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Nietzsche, ultimo metafisico? – Flores Tovo

Nietzsche, ultimo metafisico? – Flores Tovo

In un qualsiasi manuale di filosofia di Liceo Nietzsche viene presentato come il distruttore delle certezze, come colui che annuncia la morte di Dio, come il nichilista perfetto che nega qualsiasi verità che non sia fondata sulla superomistica volontà di potenza. Zarathustra è uno scettico radicale. Nietzsche, perciò, dovrebbe essere considerato, a rigore, un filosofo antimetafisico per eccellenza.

Eppure Martin Heidegger, nel suo monumentale libro “Nietzsche”, lo definisce come l’ultimo metafisico, in quanto la sua filosofia non è una semplice metafisica, ma l’ultima metafisica. E poiché per Heidegger filosofia e storia sono la stessa cosa, la filosofia di Nietzsche rappresenta il compimento della storia dell’esserci umano e dell’Essere, in quanto la metafisica è lo studio pensato dell’Essere nel suo rapporto di coappartenenza con l’esserci. Nel libro secondo della sua opera, e precisamente nei due capitoli intitolati “La metafisica di Nietzsche” e “La determinazione del nichilismo”, Heidegger spiega con chiarezza il perché Nietzsche, proprio perché nichilista, è l’ultimo metafisico.

Prima però di continuare l’analisi del tema proposto, è necessario stabilire che cosa s’intende per metafisica. Nella tradizione filosofica la metafisica è, come scriveva Aristotele, la filosofia prima. In estrema sintesi è la scienza del vero che studia l’Essere in quanto Essere, le cause e i principi primi. Quindi proprio per questo la metafisica studia pure Dio, diventando perciò una onto-teologia. Tuttavia per Heidegger la metafisica occidentale, a partire da Platone, per arrivare sino a Nietzsche, è stata soltanto una fisica, poichè v’è stato un profondo fraintendimento fra Essere ed ente, col risultato di scambiare l’ente (il molteplice, i singoli oggetti fisici, tra cui l’uomo) con l’Essere, che, in quanto tale, è ineffabile ed inafferrabile, poiché è il principio che permette la Ni 1manifestività degli enti fisici, ossia il principio che entifica gli enti. Il principio è in sé coglibile soltanto con una intuizione intellettuale perché, essendo il principio che dispiega tutte le sue parti, è impossibile conoscerlo attraverso i sensi che colgono appunto solo le parti e mai l’uno da cui tutto deriva. I primi grandi pensatori greci, in particolare Eraclito (fr. 50 “Prestando ascolto non a me, ma alla ragione, è saggio convenire che tutte le cose sono uno”) e Parmenide (fr. 2 “Ora, io ti dirò…quali sono le vie di ricerca che si possono pensare: l’una che è, e che impossibile che non sia – è il pensiero della Persuasione, perché tien dietro alla verità…) , pensavano alla verità come alètheia, tradotta come non-nascondimento, poiché la verità dell’Essere implica sempre un cooriginario nascondersi di essa e un suo disvelamento, e così pensava Heidegger. L’Essere, infatti, come principio non può, secondo costoro, essere conosciuto nella sua “realtà” se non in modo riflesso da parte dell’ente. La verità a cui possiamo attingere è quella più o meno piccola parte di verità che ci viene donata dall’Essere (c’è da aggiungere che pure Plotino, S. Agostino, Dionigi Areopagita, Cusano, Bruno, Lutero ed altri mistici tedeschi pensarono al tema della verità in questa direzione). Ma il pensiero dominante che ha prevalso in Occidente è stato quello di Platone, Aristotele, S.Tommaso, Cartesio, Leibniz, che hanno ritenuto che la verità fosse attingibile attraverso l’uso corretto dell’intelletto umano (adaequatio rei et intellectus). Heidegger “incolpa” Platone nel suo saggio “La dottrina platonica della verità” e in altri successivi (che stanno quasi tutti nella raccolta “Segnavia”) di aver mutato profondamente il rapporto di coappartenenza Essere-esserci, in quanto l’esserci ha avuto la pretesa di conoscere la verità in sé (l’idea in Platone, poi la sostanza in Aristotele, il cogito ergo sum in Cartesio, ecc.) e quindi, di fatto, di essersi sostituito all’Essere. Da questa pretesa è nato quell’oblio dell’Essere (1), quel frutto insano, che è un atto di arroganza che non ha tenuto conto della differenza ontologica fra Essere ed esserci. Con Platone, che per Heidegger è il fondatore della metafisica occidentale, l’esserci è caduto nell’erranza e questa “… fa parte della costituzione intrinseca dell’esser-ci in cui l’uomo storico è coinvolto” (2). Cosicchè la metafisica non è stata una corrente filosofica come tante altre, bensì la configurazione stessa dell’Essere nel corso della storia umana in tutte le sue attività (scienza, arte, etica, religione, ecc.) e nelle sue varie epoche: una configurazione in cui, alla fine del percorso, dell’Essere stesso non v’è più nulla, poiché l’esserci è caduto in codesta erranza. La riduzione dell’Essere a idea o valore, a materia e forma, a soggetto pensante in grado di legiferare sulla natura come in Cartesio, ma anche in Kant, ha portato a quel progressivo oblio dell’Essere, che alla fine coincide col nichilismo. Nietzsche con l’idea di superuomo e di volontà di potenza ha portato al compimento questa configurazione alienata rispetto all’Essere, in quanto il superuomo è la soggettività compiuta che si estrania completamente dell’Essere stesso. Tale soggettività è quindi per Heidegger il perno teorico su cui si fonda la metafisica di Nietzsche. Questi afferma, invero, in molti suoi aforismi, che il superuomo deve imprimere la sua volontà di potenza all’Essere stesso. Si ottiene così il rovesciamento della differenza ontologica: l’ente umano, l’esserci, addirittura “vuole”  imporre all’ Essere la propria volontà di potenza. Il divenire, che è tempo ed essere oltre che pensiero, viene forgiato dall’uomo-superuomo, che celebra se stesso nell’apoteosi del dionisiaco Eterno ritorno dell’Uguale. La verità stessa, scrive Nietzsche, diventa “… quel genere di errore senza cui un determinato genere di esseri viventi non potrebbe vivere”  (3). Il superuomo s’incarna come il detentore della verità, la quale viene imposta dalla sua volontà di potenza (intesa soprattutto come arte). Non è vero ciò che è vero, ma è vero ciò che viene sancito come vero da chi ha i mezzi ed la forza per imporlo. Nietzsche simboleggia il Gorgia da Lentini moderno. In tal modo, dice Heidegger, l’Essere stesso rimane impensato, poiché il pensiero è tutto rivolto all’ente umano e agli enti in quanto tali. Dell’Essere stesso non vi è quindi più niente: la metafisica che si è rivelata nell’Occidente si è posta come nichilismo assoluto ed autentico; e Nietzsche, proprio perchè esalta l’uomo-superuomo, si palesa come l’esecutore ultimo del nichilismo. Egli stesso, del resto, si dichiarava nichilista perfetto. Ma così “…l’Essere stesso rimane impensato…”, e cioè… “rimane assente e come tale rimanere assente l’Essere stesso è essenzialmente (west)”  (4). Il ritirarsi dell’Essere fino a restare assente è la storia stessa dell’Essere nell’esserci. Il superuomo stabilisce la definitiva lontananza dell’esserci nei confronti dell’Essere.  Egli non rappresenta un ideale soprasensibile, bensì:

