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Cattedrali o case popolari – Mario Michele Merlino

Cattedrali o case popolari – Mario Michele Merlino

In una delle traverse che congiungono via Gallia con piazza Epiro un cartello scritto a pennarello – e con incerta grafia – sul cancello serrato annuncia la definitiva chiusura di un grosso garage. Io che mi sono sottratto da anni dalla schiavitù della macchina e che da altrettanti anni non possiedo più la patente non ci avrei fatto caso. Vistosi e numerosi volantoni a caratteri grandi e forti, incollati sul tronco degli alberi sui muri ai pali dei lampioni hanno, però, attratto la mia curiosità. Quella medesima curiosità, reiterata due volte, dal vecchio Ezra Pound intervistato da Pasolini?… E, poi, altro richiamo ‘alle armi’ sulla vetrata del portone d’ingresso, con accenti perentori e toni da pacifismo buono per ogni stupida causa, con tanto di richiesta di firme. Insomma: al posto del garage si paventa l’apertura di un supermercato e questo è intollerabile per il traffico la qualità del quartiere le sue pretese di eleganza piccolo borghese e provinciale.

Uno ‘spontaneo’ comitato (quanta nostalgia del ’68 che non si dà per vinto, come la coda della lucertola, d’essere oramai morto e sepolto… ed io, Maramaldo, a farne il necrologio, con lo strazio nel cuore e la mente devastata, io, eroe della ‘battaglia’ di Valle Giulia!), senza sigle e simboli e nome e cognome, s’erge a battersi perché ciò non avvenga – ‘la guerra continua’ e intanto si tratta l’armistizio, l’8 settembre, più prossima ‘lotta continua’ in fila per essere assunti a giornalisti imprenditori politici magistrati, figli degeneri dell’uovo marcio della borghesia (citando Adriano Romualdi profetico e inascoltato). Con amara ironia e aristocratico distacco Drieu la Rochelle trovava il mondo pieno della razza graziosa dei falliti.

Una bionda, stagionata ma ancora pronta a nobili contese (di letto? Chissà…), mi guarda con mal celato disprezzo, offesa e litigiosa, perché ho espresso ‘il gran rifiuto’ alla sua richiesta di firmare, la lancia in resta (la penna) e lo scudo (i fogli) a singolar tenzone, dando per scontato – traditori e ambigui i capelli lunghi e lunga la barba – che io sia pacifista ed ecologista e sinistro e votato a tutte le cause –, ignara come la mia appartenenza è ad una unica Causa, quella ‘riposta sul Nulla’ per dirla con il mio amico Max Stirner.

Citazione (pertinente? Sia dato al lettore prenderne misura e cifra) : ‘Il capitalismo ha creato una splendida civiltà produttiva e l’ha circondata di miseria e di fame per la maggioranza degli uomini, ha costruito un fiabesco castello e lo ha regalato ad una umanità priva dei mezzi per abitarlo. Ha inasprito e accresciuto le lotte, le guerre, i disagi, le sofferenze. Ha dato il troppo a pochi, e il pochissimo a troppi’. (Da Giuseppe Solaro Fascismo o plutocrazia, Ciclostile ed. Ecclettica, a cura dell’amico di Lucca Fabrizio Vincenti). La fortezza Europa in rovina, la Repubblica si prepara ad un epilogo da macelleria messicana, eppure ‘il pensiero di Mussolini è, nell’interno e nell’internazionale, chiarissimo, coerente ed umano. La sua costruzione è storica e nessun colpo di avversa fortuna, di barbarici picconi, di reazionarie mistificazioni potrà romperne le indistruttibili fondamenta’. Chiaro, no? Dovremmo noi, che ci piace la definizione e di anarchici e di fascisti, quella tanto cara a Robert Brasillach e vissuta intensamente da Berto Ricci, perdere la rotta, abbandonare vela e timone per un supermercato in più?

Questo avrei dovuto dire alla bionda irosa e biliosa… Avrebbe inteso? Oppure, più probabilmente, si sarebbe abbassata la saracinesca e spenta la radio, gli occhi si sarebbero sgranati e incupiti, la bocca storta in disprezzo e alterigia, il fremito delle mani invito tacitato al sonoro manrovescio. No. Libertario e aristocratico (binomio altro e condiviso) ho solo fatto un gesto a dire che ogni ulteriore rapporto si era concluso e voltato la schiena… Ho provato, però, a costruire un ragionamento con la vicina di pianerottolo, i cui trascorsi ‘autonomia e dintorni’ mi sono noti, e prima fra i firmatari (venuti meno i bastoni e le barricate).

Qualcosa già ho scritto nel precedente mio intervento, parafrasando Emozioni, la indimenticabile canzone di Lucio Battisti. Restando nel mondo della ‘politica’ il rimando va al ‘grande timoniere’, alla nota citazione sulla confusione che c’è sotto il cielo… solo che esserne contenti è dubbio.

