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Oligarchie per popoli molesti: riflessioni dopo Vienna – Roberto Pecchioli

Oligarchie per popoli molesti: riflessioni dopo Vienna – Roberto Pecchioli

I parte

Juncker, Hollande ed anche, nel suo piccolo, il nostro ministro degli esteri, il conte Paolo Gentiloni Silverj nobile marchigiano, hanno potuto “tirare un sospiro di sollievo”, come hanno affermato giulivi: le mura di Vienna hanno resistito all’avanzata dell’estrema destra razzista xenofoba e populista. Nel 1683 l’allora capitale dell’impero asburgico fu salvata dai turchi grazie all’intervento del re polacco Giovanni III Sobieski. Stavolta, è stato il voto postale degli austriaci all’estero a scongiurare la tragedia: Hofer, il candidato cattivo ha perduto per trentamila voti, dopo aver sopravanzato il rivale verde Van der Bellen di 114.000 nel voto “normale”. Le perplessità su possibili brogli sono state espresse al massimo livello, ed il voto per posta ne alimenta la fondatezza. Per di più si è notato un abnorme aumento delle richieste di voto postale tra il primo ed il secondo turno elettorale. Comicissima è stata la definizione di immigrato attribuita a Van der Bellen dal Corriere della Sera, mentre il neo presidente è un maturo aristocratico di origine estone la cui famiglia fuggì dalle persecuzioni sovietiche. Magica parola, immigrato, per una triste condizione, ma la borghesia ricca ha spesso brividini di piacere nello stare dalla parte dei poveri, affacciati alla terrazza sorseggiando un drink servito dal “filippino”, sinonimo vagamente spregiativo di domestico.

Comunque sia, occorre una riflessione più complessiva dal voto dei nostri vicini d’oltre Brennero, traendone lezioni e conclusioni a partire da un assunto: le oligarchie, in Europa ed in Occidente, non solo sono schierate contro i popoli, ma ormai considerano molesta l’opinione pubblica e fastidiosa come un eruzione cutanea la stessa democrazia rappresentativa.

Ciononostante, esse riescono ancora, attraverso vari meccanismi di potere, a mobilitare parti significative di opinione pubblica a votare “contro” gli orchi. E’ dunque indispensabile comprendere i meccanismi che consentono a poteri opachi, screditati, lontani dalla vita concreta della stragrande maggioranza di vincere la partita elettorale, quindi in qualche misura ideologica, nonostante tutto. Innanzitutto, chi è padrone delle parole e dei significati è padrone delle coscienze, o, quantomeno, orienta i riflessi pavloviani dei più. Lo capì George Orwell, con la sua neolingua fatta di significati capovolti. Le oligarchie al potere (finanza, grande industria multinazionale, sistema mediatico e di intrattenimento, industria culturale, alto ceto burocratico, classe politica in ordine di importanza) ne applicano con raffinata precisione le lezione, perfezionata dalle acquisizioni dello strutturalismo e della psicologia delle masse. In più, hanno confezionato un’arma potentissima, che è il linguaggio “politicamente corretto”.

Insomma, le forze identitarie e sovraniste fanno (ancora) paura, e sopra la panca del panico irrazionale campa il blocco conservatore: razzista, populista, xenofobo, estremista di destra sono ancora insulti, o peggio, stigmatizzazioni che producono reazioni difensive in moltissime persone. In psicologia sociale, la stigmatizzazione è l’attribuzione di qualità negative a una persona o a un gruppo di persone, nell’ambito della loro condizione sociale e reputazione. In più, resiste e viene alimentata la paura dell’incognito, della novità politica costituita dall’emergere di forze nuove il cui linguaggio stride con quello abituale degli altri, e le cui idee sembrano – e sono – tanto diverse da quelle delle correnti dominanti del sistema. Jacques Sapir, un intellettuale francese di grande livello, afferma: “il principale avversario dei partiti e movimenti populisti è il conservatorismo di una parte dell’opinione. D’altra parte è impressionante vedere fino a quale punto i politici degli apparati tradizionali utilizzino questa paura dell’incognito. Quello, oggi, è il solo argomento che gli resti “.

