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Una Ahnenerbe casalinga, ventinovesima parte – Fabio Calabrese

Una Ahnenerbe casalinga, ventinovesima parte – Fabio Calabrese

Riprendiamo ancora una volta in mano la tematica delle origini, è uno di quei temi sui quali quando sembra di aver detto tutto, saltano fuori sempre nuovi elementi. A parte l’interesse scientifico, questa tematica non è priva di relazione con la politica e con la nostra dimensione esistenziale, infatti, dall’idea che abbiamo delle nostre origini, dipende l’idea che ci facciamo di noi stessi, da cui a loro volta dipendono le scelte che facciamo in campo politico e culturale, il nostro atteggiamenti – potremmo dire – verso la vita.

Non a caso, l’ortodossia “scientifica” dominante cerca di imporre a tutti i costi come “verità” la tesi dell’Out Of Africa (in sigla, OOA), ossia dell’origine africana della nostra specie, sebbene essa noi sia supportata da prove meno che risibili. Essa implicherebbe la non esistenza di distinzioni razziali all’interno della nostra specie, il fatto che i popoli europei e in genere caucasici sarebbero, per così dire dei neri “sbiancati”, ed è stata costruita, diffusa, sostenuta da una censura per la quale i ricercatori che la vogliono mettere in discussione, mettono con ciò a repentaglio le loro carriere, ribadita in mille modi con tutta la forza e l’insistenza del potere mediatico, per indurci ad accettare supinamente l’immigrazione allogena e con essa il meticciato e il definitivo declino del nostro continente, millantando la storia (la storiella, la favola) che i nostri antenati avrebbero preceduto semplicemente gli invasori allogeni nella migrazione sul nostro continente, e che condivideremmo con loro una “patria ancestrale” africana.

Essa si fonda in definitiva su di una confusione che a me sembra assolutamente deliberata – approfittando del fatto che il grosso pubblico non è portato a fare distinzioni sottili, soprattutto quando si tratta di ordini di grandezza numerici – fra l’origine degli ominidi primitivi milioni di anni fa, che è effettivamente avvenuta in Africa, e quella della nostra specie homo sapiens, che può benissimo essersi originata altrove.

In altre parole, il ritrovamento dello scheletro della famosa Lucy e quelli degli altri ominidi emersi dal suolo africano (anche perché non è che altrove siano state fatte molte ricerche) non dimostrano che i nostri antenati UMANI siano originari dell’Africa. Ma anche ammesso che sia assodato questo, sarebbe tutto da dimostrare che questi nostri antenati fossero affini o più affini di quanto lo siamo oggi noi, agli odierni neri subsahariani.

A parte ciò, c’è una circostanza che io trovo davvero bizzarra: il ricercatore che avrebbe dimostrato negli anni ’70 l’inesistenza delle razze (e già questo è davvero strano, si può dimostrare l’esistenza di qualcosa, ma, dagli UFO ai fantasmi, allo yeti, al mostro di Loch Ness, non la sua inesistenza, al massimo si può dire che non ci siano prove sufficienti per ritenere che esista), Richard Lewontin, appartiene a un popolo che proclama l’inesistenza delle razze da quasi due secoli, da quando nel 1848 un suo moderno profeta, Karl Marx, se ne uscì col suo famoso appello “Proletari di tutto il mondo unitevi”, ma poi al suo interno pratica la più rigida endogamia e separazione dagli altri gruppi umani, e considera coloro che non appartengono a questo gruppo etnico-religioso, i cosiddetti gojm, subumani allo stesso livello delle bestie, è a tutti gli effetti l’inventore del razzismo, se per esso intendiamo non il riconoscimento dell’esistenza delle razze, ma il disprezzo verso gli altri gruppi umani.

I resti di ominidi primitivi, di gruppi ancestrali da cui homo potrebbe essere disceso non sono mai stati trovati fuori dall’Africa? Certamente se ne sono trovati, anche se hanno avuto molta minore pubblicità dei reperti africani: Ramapithecus  e Sivapithecus sono stati ritrovati in India e non a caso prendono il nome da due divinità del pantheon indiano; in Italia abbiamo un antropomorfo di sospetta tendenza ominide Oreopithecus Bambolensis, i cui resti, uno scheletro quasi completo emersero da una cava di carbone a Monte Bamboli in Toscana, ma anche l’Australopithecus, cioè il ceppo ancestrale da cui si sarebbe originato homo, è stato ritrovato fuori dall’Africa, e proprio in casa nostra. Nel 1983 un ricercatore italiano, Gerlando Bianchini, diede notizia del ritrovamento in Sicilia dei resti di un australopiteco da lui chiamato Australopithecus Siculus, e di questa scoperta ricordo che “L’Espresso” diede notizia con grande scalpore.

