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LA PATRIA ARTICA: alcune note su “L’Isola Bianca e l’Isola Verde” di Giuseppe Acerbi – Michele Ruzzai

LA PATRIA ARTICA: alcune note su “L’Isola Bianca e l’Isola Verde” di Giuseppe Acerbi – Michele Ruzzai

Indirizzo internet: Simmetria: Rivista 41-2016

E’ di recente pubblicazione sul sito dell’Associazione Culturale Simmetria (www.simmetria.org) l’interessante articolo “L’Isola Bianca e l’Isola Verde” di Giuseppe Acerbi – già traduttore dell’ottimo “Orione: a proposito dell’antichità dei Veda” di Lokamanya Bal Gangadhar Tilak – nella lodevole intenzione di svolgere qualche approfondimento in merito al tema, non molto esplorato ed abbastanza confuso, delle nostre origini boreali che affondano le loro radici nella Preistoria di varie decine di migliaia di anni fa.

A seconda dell’approccio e del bagaglio individuale del lettore alcune posizioni di Acerbi potranno esser condivise in toto o solo in parte; tuttavia, a prescindere da ciò, io credo che nello specifico dell’argomento quest’articolo offra una serie di elementi estremamente importanti, nonché un ottimo spunto per alcune note a margine che provo ad esporre qui sotto.

L’inquadramento generale dell’autore non è evolutivo-ascendente ma ciclico-involutivo e le linee cronologiche proposte nello scritto riprendono senz’altro quelle rielaborate e sistematizzate dal francese Renè Guenon: la cornice temporale è cioè quella del “Manvantara” – un ciclo umano completo secondo la Tradizione indù – di durata totale pari a circa 65.000 anni, del quale noi oggi staremmo vivendo le fasi finali nell’imminenza del passaggio ad un Manvantara successivo, che però sarà di pertinenza di un’altra umanità. A sua volta, ogni Manvantara può essere suddiviso in diversi sottoperiodi e secondo varie modalità, non alternative ma coesistenti: in 4 Yuga (Krita Yuga, Treta Yuga, Dvapara Yuga e Kali Yuga: non di durata uguale, ma secondo la proporzione decrescente 4-3-2-1), in 5 Mahayuga o “Grandi Anni”(pari ciascuno a circa 13.000 anni, cioè la metà di un ciclo precessionale completo) che forse possono corrispondere alle 5 Età proposte dal greco Esiodo (Età dell’Oro, dell’Argento, del Bronzo, degli Eroi, del Ferro), ed infine anche in 10 Cicli Avatarici (ciascuno di circa 6.500 anni e collegato ad uno specifico “Avatara”, ovvero una “discesa” divina sotto una particolare forma). Gaston Georgel (nota 1) propose anche un’inconsueta ma interessante divisione del Manvantara in tre cicli “polari”, ciascuno di circa 21.600 anni di durata, che però non sembrerebbe esplicitamente confermata da nessuna fonte tradizionale.Ru 2

La suddivisione che l’autore utilizza maggiormente è senz’altro quella avatarica e, sulla base di questa, espone tutta una serie di interessanti analisi che proverò, in parte – perché la quantità di materiale proposto è veramente notevole – a rileggere con l’ausilio di fonti di altro tipo, permettendomi anche di menzionare qualche mio precedente scritto pubblicato su EreticaMente (le note numerate, per tutti i rimandi, sono in fondo a questo scritto). Essendo comunque il testo di Acerbi piuttosto articolato e pieno di note anche molto lunghe, nelle mie osservazioni ho preferito non seguire la stessa sequenzialità delle sue argomentazioni ma procedere secondo l’ordine cronologico del Manvantara, indicando comunque la pagina dell’articolo alla quale di volta in volta faccio riferimento.

Partiamo dunque con l’inizio del Manvantara, come detto circa 65.000 anni fa. Nel primo ciclo avatarico (quindi fino a circa 59.000 anni fa) il Centro spirituale supremo sarebbe stato costituito dalla mitica terra di Cvetadvipa, menzionata anche da Julius Evola (nota 2); la localizzazione di questa sarebbe stata artica (anzi, probabilmente polare, secondo Renè Guenon) e solo ad essa (pag. 8) andrebbero attribuite le definizioni indù di “Isola Bianca” ed elleniche di “Terra iperborea” o “Tule iperborea”. Non è chiaro se la Cvetadvipa originò anche movimenti migratori verso il resto del mondo. Sembrerebbe poco a nulla, se consideriamo che a pag. 9 Acerbi ricorda come al termine del suo ciclo tale isola sprofondò nel Mar Glaciale Artico con “quasi tutte le sue genti”; però a pag. 28 in nota, ricordandone la segnalazione di Evola in “Rivolta…”, menziona una primissima migrazione che ne sarebbe uscita, anche se, a mio parere, dalla lettura del testo evoliano tale cenno sembra geograficamente molto generico e forse piuttosto collegabile al termine del primo Yuga (il Krita). Tuttavia, a questo discorso, si collega necessariamente la questione del tipo umano attribuibile alla prima fase manvantarica. Secondo Acerbi (pag. 11) i primi due cicli avatarici (cioè, in totale il primo Mahayuga della divisione quinaria, ovvero il Primo Grande Anno da 65.000 a 52.000 anni fa) sarebbero stati di pertinenza della Razza Bianca: quindi un tipo, se non identico, quanto meno abbastanza simile a quello europeo attuale. Si tratta di un aspetto che mi sembra problematico, per due ragioni. La prima, perché nel lasso 65-52.000 anni fa sul pianeta non sembrerebbero con certezza attestati resti, diretti o indiretti, riconducibili a Homo Sapiens (nota 3); certamente ne esistono anche di più antichi, ma andrebbero ricondotti a umanità, e Manvantara, precedenti e separate da quella attuale. La seconda ragione è collegata al tema, in verità abbastanza controverso, della corrispondenza tra Razze ed Elementi cosmici (Etere e poi: Aria, Terra, Fuoco, Acqua); il primo Grande Anno, infatti, sarebbe connesso all’Etere (nota 4), che cosmologicamente non sembra posto sullo stesso piano degli altri quattro, dei quali è il principio – diretto o indiretto – svolgendo una funzione centrale e “quintessenziale”. Da qui, a mio parere, ne sembrerebbe poco congrua l’attribuzione ad una razza che, per quanto primordiale, per Acerbi parrebbe corporeizzata secondo i canoni attuali: ritengo quindi più probabile l’ipotesi di una sua non (almeno completa) materializzazione (nota 5). A conferma di ciò rileverei che, quando Evola menziona lo Cvetadvipa, lo mette in relazione agli “uomini trascendenti” della tradizione cinese, che altrove (nota 6) vengono descritti in un contesto di blanda corporeizzazione (“ossa deboli”). Secondo il Mito indù si tratterebbe cioè della mitica casta unitaria “Hamsa”, anteriore alla diversificazione delle quattro successive, ed in merito alla quale ad esempio anche Bruno d’Ausser Berrau (nota 7) esprime l’opinione, secondo me condivisibile, che nessuna popolazione attuale vi possa essere direttamente ricondotta. Per la Cvetadvipa, infine, non mi è ben chiaro in quale rapporto essa si ponga nei confronti di un’altra mitica terra artica dei primordi, il continente di “Ilavrita” che lo stesso Acerbi in un altro pregevole lavoro (nota 8) menziona essere esistita nel corso di tutto il primo Grande Anno del Manvantara (cioè, per i primi due cicli avatarici). In ogni caso, circa 60.000 anni fa (pag. 19) l’autore rileva che la Cvetadvipa sarebbe sprofondata nel Mar Glaciale Artico ponendo così termine al primo ciclo avatarico.