“… non è nemmeno una persona che a un certo punto si annunci e compaia da qualche parte. E’ in quanto soggetto della soggettività compiuta, il puro attuarsi della volontà di potenza… il superuomo vive in quanto la nuova umanità vuole che l’Essere dell’ente sia la volontà di potenza” (5).

La volontà di potenza è l’essenza stessa di un “Essere” inteso come immanente vita dionisiaca, come esistenza finita, in cui viene esclusa ogni trascendenza. Il senso della vita diventa la vita stessa. Qui sta, secondo Heidegger, l’errore fondamentale del pensare nicciano: il credere che la volontà di potenza, pur inserita nel dionisiaco eterno ritorno dell’Uguale, sia l’essenza, il ciò che è permanente nella natura stessa. Lo stesso Evola riconobbe questo errore poiché, in realtà, la volontà di potenza non è altro che una delle possibili determinazioni dell’Essere. L’Essere, si è detto, è ineffabile come principio, e le sue determinazioni possono essere il pensiero, il tempo, il sentimento, la volontà e così via. Risulta qui chiaro che l’influenza schopenhaueriana, espressa col concetto-base della “volontà di vivere” intesa come noumeno, sia decisiva per Nietzsche, sebbene egli  specifichi la genericità di tale concetto rivedendolo con quello di volontà di potenza, che di per sé implica l’atto, cioè una finalità che il superuomo pone e si pone. Evola, in verità, a differenza di Heidegger, ammetteva che nella via del superuomo disegnata da Nietzsche ci sono tratti positivi, come il principio di non obbedire alle passioni, l’indifferenza verso la felicità e quindi il rifiuto dell’edonismo moderno, l’arrogarsi il diritto ad atti eccezionali, l’essere duri di fronte la vita, e così via. Il superuomo, diceva Evola, può quindi prefigurare, sia pure inconsapevolmente, la dimensione della trascendenza, e perciò, diciamo noi, ad un ristabilimento della differenza ontologica  fra Essere ed esserci (6).

