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Parsifal. La nobiltà del maschile. La Natura come ideale. 3^ parte – Roberto Pecchioli

Parsifal. La nobiltà del maschile. La Natura come ideale.  3^ parte – Roberto Pecchioli

La rinascita di Parsifal dal profondo dell’anima europea corrisponde ad una necessità storica non solo del genere maschile, ma dell’intera società di fronte al vuoto del nichilismo dominante. Dietro la maschera dell’ ingrigita cultura radical-liberale e libertaria, siamo avvolti da un clima cupo, febbrile e compulsivo che veicola il peggio delle istanze individualistiche ed edonistiche dell’arido ceto medio femminilizzato, declamante  la retorica progressista dei “diritti individuali”, della “liberazione “dei singoli da famiglia, Stato, religione, nazione, radici, dalla storia, da tutto.  Sgranano parole d’ordine sempre più sbiadite, tanto che un’intellettuale femminista a ventiquattro carati come Nancy Fraser ha potuto affermare che il movimento delle donne, fattosi potere modaiolo e neo borghese, ha fallito. “Le nostre battaglie si sono ridotte ad un brand social ed esaltano solo l’individualismo”.  Un giovane pensatore come Paolo Borgognone va oltre, affermando che la vulgata femminilizzata si è impadronita del senso comune avendo  come libro di culto e modello (sub) culturale il romanzo erotico della scrittrice E.L. James Cinquanta sfumature di grigio.

In un’epoca attratta da contaminazione, meticciato, ibridazione, eterogeneità, mescolanza, il cui simbolo è il “melting pot”, calderone  bollente che mescola e dissolve, Parsifal rappresenta la purezza, l’incorrotto, quello che in lingua spagnola è reso con l’intraducibile aggettivo “castizo”, ciò che è puro, originario,  di razza, di alto lignaggio, e rappresenta il carattere migliore e primigenio di un popolo o di un’idea. Parsifal è l’uomo pervenuto, dopo mille prove e travagli, ad una perfezione che lo ha reso degno di custodire il Graal, la coppa da cui bevve Cristo nell’ultima cena.

La storia di Parsifal è complessa, e corrisponde perfettamente al destino dell’uomo contemporaneo, generazione senza padre.  Orfano di un cavaliere templare morto valorosamente in Oriente, egli è allevato dalla madre in una remota fattoria, ignaro del mondo, della cultura e della vita cavalleresca.  Appena gli è possibile, fugge dalla madre e dal microcosmo sicuro, ma angusto in cui ella lo ha rinchiuso, e dopo innumerevoli prove in cui  vive un profondo processo di iniziazione al maschile, dai suoi aspetti più naturali e materiali sino a quelli di più elevata spiritualità; divenuto perfetto uomo e perfetto cavaliere, è degno di ricevere il Santo Graal, che nella simbologia cristiana rappresenta il possesso del “Sé”, ma altresì il progressivo allontamento del mondo europeo dall’istinto.

Il mito letterario nasce dall’opera del trovatore occitano Chretien de Troyes, trasportato nel mondo germanico da Wolfram Von Eschenbach, ed è stato poi oggetto di una parte della celebre tetralogia musicale di Richard Wagner nel XIX secolo. L’ opera wagneriana, nella sua complessità musicale ed ideologica, restituisce sino in fondo la tristezza, diremmo l’insufficienza di una visione della vita che considera peccato l’istinto ed il corpo, vede nella donna lo strumento negativo di tale disagio, ma sente la tensione verso lo spirito.  Parsifal resta anche per Wagner l’eroe che vince per purezza di cuore e il giovane che sa allontanarsi dal grembo materno e superare da sé le prove della vita, cogliendo il senso ultimo delle cose, degli insegnamenti e delle esperienze.