Anche in merito al secondo ciclo avatarico, l’articolo di Acerbi presenta alcuni punti che andrebbero meglio chiariti. Intendendo “iperboreo” in senso più ristretto, cioè come termine attribuibile solo alla precedente Cvetadvipa polare del primo ciclo avatarico, l’ecumene che ora sarebbe divenuto il nuovo Centro spirituale viene definito “post-iperboreo” (pag. 13) ed individuato in una “Terra nord-asiatica” (pag. 8) o anche “nord-orientale” (pag. 26). Però altrove (pagg. 13 e 16) per questa terra viene invece, contraddittoriamente, fatto riferimento al nord-ovest. Onestamente non so se possa avere una qualche attinenza, però rilevo solo che nella sua proposta di suddivisione ternaria del Manvantara, Gaston Georgel (nota 9) ipotizza un “polo” sacrale sorto proprio a nord-ovest, in zona Nordatlantico-Groenlandia meridionale, però diversi millenni dopo la fine del secondo ciclo avatarico, cioè a partire da circa 43.000 anni fa: quindi ormai nella seconda metà del Secondo Grande Anno, ovvero nell’ultimo quarto del Krita Yuga. Più o meno nello stesso settore e nello stesso tempo, è stato rilevato (nota 10) che anche Hermann Wirth ipotizzò, fin da circa 42.000 anni fa, lo stanziamento di consistenti gruppi umani in un quadrante compreso tra Groenlandia, Islanda ed isole Spitzbergen. In effetti, ragionando in termini più estensivi rispetto ad Acerbi, qualche altro autore (nota 11) ritenne la terra iperborea (e “post-iperborea”, per riprendere il termine utilizzato sopra) come un sub-continente molto vasto: sia in latitudine – cioè dal Polo Nord a quello che, dopo l’avvento delle stagioni, sarebbe divenuto il Circolo Polare Artico – ma sia anche in longitudine, ovvero dalla Groenlandia a tutta la porzione settentrionale dell’Eurasia, arrivando quindi fino alla Beringia. Continente che probabilmente coprì un territorio nemmeno in continuità geografica, forse in parte sovrapponendosi ad un arcipelago costituito dalle mitiche “quattro isole a Nord del mondo” più una quinta terra assiale posta al centro, cioè la vera e propria Tula. L’articolo di Acerbi, invece, si propone giustamente di andare più in profondità, discernendo, a livello geografico e storico, settori ed eventi che vennero erroneamente sovrapposti, sia nei Miti tradizionali che nella successiva letteratura di settore; da cui, appunto, l’intento di analizzare che cosa fu effettivamente “l’Isola Bianca” (la Tule veramente primordiale) e cosa invece “l’Isola Verde” (in pratica, la successiva Groenlandia – pag.20). Le datazioni qui sopra, inoltre, sarebbero collocabili, da un punto di vista paleoclimatologico, nella fase relativamente temperata di Peyrards, posta proprio tra 42.000 e 44.000 anni fa, che sembra corrispondere all’oscillazione termica di Laufen (nota12) e probabilmente facilitò i movimenti migratori di varie stirpi umane alle alte latitudini. E proprio in rapporto a queste, Acerbi, propone altre utili considerazioni. Secondo lui, le popolazioni Cro-magnon (pag. 12) rappresenterebbero un gruppo appartenente a quel ramo sub-artico della Razza Bianca proveniente dalla Siberia orientale verso l’Europa; quindi riconducibili all’ecumene nord-orientale ed attinenti già al secondo ciclo avatarico. Senonchè, come già ricordato sopra, vi è qualche dubbio che tale Razza Bianca del Primo Grande Anno potesse risultare corporeizzata secondo i canoni attuali, oltre al fatto che i Cro-magnon, o altre forme di Homo Sapiens come i Combe-Capelle, sembrerebbero emergere non prima di 45.000 anni fa, quindi appena nel Secondo Grande Anno del Manvantara.

La fine del secondo ciclo avatarico, e quindi anche del Primo Grande Anno, si colloca in corrispondenza dell’episodio del “frullamento dell’oceano di latte” (pag. 9). Questo evento cataclismatico probabilmente comportò (nota 13) lo spostamento del Centro in una nuova sede boreale e l’inizio del Secondo Grande Anno, oltre all’avvio del terzo ciclo avatarico, quello connesso a Varahi, il Cinghiale. In effetti nell’articolo già citato (v. precedente nota 8) lo stesso Acerbi segnala alla fine del Primo Grande Anno, in corrispondenza dell’avvento del terzo Avatara, un passaggio dal Polo Artico al nord-est; inoltre, anche se non più perfettamente polare, Nuccio D’Anna rileva (nota 14) come Varahi sia comunque un Avatara connotato dai segni di una chiara borealità. Lo spostamento verso nord-est solo in questo momento e non in corrispondenza del secondo ciclo avatarico (come visto sopra, a parte l’incongruenza con il nord-ovest), mi sembra preferibile. La relativa terra di riferimento ora sarebbe stata l’omonima Varahi, ricordata anche da Renè Guenon (nota 15) che, a mio avviso, proprio per la sua posizione nordorientale, corrispose alla “Beringia” allora emersa tra Siberia ed Alaska: la cui esistenza, tra l’altro, è senza alcun dubbio accettata anche dalla comunità scientifica. Fu solo in questo momento che ritengo dovette verificarsi la definitiva corporeizzazione umana ed anche l’avvio di alcune, primissime, migrazioni dalle zone artiche verso il resto del mondo, come peraltro ritenuto anche da Bruno D’Ausser Berrau (nota 16) e Gaston Georgel (nota 17). E, sebbene non inquadri la dottrina dei cicli avatarici secondo una periodicità costante di 6.500 anni ma con durate decrescenti, pure L.M.A. Viola (nota 18) colloca all’inizio del Secondo Grande Anno importanti modificazioni astrali e riaggiustamenti nella posizione dell’asse terrestre; il tutto però, a suo parere, in concomitanza non del terzo ma del secondo Avatara di Vishnu, Kurma (la Tartaruga).

A pag. 25 del suo articolo Acerbi definisce poi il terzo e quarto ciclo avatarico – in pratica, tutto il Secondo Grande Anno – come “evaici” (mentre i primi due, ricadenti nel Primo Grande Anno, sarebbero stati “adamici”, pag. 26), ed avrebbero comportato anche a suo parere lo sviluppo di migrazioni, partite sempre dal settore nordorientale, di genti definite “cainite”, che sarebbero andate in primis a popolare l’Oceania e tutte le terre più australi del globo: un’impostazione, quindi, decisamente monofiletica che in ultima analisi riconduce ad una remota origine boreale anche popolazioni che oggi presentano un aspetto fenotipico molto lontano da quello ordinariamente considerato nordico (nota 19). Infatti, è proprio da quelle più meridionali che si sarebbe poi sviluppato, nel quinto ciclo avatarico (inizio del Terzo Grande Anno), il primo embrione di Razza Nera che avrebbe avuto caratteristiche pigmoidi (nota 20), il che parrebbe confermato anche dal fatto che il quinto Avatara, Vamana, appare miticamente sotto forma di nano. Dall’area austronesiana poi queste popolazioni si sarebbero spostate verso occidente lungo una via asiatica meridionale, di fatto secondo una direzione opposta a quella oggi ipotizzata dalla ricerca ufficiale che inquadra l’Africa come sede umana primordiale, cosa che invece anche Acerbi (pag. 18) a mio parere giustamente rifiuta (nota 21).

