Giuliano Kremmerz e Il Mistero di Roma – Giandomenico Casalino

Giuliano Kremmerz e Il Mistero di Roma – Giandomenico Casalino

C’è un concetto, espresso lapidariamente, da Giuliano Kremmerz nella sua opera Dialoghi sull’ermetismo[1] ed avente ad oggetto Roma, non tanto e non solo come riferimento alla sua Civiltà, storia o altro ma, in sostanza, come espressione di un giudizio categorico e, per lo effetto, indiscutibile sulla natura, nel significato di essenza, della Romanità medesima: “…occulta Urbe…del buon senso e della verità…”, ecco cosa afferma, in guisa apodittica, il Kremmerz nel luogo su citato.

Ora, in via preliminare, è d’uopo, ad avviso di chi scrive, avendo lo stesso posto a se medesimo la domanda intorno al significato vero, autentico epperò profondo di simile affermazione, che ha la natura di una considerazione quasi ultimativa nonché definitoria intorno a  quaestiones sollevate in un primo momento; è d’uopo, dicevamo, esprimere due riflessioni di natura propedeutica al discorso che ci accingiamo ad articolare: la prima è in riferimento al contesto in cui viene espressa e collocata tale affermazione, che è un contesto manifestamente sapienziale e filosofico di natura operativa, nel significato arcaico ed ermetico dei termini, la seconda, che è effettuale alla prima, è che il nocciolo vero della frase, cioè quello che in superficie non appare, è tutt’altro da ciò che il “volgo legge e comprende!”. Vogliamo, in sostanza, dire che in un contesto simile, una frase del genere, per giunta riferita a Roma, qui non come Città in pietra e marmi, ma come Spirito che è dietro, sotto e sopra la pietra e i marmi in quanto Archè degli stessi, non ha e non può avere il senso banale e quasi borghesemente perbenista che nel lessico giuridico moderno fa riferimento alla cosiddetta “diligenza del buon padre di famiglia”! No!-Giuliano-Kremmerz-1890-c

Ciò che sta, in verità, dietro quel concetto espresso dal Kremmerz, esoterista, studioso ed operatore più che serio dei primi decenni del 900[2], a nostro avviso, è fin troppo evidente nonchè corroborato, secondo quanto brevemente esporremo, da sufficienti argomenti probatori di natura logico-filosofica fondati su considerazioni espresse secondo la visione tradizionale, e quindi metafisica, della lingua nonché della parola medesima in ordine al semantema della stessa, “portato” nel senso di “veicolato”: tenendo sempre presente che il termine “semantema” deriva, etimologicamente, dal greco “semàino” che vuol dire “indico, significo”.

Iniziamo con il dire, che è frutto di una semplice constatazione, che la parola “senso”, la qualità riconosciuta dal Kremmerz a Roma, nella allocuzione in questione, ha, possiede due essenziali e possiamo dire archetipici significati: il primo fa riferimento alla “direzione”, alla “via”, al “tracciato di un percorso”, il secondo fa riferimento al “senso” intrinseco, che è la “essenza” medesima della cosa; se poniamo mente, però, le due significazioni, come semantemi, sono, nella loro fonte spirituale, sovrapponibili così come lo sono nella loro dimensione fisica (“…tutto ciò che è in Alto è simile a tutto ciò che è in Basso…”); infatti si dice tanto “senso unico…”, nel significato di direzione unica di marcia come si dice “il senso di una vita, di un opera….”, nel significato di essenza delle stesse, atteso che, pertanto, i due semantemi della parola “senso” sono simili poiché fanno riferimento al medesimo Logos spirituale, dove la “direzione della marcia o del «cammino» (iniziatico) è la stessa cosa del «significato» come essenza del cammino medesimo”; proviamo, quindi, a concludere questa parte della nostra riflessione, che ha avuto per oggetto un esame quanto più organico possibile della frase in questione in uno con le parole medesime che la compongono, affermando che la entelècheia, che è la finalità, come la chiama Aristotele, che è poi la virtualità dei Latini, che giunge ad essere la teleologia nel lessico filosofico moderno, è la “direzione” come necessaria vettorialità dell’Ente in quanto realizza se stesso in tutta la sua attualità: è ciò che deve essere secondo la sua essenza che si compie nel tempo e nell’esistenza che è lo spazio, cioè nel visibile.

