Narrativa fantastica, una rilettura politica, seconda parte – Fabio Calabrese

Narrativa fantastica, una rilettura politica, seconda parte – Fabio Calabrese

Il motivo per il quale ho deciso di aggiungere una seconda parte di prosecuzione-approfondimento all’articolo già apparso su “Ereticamente”, è legato a una circostanza precisa. Sono stato invitato, e anzi con l’impegnativo compito insieme ad altri della testata di rappresentare “Ereticamente”, a tenere una conferenza nell’ambito della manifestazione “Magmatica, il network mediterraneo delle idee” sabato 30 luglio a Linguaglossa (Catania), approfittando della mia discesa in Sicilia durante il periodo estivo.

Devo però ammettere che il tema che mi è stato assegnalo: “Fantasy, mito e letteratura, l’attualità di Tolkien”, mi ha messo un po’ nell’imbarazzo, infatti, sul conto dell’autore del Signore degli anelli avrei diverse riserve da esprimere.

Ovviamente ci si aspetta che se qualcuno è  una persona “dell’area” e contemporaneamente ha anche un’attività come autore e critico nel settore della narrativa fantastica, fantascienza e fantasy, è quasi automatico che sia un estimatore (magari un fanatico) dell’autore del Signore degli anelli. Gli esempi a tal proposito non mancano davvero, si potrebbero fare nomi come quelli di Adolfo Morganti, di Gianfranco De Turris, di tutti gli autori e i critici che si riconoscono nella scuola neosimbolista. Soltanto che se in questi anni avete seguito le cose che ho scritto e pubblicato su “Ereticamente” e in altre sedi, una cosa vi dovrebbe essere ben chiara: Fabio Calabrese non è seguace di alcuna “scuola di pensiero”, è un uomo che pensa esclusivamente con la propria testa senza lasciarsi condizionare da nulla né seguire schemi di pensiero pre-pensati da altri.

Nei nostri ambienti Tolkien è oggetto di una considerevole (e secondo me esagerata) ammirazione da parte di alcuni e di un atteggiamento fortemente critico da parte di altri. Ricordo in particolare un articolo pesantemente critico nei confronti dell’autore del Signore degli anelli e della mania tolkieniana diffusa in alcuni settori del nostro ambiente umano, pubblicato alcuni anni fa da Mario Tuti sulla rivista “Heliodromos”. Gli argomenti addotti da Tuti mi sono sembrati tutt’altro che privi di validità. Egli faceva rilevare la leziosità sottintesa alla costruzione fantastica di Tolkien, che obbiettivamente sconfina nella New Age piuttosto che avvicinarsi alla nostra visione del mondo: un universo di elfi, folletti e maghetti che avrebbero ben poco da dire a chi avrebbe invece l’esigenza di essere educato a uno stile di vita, a una “cifra personale” ben più rude e virile.

Per quanto riguarda me personalmente, devo ammettere che il mio atteggiamento nei confronti dell’autore del Signore degli anelli non è stato costante nel tempo, e ha seguito da vicino l’evoluzione della mia vicenda esistenziale, un rapporto di amore-odio altalenante.

Ammetto di essermi imbattuto in Tolkien e nel mondo del Signore degli anelli alla metà degli anni ’70, una circostanza che non è priva di peso nella mia storia personale, perché quello era uno dei periodi più depressivi della mia vita. Nel Signore degli anelli trovai letteralmente una via di fuga da un mondo che mi pareva grigio e squallido, al quale non sentivo di appartenere. Mi resi conto presto, però, che Tolkien poteva rappresentare anche un pericolo: l’universo tolkieniano, infatti è così coinvolgente e pervasivo che per chi è a sua volta autore, c’è il rischio che esso letteralmente si imponga al suo universo mentale, ne risucchi la fantasia al punto da rendergli possibile scrivere solo ricalcano gli stilemi tolkieniani. Quanto meno, è consigliabile prendere Tolkien a piccole dosi.

Nel 1982 scrissi un romanzo, La spada di Dunnland ispirato al Signore degli anelli, in parte proprio per liberarmi delle suggestioni che l’autore inglese mi aveva lasciato addosso; questo romanzo, e i tentativi di interessare diversi editori alla sua pubblicazione, doveva diventare per lungo tempo la mia croce (senza delizia), infatti, non vide la luce che nel 2014 quando fu pubblicato dalle Edizioni Scudo di Bologna, 32 anni più tardi.

