La Profezia di Malachia e la lista degli ultimi Papi – Seconda Parte – Alfonso Piscitelli

La Profezia di Malachia e la lista degli ultimi Papi – Seconda Parte – Alfonso Piscitelli

IL PONTIFICATO DI BERGOGLIO E LE SUGGESTIONI DI “MALACHIA”

Suggestivo è il motto che – nella lista dei Papi della cosiddetta “Profezia di Malachia” –  si attribuisce a Giovanni Paolo II: “De labore Solis”. Se il lavorio del Sole è appunto quello di girare incessantemente attorno alla Terra nel suo moto apparente allora il riferimento a questo Papa è corposo: i continui viaggi in tutto il mondo per affermare un ideale etico, ma anche una precisa teologia politica caratterizzavano l’azione di Wojtyla. E nello stesso tempo il carattere virile e imperioso della sua personalità – abbastanza diversa da quella dei suoi predecessori o successori – aveva un che di solare.

Sul motto del penultimo Papa della serie anche si può fare un interessante ragionamento. “Gloria Olivae” è la formula. In cosa consiste la gloria dell’Ulivo? Gli interpreti del motto – collegato al pontificato di Joseph Ratzinger – fanno riferimento al simbolismo della pace. La pacificità e la mitezza sarebbero i contrassegni di questo papato. Ci permettiamoAl 2 di suggerire una lettura diversa: l’ulivo nella tradizione greca è l’albero di Minerva, la gloria dell’ulivo è propriamente la gloria dell’intelletto. È un simbolismo sapienziale che ben può valere per la figura di Ratzinger, se consideriamo il suo profondo radicamento in quel “Logos” che rappresenta il punto di incontro tra tradizione greca e cristianesimo giovanneo e la preveggenza di alcuni suoi discorsi che suscitarono clamore.

Archiviato l’ulivo si giunge al punto terminale. La sequenza di Malachia termina non con un semplice motto ma con una formula più complessa e poco rassicurante: “In persecutione extrema Sanctae Romanae Ecclesiae sedebit Petrus Romanus, qui pascet oves in multis tribulationibus; quibus transactis, civitas septicollis diruetur, et Judex tremendus iudicabit populum suum. Finis”

Si preannuncia una persecuzione estrema, il che può significare l’eliminazione fisica di comunità cristiane o anche la dissoluzione di valori normativi cattolici nelle società tradizionalmente e cattoliche. O entrambe le cose insieme.

Si parla di un Petrus Romanus, dunque l’ultimo della serie richiamerebbe nel nome il primo padre. Questa suggestione circolare ricorda una serie di coincidenze storiche per cui il nome il nome dell’iniziatore di una data dinastia si ripete come un’eco malinconica in quello dell’ultimo epigono. Si pensi alla storia di Roma: Romolo Augustolo, ultimo imperatore “cita” i nomi del primo re di Roma e del primo Imperator; lo stesso accade nell’Impero Romano d’Oriente con Costantino primo e ultimo imperatore. La ricorrenza si verifica nell’Impero britannico: ad una Elisabetta I che fonda la grande potenza inglese sui mari corrisponde una Elisabetta II sotto il cui regno avviene la dissoluzione dell’impero britannico. In Italia abbiamo il caso della dinastia Savoia che si apre con il conte Umberto Biancamano e si conclude con Umberto II ultimo re d’Italia. Anche nel caso della profezia di Malachia colui che conclude la serie riecheggia nel proprio nome quello del primo papa di Roma.

Lo pseudo-Malachia fa coincidere la conclusione del Papato, il collasso della città di Roma e il “terribile giudizio”: il tutto sintetizzato nella laconica parola “Finis”.

“Il dovere del Conclave era di dare un Vescovo a Roma sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo…. Vi ringrazio dell’accoglienza. La comunità diocesana di Roma ha il suo vescovo” sono le parole con le quali Jorge Maria Bergoglio si presenta al mondo, dopo la traumatica fine del pontificato di Benedetto XVI. Indubbiamente il riferimento alla “fine del mondo” è una deliziosa curiosità, ma ancor più colpisce una formula che tende a distaccarsi dal concetto di pontificato universale: Bergoglio si caratterizza come Vescovo della Comunità diocesana di Roma, senza rimarcare il fatto che Roma sia a sua volta al vertice di una realtà universale e gerarchica. Il tono decisamente umile delle parole inaugurali sembrano anticipare tutta una serie di atti introducono importanti elementi di riforma nella fisionomia del pontificato romano.