L’Ente è in quanto si “dirige” verso se stesso, obbedendo a se stesso, al Genio (al proprio codice genetico, direbbero i moderni microbiologi…) e, seguendo questo “senso” di marcia verso la totalità attuosa di se stesso, realizza ciò che sia Platone che Aristotele chiamano tò Agathòn, cioè il Bene, il che vuol dire il “suo” Bene, come attuazione della sua essenza che è il suo più autentico (parola il cui etimo è autòs che in greco significa “se stesso”) “significato” che lo fa essere quel quid individualmente significante e quindi universalmente anipotetico.

Dando per acquisito che, al di là della proprie equazioni personali e orientamenti dottrinario-spirituali, nessuno può legittimamente pensare, anche per un attimo, che ad un Kremmerz tutto il Discorso qui da noi condotto, sia mai potuto essere ignoto, non può essere revocato in dubbio ciò che nella premessa abbiamo enunciato: il “buon senso” di cui parla l’ermetista napoletano, non è l’assennatezza e/o la “diligenza del buon padre di famiglia” o, rectius, non è solo questo: tale è la buccia e nemmeno la polpa del frutto, pensiamo un po’ se può essere mai il “senso”, il “significato”, “l’essenza”, il nocciolo del frutto medesimo che, infatti, non è immediatamente visibile (quanto ha ragione Hegel nel ribadire che la Conoscenza speculativa, cioè iniziatica, è necessariamente la mediazione dell’immediato!…) ma lo diviene dopo il percorso, il cammino che è la Conoscenza medesima di tutte le dimensioni del frutto, e cioè dell’Intero che è il Vero (Hegel), mediate tra esse, cammino che ha una sua precipua “direzione” e, pertanto, giunge all’Essenza cioè al Bene, al Vero, che coincide con l’esistenza dell’Essere in quanto Essere cioè alla quidditas di quel frutto: ciò che esso è, non può non essere e non potrà giammai essere diverso da quello che è, poiché la sua libertà di percorrere quel cammino in quella direzione coincide con la stessa necessità che è ilPlatone significato in quanto essenza di tutta la sua vita, pervenendo a quella meta che è la realizzazione della sua stessa natura: il nocciolo, il seme, che è poi il frutto medesimo: il seme (come insegna sempre Hegel!) è già, da sempre, dall’eternità, il frutto, l’Essenza è ab aeterno, è fuori dal tempo e dallo spazio: come l’Uno di Platone nel Parmenide! E come l’Uno-Bene consente agli Enti di essere se stessi.

“Roma: la Città del buon senso”, alla luce di tutto ciò, vuol significare: “fare”, “dare” un “segno” (tale è l’etimo della parola significato che è simile a sacrificato) cioè esprimere, quasi con un geroglifico, un ideogramma, come immagine vettoriale, l’Atto dello Spirito relativo all’Ascesi dell’Azione della Romanità cioè alla sua Essenza che è, come ho ampiamente dedotto nei miei libri sulla Tradizione giuridico-religiosa romana[3], in forza delle documentazioni storico-religiose, epigrafiche, archeologiche nonché letterarie che confermano tutte, in guisa impressionante, l’intero discorso tradizionale in quanto sintesi delle Sapienze arcaiche di tutte le civiltà premoderne, di provenienza Primordiale e di natura eroicamente magico-sacrale finalizzata alla restaurazione della Regalità Divina; pertanto quella frase, quel concetto non possono non essere fondati sul Sapere Platonico ed Ermetico, avendo per riferimento proprio l’Azione magico-intensiva (come la definisce Evola) del Romano, in cui la dialettica del Rito è il Vero e il Falso e non certo i moralistici bene e male e che esprime la sua natura “prima” Venerea e “poi” Marziale, dove il solve guerriero, domina Marsmanifestandosi con il furor bellis ac Martis come evocazione necessitata e necessitante della “forza trasportante e violenta”, che viene repentinamente fissata nella qualità Marte, la più vicina al Sole e, proseguendo il cammino (la “direzione”, il “senso”…) ascensionale, realizza il Cosmos che è l’Ordine del Fas dello Jus (il Dharman del Rtà vedico) di Giove Ottimo Massimo che si perfeziona ermeticamente nella pace universale di Saturno che è il Giallo-Oro come Fuochi dei Primordi che ritornano. Roma così realizza cioè crea la realtà fenomenica per effetto della sua Azione sulla realtà numenica, sull’Invisibile, con un Atto dello Spirito che è di natura attiva cioè magica; l’Ordine, il Fas che è la Divina armonia musicale si manifesta e si riverbera conseguenzialmente nel visibile come Jus: la coincidentia oppositorum, l’abbraccio ermetico degli Elementi dell’Athanòr è l’Impero: “urbem fecisti quod prius orbis erat[4], universale Graal, Calice Sacro che contiene, protegge e custodisce la nuova Età di Saturno, la Pace Romana in quanto magica creazione dell’incontro pacifico dei diversi che è il Patto tra gli uomini in quanto riflesso terrestre del Patto tra gli stessi e gli Dei e questa è la Pax  Deorum hominumque di cui parla il grande platonico Cicerone: ecco la “Città del buon senso” che è alla base della piramide; il buon senso, l’assennatezza, l’equilibrio, la gravitas, l’amore per l’essenziale e per l’Azione nel presente che è il tempo e lo spazio da sacralizzare ordinandoli secondo il Fas, tipici del Romano,  salendo su per i lati della stessa piramide, sono, nella loro sublimazione che è illuminazione, il Bene dell’Essenza e del Cammino per raggiungerla, l’Identificazione con Essa che è il Punto dell’equilibrio Assoluto ed è la vetta della piramide e cioè l’Uno che è l’esito del “buon senso” in quanto Asse che non vacilla,  convergenza magico-sacrale, coagula Invisibile di tutte le Potenze, di tutte le Forze, dei Numi, dei Pianeti e delle Nature diverse e al contempo magicamente armonizzate che sono le innumerevoli Civiltà e gli sterminati Popoli dell’Ecumene Romano, che si coniugano tutti nel Bene: “fecisti patriam diversis gentibus unam[5], tale è la Potenza eterna dello Spirito di Roma: creare, formare e conservare perennemente, senza un attimo di sosta, l’Ordine della Sacra Res Publica universale, Città degli Dei e Civitas Augēscens sino ai confini estremi del Mondo che diviene così specchio che riflette l’Idea Eterna di Giove Ottimo Massimo; Azione sacralizzante e quindi creatrice della Felicità dei Popoli[6], che è uno stato dello Spirito molto simile a quello degli Dei ed a ciò che qui abbiamo cercato di esplicitare come Arcana Imperii del “buon senso”.