Per venire a latitudini più prossime a noi, l’autore ritorna sul tema della posizione etnica dei Cro-magnon, dandone una lettura diversa da quella di Evola che li considera di ceppo Ario, concetto sul quale torneremo. L’autore li collega piuttosto ad un gruppo che ritiene più ancestrale, e su questo si può essere in parte d’accordo; le perplessità semmai riguardano la loro antichità, che per le ragioni già espresse sopra non reputo possibile superiore ai 52.000 anni, e l’ipotesi della loro appartenenza alla famiglia uralo-altaica, che Acerbi suggerisce a pag. 12. Alla stessa pagina, giustamente l’autore rileva come Indoeuropei, Uralo-Alaici e Paleoasiatici inizialmente dovettero essere ripartizioni interne di un unico insieme: di questo, una qualche conferma la si può forse trovare nella più recente glottologia macro-comparatista con le ipotesi di Joseph Greenberg (nota 22) che individuò una superfamiglia linguistica, da lui definita “euroasiatica”, la quale avrebbe ricompreso le sei famiglie indoeuropea, uralica, altaica, coreana-giapponese-ainu, ciukcio-camciadali ed eschimo-aleutina. Tuttavia, seguendo questa linea, a mio parere Acerbi corre il rischio di inquadrare in un’ottica non del tutto corretta il fenomeno indoeuropeo, sia in termini storici che geografici.

In termini storici, perché quando a pag. 10 rimarca il quadro cronologico nel quale si pone Tilak, che per l’etnogenesi indoaria non risalirebbe a prima del mesolitico, di fatto tralascia un numero non trascurabile di elementi che invece sembrerebbero collocare i nostri progenitori in un orizzonte ben più profondo, forse anche paleolitico: tra i vari ricercatori, Sera ed Obermaier ad esempio ipotizzarono una connessione degli Indoeuropei fino alla cultura solutreana, arrivando a date prossime o superiori a 20.000 anni fa (nota 23) se non, per Marcello Durante, anche fino a 30.000 anni fa (nota 24) (nota 25).

In termini geografici, perché a pag. 13 Acerbi ipotizza che gli Indoeuropei (o Iafeti, secondo la denominazione biblica), siano giunti in Europa provenendo dal continente nordamericano, ove sarebbero pervenuti attraverso la Beringia, compiendo quindi un giro subartico molto lungo prima di stabilirsi nelle nostre terre. Io invece ritengo sia più probabile un percorso opposto, dalla Siberia settentrionale verso ovest, magari ancora indistinti nell’ambito di un raggruppamento boreale più esteso, giungendo nell’Europa artica-nordorientale per enucleare poi la loro specifica “Urheimat” che il mito avestico ricorda come “Airyanem Vaejo”, sulla quale tornerò più sotto. In questa stessa direzione ritengo si possa leggere anche l’ipotesi di Gaston Georgel (nota 26) che immaginò, a partire da 21-22.000 anni fa nei pressi della penisola di Jamal, la creazione di un “polo” sacrale eurasiatico sulla base della summenzionata ipotesi di divisione ternaria del Manvantara. Una direzione di marcia che mi sembrerebbe più probabile anche in virtù delle chiare somiglianze evidenziate dall’Indoeuropeo con le parlate ugro-finniche, a dimostrazione forse di un’antica fase comune (nota 27 e 28) o comunque di una forte prossimità geografica, in tempi ancora arcaico-formativi, all’analoga “Urheimat” uralica: e, come molto significativamente è stato notato (nota 29), non per forza occupando una posizione a sud di questa. In ogni caso, l’ipotesi di Acerbi è mossa dal giusto intento di sottolineare l’importanza delle note evoliane sulla natura non singola ma doppia del flusso migratorio boreale (uno di provenienza nordorientale e l’altro, più recente, nordoccidentale) che avrebbe costituito la maggior parte del popolamento europeo. Anche perché, a prescindere dall’ethnos correlato, la corrente nordorientale sembrerebbe databile a livello del secondo pleniglaciale wurmiano di circa 20.000 anni fa sulla scorta di una serie di elementi di carattere archeologico, che attesterebbero una serie di movimenti migratori verso la costa atlantica (nota 30). Di questi movimenti, forse l’evidenza genetica odierna è rappresentata dalla “seconda componente principale” rilevata da Cavalli Sforza (nota 31) che presenta un netto gradiente nord-est / sud-ovest ed un polo di omogenee frequenze molecolari nella Scandinavia settentrionale. In ogni caso, a questi movimenti migratori sarebbe conseguita la disgregazione della precedente uniformità stilistica della cultura gravettiana (nota 32), substrato preesistente di cui forse il ricordo mitico è quello che segnala l’Europa come l’antica “Terra del Toro” massicciamente popolata dalla Razza Rossa (nota 33). In termini linguistici questo substrato potrebbe essere ricondotto alla macro-famiglia “sino-dene-caucasica” (nota 34) che comunque, in ultima analisi, sarebbe anch’essa ascrivibile a popolazioni giunte in tempi precedenti dalla Varahi nordorientale (nota 35), donde sarebbero usciti forse solo alcuni millenni dopo il primissimo movimento dei “cainiti” ricordarti sopra (questi però diretti soprattutto verso le aree più australi del pianeta). Si può anche dire che l’afflusso nordorientale legato al secondo pleniglaciale wurmiano, probabilmente fu costituito da popolazioni già piuttosto depigmentate che avrebbero provocato lo spostamento di quelle precedenti, dalle caratteristiche meno nordiche (nota 36). In definitiva, genti dall’aspetto fondamentalmente nordico attorno a 20.000 anni fa e forse già “protoarie” dal punto di vista etnolinguistico. Quindi Acerbi, a mio avviso, ha ragione (pag. 28) nel ritenere archeologicamente debole e cronologicamente troppo recente il quadro proposto da Tilak, le cui migrazioni nord-siberiane non sarebbero più antiche di 10-12.000 anni fa; ma, d’altro canto, mantenendo comunque l’assunto che gli indoarii sarebbero di formazione solo post-paleolitica e senza relazione diretta con il mondo artico, meno convincente sembra il suo intento di collegare i movimenti nord-est / sudovest a gruppi uralo-altaici.