Si possono cogliere alcuni segni interessanti di questa tendenza:

– innanzitutto i gesti. Il Papa tende ad avvicinare la gente superando la distanza di una autorità sacrale, ad esempio quando indossa copricapi divertenti, fa un gesto con le dita simile a quello delle rockstar, o indossa con bonomia un naso da clown.

– poi il linguaggio. Un linguaggio che utilizza intercalari comuni, ed esprime la volontà di colloquiare “da uomo a uomo” anche qui abbattendo ogni distanza con l’interlocutore. Esemplare l’espressione utilizzata all’indomani della terribile strage alla redazione di Charlie Hebdo: “Se tu insulti mia madre io ti do un pugno”.

– vi sono poi atti che introducono significativi cambiamenti rispetto alla tradizione. In un complesso documento la Santa Sede sostanzialmente afferma che per il futuro non ci saranno altri tentativi di convertire ebrei. Con un linguaggio molto articolato e a lungo ponderato il documento esprime la volontà di raggiungere relazioni completamente rasserenate con la controparte ebraica anche se ciò implica la rinuncia a un apostolato che affonda le radici nella predicazione dei primi apostoli (che appunto si rivolgevano alle comunità ebraiche disseminate nell’Impero tanto quanto ai gentili).

– piAl 3ù in generale è un punto forte dell’azione di papa Francesco la ricerca di relazioni assolutamente pacifiche con le altre religioni e in particolare con l’Islam. Per tale obiettivo Francesco nega risolutamente il “movente religioso” alla base degli atti di violenza che hanno insanguinato l’Europa e coerentemente con la sua formazione teologica ribadisce più volte l’origine “economica” dei conflitti in atto tra Oriente e Occidente. Francesco avvalora l’immagine di una convergenza verso l’obiettivo primario della “pace” che caratterizzerebbe indistintamente tutte le religioni. Uno dei gesti più significativi che deriva da questa teologia è statal’accoglienza nei giardini vaticani di alti rappresentanti del mondo ebraico e islamico per una preghiera comune per la pace.In quella circostanza Francesco pronuncia una allocuzione densa di umanità in cui si appella al superamento di ogni conflitto e di ogni volontà di prevaricazione con una lunga preghiera da lui personalmente forgiata. Dal suo punto di vista l’imam mussulmano risponde con le parole canoniche della propria tradizione religiosa e recita una Sura del Corano che si conclude con l’accorata invocazione ad Allah: “Tu sei il nostro patrono, dacci la vittoria sui miscredenti”.Interessante in quella circostanza anche la preghiera rituale del rabbino che fa riferimento all’amore di Dio per il popolo da lui scelto e la conseguente remissione di tutte le colpe commesse da quel popolo: “O Signore nostro Dio, che amasti Israele Tuo popolo nella Tua misericordia, e nella Tua pietà, Tu hai avuto compassione dei figli della Tua alleanza, e ci hai concesso il perdono dei peccati, il perdono delle colpe e l’espiazione del crimine”.

– il rapporto del Papa con i grandi mezzi di comunicazione di massa media occidentali è indubbiamente trionfale. Siamo di fronte a un personaggio straordinariamente comunicativo che suscita consensi con il suo linguaggio impregnato di umanità. Da questo punto di vista la situazione è molto cambiato rispetto ai tempi di Benedetto XVI che più di una volta ha suscitato reazioni ostili. Il tono “buono” delle parole di Francesco accarezzano le orecchie di un vasto e variegato uditorio mondiale e suscitano applausi. In questa cornice di consenso si inserisce l’intervento ecologista del Papa che nella enciclica “Laudato sì” ha avallato la tesi del riscaldamento globale di origine antropica (una tesi carica alle elite “liberal” nordamericane) e ovviamente l’impegno in favore di una immigrazione massiva su territorio europeo che coincide con le posizioni espresse da importanti soggetti internazionali come l’ONU oppure l’organizzazione non governativa (Open Society Foundation) dello speculatore Soros.