Egli è insieme Guerriero, Errante e Ribelle, giacché prima fugge dalla madre e successivamente abbandona il formalismo, il conformismo, i cerimoniali insulsi della corte arturiana in declino. Egli ristabilisce l’amore nei suoi significati più alti di fronte al potere, e rivendica silenziosamente la diversità maschile oggi criticata e svalutata in tutte le sue funzioni psicologiche, affettive e biologiche.  E’ di moda il genere neutro, che attacca lo stesso femminile, ma senza parere, per ottenerne l’assenso alla tendenza omologante. Il primo ad intuirlo fu Ivan Illich, secondo cui il secolo XX si è fondato “sul valore supremo dell’individuo libero, autoaffermantesi e possessivo, privo di genere”. Invero, lìindividuo postmoderno dovrebbe essere chiamato “dividuo”, scisso com’è nella e dalla sua natura, gettato alla deriva nel consumo – anche di sé – ridotto unicamente al suo orientamento sessuale, definito dalle sue propensioni al consumo, alimentate, guidate, comandate da innumerevoli grancasse.

La stessa figura della madre è oggetto di spregevoli assalti, nella forma di legislazioni che autorizzano acquisti di ovuli, affitto di uteri, maternità surrogate e “tecniche” destinate a legittimare la filiazione da due uomini (matrimonio omosessuale), perfino da tre soggetti, nonché a convincere che la “genitorialità”, orrendo neologismo per metà sociologico e per metà da laboratorio da film dell’orrore, non ha relazione con il sesso biologico, né con la diversità complementare della natura (maschio e femmina li creò, dice il Genesi), cui hanno diritto ad essere iniziati i figli – ma si potranno ancora chiamare così? I diritti dei nuovi membri della comunità vengono ignorati e negati: non sono ancora consumatori, dunque non contano nulla, e dalla loro confusione nell’età evolutiva, alimentata dallo spiegamento di obbligatorie pedagogie, il sistema si aspetta la crescita di un nuovo soggetto antropologico, il post-umano neutro che sceglierà il suo sesso, se vorrà, o che, addirittura (i primi casi sono legge in Australia ed Usa) non ne avrà alcuno.

Tale criminale imbroglio in camice bianco e bombardamento mediatico è peraltro clamorosamente smentito dalle acquisizioni della scienza sperimentale in materia di fisiologia del cervello. I vecchi detti popolari circa la maggiore intuitività e multifunzionalità femminile, bilanciata dalla superiore logica e razionalità maschile sono del tutto confermati, e gettano nella spazzatura dei rifiuti pericolosi le vergognose panzane di quei clinici, antropologi e filosofi secondo cui il “genere” è una costruzione artificiale della società (patriarcale, autoritaria e maschile, ovviamente). Tra loro il famigerato medico John Money, che trasformò chirurgicamente in femminucce alcuni maschietti con esiti catastrofici e suicidiari e la femminista radicale Judit Butler.

L’Almanacco delle Scienze del nostro Consiglio Nazionale delle Ricerche  riporta l’esito di studi, dai quali emerge che esitono differenze strutturali e funzionali tra il cervello maschile e quello femminile. Al di là del maggiore peso del cervello dell’uomo, i pregiudizi del positivismo materialista, cari a Darwin ed a Cesare Lombroso (“la donna è un uomo arrestato nel suo svluppo”) sono sconfitti senza appello, esattamente come le elucubrazioni dei falsi antropologi transumani teorizzatori del “gender” e del carattere socio- comportamentale delle differenze. Gli uomini hanno più neuroni (materia grigia) e le donne maggiori connessioni (materia bianca), dunque i due cervelli funzionano con modalità distinte.  I due sessi (due, almeno sino a quando sarà legale un’affermazione di questo tipo) sono dunque complementari: camminando a braccetto, vedono più chiaro, vanno più lontano, scoprono insieme il mistero di cui sono parte.

