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Una Ahnenerbe casalinga, trentunesima parte – Fabio Calabrese

Una Ahnenerbe casalinga, trentunesima parte – Fabio Calabrese

Io credo, e permettetemi di dirvelo con una certa soddisfazione, che questa mia Ahnenerbe, sia pure casalinga e personale, con i suoi ovvi ed evidenti limiti, abbia finora svolto un compito non indegno delle finalità ambiziose che mi ero proposto, ossia chiarire nei suoi molteplici aspetti e lungo una dimensione temporale estremamente ampia, l’eredità degli antenati, ed evidenziamo una volta di più che si tratta di questioni che non sono semplicemente accademiche, ma che hanno un preciso risvolto politico; infatti, si tratta né più né meno che di verificare tutta la falsità delle leggende che ci vengono proposte dalla cultura ufficiale “democratica”, “politicamente corretta” e sedicente scientifica allo scopo di sminuire l’immagine che abbiamo di noi stessi in quanto uomini europei ed indoeuropei, nel tentativo di persuaderci che la sostituzione etnica, la sparizione delle nostre genti sotto la pressione di immigrazione e meticciato, non rappresenterebbe poi un gran male, di rassegnarci ad essa come un destino inevitabile, di accettarla magari.

Io credo che il lavoro finora compiuto non sia soltanto una risposta adeguata alle mistificazioni democratiche ma, nel suo complesso delinei un’immagine precisa delle nostre origini e del reale significato delle nostre complesse vicende storiche; abbiamo visto, in poche parole, che tutto ciò che possiamo considerare civiltà, si associa in maniera inevitabile a un preciso tipo umano, quello che possiamo chiamare caucasico, europeo ed indoeuropeo.

Avendo dunque alle spalle un ampio lavoro consolidato, quel che resta ora da fare, è soprattutto una questione di rifinitura di dettagli e di approfondimenti, e sarà precisamente in questa direzione che ci muoveremo questa volta e, mi scuso in anticipo se stavolta la trattazione risulterà un po’ “a macchia di leopardo”, passando attraverso argomenti, questioni, orizzonti temporali alquanto diversi gli uni dagli altri.

Ricominciamo a parlare di alcuni nostri vecchi amici, gli hobbit dell’isola indonesiana di Flores. Gli hobbit indonesiani non appartenevano alla nostra specie, homo sapiens ma erano con ogni probabilità dei piccoli erectus (di piccola taglia per l’adattamento alle condizioni di vita insulari) che sarebbero vissuti fino a 20.000 anni fa. La loro importanza consiste nel fatto che essi sono una confutazione tangibile dell’Out of Africa, la teoria dell’origine africana della nostra specie.

Secondo la versione corrente, “la vulgata” politicamente corretta che si cerca oggi di imporre come l’ortodossia scientifica sull’origine della nostra specie, tra 50 e 70.000 anni fa, l’esplosione del vulcano Toba nell’isola di Sumatra avrebbe creato diffondendo enormi quantità di polveri nell’atmosfera terrestre, qualcosa di simile a un inverno nucleare, portando all’estinzione le numerose popolazioni umane erectus e pre-sapiens che allora esistevano, tranne un gruppo di africani da cui si pretende che noi tutti discenderemmo. Questa “teoria” è stata formulata allo scopo di negare che la specie umana possa essere suddivisa in razze. Tuttavia, se non fosse sostenuta dal “prestigio” (cioè dal potere) di presunti scienziati inseriti nei posti-chiave accademici e da un imponente sistema mediatico che lavora in base al presupposto che alla gente si può dare a bere qualsiasi sciocchezza purché ripetuta con insistenza martellante, si comprenderebbe che è un’autentica idiozia. E’ mai possibile che una catastrofe planetaria porti UNA SOLA SPECIE (la nostra) sull’orlo dell’estinzione senza lasciare alcun segno visibile sul resto della vita animale e vegetale?

Come se ciò non bastasse, poiché davvero il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, a smentire tutto ciò sono arrivati i nostri amici hobbit, perché Flores fa parte dello stesso arcipelago indonesiano di cui fa parte Sumatra, è vicinissima al presunto epicentro della pretesa catastrofe planetaria, e nonostante ciò, costoro hanno continuato a vivere sulla loro isola fino a 20.000 anni fa, cioè 30-50.000 anni dopo la presunta mega-esplosione.