Su questo ultimo punto che rappresenta un elemento fondamentale del Papato di Francesco è opportuno soffermarsi: l’impegno per una vasta accoglienza di popoli in movimento dall’area subequatoriale rappresenta, nel Pontificato di Bergoglio, non certo una novità rispetto al passato, ma una sorta di accelerazione entusiastica di dinamiche già in atto nella chiesa cattolica e più in generale nelle società europee-occidentali.

Parallelamente al moltiplicarsi di immigrati nei settori produttivi europei (anche a compensazione di una “remora” a compiere determinati lavori da parte dei giovani nati nelle nostre terre) si assiste al moltiplicarsi delle presenze africane, asiatiche o amerindie nei quadri della Chiesa Cattolica. L’aspetto significativo dell’azione di Francesco è che egli non appare risoluto nell’accettarla intenzionalmente e nel promuoverla con entusiasmo religioso. In questa ottica si comprende la storica visita di Francesco a Lampedusa, dove egli si fa garante dell’arrivo di moltitudini di numero indefinito e di un congruo inserimento nelle strutture del Welfare State europeo.

Si può interpretare l’impegno di Francesco come uno straordinario gesto di misericordia. Nello stesso tempo i fedeli realisticamente devono valutare i contraccolpi di questo impegno umanitario per la società europea in generale e per la Chiesa Cattolica in particolare. Quella che è in atto è una ricomposizione del paesaggio antropico dell’Europa Occidentale ed è un dato di fatto che il cattolicesimo romano si è plasmato sulla cultura dei popoli neolatini. Ora dai cambiamenti in atto lo stesso modello del cattolicesimo romano potrebbe assumere significativi cambiamenti. Alcune esperienze religiose maturate in luoghi di storica mescolanza come il Brasile potrebbero forse rendere l’idea delle evoluzioni in atto.

Bisogna anche considerare il ruolo giocato nella immigrazione massiva dell’elemento mussulmano: è un elemento caratterizzato da una forte dinamica espansionista, che non è affatto propenso a farsi guidare o assorbire da chi ha promosso l’accoglienza, ma piuttosto intende utilizzare tutti i fattori utili per un proprio consolidamento e per il progressivo affermarsi dell’unica legge religiosa e civile considerata valida, la Sharia nei territori in cui la comunità islamica diventa rilevante.

D’altra parte un Vaticano che abbandona l’austero ruolo del “Kathekon” (di colui che cioè pone un argine, sia pur flebile, all’irrompere di tendenze caotiche nella società) e si trasforma in “ospedale da campo dell’umanità” svolgendo appunto il ruolo di una rassicurante agenzia umanitaria può suscitare nello stesso ambito cattolico un moto di reazione. Segni di queste reazioni si ravvisano nel clero e nei fedeli dei popoli dell’Est – Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia, Croazia – che usciti dal lungo periodo del regime comunista e privi di un passato coloniale, dopo aver subito per secoli l’invasione turca sono poco propensi ad accettare gli scossoni della società multiculturale e a introdurre nel proprio territorio quelle situazioni shoccanti che da qualche tempo caratterizzano la scena di Parigi, Nizza, Londra, Monaco di Baviera…

In questo momento storico una forte barriera – anche essa frutto di secolari ostilità – si frappone tra il mondo cattolico dell’Est Europa (in particolar modo polacco) e il mondo ortodosso slavo. Tuttavia alcuni segnali ci suggeriscono che nei prossimi anni potrebbe verificarsi su alcuni valori fondamentali una significativa convergenza tra cattolicesimo “identitario” dei popoli dell’Est Europa e cristianesimo ortodosso che oggi trova nuovamente un suo centro nella Mosca “Terza Roma”. Questo mondo cristiano dell’Est rifiorito dopo la caduta del Muro di Berlino già oggi tende ad assumere posizioni che stridono con quella pratica dell’accoglienza, tanto generosa dal punto di vista umano quanto nebulosa sotto il profilo delle conseguenze storiche.