Tali posizioni dell’autore sono probabilmente legate al fatto che allo stesso termine “Ario” Acerbi paia non attribuire una valenza univoca. Nell’affiancare gli Arii alla quarta razza di Esiodo, gli Eroi, l’autore infatti li inquadra in termini economico-sociali più che etnici, identificandoli alla casta produttrice assieme al loro simbolo, l’orso, attribuendo invece il cinghiale alla casta guerriera (pagg. 4-5): in questo modo, però, discostandosi visibilmente da Guenon per il quale, oltre alla diversa simbologia animale, se pure il termine “Arya” non riveste un significato etnico-razziale, purtuttavia identifica non la sola casta produttrice ma l’insieme delle tre caste più alte (Brahmana, Kshatriya, Vaishya). Ma anche quando, invece, Acerbi propone un’analisi degli Arii pure dal punto di vista etnico, il discorso non si semplifica in quanto essi, “in senso lato” vengono ricondotti alla Razza Rossa (pag. 4), mentre “in senso ristretto” ad una “Razza Bruna” nel Quinto Grande Anno (di cui più sotto). Ma cosa significa “in senso lato” e “in senso stretto” ? Se, salvo miei errori di interpretazione, “in senso lato” significa collegare gli Arii agli Eroi (pag. 5) ed “in senso ristretto” allo specifico gruppo etno-linguistico indoeuropeo, credo si possa concordare. Ovvero, se gli Eroi esiodei del Quarto Grande Anno (pag. 12) vengono intesi come un gruppo antropologico del quale gli Ari fecero parte, ma che poi, per estensione semantica, ne divenne quasi sinonimo e rappresentativo in senso più largo, la cosa potrebbe avere una logica. Ma, in termini più rigorosi, sarebbe invece più corretto dire che se tutti gli Arii erano Eroi, al contrario non tutti gli Eroi erano Arii. A mio parere, gli Eroi esiodei che trovano la loro collocazione nel Quarto Grande Anno (corrispondenza sulla quale anche Acerbi concorda, a pag. 12), andrebbero soprattutto collegati alla Razza Bianca (nota 37), che quindi sarebbe sorta in un momento molto più tardo di quello ritenuto da Acerbi (il Primo Grande Anno) ed avrebbe rivestito una funzione di parziale restaurazione di quella più antica “Luce del Nord” degli inizi del Manvantara (nota 38 e 39). Appare quindi problematica l’ipotesi di un inserimento degli Eroi nell’ambito della Razza Rossa, anche perché è mia opinione che questa non sia emersa in una fase così avanzata della storia umana, ma che, al contrario, abbia rappresentato qualcosa di molto più primordiale (nota 40 e 41). Invece, secondo Acerbi (pag. 14) quella Rossa non sarebbe una razza primaria, ma piuttosto il prodotto di un meticciamento tra una stirpe “divina” iperboreaRu 3 (i “sethiti”) ed una “umana” (cioè i “cainiti” ed i “noachiti”, che comunque più o meno direttamente sarebbero derivati dalla prima): un’idea che sicuramente ricalca da vicino le elaborazioni di Evola sulla “mistovaziazione” del ceppo primordiale (nota 42). Ma io credo che più che alla Razza Rossa in termini generali, sia soprattutto alla generazione dei Giganti, come sempre Evola ricorda in un altro passo (nota 43), che vada attribuita un’origine mista (nota 44); e se, con Georgel (nota 45), interpretiamo questi con i Cro-magnon, magari così visti dagli occhi dei più esili Combe Capelle, ecco quindi che trova una spiegazione coerente anche l’idea, piuttosto diffusa, che appunto sia soprattutto il Cro-magnon ad avere un’origine mista (nota 46 e 47), idea peraltro condivisa anche dagli stessi Julius Evola e Herman Wirth (nota 48 e 49). Non è implausibile pensare che, anzi, i Cro-magnon possano essere stati essi stessi di Razza Rossa (nota 50), magari una sua specifica ripartizione maggiormente sottoposta a meticciamenti e ad una certa forma di gigantismo; ed anche che possano corrispondere, pure cromaticamente, alla razza bronzea di Esiodo, cioè la terza nel suo schema quinario. E’ peraltro interessante notare il fatto che Evola (nota 51) sottolineò come Giganti ed Eroi appartenessero in fondo ad unico ceppo, come se i primi avessero rappresentato la materia prima dalla quale sarebbero poi sorti i secondi; da cui si arriva, seppure per via indiretta, allo stesso punto segnalato da Acerbi (pag. 13), ovvero che anche gli Eroi sarebbero stati di origine mista, magari anche, ipotizzo, attraverso ulteriori commistioni tra un elemento cromagnoide più occidentale ed uno combecapelloide più orientale. Prendendo come base le categorie bibliche, Acerbi, nell’accezione più ampia – cioè Arii come Eroi esiodei – ritiene di farvi rientrare tutta la discendenza noaica (pag. 12), quindi non soltanto la parte iafetica (cioè grossomodo indoeuropea), ma anche quella semitica e camitica. E’ un tema controverso, per le caratteristiche fenotipiche oggi denotate da queste ultime due componenti, che però si potrebbe risolvere, appunto, sia secondo le linee di una certa eterogeneità di partenza della compagine Bianco-Eroica, sia ricordando che anche questo raggruppamento non dovette comunque essere al riparo dal pericolo di cadere in una certa hybris (nota 52 e 53), la quale potrebbe aver portato, con il tempo, varie frange ad una posizione di perifericità, anche morfologica, rispetto al nucleo centrale del raggruppamento eroico, probabilmente denotato da caratteristiche più marcatamente nordiche. Senza tuttavia perderle del tutto, se ad esempio ricordiamo casi dove queste ebbero sporadicamente modo di mantenersi, pur in contesti ormai nordafricani: il “Libi biondi” tra i Berberi ed il rutilismo dei Guanci delle Canarie potrebbero esserne una testimonianza diretta. Sul versante opposto del mondo eroico, cioè verso est, a mio parere una dinamica forse analoga riguardò il gruppo Turanico (nell’ambito del quale trovò forse posto anche l’enigmatico popolo dei Sumeri, di probabile provenienza est-asiatica (nota 54)), in rapporto ai quali Acerbi (pag. 14) esprime una posizione più drastica, considerandoli invece Titani e forse più direttamente collegati a quella che per lui è la primordiale Razza Bianca (pag. 14): in questo modo proponendo quindi un’identificazione praticamente opposta a quella che, a mio avviso, è più probabile (cioè Eroi/Razza Bianca – Titani (meglio, Giganti)/Razza Rossa). Seguendo questa linea, per la mitica stirpe dei Vani menzionati nel mito norreno, l’autore suggerisce (pag. 18) una natura “titano-argentea”, il che potrebbe trovarmi d’accordo se non fosse però per la propensione ad accostarli etnicamente al mondo uralo-altaico piuttosto che a quello atlantico (possibilità che comunque Acerbi ammette in subordine). Anche per la provenienza dell’altre stirpe mitica, gli Asi, più che all’Asia Minore (pag. 18) si potrebbe fare riferimento all’Asia nordoccidentale in virtù di quanto detto sopra in merito al ceppo eurasiatico nell’ambito del quale si sarebbero poi specificati gli Arii propriamente detti. Ed il luogo dove tale enucleazione potè avvenire, a mio avviso, dovette appunto essere quella “Airyanem Vaejo” che rappresentò una culla certamente diversa dalla edenica Varahi – ben più antica, orientale ed anche a latitudine leggermente maggiore – in rapporto alla quale la nuova sede rappresentò una prima stazione di discesa (nota 55); una stazione, però, posta sempre al di sopra del circolo polare artico per le rimembrate caratteristiche cosmologiche (non giornaliere ma mensili) di luce/oscurità e gli accenni, nell’Avesta, secondo i quali i nostri progenitori vi “consideravano come un giorno quello che è invece un anno” (nota 56). La possibilità che tale area geografica fosse localizzata nelle vicinanze del “polo eurasiatico” di Georgel – cioè, a mio parere, grossomodo tra la penisola di Kola e quella di Jamal – non sarebbe climaticamente inverosimile in quanto pare accertato che durante tutto il periodo glaciale wurmiano il fronte dello scudo scandinavo non giunse mai ad unirsi ai ghiacciai degli Urali (nota 57), lasciando quindi relativamente libero il vasto bacino idrico del Pechora e tutta la linea di costa sul Mar di Barents: l’entroterra ne avrebbe tratto beneficio in quanto, dagli studi dei paleoclimatologi russi Saks, Belov e Lapina, sembrerebbe che fino a 18.000 anni fa il Mar Glaciale Artico godette di temperature relativamente miti (nota 58).