La natura, il creato, ha fatto le cose per bene, e non sta all’uomo rovesciare la realtà. Il mondo liberale, fiero delle sue scoperte, ha unificato tutto nell’astratto e nel consumo, ma infine la donna liberata, performante e piena di opportunità che propone come modello è una imitazione o una replicante dell’uomo: osserviamo la pubblicità, sismografo delle idee vincenti, in cui c’è la donna – manager, vestita come un uomo, giacca e pantaloni, decisa, carrierista e senza cuore, la virago violenta, muscolosa ed esperta di arti marziali, o la sportiva che si allena, gareggia e vince anche “in quei giorni”.

Il prototipo dell’ uomo contemporaneo, poi, è quello di colui che non lascia eredità, poiché consuma ogni esperienza come una candela e, a sua volta, non è erede di nulla: autocreato, cresciuto da due madri diverse ma simili, quella biologica, iperprotettiva, organizzatrice della vita, vigilante, occhiuta, e quella societale, la struttura del potere nelle sue ramificazioni educative, politiche, pedagogiche, associative. Paolo di Tarso, nella Lettera ai Galati dice al proposito qualcosa che fa riflettere: “Dio mandò il suo figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, (…) perché ricevessimo l’adozione a figli. (…) E se sei figlio, sei anche erede.”  Ci parla dell’esistenza della Legge, ispirata sì, ma che appartiene alle creature, e che ci rende eredi, dunque anelli di una catena che non deve essere spezzata.

La psicanalisi, esiziale pseudoscienza del sospetto, ci allontana dalla Legge e dall’eredità, attraverso la falsa simbologia del complesso di Edipo. Sigmund Freud è forse il peggiore tra i maestri negativi dell’uomo contemporaneo, e la sua eredità culturale è stata raccolta da personaggi inquietanti, come i francesi Deleuze e Guattari, che ne hanno estremizzato il messaggio, trasferendolo nella società e propugnando, nell’ Anti Edipo l’assoluta eliminazione del padre attraverso la scientifica decostruzione e distruzione di tutti i principi che avevano sorretto l’Europa per secoli, sostituiti da un magma informe – essi stessi lo chiamano rizoma, escrescenza – le cui colate incandescenti hanno desertificato, ridotto a cenere milioni di anime e sprofondato nel nulla generazioni intere. Non il dionisiaco opposto all’apollineo di Nietzsche, che è in fondo dualità complementarei dell’interiorità profonda della nostra specie, ma la confusione fine a se stessa quale spesso vediamo rappresentata nelle prestazioni a metà strada tra follia e regressione ad un’infanzia animale della cosiddetta arte contemporanea.

Jean Paul Sartre, signore della cultura francese ed europea per almeno vent’anni, esistenzialista marxista e figura anche umanamente sporca, ci ha lasciato due opere di enorme impatto i cui soli titoli tracciano la deriva mortifera di cui siamo prigionieri,  L’Essere e il Nulla  e il romanzo La Nausea. In lui prende forma un buio umanismo ateo in cui ogni individuo, monade scagliata nell’universo, è radicalmente libero, ma in una prospettiva di straniamento soggettivista e relativista.

Rifiutata l’eredità del padre, non si può che rifiutare di trasmettere a propria volta qualcosa di sé. Nella prospettiva radicale del Dio Denaro, ovviamente, ciò non vale per le eredità materiali, minutamente disciplinate dal diritto privato. Massimo Recalcati, uno psicanalista che, senza abbandonare il fortilizio freudiano, ha elaborato significative distanze dall’ortodossia, ha scritto pagine memorabili sul tramonto del padre, ricostruendo un percorso di ritorno della sua figura incentrato sul tema dell’eredità.  Premesso che Recalcati riconosce il dramma di figli narcisi, riflesso di genitori altrettanto narcisi, egli solleva, da terapeuta, il problema di genitori, o famiglie, quando ancora ci sono, che hanno accettato di sottomersi ai ritmi, capricci, tempi del tirannello capriccioso, un idolo bambino che esige dalla famiglia di modellarsi attorno a lui, e non il contrario, come è avvenuto sempre. Si impone dunque un’azione ri-educativa che parta dai genitori, e soprattutto dal padre. Il narcisismo è autopoietico, vive di sé e non conosce altro modello che l’immagine riflessa, rovesciata, ma resta la necessità di essere eredi, e, da padri, di avere eredi.

