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Europa, un mito che sorge che rovina che si fa eterno… – Mario Michele Merlino

Europa, un mito che sorge che rovina che si fa eterno… – Mario Michele Merlino

All’inizio fu il mito.

Chi ha sfogliato un’antologia di storia dell’arte ha probabilmente trovato la riproduzione del ‘ratto di Europa’ – del Tiziano il più famoso ma anche del Veronese o di Rembrandt e, poi, quelli più recenti del XX Secolo.

Già in Esiodo e in Omero se ne trovano traccia, provenendo da tradizioni orali antecedenti. E il mito, ormai sappiamo, non è la favola da raccontare ai bambini perché prendano sonno, ma l’eco di storie, espresse attraverso il linguaggio ricco di simboli e immagini e pulsioni del cuore. Del resto il linguaggio del corpo si rende ben più complesso di quello della mente e della pretesa superiorità della ragione.

Durante un intervista lo scrittore francese Louis-Ferdinand Céline ebbe a dire: ‘L’emozione è la verità’. Così la pensava Mishima Yukio, difensore del corpo tanto da realizzare per esso l’estremo sacrificio tramite il rito del seppuku. Ed io con loro.

Cosa narra, dunque, il mito? Figlia del re dei Fenici, la principessa Europa e le sue ancelle scendono sulla spiaggia e vi trovano un toro bianco dalle forme belle e dall’aspetto mansueto. Attratta vi monta sopra ma questi la rapisce portandola oltre il mare, nella isola di Creta. Qui si rivela essere Zeus, mai sazio della bellezza femminile, che la possiede.

Dunque il tema del rapimento – si pensi a Paride ed Elena, premessa della guerra di Troia e dell’Iliade, il poema della tradizione occidentale, tanto caro a Domenique Venner –, rapimento a scopo di matrimonio, riparatore come forse ancora avviene in Sicilia. Il toro – prima che il dio guerriero Mithra ne apra la gola con la lama del pugnale – simbolo di riti legati al calendario lunare (a forma di falce sono le corna del toro). Solo esempi, interpretazioni, suggestioni per indicare la complessità di un termine, Europa appunto, in tempi dove si parla di integrazione e di conflitto, di identità e multietnicità…

Da Oriente per dare nome alle terre d’Occidente. In un mito collaterale si narra come Cadmo, nella ricerca della sorella rapita, fondi la città di Tebe e doni l’alfabeto al popolo greco. (Anni fa Roberto Calasso, curatore della casa editrice Adelphi, pubblicò un robusto volume dal titolo Le nozze di Cadmo e Armonia. ‘Anche Tebe era un cumolo di rovine. Ma nessuno ormai avrebbe potuto cancellare quelle piccole lettere, quelle zampe di mosca che Cadmo il fenicio aveva sparpagliato sulla terra greca, dove i venti lo avevano spinto alla ricerca di Europa rapita da un toro emerso dal mare’. Così a conclusione).

Oriente e Occidente si ritroveranno, poi, in una sorta di rovesciamento di ruolo, nella vicenda del ‘nodo di Gordio’. Colui che sarà tanto abile da scioglierlo conquisterà le terre oltre il mare Egeo. Di fatto non essendo un vero nodo a nessuno è dato riuscirci. Solo Alessandro, prima di volgere le armi contro il regno di Persia e spingersi fino alle terre bagnate dall’Indo e dal Gange, ne sarà capace: con un colpo netto di spada. L’azione – ancora una volta non il pensiero calcolante ma il linguaggio del corpo s’impone – diviene la strada maestra per un Occidente che si forgerà tra conquista e dominio…

(Varrà la pena tornare a sfogliare il dialogo a distanza fra Ernst Juenger e Carl Schmitt dal titolo proprio Il nodo di Gordio, dove si confrontano il primo rilevando la priorità del pensiero occidentale, analitico e creativo, rispetto a quello orientale, mistico e estraniato, e il secondo a riproporre lo scontro eterno tra le potenze che hanno compreso il dominio del mare e quelle ancorate alla terra, destinate alla sconfitta).

