Uomini e tempi, seconda parte – Fabio Calabrese

Uomini e tempi, seconda parte – Fabio Calabrese

Quel che abbiamo visto nella prima parte di questo scritto, forse a molti sarà sembrato paradossale. E’ mai possibile che così tante persone non si siano accorte del fatto che l’impero sovietico e con esso il mondo bipolare diviso in due fronti contrapposti, siano scomparsi da un quarto di secolo?

Evidentemente non è così, ma non dobbiamo sottovalutare gli effetti dell’abitudine a pensare secondo schemi prefissati, il fatto che il lungo periodo nel quale la possibile aggressione sovietica e in sua vece l’attività dei movimenti comunisti e di sinistra rappresentavano una minaccia con cui dovevamo confrontarci quasi quotidianamente, hanno fissato in buona parte dei nostri ambienti una mentalità secondo la quale l’atlantismo, la sudditanza nei confronti del moloc d’oltre Atlantico sarebbe una “cosa buona e giusta”, quando in realtà è la negazione pura e semplice di tutto ciò per cui i nostri padri hanno combattuto fino al 1945.

Vogliamo essere sinceri? Per tutto il periodo della Guerra Fredda e soprattutto durante gli anni di piombo quando i nostri ragazzi, noi stessi rischiavamo di essere assassinati semplicemente camminando per strada – e penso che nessuno di voi si sia scordato i nomi di Sergio Ramelli e Mikis Mantakas, o la strage di via Acca Larenzia o il rogo di Primavalle – era naturale, ovvio, logico che l’anticomunismo fosse in cima alla lista delle nostre priorità, ma intanto il nostro “scivolamento a destra” si faceva sempre più marcato.

Ricorda nel 1991 in coincidenza con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, una dichiarazione di Pino Rauti che mi lasciò basito.

“Con il comunismo”, disse, “Anche l’anticomunismo è morto”.

Anche noi, a suo dire, avremmo perso la ragion d’essere.

Ma come?, mi dissi, a parte la contrapposizione al comunismo, noi non rappresentavamo niente altro? Non avevamo nulla di positivo e di propositivo?

Per capire quanto a fondo il virus destrista abbia colpito i nostri ambienti, occorre ricordare che all’epoca Pino Rauti era segretario del MSI, aveva temporaneamente strappato la segreteria del partito a Gianfranco Fini che poi la riprese e portò a termine la deriva destrorsa e lo smantellamento del partito, ma vi era rientrato provenendo dalle fila di Ordine Nuovo di cui era stato uno dei leader più in vista, una formazione che si suppone presentasse maggiore radicalità e continuità con ciò che eravamo stati nell’anteguerra, rispetto alla creatura almirantiana.

Poi sappiamo naturalmente quel che successe quando il signor Fini riprese il comando del MSI, lo trasformò in AN, eccetera, eccetera.

La mia modesta opinione è che oggi sia di scarsa utilità se non ai fini di un dibattito meramente storico, una contrapposizione fra quanti ALLORA erano atlantisti e i pochi che, nonostante l’urgenza della lotta anticomunista, in questa trappola non sono mai cascati.

Diciamo piuttosto che, a più di un quarto di secolo dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, coloro che sono atlantisti OGGI, che sono filo-americani, magari filo-sionisti, su posizioni “destre” di conservazione e immobilismo sociale, non fanno parte della nostra “Area” e li dobbiamo contare fra i nostri avversari.

Io credo tuttavia che macerarsi per gli errori dei decenni trascorsi non abbia molto scopo né molta utilità, perché le nostre in definitiva sono pagliuzze se confrontate alla trave nell’occhio dei “compagni”.

E’ difficile credere che si possa, senza essere in totale malafede, militare in una sinistra che ha completamente rinnegato e tradito le classi lavoratrici.

È un discorso che abbiamo già visto (in particolare nelle tre parti de La mutazione genetica), ma conviene riprenderlo e approfondirlo.

All’apparenza sembrerebbe che se oggi i movimenti di sinistra, che sembrano essersi perlopiù trasformati in “democratici” o liberal di stampo americano, sono pronti a giurare e spergiurare sui benefici del liberismo e delle privatizzazioni, questo sia dovuto a un errore di prospettiva: poiché “il socialismo” di tipo sovietico si è rivelato una mostruosità elefantiaca quanto sterile, allora ci si butta in braccio al liberismo più sfrenato; il che è come dire che poiché nell’acqua si può annegare, allora è meglio morire di sete.

Tuttavia questo significherebbe non tenere conto del mutamento avvenuto nella composizione delle classi dirigenti dei partiti di sinistra nel ventennio precedente i fatti del 1989-91, cioè a partire dalla “contestazione” del 1968, quanto meno.

E’ un fatto incontestabile e largamente documentato che essa portò ad arruolarsi sotto le bandiere “rosse” un gran numero di rampolli dell’alta borghesia, rampolli che poi perlopiù ripercorsero le stesse carriere dei loro genitori, o ne hanno fatte di migliori grazie agli agganci politici. Possiamo davvero stupirci del fatto che poi, appena ne hanno avuto l’occasione, abbiano fatto una politica coerente con i loro reali interessi di classe piuttosto che con quelli dei fessi che hanno continuato a votarli?