In tempi recenti (ma non oso sperare che ciò sia dovuto alla lettura dei miei articoli su “Ereticamente”), qualcuno si è finalmente accorto che gli ominidi di Flores rischiano di minare l’Out of Africa dalle fondamenta, e ha avanzato una geniale spiegazione: gli hobbit sarebbero stati sapiens di origine recente affetti dalla sindrome di Down.

Se non sapessimo che questo è stato un tentativo disperato di salvare ciò che non è salvabile, un presupposto ideologico importante per i democratici quanto falso, davvero si chiederebbe troppo alla nostra credulità e mancanza di senso del ridicolo: un’intera popolazione di Down, e perché non di ciechi o di paraplegici? Verrebbe quasi da pensare che affetto dalla sindrome di Down debba essere piuttosto chi ha formulato una simile “teoria”.

Devono essersene accorti anche coloro che hanno formulato questa idea balzana: l’unico modo di rendere la presenza degli hobbit compatibile con l’Out of Africa, sarebbe quello di retrodatare la loro presenza nel tempo ad un’epoca anteriore alla presunta catastrofe del Toba, e infatti, con sospetto tempismo, è arrivata la notizia che “stando alle ultime misurazioni” gli hobbit di Flores sarebbero molto più antichi di quanto si è pensato finora, risalirebbero a qualcosa come 300.000 anni fa, ma guarda caso!

Questo ci porta a un problema di ordine più generale: se questi cosiddetti scienziati, se questi cosiddetti ricercatori si dimostrano così disinvolti nel manipolare i dati per farli coincidere coi loro assunti ideologici (o meglio con gli assunti ideologici che IL POTERE impone loro di divulgare al popolino bue), quanta credibilità ha tutto l’edificio concettuale che conosciamo come “scienza”?

Nel dubbio, è forse meglio seguire il concetto che quando le teorie “scientifiche” collimano troppo con le opinioni che il potere ha interesse a imporre, è meglio diffidare e tenere invece in considerazione quelle concezioni tradizionali che esse vorrebbero soppiantare. È certamente questo il caso dell’Out of Africa, corollario della tesi dell’inesistenza delle razze, che si accorda sin troppo bene agli intenti del potere mondialista che vorrebbe imporre l’universale meticciato, e allora teniamo conto piuttosto delle tradizioni (comuni del resto a tutti i popoli, compresi quelli che vivono alle latitudini più meridionali) che collocano le origini “nel nord”, iperboree o atlantidi, e del fatto che più ci si sposta verso sud, più si incontrano popolazioni degenerate, rimaste o ritornate a livelli paleolitici: khoisanidi in Africa, fuegini nelle Americhe, veddoidi in India, tasmaniani in Oceania. Per converso, l’uomo bianco caucasico rappresenterebbe proprio quello più vicino al tipo originario della nostra specie, mentre tutti gli altri sarebbero adattamenti relativamente specializzati e tardivi.

Per quanto ciò possa apparire singolare, questa idea “eretica” e così contraria all’immagine “politicamente corretta” delle origini della nostra specie che “l’ortodossia scientifica” dominante ci vuole imporre, sembra negli ultimi tempi trovare appoggio in vario grado nel lavoro di diversi ricercatori e intellettuali. L’abbiamo visto nella ventinovesima parte della nostra ricerca, e non è strano che fra essi si conti in primo luogo Anatole Klysov, lo scienziato russo che è il grande contestatore dell’Out of Africa.

Ora a questo dossier già abbastanza nutrito, possiamo aggiungere qualche ulteriore tassello. Ultimamente c’è da segnalare la pubblicazione sul sito dell’Associazione Culturale Simmetria (www.simmetria.org) di un articolo di Giuseppe Acerbi: L’isola bianca e l’isola verde che, non a caso, è stato recensito su “Ereticamente” dal nostro Michele Ruzzai in un pezzo intitolato La patria artica. La tematica è presentata in riferimento in particolare alla tradizione indiana, che però trova un parallelismo in molte culture: in una remota epoca quelle che sono oggi le regioni polari avrebbero avuto tutto un altro clima, e vi sarebbero state terre emerse là dove oggi ci sono le acque dell’oceano artico, ed esse sarebbero state la sede dell’umanità più remota.