[1] G. Kremmerz, Dialoghi sull’Ermetismo, in La Scienza dei Magi, vol. III, Edizioni Mediterranee, Roma 2003, p. 66.

[2] J. EVOLA, Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo, Roma 1971, pp. 195 ss..

[3] G. CASALINO, Il sacro e il diritto, Lecce 2000; IDEM, Il nome segreto di Roma. Metafisica della romanità, Roma 2003; IDEM, Res Publica  Res Populi, Forlì 2004; IDEM, Tradizione classica ed era ecomomicistica, Lecce 2006; IDEM, Le radici spirituali dell’Europa. Romanità ed ellenicità, Lecce 2007; IDEM, L’origine, Genova 2009; IDEM, L’essenza della romanità, Genova 2014; IDEM, La spiritualità indoeuropea di Roma e il mediterraneo, Roma 2016.

[4] R. NAMAZIANO, De reditu, I, 47-72.

[5] R. NAMAZIANO, De reditu, I, 47-72.

[6] ELIO ARISTIDE, Encomio a Roma, Pisa 2007.

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Categorie: Ermetismo, Tradizione, Tradizione Romana

Pubblicato da Giandomenico Casalino il 31 Agosto 2016

Giandomenico Casalino

«... La Totalità autofondante, che è l'Intero ed è il Vero e cioè l'Assoluto, è il concetto-realtà di "ciò che è causa di sé stesso" e della effettuale convergenza di natura, essenza e verità tra Filosofia platonica, Tradizione Ermetica e Sapere di Hegel, poiché esse, anche se con linguaggi differenti, a causa dei diversi contesti storico-culturali in cui si manifestano, dicono il Medesimo... il Sapere è Uno e la Tradizione che è Sapere, Gnosi, può anche apparire in tanti volti e differenti immagini o discorsi, ma colui che è condotto dalla virtus del Cuore, inteso come centro vivente dell'Essere e quindi nous in senso arcaico, ne vedrà l'unica natura, riconoscendo sé stesso in essa come in uno specchio: " ... infatti gli interpreti dei Misteri dicono che «i portatori di ferule so- no molti ma pochi i posseduti dal Dio» e costoro, io penso, non sono altri che quelli che praticano la Filosofia nel vero senso del termine..." (Platone, Fedone, 69 c-d)...».

Commenti

  1. Il Genio (romanamente inteso) di Giandomenico è nella sua capacità di esplodere, da un’efficace frase raggomitolata, un quasi-trattato sull’Essenza – Ermetica – della Romanità.
    Del resto, sono così anche i suoi libri: irradiazioni di luce per cerchi concentrici.
    Non se Kremmerz, che non mi permetto di interpretare per quel poco che conosco, sarebbe stato capace di spiegarsi così.
    Sicuramente apprezzerà.

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