Resta il fatto che se l’Essere viene determinato come valore, cioè come volontà di potenza, esso viene spiegato come ente in quanto tale e non come Essere. “Per il rappresentare, che nel pensare per valori guarda alla validità, l’Essere rimane, già riguardo alla problematicità dell’ “in quanto Essere”, fuori campo. Dell’Essere in quanto tale non ne “è” niente: l’Essere – un nihil” (7). Qui si rileva l’essenza del nichilismo nella sua interezza.

Indubbiamente Nietzsche nelle sue opere si palesa come un genio della preveggenza che lo fa essere un profeta vero e proprio, nel senso etimologico ebraico, cioè di una persona che “prevede prima degli altri”  quello che sarà il futuro. E in effetti, la morte di Dio con il conseguente ateismo di massa e l’affermarsi di un nichilismo perfetto, quantunque passivo, sono gli eventi “spirituali” che raffigurano il nostro tempo. Egli è, inoltre, l’annunciatore, non tanto del superuomo artista e creatore che egli bramava essere e che sperava nascesse almeno in alcuni uomini, ma dell’ultimo uomo, anonimo, consumista  e gaudente che non crede più a nulla. Tuttavia oggi si tratta di superare Nietzsche e quindi il suo nichilismo.

Bisogna cioè ripensare completamente ad una nuova metafisica per riedificare un rapporto con l’Essere. Il nichilismo ci sta portando al delirio e alla perdita di ogni senso. Inutile descrivere ciò che sta accadendo. La ricostruzione di una epistème, cioè di un saldo ancoraggio verso l’Essere, è necessaria. Ciò significa far rinascere il sentimento del sacro verso la natura, il senso della comunità e il pensiero dell’equilibrio armonico. E’ uno sforzo titanico, forse inutile, che spetta agli uomini venturi affrontare.

NOTE:

1)   Si veda il nostro articolo apparso su “Ereticamente” dal titolo “Sull’oblio dell’Essere”.

2)   M.HEIDEGGER, Sull’essenza della verità, sta in “Segnavia”, ed. Adelphi, Milano 1987, p. 151.

3)   F.NIETZSCHE, La volontà di potenza, ed. Bompiani, Milano 1994. P.376.

4)   M.HEIDEGGER, Nietzsche, ed. Adelphi, Milano 1994, p.  824.

5)   IDEM, op. cit., pp.783-784.

6)   J.EVOLA, Cavalcare la tigre, ed. Scheiwiller, Milano 1971, pp. 50-53.

7)   M.HEIDEGGER, op. cit., p.812.

FLORES TOVO

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Categorie: Filosofia, Tradizione

Pubblicato da Flores Tovo il 9 Agosto 2016

Commenti

  1. giannetto

    – Il nichilismo è la presunzione del nulla implicito in ogni esistenza, in quanto ciò che esiste diviene, ossia nasce e muore; è un nulla in sé; è, metafisicamente, un non-essere.
    – Però questo meta-fisico nulla si manifesta fisicamente, nell’esser-ci. Donde il filosofico stupore, che stimola a pensare l’essere come compresenza di esistenza-per-sé e nulla-in-sé, la cui concettualizzazione è estremamente problematica. L’ “essere” così configurato è un limite del nostro pensiero.
    – L’eterno ritorno dovrebbe superare il nichilismo in quanto il nulla in sé dell’esistenza (che diviene, ossia nasce e muore) dovrebbe ripetersi in aeternum. L’essere parrebbe dunque consistere in questa regola (o essenza) della ripetizione eterna del nulla che s’affaccia costantemente all’esistenza. Mistero stupefacente. – In più il tempo verrebbe concepito come coesistente con l’essere, con l’essere che è il nulla. Sorge anche un’altra difficoltà: la ripetizione dell’uguale (individuata come “nocciolo” metafisico dell’essere) è la ripetizione sempre identica di “serie” imbastite di accidentalità diverse. L’essere (l’assoluto) comporterebbe una misteriosa ripetizione dell’esserci (del contingente)… Tanto ci suggestiona la rupe dell’eterno ritorno!
    Non mi pare che la scienza attuale sia in grado di profetare un eterno ritorno dell’universo in questo senso, dopo ogni supposta e periodica distruzione. Dunque l’essenza dell’essere (che cosa è l’essere?) ci sfugge. Al massimo potremmo arrischiarci a chiamarlo, leopardianamente, “brutto potere ascoso”. Ma anche così si va già molto al di là di quel che sappiamo.

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