Una domanda a cui i “santoni” dell’ortodossia scientifica dovrebbero prima o poi degnarsi di rispondere: Se questi “non sono altro che” miti (come se ciò fosse cosa da poco), come mai si ritrovano concordi nelle tradizioni di tutti i popoli?

Come vi ho spiegato in apertura, questa scritto presenta forzatamente una certa eterogeneità di argomenti. Nella serie di articoli Ex Oriente lux, ma sarà poi vero? Ho illustrato ripetutamente il concetto che non solo la cultura europea si è sviluppata sulle proprie radici essendo molto meno debitrice di influssi esterni e in particolare orientali, di quanto di solito ci si vuole far credere, ma che semmai sono state le grandi civiltà asiatiche e mediorientali a dipendere per la loro genesi e il loro sviluppo da un influsso europeo e/o indoeuropeo in misura molto maggiore di quanto non si pensi.

Un elemento ricorrente nell’iconografia cinese è l’incontro tra Confucio e Lao Tze, il due maestri fondatori delle due religioni cinesi tradizionali, confucianesimo e taoismo. La cosa interessante, è che Confucio è raffigurato a cavallo, mentre Lao Tze è in groppa a un bufalo. Per gli antichi Cinesi il bufalo era impiegato nei lavori agricoli, soprattutto nelle risaie, mentre i cavallo era destinato alla guerra. Per loro, il bufalo rappresentava “il sud” e l’elemento femminile, e il cavallo “il nord” e l’elemento maschile.

Cosa significa questo? Gli imperatori cinesi reclutavano al loro servizio mercenari provenienti dal nord, cavalieri delle steppe in massima parte di origine indoeuropea. A loro e alle loro concezioni si sarebbe ispirato Confucio, e il confucianesimo, assai più del taoismo, avrebbe influenzato in maniera profonda la cultura cinese, ispirando una serie di valori tipicamente indoeuropei: il rispetto per le gerarchie naturali, la fedeltà, la lealtà, il culto degli antenati, la responsabilità, il senso del dovere e del sacrificio. Questo significa che alla base della civiltà cinese c’è un’influenza – se non etnica, almeno culturale – indoeuropea la cui importanza è difficile da sopravvalutare.

Questa tesi ve l’ho presentata in Ex Oriente lux come una mia personale intuizione. Beh, devo alla cortesia dell’amico Gianfranco Drioli l’avermi prestato il voluminoso testo stampato in edizione privata Les races humaines di N. C. Doyto, questo autore francese che è oggi il più importante studioso dei fenomeni razziali, uno studio che richiede coraggio, visto il clima terroristico introdotto al riguardo negli ultimi settant’anni. Bene, ho potuto constatare con una certa sorpresa che riguardo alle origini della civiltà cinese, la conclusione di Doyto è esattamente la stessa cui sono arrivato io.

Dovrebbe sempre valere la regola che se due o più ricercatori (permettetemi di considerarmi tale, sia pure nella modestia dei miei mezzi) giungono indipendentemente l’uno dall’altro alla stessa conclusione, questo rafforza la probabilità che essa sia quella giusta.

Un altro argomento di cui ci siamo occupati più volte, è quello degli ebrei. Dal momento in cui un’eresia ebraica si è trasformata in una religione “universale” che disgraziatamente si è diffusa soprattutto in Europa distruggendo quasi completamente le religioni e le culture native del nostro continente, l’importanza storica dell’ebraismo è stata enormemente sopravvalutata.