La figura di Ulisse è simbolicamente centrale: nonostante tentennamenti, errori, lunghe dimenticanze, egli vuole, fortemente vuole tornare ad Itaca dalla moglie, il cui talamo ha costruito con le sue mani, tanto da rinunciare a Circe, la dea che gli promette l’immortalità. Forse il buon padre deve essere, prima, marito, voler costruire qualcosa con quell’altra metà del cielo così misteriosa ed incomprensibile, ma indispensabile costruttrice di vita, futuro, relazioni, trasmissione. In quel senso, afferma Recalcati, giusto erede è il figlio cui viene proposto di rinnovare il mondo, ed il cui vero patrimonio è ricevere dal padre i codici per comprendere, accettare o rigettare l’eredità. Goethe disse, al riguardo “ciò che hai ereditato, riconquistalo, se vuoi possederlo davvero”. Ma la riconquista, gesto profondamente maschile, ha bisogno di un atto di volontà, di decisione, di intraprendere un percorso di cui si conoscerà destino ed esito solo lungo il tragitto.

L’eredità non è mai un semplice consolidamento dell’identità, ma un movimento in avanti, un rischio. La natura del figlio, del giovane maschio, è di andare via, come Parsifal, sperimentare, ricercare  la strada. Rainer M. Rilke, il massimo poeta di lingua tedesca da oltre un secolo, lo ha cantato, con l’acuta sensibilità dell’artista, in una quartina dell’VIII Elegia duinese. “Ma chi ci ha rivoltati così/ che qualsiasi cosa facciamo/ siamo sempre nell’atto di andarcene?/ Così viviamo noi e ci congediamo. “La risposta è Dio per i credenti, la natura per gli altri, ma entrambe le possibilità sono più vere e nobili del nudo caso, del materialismo zoologico, dell’indifferenza greve e gretta di questo tempo cinico. L’essenziale è invisibile agli occhi, avverte Saint Exupéry, ma qualcuno, il padre, ci deve addestrare all’ascolto della voce interiore che cerca, domanda, inquieta, lascia intuire.

Troppo spesso, lo spirito del mondo, attraversato dalla cura e dal senso di conservazione femminile, risolve tutto nell’acquietare l’animo, fornire le risposte più semplici e scontate, banali istruzioni per l’uso della quotidianità. Un filosofo italiano, Giorgio Agamben mette in guardia dall’eccesso di norma, di organizzazione, dal viaggio “tutto compreso” o chiavi in mano, dai troppi Bignami che si trasformano in minuta legislazione, ipertrofia del diritto, pilota automatico. E’ la parte mediocre dello spirito femminile, diciamola tutta, quella che attraverso un eccesso di controllo, di norma, di legalismo formale tradisce la perdita di ogni legittimità sostanziale, quella  del Logos, della Legge e della Natura maestra.

A proposito di natura, a lato del vero e proprio transumanesimo, sussiste una teoria balzana secondo la quale si deve andare oltre l’uomo e la donna, diventando cyborg. La banditrice principale è una femminista ultra radicale, Donna Haraway, neo marxista e post modernista, secondo la quale sesso e genere devono essere superati  attraverso il oltrepassamento dell’umano, in quanto costrutti artificiali non radicati nella realtà biologica (??). E’ evidente che bisogna erigere muri d’acciaio dinanzi a impianti ideologici tanto fumosi quanto pericolosi. La soluzione, ad avviso di chi scrive, è ritornare alla Natura. Scrivo con la maiuscola non perché proponga follie tipo il principio di Gaia (Lovelock), ma come antidoto all’intellettualismo più distante dal senso comune: due sessi, il ritorno del padre, complementarità con il femminile, legge naturale, rispetto profondo per il creato, al centro del quale l’essere umano ha diritti precisi, ma altrettanti inderogabili doveri.