Non intendo, però, propormi vecchio professore in pensione e magari un po’ rincoglionito con lezioncina, banale e alquanto superficiale, sul tema ‘Europa’, la derivazione del nome le trasformazioni l’ottenebramento e le insorgenze varie. Il compito qui proposto ha scopi ben limitati. Rinnovare quel senso della complessità della storia e spuntare qualche ‘assoluto’ – ci sarà sempre chi stabilirà dove collocare i buoni e i cattivi con il metro di morali defunte – di troppo…

Con Roma l’idea di Imperium si resse svettando le aquile sui labari e nel pugno dei legionari il gladio per secoli e, nella fase del suo declino e caduta, la Santa Romana Repubblica nel Medio Evo, innervatasi tra il mito di Roma il Cristianesimo e il Germanesimo, comprese esserne testimone ed erede. Con Carlo Magno e Ottone III e Federico II di Svevia si levarono grandi figure, degne dell’eredità raccolta. Poi con Lutero e la Riforma si segnò, nel XVI secolo, la fine di quella stagione, fragile e conflittuale, ma pur retta da un principio unitario: non fu più santa e non più romana e non più res-pubblica, l’Europa si ritrovò a indicare uno spazio geografico orgoglioso e litigioso, il nascere delle Nazioni. E altro e di più: gli usurai divennero banchieri, il denaro nobile conio a dimostrazione della grazia divina. Ed altro ancora…

All’inizio, dunque, un mito. Proveniente da Oriente. E da Oriente asiatiche orde di assassini e stupratori a decretarne il fallimento. Finis Europae. Nel 1945, aprile, fra le macerie di Berlino, gli ultimi difensori rivendicano con il sangue il sogno infranto di un nuovo ordine europeo. Sono francesi (chi fra noi non ha letto I leoni morti di Saint-Paulien?) e scandinavi e spagnoli e di altre innumerevoli nazionalità accanto ai quindicenni della HJ armati di fede immota e qualche panzerfaust. Non più per Giulio – soprannome dato benevolmente ad Hitler –, chiuso nel bunker e ormai prigioniero di visioni apocalittiche e wagneriane, ma per la civiltà europea.

Al termine del precedente conflitto mondiale il poeta Ezra Pound aveva elevato lode a coloro che ‘morirono a migliaia – e i migliori, fra quelli, – per una vecchia cagna sdentata, – per una civiltà rattoppata, – fascino che fioriva in sorriso dalla bocca mite, – occhi vivi scomparsi sotto le palpebre della terra, – per qualche centinaio di statue rotte, – per poche migliaia di libri a brandelli’.

L’amico Adriano Romualdi auspicava come l’estrema difesa di Berlino si ergesse a mito per la gioventù nazionale a contrapporsi a idee e ideologie nefaste e onnivore del ’68 e dintorni. Quelle tentazioni, sotto le bandiere rosse, frutto dell’uovo marcio della borghesia. Entrambe destinate essere illusorie ed effimere, parte del rotolio e rovinio di un continente privato di anima e spina dorsale.

Due miti, dunque. Cosa rimane? Questa Europa non è la mia Europa, non posso certo riconoscermi in essa. La celebre incisione Il cavaliere la Morte e il Diavolo di Albrecht Duerer, resa in magistrali parole da Jean Cau, ne avrebbe orrore e, al contempo, offre la sua solitaria e ostinata risposta. Io sono troppo vecchio per indossare l’elmo la corazza la lancia. Attraversare la terra desolata di un continente in agonia. Eppure…

Voglio qui riproporre una storia, vera. L’ho raccontata, ormai sono dieci anni, in Strade d’Europa, pubblicato con l’amico Rodolfo Sideri, un lungo viaggio tra miti accadimenti memorie orizzonti esistenziali. Forse varrà più dei concetti delle idee dei proclami delle parole d’ordine. Erano gli anni della guerra del Viet-Nam. Nell’aprile del ’67, mentre i Viet-Kong dilagano, tra le risaie e il delta del Mekong, Bob Dylan e Joan Baez, le grandi voci della protesta americana, tenevano concerti in Europa contro la guerra. In Germania, nei pressi di Aquisgrana – ove è sepolto Carlo Magno, dove si incoronavano gli Imperatori.