In quel periodo girò addirittura una barzelletta nella quale si immaginava che questi ominidi giunti nella grande isola mediterranea si sarebbero detti: “Adesso dobbiamo metterci d’accordo per non farci fregare da tutti quelli che verranno dopo di noi”, e avrebbero costituito un’associazione chiamata Mutua Assistenza Fra Immigrati Australopitechi, MAFIA. La mafia è difficile da estirpare perché le sue radici sono molto profonde e molto antiche.

Fuori dalla battuta di spirito, noi capiamo che si è trattato di una scoperta di grande importanza, però stranamente dopo un poco su di essa è sceso il silenzio, come se fosse troppo scomoda per la versione delle nostre origini che si voleva avallare a tutti i costi.

Dell’homo erectus, nostro predecessore lungo la linea umana, e in effetti già pienamente homo, non parliamo proprio: i suoi resti sono stati ritrovati dappertutto in Eurasia, partendo dai ritrovamenti di Giava (all’inizio erroneamente classificato come Pithecanthropus) e Pechino, ma uno dei soi resti più importanti è emerso nel pieno del continente europeo, a Heidelberg in Germania, al punto che diversi ricercatori preferiscono classificare l’intera specie come Homo Heidelbergensis.

Quindi, un punto che va bene evidenziato, è che i ritrovamenti degli ominidi africani non dimostrano minimamente l’origine africana della nostra specie.

Premesso tutto ciò, vediamo quali sono le novità emerse recentemente riguardo a queste tematiche, e quali tasselli aggiungono alla comprensione delle nostre origini e di noi stessi.

Cominciamo con il segnalare una ricerca dell’Università degli Studi di Firenze in collaborazione con l’Università di Siena, i cui risultati sono stati pubblicati sulla prestigiosa rivista “Nature”, a condurre questa indagine sono stati David Caramelli e Martina Lari dell’ateneo fiorentino e Annamaria Ronchitelli e Stefano Ricci di quello senese. Sottolineo il fatto che la pubblicazione su “Nature” dimostra che a differenza di quel che spesso si pensa, la ricerca italiana è in grado di produrre lavori di eccellenza internazionale.

Si è trattato di una ricerca che ha analizzato il DNA di cinquantuno individui vissuti in varie parti dell’Europa durante l’età glaciale tra 45.000 e 7.000 anni fa.

Questa indagine non ha aggiunto molte cose nuove a quel che sapevamo già, tranne il fatto che la componente di geni di Neanderthal passati ai sapiens del paleolitico era maggiore di quella che si rileva negli Europei odierni (dal 3 al 6% contro il 2% attuale), ma ha permesso di approfondire quel che sapevamo già con un dettaglio molto più accurato di quel che si poteva avere finora.

Il bollettino dell’Università di Firenze che riporta le informazioni in proposito è del 4 maggio, e da qui traggo un’osservazione importante:

“Un’altra importante scoperta evidenzia la comparsa, già 14.000 anni fa, di una nuova componente genetica”. Ora, se voi ricordate, di questa comparsa 14.000 anni fa nel patrimonio genetico degli Europei di un genoma “misterioso” di cui non si comprende bene la provenienza, avevamo già parlato, ne aveva accennato Carlomanno Adinolfi in un articolo pubblicato su “il primato nazionale” in data 8 febbraio, Ma davvero veniamo tutti dall’Africa?, e io avevo ripreso l’argomento nella ventiseiesima parte di questa serie di articoli.

“L’Europa 14.000 anni fa, dopo la fine dell’ultima glaciazione è stata occupata da una popolazione eurasiatica dall’origine per il momento sconosciuta (ma si ipotizza il nord) portatrice di un genoma completamente diverso da quello africano”.

Si ipotizza il nord, ma forse è possibile avanzare un’ipotesi ancor più suggestiva: il 12.000 avanti Cristo non è troppo lontano dall’epoca in cui sarebbe iniziata la grande deglaciazione in conseguenza della quale molte aree del nostro continente o limitrofe a esso sarebbero finite sommerse per l’innalzamento del livello dei mari provocato dal ritorno allo stato liquido di enormi quantità d’acqua fin allora accumulate nei ghiacciai terrestri, e guarda caso, sempre quest’epoca non è molto lontana neppure da quella in cui Platone (che non ne poteva sapere nulla di variazioni del livello degli oceani in conseguenza dello scioglimento della calotte glaciali, colloca la leggenda, il mito di Atlantide.

Noi Europei potremmo avere un’origine iperborea, atlantica o magari entrambe le cose.