Ma, successivamente, anche questa prima sede post-edenica venne aggredita da condizioni climaticamente avverse. Si rese quindi necessario un ulteriore spostamento verso sud, forse anche avvenuto secondo tempistiche e percorsi diversificati, che portò all’enucleazione di un secondo centro, il quale si costituì ad immagine di quello primario e che il mito avestico ricorda con il nome di Mo-uru (nota 59). Dove sorse la Mo-uru ? Secondo Herman Wirth in una zona nordatlantica (nota 60 e 61) e credo che questa fase dovette corrispondere a quella, ricordata da Acerbi (pag. 20), dell’ “Isola Verde” o “Terra Verde”, o anche “Atlantide Iperborea”, che peraltro l’autore colloca temporalmente nel nono ciclo avatarico. La latitudine di questa sede, pur non più artica, sarebbe comunque stata sufficientemente elevata da comportare una certa sovrapposizione di questo ricordo con quello relativo alle sedi precedenti e ben più nordiche: da cui anche il nome di Thule, che nel corpus ellenico sarebbe passato ad indicare non più la terra polare di inizio Manvantara, ma ora quest’area dell’estremo nordoccidente europeo e, secondo Eratostene, si sarebbe trovata ad una latitudine di circa 66° (nota 62). Questa latitudine, poco al di sotto del circolo polare artico, corrisponde in effetti a terre quali l’Islanda e la Groenlandia meridionale, poste in un quadrante che, anche dal punto di vista scientifico (nota 63), in tempi tardiglaciali dovette presentare vaste aree emerse, probabilmente arrivando a sud fino alle isole Faroer ed il Banco di Rockall. Acerbi rileva come quest’ecumene nordatlantica dovette corrispondere alla Uttarakuru della Tradizione indù: “terra settentrionale” da tenere giustamente distinta dalle ben più antiche sedi artiche, tuttavia propendendo per una sua sovrapposizione con la Airyanem Vaejo (pag. 6) che invece, a mio avviso, rappresentò un momento precedente, intermedio con l’ancor più antica Varahi nordorientale (per non dire della Cvetadvipa – o Ilavrita ? – polare di inizio Manvantara). Le perplessità per quest’identificazione sono legate anche alle modalità degli eventi che portarono alla fine della terra nordatlantica, che secondo Acerbi (pag. 29) non sarebbero state di carattere diluviale bensì glaciale; ma se le ultime isole della cosiddetta “Atlantide Iperborea” erano emerse nel nono ciclo avatarico e quindi vennero colpite dal cataclisma che le distrusse in un momento ormai olocenico, riesce difficile pensare che tale catastrofe fu rappresentata da un congelamento, che in una fase ormai postglaciale Ru 4sembra un evento un po’ fuori posto. Alla stessa pagina, giustamente l’autore ricorda che lo sprofondamento diluviale atlantideo delle terre site a latitudini più basse precedette la fine della parte più settentrionale, quella “Atlantide Iperborea” che verrà colpita solo alcuni millenni dopo; solo che, a mio avviso, si trattò sempre di catastrofi di carattere acqueo-diluviale. Non a caso, infatti, Acerbi opportunamente rileva (pag. 15) come il diluvio su larga scala ricordato da Platone nel Timeo e nel Crizia e verificatosi circa 13.000 anni fa a conclusione del Quarto Grande Anno (o Mahayuga), sia stato il cataclisma acqueo più antico, precedente a quello di Deucalione, il quale dovette anche essere di minore impatto; ciò effettivamente in accordo con quanto segnalato pure da Renè Guenon (nota 64). Tuttavia l’autore, in un altro scritto (nota 65) propone un’identificazione di quest’ultimo con il cataclisma che colpì l’isola di Ogyges, mentre invece sembrerebbe attestato dalle variazioni degli antichi livelli oceanici (nota 66) che, almeno in area atlantica, le inondazioni diluviali di una certa rilevanza non siano state solo due ma probabilmente tre (attorno a 14.000, 11.500 e 8.000 anni fa) se non di più. Si può quindi ipotizzare che il diluvio di Ogyges non sia stato il disastro più recente (nota 67) ma uno intermedio, localizzato soprattutto nel nordatlantico e probabilmente connesso con la frana sottomarina di Storegga (nota 68) che colpì Mo-uru, mentre l’evento associabile a Deucalione si sarebbe collocato in tempi a noi più vicini, 6.500 anni fa, a conclusione sia del nono ciclo avatarico sia del Dvapara Yuga (nota 69). La dinamica di quest’ultimo cataclisma sarebbe forse stata meno fulminea e, secondo me, potrebbe essere accostato alla definitiva sommersione delle ultime terre emerse del “Doggerland”, l’antica pianura anglo-scandinava ora coperta dal Mare del Nord.

Il nono e il decimo ciclo avatarico ricadono nell’ultimo Grande Anno del nostro Manvantara, il quale secondo Acerbi (pag. 4) sarebbe di pertinenza della quinta razza, la “Bruna”. In verità, almeno da quanto a mia conoscenza, accenni a questa non sono presenti tra altri autori che si sono occupati di tematiche storico-tradizionali, tra i quali – pur nell’alto grado di aleatorietà che questo genere di considerazioni implica – è più frequente una quadripartizione delle Razze: Bianca, Gialla, Rossa e Nera. Acerbi, in un altro suo interessante articolo (nota 70), segnala che tale “Razza Bruna” è ricordata come nata per ibridazione nella mitologia degli Zingari e, a mio avviso, probabilmente in nessun’altra tradizione. Personalmente mi riservo qualche dubbio in merito, anche in virtù del fatto che altrove (nota 71) Acerbi l’associa alla terra subartica di Uttarakuru – cioè la “Terra Verde”, ovvero la Groenlandia – alla cui latitudine, in una situazione che non è più l’ “Eterna Primavera” di inizio Manvantara (con l’asse terrestre perpendicolare rispetto all’eclittica), mi sembra problematico che si sviluppi un gruppo umano scarsamente depigmentato come il nome dovrebbe esprimere.

Ma ovviamente questa mia ultima osservazione, come tutte le precedenti, nulla intende togliere al valore di questo interessante scritto che ha il merito, come pochi altri, di provare a svolgere qualche analisi più dettagliata sulle nostre origini iperboree e sulla storia del presente ciclo umano: un tema troppo poco affrontato e sul quale auspico che Giuseppe Acerbi dia presto alle stampe un libro che riassuma compiutamente quanto finora pubblicato solo sotto forma di, peraltro ottimi, articoli (nota 72).

 

 

NOTE:

 

Nota 1: Gaston Georgel – Le quattro Età dell’umanità. Introduzione alla concezione ciclica della storia – Il Cerchio – 1982 – pag. 77 e segg.

Nota 2: Julius Evola – Rivolta contro il mondo moderno – Edizioni Mediterranee – 1988 – pag 236

Nota 3: Per un quadro generale rif. mio articolo on-line “Discontinuità nella nostra Preistoria” e relativa bibliografia

Nota 4: Gaston Georgel – Le quattro Età dell’umanità. Introduzione alla concezione ciclica della storia – Il Cerchio – 1982 – pag. 173

Nota 5: Considerazioni in questa direzione nel mio articolo on-line “Il Polo, l’incorporeità, l’Androgine” con relativa bibliografia

Nota 6: Julius Evola – Rivolta contro il mondo moderno – Edizioni Mediterranee – 1988 – pag. 226

Nota 7: Bruno d’Ausser Berrau – Ubinam gentium sumus ? Un Eden ed un popolo o più luoghi e più genti ? – pag. 3 – Documento disponibile in rete su vari siti

Nota 8: Giuseppe Acerbi – Introduzione al Ciclo Avatarico da Matsya a Kalki – Seconda parte – in: Heliodromos n. 17 , primavera 2002, pag. 24  (in nota)

Nota 9: Gaston Georgel – Le quattro Età dell’umanità. Introduzione alla concezione ciclica della storia – Il Cerchio – 1982 – In verità tale riferimento non è esplicito, ma desumibile indirettamente da quanto esposto alle pagg. 88 e segg., pag. 189, pag. 195 e pag. 211

Nota 10: Marco Zagni – Archeologi di Himmler – Ritter – 2004 – Pag. 49

Nota 11: Christophe Levalois – La terra di luce. Il Nord e l’Origine – Edizioni Barbarossa – 1988 – pagg. 29-30

Nota 12: Michel Brezillon – Dizionario di Preistoria – Società Editrice Internazionale – 1973 – Pag. 54

Nota 13: Nuccio D’Anna – Parashu-Rama e Perseo – in: Arthos, n. 33-34 – 1989/1990 – pag. 162

Nota 14: Nuccio D’Anna – Renè Guenon e le forme della Tradizione – Il Cerchio – 1989 – pagg. 62-63

Nota 15: Renè Guenon – Simboli della scienza sacra – Adelphi – 1990 – pag. 146

Nota 16: Bruno D’Ausser Berrau – De Verbo Mirifico. Il Nome e la Storia – pag. 40 – nota 149 – Documento disponibile in rete su vari siti

Nota 17: Gaston Georgel – Le quattro Età dell’umanità. Introduzione alla concezione ciclica della storia – Il Cerchio – 1982 – Pag. 179

Nota 18: L.M.A. Viola – Religio Aeterna, vol. 2. Eternità, cicli cosmici, escatologia universale – Victrix – 2004 – pag. 127