E’ una verità sacrosanta, certificata dall’uso spregevole di alcune parole, tra le quali spicca proprio “paura”. Non c’è giornale, radio o televisione che non proclami il voto, o la semplice simpatia per chi è fuori dal coro, frutto della paura: del diverso (immigrazione), dell’innovazione tecnologica e delle legislazioni anti sociali (economia, lavoro, finanza), delle istituzioni europee e mondialiste (sovranità), del disordine sociale (criminalità, terrorismo) o dall’egoismo (tasse). Il “populista” è uno che ha paura, per ignoranza, incapacità di comprendere, malvagità, egoismo. La leva della paura, al contrario, viene azionata proprio per stimolare nei conformisti, nei moderati, nei tiepidi una reazione di rifiuto nei confronti dei nuovi mostri, di cui viene sottolineato l’estremismo, deriso il programma (quando se ne ammette l’esistenza !), e si costruisce a freddo, ovvero si inventa l’immancabile preoccupazione e mobilitazione della cosiddetta comunità internazionale, rappresentata testimoniata in genere dai virtuose prese di posizione di attori o intellettuali alla moda, definiti “coraggiosi”. Parole invertite, il coraggio è, da sempre, di chi si oppone, non di chi si unisce al coro dei potenti, e, naturalmente screditare le convinzioni altrui, attribuendole a paura frutto di ignoranza, rende assai facile catturare il consenso di chi sente colto, moderno, alla moda, tollerante.

Su questi temi ha pronunciato parole decisive Noam Chomsky, tutt’altro quindi che un pericoloso populista, enunciando le dieci regole strategiche del controllo sociale. Tra di esse la tecnica della distrazione, il metodo di creare problemi e poi offrire le soluzioni, quello di rivolgersi al pubblico come a dei bambini, usare l’aspetto emotivo più che la razionalità, mantenere il pubblico nell’ignoranza e nella mediocrità, rafforzarne l’auto colpevolizzazione, conoscere gli individui meglio di quanto loro stessi si conoscano. Psicologia, marketing politico assordante, controllo capillare delle fonti di informazione, padronanza delle parole chiave, ed il successo è pressoché certo.

Poi, c’è la derisione del voto di protesta: il solo voto accettabile, positivo, propositivo è quello conferito a lorsignori, tutti gli altri sono bestioni capaci solo di protestare. Ma se la gente è scontenta, dovrà pur far sapere il suo pensiero. No, la protesta è ammessa, siamo aperti, tolleranti, ma solo se incanalata dalle agenzie preposte: sindacati di regime, partiti che rappresentano una sorta di opposizione di sua maestà, o meglio ancora, se sfogata negli eccessi del fine settimana, nell’alcool, nella droga, nel disadattamento. In quegli ambiti, si liscia il pelo e si esercita la sacra virtù della tolleranza.

Tolleranza è un altro dei concetti la cui torsione semantica produce effetti di massa; la cosiddetta tolleranza è infatti considerata uno dei valori massimi della civilizzazione liberale, e da tempo se ne è travisato il significato: infatti, si tollera l’esistenza o la presenza di qualcosa che si disapprova, secondo lingua italiana.

Nella neolingua tollerare vuol dire accettare qualunque idea, persona e situazione, in nome dell’equivalenza di tutto. Essere definiti intolleranti, dunque, conferisce uno stigma ulteriore, per liberarsi dal quale è del tutto inutile invocare l’uso del dizionario o cercare di dimostrare la propria “innocenza”. Il giudizio, infatti, è stato già confezionato ed attribuito, ma non lo si può chiamare pregiudizio, perché viene da un sistema talmente grande e potente che porta sulle posizioni volute in maniera inavvertita, dolce. Qualcuno lo chiama “soft power”, ma le sbarre della gabbia in cui ci ha rinchiuso sono più robuste di quelle delle dittature tradizionali. Il primo banditore fu lo spregevole intellettuale ebreo tedesco americano (il cosmopolitismo è un’altra delle virtù contemporanee) Herbert Marcuse, fautore della “tolleranza repressiva”.