Uno di essi è la rivalutazione del “selvaggio”, quel wilderness che non è solo nella natura, ma anche nell’animo maschile. Una bella fiaba dei fratelli Grimm tratta di Eisenhans, Giovanni di Ferro, un gigante coperto di pelo rosso che fugge dalla prigionia con un bimbo e, nella foresta, impone al piccolo di cavarsela da solo. Sarà però pronto ad aiutarlo al bisogno, ed il percorso, che è insieme di iniziazione e di emancipazione del fanciullo, potrà contare sull’esperienza, il coraggio e l’energia del gigante.

Coraggio ed energia sono diventate virtù sospette in quanto maschili, e perché rimandano ad una dimensione personale ed insieme comunitaria dell’esistenza. L’individualista non è coraggioso, tutt’al più amerà il “bel gesto”, mentre il coraggio è di chi si mette a disposizione, supera l’interesse proprio ed immediato e sa guardare in profondità, al bene della propria famiglia o comunità, dispiegando senza risparmio le proprie forze. L’uomo coraggioso ed energico va contro l’istinto, che è egoista, tende alla conservazione ed all’immediata soddisfazione delle pulsioni. In questo, torna il mito di Parsifal, il cui valore si fonda sull’altruismo e la capacità di trattenere gli istinti, sublimandoli. Diverso dall’animale, estraneo all’ Homo consumens, macchina desiderante, come dicevamo all’inizio, l’uomo-Parsifal sa rinviare, sviluppare, nutrire il desiderio.

Julius Evola, in Metafisica del Sesso, esalta, attraverso il Tantra, la consapevolezza dell’uomo “differenziato”, che non consuma il desiderio, non ne sviluppa dipendenza. A sua volta, un filosofo della scienza come Gaston Bachelard afferma che “l’uomo è una creazione del desiderio, non una creazione del bisogno”.  Esiste un ulteriore virtù del selvatico screditata dalle convenzioni sociali, che Parsifal mantiene in virtù della sua non educazione alla civilizzazione: la mancanza di ipocrisia, di buone maniere. Sincero e diretto, il cavaliere non sa muoversi nei corridoi e nei riti conformistici della corte; il suo posto resta la foresta, casa del ribelle, sua regola l’esperienza diretta, sensoriale, tattile di ciò che vede.

Ecco un altro dei limiti del femminile che tutto gestisce e sorveglia: la svalutazione dell’esperienza personale  a favore di modelli astratti, prefabbricati, già dati. Oltre ad Ivan Illich, che ha rilevato il problema in Descolarizzare la società, anche Giorgio Agamben ha riconosciuto che l’espropriazione dell’esperienza è implicita nel progetto fondamentale della conoscenza moderna, al fine di realizzare la separazione tra il senso comune ed il sapere scientifico. Monopolio integrale, lo ha definito Illich, e noi aggiungiamo cinico sfruttamento da parte del potere dell’elemento femminile, che organizza, predispone, risolve, ma per amore.

Ritrovare il cammino dell’esperienza personale è la chiave per ritrovare la capacità di giudizio, cui il padre deve addestrare il figlio. E’ praticamente proibito parlare del potere che il sistema tecnologico ha assunto nella vita umana, talché il problema non è più il dominio della natura da parte dell’uomo, postulato scientista approvato dalle religioni monoteiste, ma il rapporto da ripristinare tra natura e umanità,  interrotto dalla civilizzazione tecnica, di cui è padrone il mercato, ovvero l’oligarchia economico finanziaria dominante. La responsabilità verso il vivente appare impresa cui applicare i figli-eredi, poiché l’umanizzazione della natura si è rivelata un eufemismo ipocrita per designare la totale sottomissione della natura per soddisfare i bisogni di una minoranza dell’umanità. E la sua volontà di potenza, che il rapporto con l’uomo selvatico depura dalla smania di dominio, restituendo l’energia perduta, il rigore verso se stessi che è insieme fortezza e temperanza, o, come direbbe Aristotele “phrònesis”, prudenza e senso del limite.