Nota 19: Silvano Lorenzoni – Il Selvaggio. Saggio sulla degenerazione umana – Edizioni Ghénos – 2005 – pag. 45

Nota 20: Rif. il mio articolo on-line “Nord-Sud: la prima dicotomia umana e la separazione del ramo australe” con relativa bibliografia

Nota 21: Per una breve sintesi degli aspetti più problematici della teoria “Out of Africa” rimando al mio articolo on-line “Madre Africa ?” e relativa bibliografia

Nota 22: Merritt Ruhlen – L’origine delle lingue – Adelphi – 2001 – Pag. 95

Nota 23: Giacomo Devoto – Origini indeuropee – Sansoni – 1962 – Pagg. 50-51

Nota 24: Gabriele Costa – Le origini della lingua poetica indeuropea. Voce, coscienza, transizione neolitica – Olschki Editore – 1998

Nota 25: Rif. il mio articolo on-lin “Le radici antiche degli Indoeuropei” con relativa bibliografia

Nota 26: Gaston Georgel – Le quattro Età dell’umanità. Introduzione alla concezione ciclica della storia – Il Cerchio – 1982 – pag. 188

Nota 27: Iaroslav Lebedynsky – Gli Indoeuropei: fatti, dibattiti, soluzioni – Jaca Book –  Milano – 2011

Nota 28: Pia Laviosa Zambotti – Le più antiche civiltà nordiche ed il problema degli Indo-Europei e degli Ugro-Finni – Casa Editrice Giuseppe Principato – 1941

Nota 29: Gabriele Costa – Le origini della lingua poetica indeuropea. Voce, coscienza, transizione neolitica – Olschki Editore – 1998

Nota 30: Janusz K. Kozlowski – Preistoria – Jaca Book – 1993 – Pag. 70-71

Nota 31: Luigi Luca Cavalli Sforza – Geni, popoli e lingue – Adelphi – 1996 – pagg. 174-175

Nota 32: Alberto Broglio, Janusz Kozlowski – Il Paleolitico. Uomo, ambiente e culture – Jaca Book – 1987 – Pag. 289

Nota 33: Nuccio D’Anna – Parashu-Rama e Perseo – in: Arthos, n. 33-34 – 1989/1990 – Pag. 168

Nota 34: Rif. il mio articolo on-line “Dopo la Caduta: l’Età della Madre e la Luce del Sud”

Nota 35: Rif. il mio articolo on-line “Il ramo boreale dell’Uomo tra Nord-est e Nord-ovest”

Nota 36: Nicholas Wade – All’alba dell’Uomo. Viaggio nelle origini della nostra specie – Cairo Editore – 2006 – pag.155

Nota 37: Rif. il mio articolo on-line “Giganti, Eroi, Razza Bianca”

Nota 38: Julius Evola – Rivolta contro il mondo moderno – Edizioni Mediterranee – 1988 – pag. 280

Nota 39: Rif. il mio articolo on-line “Il Secondo Pleniglaciale, Nordatlantide e l’inizio dell’Età dell’Ascia”

Nota 40: Rif. il mio articolo on-line rif. mio “Il colore della pelle”

Nota 41: Rif. il mio articolo on-line “L’elemento Aria, Lilith e l’iniziale Razza Rossa”

Nota 42: Julius Evola – Rivolta contro il mondo moderno – Edizioni Mediterranee – 1988 – pag. 244

Nota 43: Julius Evola – Rivolta contro il mondo moderno – Edizioni Mediterranee – 1988 – pag. 269

Nota 44: Carlo Frison – La preistoria biblica, ovvero quando l’uomo perse una costola – Editrice La Bancarella – 1980 – Pag. 31-32

Nota 45: Gaston Georgel – Le quattro Età dell’umanità. Introduzione alla concezione ciclica della storia – Il Cerchio – 1982 – pag. 145

Nota 46: Frank C. Hibben – L’Uomo preistorico in Europa – Feltrinelli – 1972 – Pag. 37

Nota 47: Francisco Villar – Gli Indoeuropei e le origini dell’Europa. Lingua e storia – Il Mulino – 1997 – Pag. 195

Nota 48: Julius Evola – Il mito del sangue – Edizioni di Ar – 1978 – Pag. 154

Nota 49: Arthur Branwen – Ultima Thule. Julius Evola e Herman Wirth – Edizioni all’insegna del Veltro – 2007 – Pag. 42

Nota 50: Gaston Georgel – Le quattro Età dell’umanità. Introduzione alla concezione ciclica della storia – Il Cerchio – 1982 – pag. 182

Nota 51: Julius Evola – Rivolta contro il mondo moderno – Edizioni Mediterranee – 1988 – pag. 277

Nota 52: Angelica Fago – Mito esiodeo delle razze e logos platonico della psichè: una comparazione storico-religiosa – Studi e materiali di storia delle religioni, Vol. 57 – anno 1991 – pag. 240

Nota 53: Julius Evola – Rivolta contro il mondo moderno – Edizioni Mediterranee – 1988 – pag. 276

Nota 54: così almeno ipotizzato da Ananda Kentish Coomaraswamy, come riporta Nuccio D’Anna – A proposito del rapporto Julius Evola–Hermann Wirth – in: Vie della Tradizione, n. 140 – ottobre/dicembre 2005 – pag. 164

Nota 55: L.M.A. Viola – Tempus sacrum – Victrix – 2003 – pagg. 54-55

Nota 56: AA.VV. (a cura di Onorato Bucci) – Antichi popoli europei. Dall’unità alla diversificazione – Editrice Universitaria di Roma-La Goliardica – 1993 – pag. 46

Nota 57: Alberto Malatesta – Geologia e paleobiologia dell’era glaciale – La Nuova Italia Scientifica – 1985 – Pag. 48

Nota 58: Graham Hancock – Impronte degli Dei – Corbaccio – 1996 – Pag. 602

Nota 59: AA.VV. (a cura di Onorato Bucci) – Antichi popoli europei. Dall’unità alla diversificazione – Editrice Universitaria di Roma-La Goliardica – 1993 – pag. 52

Nota 60: Aleksandr Dughin – Continente Russia – Edizioni all’insegna del Veltro – 1991 – pag. 52

Nota 61: Julius Evola – Rivolta contro il mondo moderno – Edizioni Mediterranee – 1988 – pag. 255

Nota 62: Giulia Bogliolo Bruna – Paese degli Iperborei, Ultima Thule, Paradiso Terrestre – in: Columbeis VI – Università di Genova, Facoltà di Lettere, Dipartimento di Archeologia Filologia Classica e loro tradizioni – 1997 – pag. 168

Nota 63: Alberto Malatesta – Geologia e paleobiologia dell’era glaciale – La Nuova Italia Scientifica – 1985 – pag. 78

Nota 64: Renè Guenon – Forme tradizionali e cicli cosmici – Edizioni Mediterranee – 1987 – pag. 40

Nota 65: Giuseppe Acerbi – La questione dei “Tre Diluvi” nella tradizione ellenica – in: Algiza, n. 9 – Gennaio 1998 – pag. 13

Nota 66: Stephen Oppenheimer – L’Eden a oriente – Mondadori – 2000 – pagg. 35-40

Nota 67: Christophe Levalois – La terra di luce. Il Nord e l’Origine – Edizioni Barbarossa – 1988 – pag. 73

Nota 68: Rif. il mio articolo on-line “Dal crepuscolo degli Eroi all’inizio del Kali Yuga: i Diluvi acquei” con relativa bibliografia

Nota 69: Christophe Levalois – Il simbolismo del lupo – Arktos – 1988 – pag. 18

Nota 70: Giuseppe Acerbi – I Pancajana, le “Cinque Razze” degli Zingari e i “Semi” del Tarocco – in: Algiza, n. 12 – Giugno 1999 – pag. 16