Tutto ciò è venuto alla luce in maniera scoperta in Italia con la creazione del PD. Quando il suo fondatore e allora segretario del maggior partito ex comunista esistente in Europa, l’ineffabile Walter Veltroni dichiarò che “La lotta di classe non esiste”, fu come se il papa avesse dichiarato che i vangeli sono un falso storico e che Gesù Cristo non è mai risorto.

Oggi le sinistre europee sono le più fedeli esecutrici dei programmi CRIMINOSI dell’alto capitale finanziario internazionale intesi a distruggere i popoli europei per sostituzione etnica con l’immigrazione, allo scopo di poter sfruttare le innate qualità servili delle genti di colore come con gli Europei nativi non potrebbero mai fare, di costruire cioè una società di schiavi.

Tuttora perlopiù sfugge l’ampiezza del mutamento avvenuto. Fino alla dissoluzione dell’Unione Sovietica non solo il comunismo appariva vincente sul piano della politica internazionale al punto da far sembrare il mondo non comunista una sorta di fortezza assediata, ma sembrava vincente sul piano delle coscienze, della consapevolezza dei processi storici, al punto da avere le classi intellettuali dei Paesi occidentali schierate praticamente in blocco dalla sua parte.

Era la realizzazione del concetto gramsciano dell’egemonia: gli intellettuali fin allora “organici” alle classi borghesi, dovevano diventare e diventavano “organici” ai partiti comunisti.

Ciò era ottenuto soprattutto attraverso un’accorta distribuzione di favori, prebende e ricatti. Si arrivava al punto che persino uno come Pier Paolo Pasolini che aveva avuto il fratello assassinato dai comunisti alle Malghe di Porzus, prendeva la tessera del PCI, sapendo benissimo che senza quella non c’era possibilità di fare carriera nel mondo della cultura.

Cosa doveva pensare l’uomo della strada, la persona comune vedendo che tutti coloro che passavano per le “teste pensanti” della nostra cultura erano concordemente schierate a sinistra, e chi si opponeva a questo andazzo, cosa poteva mai essere se non un retrivo fuori dal tempo?

Tuttavia non si trattava che di una truffa gigantesca, di una mistificazione di proporzioni ciclopiche. Molto prima della caduta del muro di Berlino erano evidenti le crepe del sistema sovietico se le si voleva vedere. Chiunque poteva rendersi conto che non si trattava altro che di un gigantesco sistema di tirannidi che non concedeva ai suoi sudditi né libertà né benessere.

Tuttavia proprio il fatto che gli intellettuali fossero concordemente schierati in sua difesa mentre maledivano il mondo non comunista per qualsiasi ritardo dell’autobus, faceva sì che i semplici militanti riuscissero facilmente a obnubilare in sé questa consapevolezza.

A questo riguardo, ricordo un episodio molto rivelatore. In Italia erano i tempi di Enrico Berlinguer, che cercava di diffondere l’idea di un “comunismo dal volto umano” (Cosa molto più facile a farsi in Occidente sotto l’ombrello protettivo della NATO che all’Est, come aveva imparato a sue spese Alexander Dubcek), senza d’altra parte consumare uno strappo definitivo con la casa madre sovietica.

Durante un soggiorno nel territorio della madrepatria sovietica per un qualche congresso, la delegazione italiana guidata dallo stesso Berlinguer incontrò un dissidente (non doveva essere uno dei più accesi, visto che le autorità sovietiche gli avevano concesso di incontrare gli esponenti del PCI, e vi prego di scusarmi se a distanza di tanti anni non ricordo esattamente chi fosse); comunque, dopo aver ascoltato le tesi berlingueriane sul socialismo dal volto umano, costui diede loro una risposta su cui “i compagni” avrebbero fatto bene a riflettere.

“Io non metto in discussione la vostra buona fede”, disse, “Ma noi siamo stufi di pagare per il vostro ritardo culturale”.

Una risposta sulla quale sarebbe opportuno soffermarsi a fare una piccola analisi: ritroviamo il concetto di ritardo culturale. I “compagni”, perlomeno la gran parte dei militanti dei movimenti comunisti e socialisti, erano rimasti fermi a un’idea ottocentesca del “sol dell’avvenire”, non considerando o rifiutandosi di considerare gli effetti disastrosi dell’esperienza sovietica.

Esperienza, occorre sottolineare, che si è puntualmente ripetuta producendo sempre gli stessi risultati, negando ai sudditi libertà, diritti umani e benessere: Cina, Jugoslavia, Cuba, Etiopia, eccetera. I suonatori sono cambiati nel tempo e nei luoghi, ma la musica prodotta è stata sempre la stessa, una realtà di cui “i compagni” hanno semplicemente rifiutato di prendere atto.