Verso la fine degli anni ’90 sono entrato in contatto con la Società Tolkieniana di Trieste, soprattutto perché in quel momento non c’erano nella mia città altri gruppi attivi a livello di fantastico e fantascienza, e ho collaborato alla stesura del Dizionario del mondo di Tolkien che è stato pubblicato da Rusconi nel 1999, poi in edizione riveduta e ampliata, da Bompiani nel 2003. Con la Società Tolkieniana ho comunque intrattenuto buoni rapporti, e nel 2007 il mio racconto L’arma di Dio (che però non è di soggetto tolkieniano) ha vinto il premio Silmaril di narrativa indetto dalla stessa.

Tutto questo intervallato da frequenti momenti nei quali sentivo il bisogno di allontanarmi quanto più possibile da Tolkien e dal mondo del Signore degli anelli.

Da un lato, bisogna riconoscere che Tolkien è stato un autore dotato di una forza d’immaginazione potente, che è riuscito a creare uno dei più vasti e coinvolgenti cicli narrativi del XX secolo e che in esso ha espresso una visione del mondo che per certi versi si avvicina alle nostre posizioni; dall’altro però è innegabile che essa è caratterizzata da una forte ambiguità e contraddittorietà, e scambiarlo per un “maestro della tradizione” è quanto di più ambiguo e pericoloso che ci possa essere. Di questo mi ero già occupato tempo addietro in un articolo apparso su “Ereticamente”, Tolkien, un maestro della tradizione?

Io penso che la critica di Mario Tuti sia assolutamente fondata e opportuna, anche perché effettivamente l’autore del Signore degli anelli risulta così stucchevole da far salire paurosamente il tasso di glicemia, ma non coglie quel che mi sembra il punto essenziale: Tolkien è contraddittorio, probabilmente sono esistiti ben pochi uomini in così totale contraddizione con se stessi.

Il mondo del Signore degli anelli, coi suoi elfi, i suoi nani, i suoi orchi e troll è tratto di peso dal folclore celtico, ebbene Tolkien detestava il celtismo in cui vedeva soprattutto il separatismo gallese e scozzese che, dal buon suddito di Sua Maestà Britannica, detestava ferocemente. I suoi eroi seguono una morale chiaramente pagana, che non predica di offrire al male l’altra guancia, ma di combatterlo con le armi in pugno, tuttavia Tolkien amava ostentare il suo non solo cristianesimo ma cattolicesimo, era uno dei pochi cattolici inglesi, frequenti quanto i denti di gallina.

E’ come se esistessero due Tolkien l’un contro l’altro armati: il Tolkien celtico e pagano e il Tolkien inglese e cattolico.

No, non avevo proprio voglia di occuparmi di Tolkien, e la richiesta degli organizzatori del convegno mi ha preso in contropiede. Ho deciso così di dare loro qualcosa di un po’ diverso di quel che era stato programmato che dicessi senza d’altro canto chiedermelo, e il mio intervento ha ricalcato il testo dell’articolo Narrativa fantastica, una rilettura politica che era già stato pubblicato su “Ereticamente”.

C’è un problema, come si può intuire; la tempistica di una conferenza non coincide con la lunghezza di un articolo: è stato necessario rimpolpare un po’ l’argomento con alcuni approfondimenti di cui ora vi renderò conto.

Come ricorderete, io ho dedicato il mio articolo, e poi il mio intervento alla manifestazione non tanto a Tolkien, personaggio comunque sopravvalutato, ma a Robert E. Howard, l’autore di Conan.