Ora, quello che ho adesso da aggiungere al riguardo, non è esattamente una novità. Qualcosa come quindici-vent’anni fa, un qualche conoscente regalò alle mie figlie che allora erano adolescenti un libro per ragazzi della serie De Agostini junior, dedicato a Il mondo della Bibbia, che da allora è rimasto a ricoprirsi di polvere sulla libreria, essendo l’argomento privo di interesse né per loro né per altri in famiglia. Recentemente, per puro caso mi è capitato fra le mani questo volumetto e gli ho dato un’occhiata, facendo una scoperta molto interessante. Ovviamente, trattandosi di un libro divulgativo per ragazzi, è ricco di illustrazioni, raffigura numerosi oggetti ritrovati negli scavi mediorientali: ceramiche, statuette, armi, attrezzi da lavoro e via dicendo; ebbene, leggendo con attenzione le didascalie si scopre che si tratta di reperti cananei, caldei, babilonesi, fenici, persino egizi.

A parte una ricostruzione dell’Arca dell’Alleanza, basata sulla descrizione della bibbia, ma oggetto che in tempi storici documentati nessuno ha mai visto, di propriamente ebraico non c’è nulla, neppure un coccio di vaso. Basterebbe questo per comprendere che il “popolo eletto” è stato sempre negato per qualsiasi forma di produzione artistica o artigianale, che ha sempre disdegnato il lavoro manuale, cioè il lavoro concreto, prediligendo piuttosto le attività del mercante o del predone, cosa che dopotutto ci dimostra la stessa bibbia, raccontandoci che il tempio di Gerusalemme, vale a dire il centro più sacro dell’ebraismo, per edificarlo Salomone avrebbe ingaggiato operai fenici.

Popolo eletto? Se credessi a quel Dio, gli consiglierei di votare con maggiore oculatezza la prossima volta!

Al contrario, noi sappiamo che tutto quanto può essere definito “civiltà”, tanto nelle sue realizzazioni concrete quanto in quelle intellettuali-spirituali, è costantemente legato nella storia a un diverso tipo umano, quello europeo-indoeuropeo, quello che in un’epoca in cui si potevano affrontare queste questioni con maggiore libertà, prima che “la democrazia” imponesse la sua opprimente ortodossia, era definito il Leistungmensch, l’uomo creativo o creatore, lo stesso tipo umano che oggi l’oligarchia mondialista nella quale è riconoscibile una non trascurabile componente ebraica, vuole distruggere attraverso l’universale imposizione del meticciato.

NOTA: Nell’immagine, una ricostruzione del volto dell’hobbit di Flores.

 

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Categorie: Ahnenerbe

Pubblicato da Fabio Calabrese il 14 Luglio 2016

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Rosanna Nisticò

    Grazie per l’articolo
    questo sito fa riflettere molto 🙂

    https://www.igenea.com/it/ebrei

    Meditiamo…

  2. carloID

    Calabrese,

    seguo sistematicamente questa rivista ma soprattutto la sua serie di articoli sulla ricerca delle origini, che ritengo sacrosanta.
    Io personalmente non lo so quale teoria è quella giusta, ritengo infatti che ci siano parecchie cosette ancora da chiarire un po’ su tutto, ed infatti è per questo che la ricerca deve continuare, però sono arciconvinto di due punti:

    1. Anche per aver allevato svariati figli e aver girato il mondo ritengo che i fattori ereditari – riguardo non solo aspetto fisico ma anche TEMPERAMENTO, INCLINAZIONI ed INTELLIGENZA – siano di gran lunga più incisivi, sulla vita delle persone, di quello che comunemente si pensa; TREMENDAMENTE più incisivi.

    2. Come dicevo all’inizio, io non so esattamente da dove originiamo noi europei, ma una cosa nella mia testa la dò per sicura: in qualche tempo e in qualche luogo i nostri progenitori più remoti sono rimasti incastrati in qualche trappola geografica, ossia un luogo da dove non si poteva uscire, magari per colpa di qualche glaciazione, un luogo dalle condizioni ambientali così severe che per poter sopravvivere hanno dovuto subire una feroce selezione naturale che ha lasciato vivi soltanto gli esemplari dotati di più spirito di cooperazione, capacità di adattamento, creatività e predisposizione al duro lavoro.

    Avanti così, la ricerca continua.

  3. Come posssiamo contattare Gianfranco Drioli per avere il testo stampato in edizione privata Les races humaines di N. C. Doyto ?

    grazie

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