Che i dissidenti dell’impero comunista abbiano pagato un prezzo pesante per ciò, anche su questo non esistono dubbi, perché l’aura sfumata che costoro davano alle atrocità sovietiche e a quelle degli altri regimi del “socialismo realizzato”, impediva una qualche sorta di pressione internazionale che avrebbe potuto rendere meno dura la sorte dei dissidenti.

Si può dire qualcosa di più: con il clima avvelenato creatosi all’indomani della seconda guerra mondiale, un anticomunismo aperto, “viscerale”, era considerato sintomo di fascismo. L’amore per la libertà faceva di te un nemico della democrazia. Oggi non ci confrontiamo più con l’impero sovietico, ma proprio per questo il sistema delle “democrazie occidentali” ha gettato la maschera, rivelandosi come il sistema tirannico dell’alta finanza internazionale con base negli USA, libertà e democrazia sono più che mai termini incompatibili. L’uomo libero che non si lascia piegare, e si ribella alla sostituzione etnica, al genocidio silenzioso dei nostri popoli, è più che mai inevitabilmente “un fascista”.

Anni fa mi è capitato di vedere un passaggio sul piccolo schermo de La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo, una pellicola marcatamente terzomondista, e anti-colonialista, cioè in sostanza anti-europea .

In una scena al comandante delle truppe francesi di Algeri viene comunicato che Jean-Paul Sartre ha pubblicato un articolo contro la presenza francese in Algeria.

“Chissà perché”, commenta l’ufficiale, “I Sartre nascono sempre dall’altra parte”.

Cioè in sostanza gli intellettuali erano sempre dalla parte “rossa” grazie al meccanismo dell’egemonia teorizzato da Gramsci.

Di una cosa almeno possiamo essere certi: di Sartre non ne nasceranno più, e nemmeno di Garcia Marquez. Coloro che in futuro lotteranno per la salvezza dei popoli europei dovranno guardare a tutto un altro orizzonte intellettuale, dove incontreranno piuttosto i nomi di Friedrich Nietzsche, Oswald Spengler, Ezra Pound, Julius Evola, Pierre Drieu La Rochelle, Adriano Romualdi (ed è un elenco ben lontano dall’essere esaustivo).

NOTA: L’immagine che correda questo articolo è una sezione del muro di Berlino, forse il segno più tangibile, fino al 1989, dalla Germania, dell’Europa, del mondo divisi.

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Categorie: Politica

Pubblicato da Fabio Calabrese il 14 Maggio 2016

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Rudi

    Caro Fabio, su queste considerazioni non mi trovi molto d’accordo. Perlomeno sulla questione comunista. P. Rauti sosteneva che “bisogna sfondare a sinistra”, me lo ricordo come fosse ieri. Ho personali ricordi di militanti comunisti tedeschi che nutrivano un’ammirazione sviscerata per G.Freda. Quindi mi pare ci sia qualcosa che non funziona nella tua analisi. Sei nel giusto quando parli dell’Atlantismo nel quale e’ stata inglobata la Destra, d’altronde che puoi fare se hai perso la guerra, il giudizio storico e’ di condanna totale e la ricostituzione del PNF e’ vietata per legge ? E’ gia’ stato un miracolo che i militanti fascisti non siano stati tutti fucilati come in Germania con la SS. Ora mi sovviene l’Evola del “cavalcare la tigre” o il Buscaroli che si considerava un sopravvissuto in terra straniera. Si trattava di persone che avevano metabolizzato la sconfitta. Questo per il passato. E per il futuro ? Qualcuno cantava che “appartiene a noi”… Ed io ne sono certo. Tutto cio’ che accade oggi e’ una crisi di Weimar alla N. Le promesse del dopoguerra non sono state mantenute e bisogna ringraziare la contrapposizione guareschiana tra cattolici e comunisti per aver potuto campare decentemente per un po’ di anni. Ora l’oste presenta il conto. Con gli interessi come suo costume. Ebbene, questo lo vedono ormai tutti. Ognuno cerca qualche giustificazione per salvare la propria fede e non ammettere che e’ stato un cretino per 50 anni. Ma le soluzioni che vedo uscire dal cilindro dei vari gruppi politici di destra e sinistra anti UE e anti mondialisti sono quelle di Mussolini, solo che non sanno che lo fossero. Ricostruzione nazionale, ripristino della legalita’, famiglia, distinzione non solo sulla base della cittadinanza burocratica, eccetera. Manca solo il progetto espansivo che all’epoca trovava meno impicci moralistici che non oggi, ma per il resto c’e’ quasi tutto. A parte la Personalita’ in grado di incarnare tutte queste istanze e portarle al successo. Questo, purtroppo, e’ il vero successo del Nemico: non permettere che vi possa essere un catalizzatore e, tuttalpiu’ assicurarsi che questi sia gia’ sotto controllo. Temo che sia questo lo scoglio insormontabile, in quanto i prerequisiti per una rivoluzione ci sono gia’ tutti.

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