Negli anni ’70 in coincidenza della diffusione dell’heroic fantasy come genere riconosciuto fuori dal mondo anglosassone, il mondo comunista pronunciò la sua scomunica della stessa sotto forma di un articolo apparso su “Science Fiction Studies” per bocca di Hanns Joachim Alpers, un “critico” della DDR. Questo articolo ebbe una risposta da parte di una saggista e autrice canadese, Elisabeth Vonarburg, davvero singolare, e forse più devastante dell’attacco di Alpers, basata sulla (artificiosa) distinzione fra heroic fantasy e sword and sorcery (spada e stregoneria per chi è digiuno della lingua inglese), includendo nella prima Tolkien (bontà sua) e le autrici femministe, nella seconda Robert Howard e i suoi emuli, in pratica con l’eccezione di Tolkien, quasi tutta l’heroic fantasy scritta da uomini, assolvendo la prima e condannando all’inferno dei reprobi reazionari la seconda.

Nel 2002 nella ricorrenza dei settant’anni dalla creazione del personaggio di Conan da parte di Robert Howard, la rivista “La Soglia” di Pistoia dedicò un numero speciale all’eroe cimmero, un numero al quale io contribuii con un articolo, In difesa di Conan, che riprendeva quella controversia, certamente datata ma che nel frattempo è diventata la base “canonica” delle interpretazioni di sinistra della fantasia eroica, smontando pezzo per pezzo le argomentazioni della Vonarburg.

Un particolare che si può aggiungere a quanto ho già detto nell’articolo precedente, e che permette di comprendere ancor meglio quanto la saggista canadese si sia avvalsa di categorie artificiose, è la storia di questo quasi sinonimo di heroic fantasy, “sword and sorcery”, “spada e stregoneria”, espressione che fu inventata da Fritz Leiber ricalcando la locuzione “cappa e spada”. Con essa, quest’ultimo autore intendeva riferirsi in particolare alla propria creazione di heroic fantasy, il ciclo di Lankmar, sottolineandone l’aspetto avventuroso, picaresco e scanzonato. Con il fatto stesso di aver assunto quest’espressione in un’accezione totalmente negativa, la Vonarburg dimostrò di avere (o di essere posseduta da) un altro pregiudizio tipico della sinistra, per cui un’opera narrativa è priva di valore letterario se non è mortalmente seriosa.

La Vonarburg per dimostrare i presunti atteggiamenti misogini di Howard ricorre al procedimento più scorretto e falso che si possa immaginare, non analizza nemmeno un rigo di quest’ultimo, ma si concentra sulla produzione di un suo mediocre imitatore, Gardner Fox. Nella prima parte di questo scritto non ho detto, ma l’avevo evidenziato nell’articolo del 2002, che in particolare nel racconto Per l’amore di Barbara Allen, Howard ha fatto uno dei ritratti femminili più suggestivi e delicati che si possano trovare, e cosa dire del personaggio di Red Sonja, l’eroina che è il pendant femminile di Conan.

Abbiamo visto quali siano e cosa abbiano scritto le autrici femministe che secondo la Vonarburg rappresentano il lato positivo della fantasia eroica, ed è un discorso che si può senz’altro ampliare. Diciamo pure che tutta l’ondata femminista che ha investito la fantasy e la fantascienza negli anni ’70 ha prodotto qualcosa di valido e molta, moltissima spazzatura, se giudichiamo la produzione di quel periodo in base non al sesso degli autori ma alla sua validità letteraria.

Ursula Le Guin è pressappoco l’unica autrice di quel periodo la cui opera abbia retto con gli anni e, oltre che nella fantascienza, ha prodotto un buon lavoro nella fantasy con il ciclo di Earthsea. Su quasi tutte le altre, sarebbe più comodo, forse, stendere un velo pietoso. Vi ho raccontato l’impressione penosa che mi procurò la lettura del libro Le nebbie di Avalon di Marion Zimmer Bradley, uno dei libri in assoluto più brutti che abbia mai letto in vita mia, il solo che ho letto di questa autrice, e non chiedetemi di leggerne altri, dove il ciclo arturiano è ridotto a gossip sulla bocca delle damigelle di Camelot.

Mi dicono che negli Stati Uniti la Bradley è oggetto di un vero e proprio culto da parte di una nutrita pattuglia di fan. Io sono pronto a scommettere che ben pochi di questi fan si fanno la barba la mattina. Ma ci sono esempi peggiori. Catherine Lucille Moore con il suo ciclo di Jirel di Joiry ad esempio, contende efficacemente alla Bradley il primato delle cose più squallide che siano mai state scritte nel campo della fantasy. Jirel di Joiry è un vero e proprio delirio femminista che disegna amazzoni dai tratti guerrieri contrapposte a uomini effeminati che ricorrono contro di esse a sleali arti magiche, con una pressoché completa inversione dei ruoli maschile e femminile.