Nota 71: Giuseppe Acerbi – Introduzione al Ciclo Avatarico da Matsya a Kalki – Seconda parte – in: Heliodromos n. 17 , primavera 2002, pag. 24  (in nota)

Nota 72: Per quanto a mia conoscenza, dello stesso autore ho notizia anche di queste ulteriori pubblicazioni su tematiche storico/tradizionali:

  • Le “caste” secondo Platone. Analisi dei paralleli nel mondo indoeuropeo – in: Convivium, n. 12 – gennaio/marzo 1993
  • Le “caste” secondo Platone. Analisi dei paralleli nel mondo indoeuropeo – in: Convivium, n. 13 – aprile/giugno 1993
  • La simbologia fitomorfica: l’orticoltura nel mito delle origini – in: Vie della Tradizione, n. 90 – Aprile/Giugno 1993
  • Il Sumeru, la Montagna Polare nella cosmografia hindu – in: Algiza, n. 7 – Aprile 1997
  • Introduzione al Ciclo Avatarico, parte 1 – in: Heliodromos, n. 16 – Primavera 2000
  • Il culto del Narvalo, della balena e di altri animali marini nello sciamanesimo artico – in: Avallon, n. 49, “Il tamburo e l’estasi. Sciamanesimo d’oriente e d’occidente”, 2001

 

Michele Ruzzai

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Categorie: Tradizione

Pubblicato da Michele Ruzzai il 14 Giugno 2016

Michele Ruzzai

Le Origini dell’Uomo, la sua Preistoria, le sue Razze. Sono temi che cerco di esplorare seguendo coordinate non evoluzionistiche, ma ciclico-involutive, monofiletiche e boreali, traendo spunto dai pensatori del “Tradizionalismo integrale” e dal Mito, senza tuttavia dimenticare quanto può dirci la ricerca scientifica correttamente interpretata. Non sono né un accademico né uno specialista. Sono solo un appassionato che non pretende di insegnare nulla a nessuno, se non, scrivendo questi articoli, provare a mettere un po’ di ordine tra i tanti appunti raccolti in anni di letture…

Commenti

  1. Stefano

    Mi permetto caro Michele ,dopo averti fatto i complimenti per il lavoro e le ricerche che svolgi e che ho sempre seguito e grandemente apprezzato,fare alcune osservazioni… Partiamo col fatto che mi trovo in sintonia sull’ipotesi associativa fra “Tule iperborea” del primo grande anno del Manvatara, l’elemento Etere ed una razza primordiale non completamente materializzata e quindi non corrispondente a nessuna delle specificazioni osservabili successivamente… Quindi la prima materializzazione avverrebbe logicamente nel secondo grande anno,sempre in latitudine polare e sarebbe caratterizzata dall’elemento Aria e se non sbaglio anche tu la poni in posizioni nordorientali, quindi corrispondente all’Est…Ora mi chiedo,sempre se ho capito bene e ricordo i tuoi precedenti articoli, perchè fai corrispondere la Razza Primordiale, la prima materializzazione, alla Razza Rossa? Non sarebbe più corretto identificare con il colore Giallo e quindi con la razza Gialla(anch’essa non molto depigmentata e diciamo così mediana) le analogie con l’Est e l’Elemento Aria? Tra l’altro ciò si potrebbe avvalorare con la visione biblica alla luce anche dell’interpretazione di Guenon ed anche di Georgel secondo la quale le quattro razze originarie sarebbero quella prima dei Noachiti corrispondenti quindi ai Gialli, all’Est ed all’elemento Aria, poi quindi le altre simbolicamente poste come “figli”: i Camiti a cui si fa corrispondere la razza Nera,il Sud e l’elemento Fuoco; i Semiti a cui propriamente potrebbe corrispondere la “primordiale” razza Rossa o detta Atlantidea,l’ Ovest e l’elemento Terra; ed infine, quindi l’ultima specificazione i Jafeiti,corrispondenti alla attuale razza Bianca, al punto cardinale Nord ed all’elemento Acqua… Non ti sembra più stabile e solida questa interpretazione??? Ovviamente sono uno appassionato ricercatore come te e non do nulla per certo o assodato in un campo di così labili e lontane conoscenze, ma leggendo i tuoi articoli con cui sono in sintonia quasi totale non potevo però fare a meno di proporre questi miei dubbi e quesiti che però devo far presente vengono per la maggior parte dallo studio delle dottrine tradizionali in quanto non posseggo le tue ottime conoscenze in ambiti scientifici moderni… Cordiali Saluti, attendo impazientemente altri articoli…

  2. Stefano

    P.S. Tra altro ciò farebbe corrispondere la fine di Atlantide per mezzo del diluvio al principio del Neolitico ovvero a metà del quinto ed ultimo Grande Anno con la comparsa diciamo storica di civiltà dei popoli “Rossi” sull’asse da ovest-nordovest ad est-sudest con l’incorporazione fondamentale del mito diluviano nelle tradizioni semitiche che ho appunto identificato con i “Rossi” o “Atlantidei” …