La fine della lista di Malachia apre uno spiraglio apocalittico. Tuttavia parecchie volte nella storia dell’Occidente sono stati annunciati finali poi revocati. Chi, con curiosità intellettuale, riflette sulla vicenda della profezia di Malachia potrà forse concordare sul fatto che con Bergoglio – corrispondente all’ultimo Papa della lista – una fase storica si chiude.

La monarchia papale si è in un certo senso desacralizzata. E Bergoglio più di ogni altro Papa ha contribuito a laicizzare l’istituzione liberandola da residui di sacralità.

Con Bergoglio viene sancita dall’alto la conclusione ufficiale dello slancio missionario. Se Dio è uguale per tutti e tutte le religioni cercano “la pace”, allora non bisogna più convertire, ma accogliere: accogliere rispettando gli altri nella loro Al 4alterità, anche quando la loro identità diventa espansiva e aggressiva nei luoghi in cui essi sono stati accolti.

Il riflesso politico di questa posizione consiste nella netta presa di posizione in favore della dissoluzione degli Stati Nazionali europei in favore della creazione di nuovi modelli di convivenza multiculturale (o multitribalee multirazzista nei loro aspetti d’ombra).

Non tutto il mondo cristiano ovviamente condivide queste scelte epocali. Occorrerà nei prossimi anni monitorare con attenzione l’evoluzione del mondo cattolico dell’Est Europa e del contiguo mondo slavo-ortodosso.

Senza azzardare problematiche previsioni sul futuro possiamo dire che la cosiddetta “Profezia di Malachia” ci induce a riflettere sulla fine di un’epoca storica e a interrogarci sui fatti nuovi che proprio dai nostri anni (gli anni coincidenti con quella “finis” correlata al nome di “Petrus Romanus”) posso affiorare.

 

 

Alfonso Piscitelli

“questo articolo rappresenta l’ estratto di un capitolo dedicato alle profezie politiche in preparazione e che includerà studi su Nostradamus. Caterina Emmerik, Soloviev, Evola e Guenon, Spengler e Steiner”.

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Categorie: Religione

Pubblicato da Alfonso Piscitelli il 18 Agosto 2016

Alfonso Piscitelli

Nato a Benevento nel 1974. Studioso di geopolitica. Ha collaborato a “L’Indipendente”, “Liberal”, “Il Garantista”. Autore radiofonico della trasmissione “L’Argonauta” (Rai Radio Uno). Ha curato la pagina culturale del portale www.russia.it. Responsabile della Fondazione Eu-Rus.

Commenti

  1. Nazzareno Mollicone

    L’analisi di Piscitelli sull'”ultimo Papa” della Profezia di Malachia identificato come l’attuale “Francesco” parte dal presupposto che Bergoglio sia veramente “Papa”. Ma se si tiene conto delle dimissioni di Benedetto XVI il quale però non si è ritirato in esilio in un convento isolato e lontanto da Roma come Celestino V scomparendo “al mondo” ma risiede in Vaticano, quasi nella porta accanto a Bergoglio, ed è presente ad alcune importanti celebrazioni; se si tiene presente il libro di Socci “Non è Francesco” sull’illegittimità formale della sua elezione, si potrebbe pensare che Bergoglio sia una specie di “Luogotenente” (come Umberto Savoia nel 1944-1946, che divenne Re solo a maggio del 1946) confermato dal fatto che insiste a presentarsi solo come il Vescovo di Roma. Se questo è vero, allora forse il suo lavoro – ben illustrato da Piscitelli – serve solo da preparazione al vero ultimo Papa che sarà quello in carica solo dopo la morte di Benedetto XVI. Potrebbe essere lo stesso Bergoglio: però – come giustamente ha rilevato Piscitelli – egli non ha nel nome assunto e nella sua origine nessuna caratteristica di “Petrus Romanus” così come l’avevano Romolo Augostolo, Costantino, e tanti altri. Quindi a mio parere sarà eletto un vero ultimo Papa dopo Bergoglio (che magari potrà morire prima di Benedetto XVI^….). Da rifletterci

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