La Moore era la moglie di un altro scrittore di fantascienza e fantasy, Henry Kuttner, e i due hanno scritto anche delle opere in collaborazione (perlopiù firmate con lo pseudonimo di Lewis Padgett). Le femministe, rilevando questa circostanza, hanno avanzato – d’altronde senza uno straccio di prova – l’ipotesi che tutti gli scritti di Kuttner fossero in realtà opera della moglie, evidenziando un loro tipico pregiudizio secondo cui il cervello maschile sarebbe privo di capacità creative.

Può sembrare strano, ma al di là del delirio ideologico degli anni ’70, questa mentalità è rimasta più radicata di quel che penseremmo. Io vi ho raccontato delle lunghe traversie che hanno preceduto la pubblicazione del mio romanzo La spada di Dunnland. In quel torno di tempo non breve, contattai anche una casa editrice specializzata in fantasy. La titolare della stessa mi “suggerì” di modificare il romanzo inserendovi delle amazzoni. Ovviamente rifiutai, e altrettanto ovviamente costei rifiutò di pubblicarmelo.

C’è un discorso molto importante e molto serio che occorre fare a questo riguardo. Storicamente, le amazzoni, le donne guerriere sono un’eccezione piuttosto rara, non la regola, e il motivo di ciò non è la misoginia, la volontà maschile, come dicono le femministe, di tenere le donne in una condizione di inferiorità, ma una fondamentale asimmetria tra il sesso maschile e quello femminile che va al di là della differenza di forza fisica.

Una donna non può nel corso della sua vita, avere più di un certo numero di figli, numero che è limitato dalla durata delle gravidanze e dei periodi di allattamento, e dal fatto che la sua età fertile si conclude con la menopausa, laddove un uomo potrebbe procreare indefinitamente. Mettere la vita delle donne a rischio sul campo di battaglia, significherebbe per una qualsiasi comunità umana, mettere in pericolo la propria fecondità e quindi il proprio futuro, laddove una perdita di vite maschili è lontana da avere un effetto così devastante a lungo termine. E’ questa la ragione etologica istintiva per la quale i ruoli del cacciatore e del guerriero in tutte le società umane sono stati quasi senza eccezione un appannaggio maschile.

La fantasy femminista vorrebbe negare questa semplice verità storica, ma c’è di più, si pensi ad esempio al Signore degli anelli di Peter Jackson dove il personaggio di Arwen è ingigantito e stravolto rispetto all’opera tolkieniana per affermare non una parità ma un’indistiguibilità di ruoli fra uomo e donna.

La mancanza di rispetto per il testo di Tolkien non ci deve stupire. E’ una tipica prassi hollywoodiana quella di falsificare non solo le opere letterarie ma la realtà storica per adeguarla alla “political correctness” democratica. Vediamo quasi di continuo film “storici” dove pullulano amazzoni e virago, e questo sarebbe ancora il minimo, pensiamo ai film anch’essi “storici” in cui i ruoli di personaggi della storia europea sono affidati ad attori di colore, nel tentativo di persuaderci che società multietniche siano qualcosa di normale e sempre esistito. Hollywood, o come la chiamo io, la fabbrica delle menzogne.

Mettendo da parte i deliri femministi e le menzogne “politicamente corrette” hollywoodiane, noi vediamo, l’abbiamo visto, che quel che ci disegna la fantasia eroica, è in definitiva il mondo e il modo di vivere normale per la nostra specie; in questo senso, il suo valore di denuncia politica, ne siano gli autori che si cimentano nel campo, consapevoli o meno, va decisamente oltre il concetto di evasione teorizzato da Tolkien. Queste condizioni, l’abbiamo ricordato, sono molto vicine a quelle si riscontrano storicamente nell’Europa dell’Età di Mezzo. Con una differenza: i cicli, i romanzi, i racconti di heroic fantasy dal punto di vista religioso ci presentano una molteplicità di culti ispirati soprattutto alla mitologia celtica e germanica, mentre il cristianesimo vi è praticamente assente, il che si può considerare un’importante ulteriore dimostrazione del fatto che la religione del “Discorso della montagna” è qualcosa di estraneo alla cultura di base degli Europei, che le è stato artificiosamente appiccicato.