L’idea che la nostra specie potrebbe aver avuto origine nel lontano nord in un’epoca in cui esso presentava condizioni di gran lunga più favorevoli alla vita umana di quelle di oggi, trova appoggio nelle tradizioni dei popoli praticamente di ogni parte del nostro pianeta, e ricordiamo una volta di più la rassegna che ne ha fatto Gianfranco Drioli nel bel libro Iperborea, ricerca senza fine della Patria perduta, ma non ha dalla sua prove materiali tangibili, anche se resterebbe da spiegare il fatto che tutte le tradizioni dei popoli civili e selvaggi che conosciamo diano delle nostre origini una collocazione geografica opposta a quella oggi stabilita “dalla scienza” – in realtà dal potere politico – come “verità ufficiale”.

(Se è per questo, prove tangibili a suo sostegno non ne ha neppure l’Out of Africa, ma essa ha dalla sua la consacrazione ufficiale delle istituzioni, così come nel seicento ce l’avevano i detrattori di Galileo, e soprattutto il potere suggestivo del sistema mediatico).

Forse in un futuro non lontano, quelle prove che ancora mancano potranno venire dall’analisi del DNA. Un giorno che i fautori della democrazia antirazzista e sostenitrice del mescolamento etnico, dovrebbero augurarsi di non vedere mai.

Cosa abbastanza sorprendente, negli ultimi tempi su queste tematiche è tornato anche Anatole Klysov, lo scienziato russo che è un deciso e combattivo avversario dell’Out of Africa. La Guerra Fredda sembra oggi ritornata tra scienziati russi e americani, ma per così dire a parti invertite. Ai tempi dell’Unione Sovietica, infatti erano i ricercatori russi a dover piegare la realtà dei fatti a un dogmatismo di tipo ideologico; il loro compito non era cercare la verità delle cose, ma riconfermare l’ortodossia ideologica dominante, ed è proprio quello che accade oggi ai ricercatori statunitensi che non possono derogare dall’ortodossia democratica politicamente corretta che impone di proclamare l’inesistenza delle razze e il dogma dei benefici della società multietnica, oggi sono loro “i sovietici”, mentre gli scienziati russi non hanno, o hanno molto di meno queste preoccupazioni e, guarda caso, in campo antropologico, sul problema dell’origine dell’uomo sono schierati su posizioni di netta contrarietà all’OOA.

Ebbene, proprio in sintonia con le ricerche che abbiamo visto, in un articolo comparso recentemente (4 maggio) sul blog di Anatole Klysov si spiega che “Certamente parte dell’estremo nord, fu in tempi pre-storici, stabilmente abitata, perché ben diverse dalle attuali ne erano le condizioni climatiche e possibilità di vita”. (devo la segnalazione al nostro Giuseppe “Joe” Fallisi).

Tanto per completare il quadro, sempre in questo periodo tra fine aprile e inizio maggio 2016 nel quale sembra proprio che per quanto riguarda la ricerca dei nostri remoti antenati si siano smosse le acque, è arrivata una notizia ripresa dal sito vvox.it e precedentemente apparsa sul “Corriere del Veneto”. Sembrerebbero essere stati ritrovati in questa regione i resti di homo sapiens più antichi d’Europa finora conosciuti. Non si tratta di una traccia imponente, un dente che è stato ritrovato in una grotta, il Riparo Solinas nei pressi di Fumane (Verona) e che sembrerebbe essere pressoché coevo di un altro dente ritrovato in una grotta ligure. I due reperti sono stati studiati e sottoposti all’analisi del radiocarbonio per determinarne l’età da Stefano Bonazzi dell’Università di Bologna e Marco Paresani dell’Università di Ferrara. Il reperto veneto parrebbe essere il più antico mai rinvenuto in Europa, risalente a 40.000 anni fa, e il secondo al mondo, superato solo da un ritrovamento avvenuto in Siberia in una grotta nella catena dell’Altaj (anche in questo caso, siamo piuttosto lontanucci dall’Africa, mi pare).

In più, come ha precisato Marco Paresani nell’intervista rilasciata al Corriere del Veneto, si tratta di un ritrovamento di particolare valore perché associato a un preciso contesto culturale formato da ornamenti, utensili, incisioni sulla pietra.

Out of Africa? Forse sarebbe più appropriato parlare di Out of Veneto!

A tutt’oggi è difficile stabilire se le nostre remote origini siano iperboree, atlantiche o semplicemente europee autoctone nel senso nobile e atavico che gli antichi davano a questa parola. Quello di cui possiamo essere davvero certi, è che noi rappresentiamo la continuazione di un retaggio antico e nobile, la parte più creativa e migliore della specie umana, quello stesso retaggio che oggi la tirannide mondialista vuole distruggere, e cancellare con ciò stesso il futuro dell’umanità.

NOTA: nell’immagine una possibile ricostruzione della terra iperborea in un’epoca in cui il polo artico sarebbe stato libero dai ghiacci.