Siamo diverse migliaia di giovani con eskimo tele cerate i cappucci sotto la pioggia noiosa e continua. Odore di spinelli lattine di birra corpi sudati. Mi sento un po’ stronzo. Che ci faccio fra costoro, già allora innamorato dei bastoni delle barricate del fumo delle molotov? Ho deciso: me ne vado a visitare i luoghi dell’Impero defunto, poi giù ad Amsterdam. Anarchico, va bene, ma pur sempre fascista…

Un grosso autocarro dal telone svolazzante mi carica, dopo aver trascorso la notte su una panchina, alla periferia della città. I primi canali il classico mulino dalle larghe pale di tela grezza e di mattoni rossi. Ho davanti a me una distesa di grano, piegato dal vento, del tutto simile a quelle dipinte da Van Gogh. Il pittore che amo di più, folle e disperato… Scendo dal camion. Un bimbetto tutto biondo dalla carnagione lattea e un cucciolo dal pelo nero ed arruffato vengono fuori dal cancello e ruzzolano, gioiosi, fra le mie gambe. Mi chino ad accarezzarli. Alle loro spalle una vecchia dal volto rugoso e il grembiule dai colori vivaci mi porge silenziosa una ciotola di latte.

Quella linfa vitale calda e dal sapore di erba buona, quel dono libero di una sconosciuta, ho voluto credere – voglio crederlo tuttora – che fosse il segno di una comune appartenenza, della rinascita eterna di un’Europa che non muore, la nostra Europa…

Tutto qui. E’ questa l’esile fiammella, fonte di speranza nell’oscura notte mefitica sotto la cui cappa giace l’Europa? Blut und Boden, forse. Questa è l’Europa l’unica a cui affidare la mente e il cuore, in cui riconoscermi…

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Categorie: Europa, Punte di Freccia

Pubblicato da Mario Michele Merlino il 13 Agosto 2016

Mario Michele Merlino

Nato a Roma 2 giorni prima dell'entrata degli alleati, quindi 'obbligato' per fedeltà ad appartenere ad altra Repubblica. Prima con la spranga sui denti (altrui) poi con la penna irriverente sbruffone parolaio, cioè 'geniale'... con poche idee e tante emozioni in attesa di sapere cosa farà da grande...

Commenti

  1. Ezio Polonara

    D’accordo…ma Carlo Magno accostato a Federico di Svevia? E il cristianesimo nefasto vissuto come se d’ Europa fosse un pilastro? Ricordiamoci di Giuliano imperatore, piuttosto….

  2. mario michele merlino

    accostare non significa confondere. la storia non è ciò che ci aggrada – nè ideologie nè opinioni e dubbie le interpretazioni -. questo richiede l’onestà intellettuale, poi ci si arma e si combatte in trincea all’ombra delle bandiere più care. ciò vale anche per il cristianesimo… con il quale poco o nulla ho da condividere… ma che seppe imporsi contaminando romanità e germanesimo, salvandone l’eredità però e conentendo a noi di separare ciò che ci appartiene da ciò che è scorie…

  3. Ezio Polonara

    Purtroppo il mio giudizio definitivo sul cristianesimo non mi permette di tributargli alcuna funzione positiva nella storia d’Europa, anzi, semmai il contrario……lo stesso cattolicesimo ( nella sua formula medievalista esaltata anche da Evola),e che molti vogliono continuare a valutare positivamente in questo senso, è stato ed è, dal mio punto di vista, una completa iattura ed ha rappresentato una forza contro cui lo Spirito di Roma ha sempre lottato ferocemente, senza alcuna “integrazione” o compenetrazione ereditaria….

  4. Caro Mario,
    la chiusura del suo pezzo col bambino, il latte mi ricorda, fra le lacrime, un viaggio di tanti anni fa, con mia sorella, in inghilterra. arrivammo in cornovaglia, sfiniti, stanchi, traditi, con zaini pesantissimi e una donna, commossa, ci offrì delle more che stava raccogliendo. un chilometro circondati da more. lei sorrise e ci disse in un italiano lentissimo, misurato, “Che bello gli italiani”. Sorridemmo. Respirammo l’Europa. era il 1997. avevo 18 anni, mia sorella, ora egittologa, 22.

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