Abbiamo visto un’eccezione importante rappresentata da Tolkien. Anche su Tolkien, però, il discorso andrebbe approfondito. Ne Il Silmarillion, Tolkien parla di un destino che aspetta gli uomini “oltre le mura di Arda” (Arda è il mondo materiale nella cosmogonia tolkieniana), ma dà l’impressione di una cosa messa lì, giusto per dare un tocco cristiano a una narrazione che cristiana non è per nulla, per conciliarsi con il cattolicesimo dichiarato dell’autore.

Il fatto è che Tolkien apparteneva alla comunità cattolica inglese, un gruppo notoriamente minoritario e ristretto. In queste condizioni è abbastanza ovvio che una persona senta fortemente una simile appartenenza per “spirito di gruppo” così come si è tifosi di una squadra di calcio, magari in contrasto con il suo orientamento fondamentale, la sua mentalità profonda. E’ probabilmente questo che spiega le contraddizioni di Tolkien.

Come vi ho spiegato nell’articolo precedente, io penso che la circostanza che Robert E. Howard fosse americano (texano per l’esattezza), così come lo era il grande H. P. Lovecraft, va adeguatamente valutata. Ciò è senz’altro collegato al fatto che da settant’anni a questa parte a causa di note vicende belliche e politiche, la lingua inglese e per conseguenza gli autori di lingua inglese hanno assunto una rilevanza a livello planetario che sarebbe stata inconcepibile in altre epoche. Questo non toglie però il fatto che questi autori, anglosassoni o americani che siano, si rapportino rispetto all’eredità europea in modo estremamente variabile a seconda dei casi.

Due autori in particolare mi pare risaltino con una connotazione fortemente europea che pare quasi emergere per contrasto rispetto all’ambiente americano in cui sono vissuti: Howard P. Lovecraft, il grande maestro dell’horror moderno e, appunto, Robert E. Howard che di Lovecraft fu amico e discepolo.

La creazione fantastica di questo texano ha un carattere non solo europeo, ma specificamente celtico. “Conan” per cominciare, è un nome celtico, lo ritroviamo anche come secondo nome dell’autore scozzese inventore di Sherlock Holmes. Howard ci presenta Conan come un cimmero, ma “cimmero” per lui non ha a che fare con l’omonimo popolo antico dell’Asia Minore, nel suo linguaggio significa celta; “Kymru” è il nome gaelico del Galles, tanto è vero che vicini e mortali nemici dei conterranei di Conan sono i Pitti, che erano una popolazione probabilmente pre-celtica della Scozia. Questo elemento celtico è talmente percepibile nell’opera di Howard, che il saggista Glenn Lord autore di quella che è considerata la biografia ufficiale dello scrittore texano, ha pensato bene di intitolarla The Last Celt, “L’ultimo celta”.

Con Conan, Robert E. Howard ha veramente disegnato un ritratto ideale dell’uomo europeo, una figura contrassegnata da intraprendenza, virilità, coraggio da cui tutti noi dovremmo cercare di trarre ispirazione.

 