  3. Michele Ruzzai

    Caro Stefano ti ringrazio molto per l’apprezzamento. Mi spiace ma al momento non ho in previsione altri scritti; però certamente non escludo di tornare su questa testata magari per commentare qualche novità di un certo rilievo o la pubblicazione di eventuali articoli come questo, molto interessante, di Giuseppe Acerbi.
    Comunque colgo l’occasione per segnalarti, nel caso tu avessi un profilo Facebook, che per questo genere di tematiche ho aperto di recente il gruppo “MANvantara. Antropologia, Ethnos, Tradizione” al quale ti invito con piacere a partecipare, come anche tutti coloro che possono essere interessati.
    Premetto che anche le mie sono considerazioni di carattere ipotetico, basate su una ricerca svolta a tempo perso: quindi le mie conoscenze (ben limitate, magari fossero “ottime” come dici tu…) derivano semplicemente da quale lettura ogni tanto e da un certo lavoro di catalogazione. E con questo spirito provo quindi a rispondere alle tue interessanti e pertinenti osservazioni, dal mio personale punto di vista, citando tra parentesi solo i nomi degli autori ai quali ho fatto riferimento senza appesantire il tutto con i riferimenti bibliografici completi (che però, se ti interessano, ti posso fornire senza problemi).
    Ricordi bene: il Secondo Grande Anno del Manvantara sarebbe, a mio avviso, di pertinenza di un settore eurasiatico più nordorientale che ho creduto potesse corrispondere all’antica Beringia ora sommersa, un’area la cui esistenza viene riconosciuta senza problemi anche dall’odierna ricerca scientifica. Non mi convince il collegamento di Georgel di questa fase, molto antica, con la Razza Gialla perché, anche se non molto pigmentata, è quella le cui caratteristiche antropologiche sembrano essere sorte più di recente (Biasutti, Grottanelli, Olson, Wade) ed essersi spinte in una direzione piuttosto specializzata (Canella cit. Weinert), per cui mi sembra poco probabile una sua posizione alla radice delle altre compagini, che verranno più tardi, attraverso i primi meccanismi di “idiovariazione” (Evola).
    Inoltre, per quanto concerne il collegamento al relativo Elemento cosmico, bisogna dire che ci troviamo su un terreno ancora più ipotetico, perché tra i vari autori che mi è capitato di leggere e che hanno proposto esplicitamente un collegamento di questo tipo (a dire il vero, io l’ho trovato in questi cinque: Giuseppe Acerbi, Bruno D’Ausser Berrau, Gaston Georgel, Gianfranco Peroncini e Frithjof Schuon. Guenon non mi sembra abbia espresso con chiarezza una corrispondenza precisa, ma ovviamente può essermi sfuggita) le interpretazioni variano molto, anche nel numero delle Razze da prendere a riferimento. Mi ha convinto di più quella di Schuon e di Peroncini, che però non citano né la Razza Rossa né l’Elemento Aria (correlazione: Razza Bianca/Fuoco – Razza Gialla/Acqua – Razza Nera/Terra), per cui ho ritenuto che queste implicitamente si potessero abbinare tra loro. In ogni caso, mi è sembrato molto significativo il fatto che l’elemento Aria può essere collegato al colore rosso, o in via diretta o attraverso il Raja guna, che vi predomina nettamente (Burckhardt, Chiesa, Evola), come anche che il rosso si associ all’Uomo Primordiale sia nelle mitologie dei Nativi Americani che nello stesso nome biblico di Adamo (Alessandri, De Fraine, Guenon, Ragno, Schuon). Ma il Raja guna presenta anche l’interessante caratteristica del dinamismo e dell’eterogeneizzazione (Evola, Random): da ciò mi è sembrato logico che la prima umanità fisicizzata potesse fin da subito presentare un certo grado, più o meno sporadico, di polimorfismo (Blanc, Schuon, Sermonti cit. Vavilov); un aspetto, peraltro, attribuito proprio alla stessa Razza Rossa (D’Ausser Berrau), il che avrebbe reso anche abbastanza problematica la definizione delle sue caratteristiche morfologiche. Il colore di questa razza, infatti, viene attribuito ora ad una pigmentazione cutanea mediamente intensa, ora al rutilismo dei capelli (Barbiero, D’Ausser Berrau; una caratteristica, per Dughin, di origine iperborea) senza però, a mio avviso, dover necessariamente escludere che entrambe possano essere state contemporaneamente presenti – come, ad esempio, fu per l’antica razza di Lagoa Santa (Biasutti) – dissociandosi successivamente per poi ripresentarsi, in gradi diversi, nelle popolazioni successive. Gradi e tonalità diverse del rosso sono infatti state osservate nelle pigmentazioni cutanee di molte popolazioni mondiali: nordasiatici (Bernatzik), indonesiani, australiani, melanesiani, polinesiani, amazzonici, fueghini, etiopi, addirittura pigmoidi (Parenti) per i quali peraltro è interessante l’associazione che gli attuali negridi fanno con quegli enigmatici “uomini rossi” che miticamente furono antecedenti alla loro venuta (Bertaux, Bonifacio). Più recessivo sembra il rutilismo, presente soprattutto nell’Europa nordoccidentale ma anche sporadicamente tra i Lapponi (Del Boca) e, sorprendentemente, pure tra i Pigmei africani (Panetta), benché sia stata avanzata l’ipotesi che a suo tempo fosse molto più diffuso (Parenti) e che fosse un preciso carattere razziale (Canella cit. Topinard ed Hervè) posseduto forse dalle popolazioni Cro-Magnon (Parenti): l’ipotesi potrebbe trovare conferma nelle caratteristiche di coloro che dei Cro-Magnon si ritiene siano stati tra i più diretti discendenti, ovvero i Guanci delle Canarie (Charpentier, Parenti, Zaffiri) sopravvissuti fino all’età storica. L’appartenenza dell’innegabilmente “caucasoide” Cro-Magnon alla Razza Rossa (D’Ausser Berrau, Georgel), quanto meno ad un suo specifico tipo ad alta statura, evidenzia il fatto che quella che oggi viene generalmente intesa come Razza Bianca, concetto praticamente sinonimo di “caucasoide”, abbia un significato diverso da quello originario, più ristretto, in quanto la compagine odierna è il prodotto finale di innesti provenienti soprattutto dalla Razza Rossa che ormai non viene più nemmeno considerata un’entità antropologica a sé stante (D’Ausser Berrau). Però va anche detto che, nella ricerca attuale, è soprattutto un tipo “caucasoide arcaico” che sembra apparire per primo sulla scena dei Sapiens (Biasutti, Facchini, Giuffrida Riuggeri, Grottanelli, Olson) anche in relazione al popolamento americano: e cioè prima della stabilizzazione, come già detto sopra, delle caratteristiche della Razza Gialla ed anche di quelle della Razza Nera (Bernatzik, Bertaux, Biasutti, Brian cit. Coon, Canella, Kurten). Del resto, anche le note di Julius Evola sui più diretti discendenti della cosiddetta “razza prenordica” originaria, si riferiscono alle immagini di alcuni Nativi Americani che non presentano né un aspetto particolarmente vicino all’attuale razza biondo-nordica europea (anch’essa un gruppo molto specializzato e piuttosto recente – rif. Biasutti, Boas, Giannitrapani cit. Kossinna, Gunther, Olivieri) ma nemmeno a quello tipico della Razza Gialla. Sempre Evola ricorda inoltre come il sangue di gruppo “0”, che dovrebbe corrispondere a quello primordiale di origine artica, si trovi espresso in massima parte tra gli indigeni nord americani (solo dopo vengono Islanda e Svezia), le cui caratteristiche morfologiche si avvicinano sensibilmente a quelle europee allontanandosi dal classico tipo giallo (Vallois).
    Il momento di fisicizzazione umana nel Secondo Grande Anno, peraltro, sarebbe a mio avviso molto più antico della fase dei “Noachiti” da te menzionati, collocabili più a ridosso del Diluvio biblico e quindi solo nel Quarto Grande Anno del Manvantara; un momento che si connetterebbe forse ad un ciclo di tipo “eroico”, non privo di relazione con una depigmentazione del ceppo primordiale e l’instaurarsi di caratteristiche fenotipiche più “nordiche” secondo i canoni attuali, probabilmente ravvisabili nello stesso Noè (il padre, Lamech, infatti afferma “uno strano figlio ho generato…”). Il Diluvio al quale ti riferisci, posto a metà del Quinto Grande Anno, dovrebbe essere stato solo l’ultimo di una serie (quello di memoria biblica, quello di Ogyges, quello di Deucalione) che colpì il continente atlantideo ed il quadrante nordatlantico; probabilmente si trattò della sua ultima parte emersa che dovette essere quella più settentrionale (Acerbi, Dughin cit. Wirth) con annesse, per estensione, le zone del “Doggerland”, ora sommerso dal Mare del Nord. Se una migrazione è quindi partita da queste aree tagliando “trasversalmente” il nostro continente, mi sembra improbabile che si sia trattato di popolazioni di ceppo semitico, non avendo queste lasciato tracce linguistiche in terra europea. Mi sembra invece più plausibile che queste si siano mosse in occasione del primo diluvio, quello di memoria biblica di circa 13.000 anni fa, che separò il Quarto dal Quinto Grande Anno e che dovette interessare la parte più meridionale ed estesa del continente atlantideo. Ne derivò un movimento più “orizzontale”, da occidente a oriente, e coinvolse appunto le genti camito-semitiche, che anche a mio parere possono aver avuto origine (Berlitz cit. Donnelly) in quel vero e proprio “melting pot” che fu l’ultima Atlantide, probabilmente la sua parte più a sud, ed ovviamente comportò il ricordo mitico di quel catastrofico evento. Ma il loro deflusso dovette avvenire lungo la sponda meridionale del Mediterraneo, da cui anche l’ipotesi che la loro patria originaria potesse essere l’Africa nordoccidentale (Lombardo cit. Vennemann). L’ultima migrazione “trasversale”, a metà del Quinto Grande Anno e all’inizio del Kali Yuga, a mio avviso avrebbe invece comportato soprattutto un movimento delle genti cosiddette “jafetiche”, quelle indoeuropee di stratificazione più recente, dando “una scossa” etnica a tutto il quadrante euro-asiatico-occidentale e probabilmente innescando anche nuovi fenomeni culturali-sociali; ma a quel punto la Razza Rossa era ormai legata a quella Bianca da vari meticciamenti intervenuti soprattutto in territorio atlantideo e, come dicevo sopra, rendendo oggi il concetto di “caucasoide” ormai abbastanza generico ed omnicomprensivo.
    Spero di aver in quelche modo risposto alle tue domande e ti ringrazio ancora per l’apprezzamento.
    Un cordiale saluto
    Michele Ruzzai

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