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Categorie: Ahnenerbe

Pubblicato da Fabio Calabrese il 31 Maggio 2016

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. CarloID

    Gli studiosi di linguistica stanno ricostruendo il protindoeuropeo e guarda caso vi sono moltissimi vocaboli affini con quelli ancora presenti tra le lingue baltiche, il lettone e il lituano; la cosa è stata notata anche nei forum di inoeuropeistica, fino a chiedersi se effettivamente ha ancora senso parlare di indoeuropei o sia necessario coniare un’altra espressione .
    Addirittura si può leggere sul banale wikipedia: “Le lingue baltiche sono particolarmente interessanti per i linguisti perché mantengono molte caratteristiche arcaiche, che si ritiene fossero presenti nelle prime fasi della lingua protoindoeuropea.”

  2. Fabio Calabrese

    Grazie dell’informazione, certo se le lingue baltiche sono quelle che maggiormente si avvicinano al proto-indoeuropeo, questo non suggerisce certo un’origine mediorientale, né tanto meno africana. L’importanza dell’area baltica e scandinava per le origini indoeuropee è suggerita anche da Felice Vinci.

  3. CarloID

    Conosco le teorie dell’Ing. Vinci, e secondo me sono corroborate anche da ulteriori aspetti linguistici che vanno oltre quelli da lui utilizzati. Mi riferisco alla tempistica di evoluzione delle lingue, che se considerata da un certo punto di vista va esattamente nella direzione ipotizzata da Vinci. Mi spiego. Si sa per certo che quando una comunità di parlanti non subisce invasioni o altri eventi catastrofali tende ad evolvere la propria lingua in maniera estremamente lenta, e iniziando dalle parole meno usuali. Ossia: i vocaboli di uso quotidiano, quel lessico base che va dalle seicento alle mille parole della vita di tutti i giorni, tendono ad essere pressappoco i medesimi anche per secoli. Ora, è immediatamente evidente invece che non solo le lingue indoeuropee attuali, ma anche quelle arcaiche hanno delle marcate differenze tra loro, e la percezione della loro parentela non è proprio immediata. In soldoni: uno studioso ci arriva non troppo difficilmente a capire, ad esempio, che greco e latino hanno una matrice in comune, ma si tratta comunque di lingue sostanzialmente diverse, che escludono la comprensione reciproca tra due ipotetici parlanti – un greco e un romano, continuando l’esempio di prima – che non abbiano studiato uno la lingua dell’altro. Facciamo un altro esempio, forse più calzante: un italiano che non abbia studiato lo spagnolo riesce non troppo difficilmente ad intendersi con uno spagnolo che non abbia studiato l’italiano, e viceversa. Questo accade perché in effetti chiunque di noi ha potuto verificare che le due lingue non sono poi così diverse. E tuttavia, dalla caduta dell’Impero Romano ad oggi (lingua comune), sono passati più di millecinquecento anni!!
    Con questi presupposti, ci chiediamo: quanti secoli di differenziazione separano dal greco classico la originaria lingua di quelli che hanno VISSUTO (o concepito, che fa lo stesso) i fatti narrati nell’iliade, se questa fosse stata effettivamente localizzata nel baltico PRIMA della migrazione verso sud? Rectius: quanto dista dai greci che abbiamo conosciuto al liceo il proto – indoeuropeo parlato da quei nostri antenati? Probabilmente molto più che i millecinquecento anni che separano italiano e spagnolo.
    Arrivo alle conclusioni, che in realtà sono molto semplici: 1) l’indagine di Vinci basata sul criterio geografico è molto più convincente di quelli che la criticano su base linguistica, perché PROBABILMENTE l’iliade non è nata in lingua greca ma è il risultato di un adattamento, di una riduzione di una lingua antecedente e passata per secoli e millenni attraverso la tradizione orale; 2) stiamo parlando di una civiltà PROBABILMENTE molto più antica di quanto si pensi…

  4. Mary

    La lingua piu’ vicina al PIE e’ l’antico indiano, nella variante vedica (il sanscrito appartiene a un’epoca e a una collocazione diverse). Vinci non sa nulla di linguistica, con tutto il rispetto. Quasi tutto cio’ che ricostruiamo poggia su basi indiane antiche, in particolare la morfologia verbale e nominale. Circa la fonetica, l’indiano antico non conserva distinti i tre timbri vocalici: per questo serve il greco. Unendo a queste due lingue la conoscenza del latino e del gotico si ricostruisce quasi tutto. sicuramente resta possibile una provenienza degli indo-iranici da sedi settentrionali. Sulla datazione e la collocazione della protopatria esistono molte teorie, ma nessuna prova.

  5. CarloID

    ? ma se sono stato proprio io ad affermare che “l’indagine di Vinci basata sul criterio geografico è molto più convincente…etc”

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