Sono convinto che la maggior parte di coloro che si oppongono alla trasformazione del garage, di coloro che parlano di traffico qualità della vita, di preservare il volto originario di questo spazio di quartiere con i commercianti che ti salutano stando sulla porta del negozio o ritrovandosi per il rito del caffè al solito bar, tutti costoro sono i medesimi che, con o senza le bandiere arcobaleno sui davanzali e i balconi e le finestre, si commuovono per l’ondata di ‘disperati’ che attraversano il Canale di Sicilia sbarcano sulle spiagge dell’Egeo risalgono a piedi la penisola balcanica. E si commuovono per i bambini raccolti, piccoli fagotti di stracci, per le giovani donne ingravidate da famelici ‘scafisti’, per quei giovani irrigiditi dalla morte ed estratti dai barconi capovolti. (Qui, guai, se confondessimo il tentativo di trarne analisi e lezione da sentimenti legati a principi di pietà o umana compassione – proprio su questa sovrapposizione si gioca assai sporco da parte di chi ha progettato e mette in atto la strategia di dissoluzione e annientamento d’ogni identità europea).

(Non mi si dia del cinico insensibile e quant’altro – vi sono molti modi, diversi fra di loro, per esprimere sentimenti ed emozioni, alcuni plateali, altri sobri e silenti. Il nichilismo, l’espressione più intima della modernità, ha prosciugato la sostanza del sentire moltiplicando il gioco delle maschere – la televisione propone quale sia la immagine da assumere, la più adeguata, internet il mondo virtuale su cui dilatare la comunicazione di quell’immagine. Così c’è un tempo per piangere uno per ridere uno per fingersi serio e riflessivo e un altro, il fondamentale, per fingere d’essere qualcosa e non soltanto un ‘nulla’… ).

E gli stessi sono coloro che chiedono l’integrazione dopo aver chiesto l’accoglienza e, pur laici e ormai desacralizzati (al monismo cristiano non reagiscono né rinnovano il sapore antico di boschi popolati da ninfe e satiri, di dei corrucciati che sanno essere così umani, troppo umani, preservando solo l’immortalità, no, estromessi dai templi dagli archi dalle colonne, cacciati nel ‘pagus’, là devono rimanere, ottenebrati… un sano tranquillo soporifero monismo materialista), esultano per questo papa pacioso e ostile all’Europa (quanto vero è ‘il male americano’!) e il codazzo della Boldrini del parlamento europeo della comunità di Sant’Egidio dei centri di prima assistenza e di cooperative e volontariato – flusso di denaro, lucrare… lucrare…

Molti anni fa ascoltavo una conferenza su Nietzsche dell’amico professor Antonio Saccà, raccontavo alla vicina del pianerottolo, ed egli in modo del tutto provocatorio e profetico si chiedeva se volessimo preservare l’Europa delle cattedrali (un’Europa che aveva richiesto il sudore e il sangue di scalpellini e servi della gleba) o un’Europa delle case popolari (abitazioni anonime per masse anonime). Le due ‘Europa’ (una soltanto, in effetti, lo è) perché non sono coincidenti… e, a maggior ragione, quando vengono costruite, le seconde, per i rom e gli immigrati. Cosa può significare ad un siriano o un somalo o un nigeriano l’arco di Costantino e la cattedrale di Chartres e il campanile di Giotto a Firenze. Mi si dirà che la bellezza è universale, ma l’educazione ad essa richiede secoli e la medesima linfa di quell’anonimo scalpellino nel DNA. E ciò vale per l’arte e non solo…

Non avevo – e non ho – la pretesa di convincerla e, forse, neppure d’essere capito e, aggiungo, non me ne dolgo oltre misura alcuna. Possiedo in me, lo so, il richiamo, atavico ed esclusivo, alla provocazione e una indifferenza verso il superfluo, di cui le sbarre e i chiavistelli m’hanno insegnato a preservarne l‘integrità. Allora, non firmo – non perché abbia particolare amore verso i supermercati, ma questi, sì, sono opera d’arte comprensibile alla prossima futura razza che popolerà il ‘vecchio continente’.

Sarà la vittoria comunque di un’Europa, volgare e sciatta, intesa quale luogo ove si dà il benessere sotto forma di prodotti in scatolame rivestito di carte colorate. Sarà sufficiente per consolare, nel segreto di cuori tremebondi e menti vili, il rancore e l’impotenza? Il poeta persiano Rumi invitava a farsi simili a morti che camminano. Ma questa è altra storia e a ben altro egli faceva riferimento…

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Categorie: Punte di Freccia

Pubblicato da Mario Michele Merlino il 13 Giugno 2016

Mario Michele Merlino

Nato a Roma 2 giorni prima dell'entrata degli alleati, quindi 'obbligato' per fedeltà ad appartenere ad altra Repubblica. Prima con la spranga sui denti (altrui) poi con la penna irriverente sbruffone parolaio, cioè 'geniale'... con poche idee e tante emozioni in attesa di sapere cosa farà da grande...

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