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Categorie: Letteratura

Pubblicato da Fabio Calabrese il 28 Agosto 2016

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Primula Nera

    Il cristianesimo , seppur d’origine mediorientale, è stato impregnato dallo spirito indoeuropeo. Storicamente, gli indoeuropei hanno sempre assorbito culti e divinità di popoli ad essi estranei, ma hanno saputo sempre”reinterprerare”questi secondo la propria indole profonda.
    Ad esempio il Berve, riferisce che degli innumerevoli Dei greci, pochissimi hanno un’ origine indoeuropea (tra i quali Zeus ed Hestia), altri sono verosimilmente derivati dai Minoici o dalle popolazioni carie dell’Asia minore.
    Nonostante ciò, essi sono stati, una volta “adottati” dai Greci, in tutto(o quasi) plasmati dalla cultura e sensibilità indoeuropea.
    Con il Cristianesimo è successo qualcosa di simile, seppur con qualche difficoltà in più. Il cristianesimo medievale è una religione guerriera che poco ha a che fare con i Vangeli. La “Divina Commedia ” presenta innumerevoli riferimenti alla cultura classica, così come una forte presenza pagana si può riscontrare in altre importanti opere letterarie del medio evo cristiano, ad esempio nel”Parzival” di Wolfram von Eschenbach.
    Anche in epoca moderna, il Cristianesimo ha oggettivamente combattuto certe pericolose derive del mondo moderno; non possiamo negare il suo ruolo importante contro la rivoluzione francese, i moti del’48,, la rivolta della comune di Parigi e, infine, nella guerra civile spagnola, insieme ai franchisti e contro comunisti e anarchici.
    La fine del ruolo di katechon del cristianesimo (e del cattolicesimo in particolare) inizia con il Concilio vaticano II del 1962, e con le sue aperture a”sinistra”; particolarmente significativo il suo rifiuto di pronunciare una condanna contro il comunismo , nonostante le tante pressioni. Il nadir di questa caduta lo viviamo in questi anni con il pontificato del signor Bergoglio, per cui la Chiesa sembra oggi niente più che il braccio spirituale di Sel….
    Tolkien è uno scrittore cattolico pre conciliare, profondamente legato alle tradizioni ,non solo letterarie , della sua terra; così la presenza di richiami tipicamente cristiani insieme a chiari elementi pagani è solo apparentemente in contraddizione.
    La biografia di Tolkien, ci dice che proprio la fede cattolica lo portò a parteggiare, caso quasi unico tra gli scrittori inglesi dell’epoca, per la causa di Francisco Franco(sembra che la figura di Aragon, gli sia stata ispirata dal poeta irlandese filofranchista Roy Campbell); inoltre egli non nascose il suo disappunto verso il Concilio Vaticano II.
    Devo aggiungere che, a quanto mi risulta, Tolkien non era ostile al separatismo gallese e scozzese, pur essendo fedelissimo alla Corona britannica, in generale non amava granché il Commonwealth e la politica imperialista inglese.
    In questi ultimi anni, mi dispiace particolarmente il fatto che gli ambienti di destra in Italia, sembra stiano abbandonando Tolkien alla sinistra, la quale ne sta strumentalizzato la figura al fine di appropriarsene.Ora, nonostante le posizioni antinaziste dello scrittore inglese (anche ovvie visto che sono emerse soprattutto negli anni della guerra, quando l’Inghilterra viveva sotto i bombardamenti tedeschi), mi sembra chiaro che Tolkien appartenga a una cultura conservatrice (quando non reazionaria) lontana anni luce dal pensiero progressista e dai suoi maleodoranti centri sociali.
    Proprio intellettuali come Fabio Calabrese, in virtù anche della loro profonda conoscenza della letteratura fantastica, dovrebbero combattere questa tendenza dei sinistri (già rivelatasi in altre situazioni,ad esempio con Nietzsche).
    Un saluto.

  2. Primula Nera

    Oops”…la figura di Aragorn..”

  3. L’unico motivo per cui Tolkien è sopravvalutato al punto da affermare (come molti fanno) che egli abbia “creato un mondo” è l’ignoranza abissale, da parte dei fanatici tolkeniani, sulle cose sacre della religione germanica. Il cosiddetto “fantasy” è semplicemente una via sotterranea tramite cui tramandare ciò che sono le radici più profonde dell’Europa intera. Questa via sotterranea è necessaria per il fatto che le Chiese cristiane si sono appropriate, con l’inganno, della dimensione spirituale dei Bianchi, lasciando loro solo l’aspetto “laico”, che va per forza di cose a degenerare nel “new age”. Il problema che molti hanno nel “risalire il fiume” per tornare alla vera spiritualità originaria da cui il loro feticcio “fantasy” trae la sua esistenza, è il “razzismo” intrinseco nel riscoprire le proprie radici, un passo troppo grande per le odierne generazioni effeminate e prone alla volontà di un Sistema che ha decretato la morte della loro razza, spingendoli così a rifugiarsi nella… fantasia.
    Il Fantasy, o meglio, “fermarsi” al Fantasy, è solo una conseguenza della mancanza di coraggio nel riscoprire se stessi.

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