L’eredità è cosa molto seria: non c’è padre che non voglia trasmettere intatto al figlio ciò che ha, e, vorrei aggiungere, anche ciò che è. Il creato è in pericolo, e l’eredità degradata è responsabilità dei padri, ma anche dei figli. L’integrità dell’identità umana passa per ideali positivi, che recuperino, con il maschile, l’umano. La corsa imprudente verso l’ignoto dei padroni del progresso tecnologico va arrestata come irresponsabile ed infondata nei presupposti, poiché un mondo limitato, finito non può essere una corda tesa all’infinito, come insegnano la bioeconomia ed il buon senso.

Il manifesto di Theodore Kaczynski, Unabomber, il terrorista americano nemico della tecnologia, esprime perfettamente questi principi in un punto di cui riportiamo un brano “L’ideale positivo che noi proponiamo è la natura. Cioè la natura selvaggia, quegli aspetti del funzionamento della Terra e dei suoi esseri viventi che sono indipendenti dalla gestione umana e liberi dall’interferenza e dal controllo umani. E nella natura noi includiamo anche la natura umana, in particolare quegli aspetti del funzionamento dell’individuo non soggetti alla regolazione da parte di società organizzate”. Unabomber era personalmente un geniale matematico e persona di acuta sensibilità ed intelligenza, la cui scelta di violenza non può che essere condannata senza appello. Alcune sue idee, tuttavia, restano vere e valide, e rappresentano un interessante contributo a costruire un sistema di principi radicalmente alternativo all’esistente.

Un’ulteriore riflessione riguarda un corollario del narcisismo, ovvero la vanità. Considerata sbrigativamente attitudine femminile, si è diffusa come un’infezione portata dalla liturgia dell’immagine, dal mito del corpo, della giovinezza, del successo ad ogni costo. Una società senza padri, quindi senza modelli, ha la vanità nel sangue poiché riconosce solo se stessa. I padri delle generazioni precedenti a quelle odierne deridevano la vanità (“cosa da femmine”) ma insegnavano l’amor proprio. Ascoltiamo Il vecchio Ezra Pound, nei suoi sofferti Canti Pisani di prigioniero: ”Strappa da te la vanità, non fu l’uomo/ a creare il coraggio, o l’ordine, o la grazia./Strappa da te la vanità, ti dico strappala// Impara dal verde mondo quale possa essere essere il tuo posto.”

Soprattutto, non prestiamo fede ad idee balzane come il complesso di Edipo, che ci vuol mettere contro il padre in nome di una supposta rivalità sessuale con la madre. Da padri, il nostro obiettivo è trasmettere, lasciare un testamento, offrire un’eredità. Il modello, una volta di più, viene dal mito greco, ed è Ettore, figlio devoto, marito innamorato e premuroso, padre che lascia in eredità se stesso. Ettore combatte per difendere la Patria, non ama la guerra, ma la affronta, e nel momento drammatico della sfida con Achille il semidio, saluta la moglie con tenerezza, le affida il figlioletto Astianatte, e nei gesti dei due c’è tutta la verità della natura umana. Andromaca stringe più forte al petto il bimbo in atto di difesa, quasi per sottrarlo al destino, ma Ettore solleva Astianatte in alto, al di sopra della sua testa, ed il suo saluto al bimbo è l’ augurio più poetico, maschile e paterno della storia letteraria: “…Dei! Fate/che il veggendo tornar dalla battaglia,/dell’armi onusto de’ nemici uccisi/dica talun : Non fu sì forte il padre. “E, rivolto alla moglie, che Omero chiama la dolente “…ma nullo al mondo/sia vil, sia forte, si sottragge al fato.”

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Categorie: Politica, Società

Pubblicato da Ereticamente il 22 Giugno 2016

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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