gran parte dei vertici del partito dell’Elefante si sono trasferiti armi e bagagli nel campo di Hillary, ovvero del Potere con tutte le lettere maiuscole. Tra loro ex cattivissimi del passato, come i Bush, il candidato perdente di quattro anni fa, Romney, il portavoce al Congresso Ryan. Warren Buffet e George Soros, i cui patrimoni valgono da soli quanto il PIL di diversi stati africani, voteranno Hillary, come i guardiani privati neri, anzi afroamericani, dei loro grattacieli. Bill Gates non è da meno, e con gli spiccioli dell’ultimo sistema operativo venduto in quasi monopolio, generosamente finanzia la buona signora che sarà il futuro Comandante in Capo dell’esercito più potente del mondo. Perfino molti esponenti del Tea Party, il movimento degli ultraliberali nemici delle tasse, già repubblicani di ferro, inclinano verso la Rodham Clinton.

E il “povero” Trump? Anche a credere ai sondaggi negativi, commissionati per lo più dai media sostenitori del Bene, avrebbe dalla sua parte circa il quaranta per cento del popolo americano. Strano, ma vero, parecchie decine di milioni di statunitensi voteranno per lui, il populista, il nemico delle donne, il persecutore delle minoranze, uno che vorrebbe in galera la famiglia Clinton, che non crede che Putin sia l’incarnazione di Satana. Se porterà a casa la pellaccia (in America chi si è messo contro i veri piani alti del potere è stato spesso vittima di “fanatici isolati” e di “squilibrati mentali”) sarà comunque il campione di chi è per la famiglia naturale, la vita, il senso religioso e la sicurezza degli americani.

E’ una giungla, là fuori, negli Usa è in corso una guerra civile strisciante, tra ghetti etnici dove conta solo il criterio del sangue, decine di milioni di poveri, e i dorati ghetti per ricchi cui si accede dopo aver superato cancelli, guardie armate e digitato codici di riconoscimento. Nella terra della libertà, la popolazione carceraria è di oltre due milioni di persone, segno di violenza ed illegalità molto diffusa.

Nel caso peggiore, non sarà difficile organizzare brogli elettorali. In almeno undici stati dell’unione, si può votare con documenti senza fotografie, in altri, nonostante Silicon Valley, gli elenchi degli elettori non sono aggiornati, schede e metodi di espressione del voto risultano tra i più vari, fantasiosi e farraginosi, come le schede perforate della Florida del 2004, che, dopo estenuanti riconteggi, diedero la vittoria al secondo Bush. Hillary non corre rischi, Trump è odiato dal sistema, quello che le Brigate Rosse descrivevano come “stato imperialista delle multinazionali”. Se, come è possibile, risalisse nei sondaggi, avranno pronto qualche altro scoop, l’arma letale e finale nell’imminenza del 6 novembre, perché la democrazia è davvero tale solo quando vincono i Buoni, e, al suono delle trombe della Cavalleria, arrivano i Nostri.

Qui, tuttavia, può nascere l’intoppo: nell’Apocalisse, sono sette angeli con sette trombe a portare la Rivelazione, e i quattro cavalieri rappresentano guerra, morte, fame e malattia. Forse Hillary Rodham Clinton, futuro “commander in chief” dell’esercito diffuso su tutta la terra per portare libertà e democrazia in ossequio al “destino manifesto” degli americani, ha involontariamente confessato chi è davvero, e che è al servizio della Bestia.

Tocca sperare nell’anatra zoppa, lo sgradevole miliardario dal ciuffo ossigenato non tanto migliore della patronessa delle oligarchie, con la moglie che può essergli figlia, tirata dalla chirurgia estetica come una pelle di tamburo.

Ma se l’Apocalisse è la Rivelazione, e odiano tanto Donald, forse in lui c’è qualcosa di positivo. Forse, chissà, ma non lo sapremo mai: nella sceneggiatura del potere è come a Hollywood: il lieto fine è assicurato.

Happy End, Hillary!

ROBERTO PECCHIOLI

 

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Categorie: Esteri, Politica, Usa

Pubblicato da Ereticamente il 20 Ottobre 2016

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

Commenti

  1. Stefano Spagocci

    Trump va sostenuto senza se e senza ma. Fa piacere leggere certe cose su un sito legato alla destra radicale italica ma, mi spiace dirlo, l’articolo risente di quell’antiamericanismo a priori che caratterizza il vostro mondo, e una certa Europa. L’ascesa di Trump, invece, dimostra che c’è anche un’altra America che voi (tra gli altri) avete sempre confuso con l’America dei poteri forti. Analoghe considerazioni valgono per l’Inghilterra, o meglio la Gran Bretagna e per il mondo anglosassone (viva la Brexit, incidentalmente).

  2. Giancarlo

    Anti americanismo? Anglofobia? Certo e per sempre. Credo che il sig. Spagocci manchi di alcuni fondamentali, a mio modesto parere chiaramente, lo invito a riflettere sulle affermazioni di due scrittori americani: “Se votare fosse importante, non ci farebbero votare”. Mark Twain. “La differenza tra una democrazia ed una dittatura? In democrazia prima ci fanno votare e poi fanno ciò che vogliono; in dittatura non ci fanno votare”. Charles Bukowski.
    Buona giornata.

  3. Alessandro

    Soffermarsi, come il Sig. Spagocci, sulla distinzione fra America dei poteri forti e non, è questione di lana caprina. Il punto (lampante) è che dobbiamo la decadenza della nostra cultura e del nostro modo di vivere quasi esclusivamente agli “americani” (per il resto alla – diciamo – “nostra” cecità nel consentire questa infiltrazione quotidiana e nell’accondiscendervi) e di fronte a ciò il ragionamento sull’antiamericanismo va fatto a tappeto, non chirurgicamente.
    Che molti americani votino Trump fa senz’altro piacere, ma ricordiamoci che se vincesse lui, per noi non sarebbe una manna, ma solo il male minore, dato che rimarremo comunque una pezza da piedi degli USA, con tutte le loro basi militari a continuare l’occupazione militare che dura da settant’anni.
    Più in generale, e come impostazione di pensiero, è triste riporre le (utopistiche, certo) speranze di giustizia, più che di libertà, per il nostro paese nel cambio al vertice del padrone. Ma a quanto pare, visti anche l’intelletto e l’obiettività medi delle persone, così castrati dai diserbanti mentali d’oltreoceano, sembra ci sia poco altro da fare.

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