L’esito elettorale austriaco è solo l’ultima delle prove in ordine di tempo della capacità di disinformazione, di costruzione di paure o veri e propri muri psicologici verso chi dissente. Al di là dei possibili brogli, la sconfitta di Hofer si spiega così, esattamente come quella del Front National alle regionali francesi, dove il balzo del primo turno non resse alle reciproche desistenze dei socialisti e dei liberal gollisti, che riuscirono a battere i candidati frontisti sul filo di lana. Uguale è stato il destino dell’euroscettico britannico Nigel Farage, peraltro più un liberalnazionale che un “populista”, sconfitto pesantemente alle elezioni politiche a causa del sistema elettorale uninominale secco, in cui vince tutto il primo arrivato. Considerazioni analoghe valgono per l’Olanda (Geert Wilders) e per i fiamminghi identitari del Belgio, mentre uguale trattamento sta già ricevendo l’AFD tedesca (Alternative fuer Deutschland). La demonizzazione di Alba Dorata in Grecia e, più recente, del suo omologo cipriota, è ben conosciuta.

Significativamente, operazioni della specie non riescono nei paesi ex comunisti, dove, evidentemente, la voce tonante dei media asserviti al pensiero unico liberale – moderato, radicale, progressista o conservatore poco conta – non riesce ad assordare del tutto le popolazioni. Di qui i successi ungheresi, polacchi e della stessa Slovacchia, dove è al governo un partito socialista a forti tinte nazionali.

In Italia, settant’anni di demonizzazione delle forze considerate neofasciste o genericamente alternative rende difficile persino organizzare cortei o eventi pubblici per la costante vociante presenza degli ascari strafatti chiamati ragazzi dei centri sociali, ma soprattutto per il fastidioso bla bla istituzionale finto moralistico dei più scadenti rigattieri di idee usate della sinistra. Pochi giorni fa Giorgio Napolitano, ex comunista amico degli amerikani e di tutti i poteri forti, ha accusato la Lega Nord di xenofobia, e lo stesso Mattarella, di solito silenzioso nel suo immenso palazzo sorvegliato dai corazzieri, si è scagliato contro i populismi.

Questi, però, sono solo i nudi fatti, la fotografia della situazione, cui, dopo Vienna, è necessario opporre una strategia. La prima questione da porsi è, ad avviso di chi scrive, trascurata dai destinatari dell’ostracismo, ed è, invece, l’ elemento essenziale della questione: perché il potere globale, in Occidente, tratta come nemico soltanto il mondo che si riconosce nell’identità nazionale e locale, nella sovranità, nella difesa delle radici territoriali, etiche, spesso anche religiose, della propria comunità di appartenenza, mentre qualunque altra idea, progetto, settore sociale., viene accettato, accolto, talora accarezzato e sempre più spesso facilmente cooptato all’interno dell’ampio stomaco “liberal”?

La seconda è comprendere perché l’imbroglio sia creduto da tanti, e la paura del nuovo orienti gente onesta a favore dei propri carnefici, per quale follia o malattia dell’anima la distruzione del tessuto comunitario civile, morale da parte dei disvalori correnti e dell’irruzione di masse umane estranee e sradicate non produca l’indignazione che sentiamo noi. Perché non muove alla ribellione la distruzione dei diritti sociali, la precarizzazione, la privatizzazione di tutto, la distruzione progressiva dei ceti medi, la proletarizzazione della morente piccola borghesia di impiegati, artigiani, operai specializzati, piccoli imprenditori, la riduzione a poveracci di quel che resta degli operai, dei giovani sfruttati dal precariato, ridotti a vivere di voucher, umiliati dai nuovi padroni, dei pensionati che terminano la loro vita nella paura, nella difficoltà di curarsi, nel disinteresse, la spoliazione fiscale per ingrassare le banche e mantenere il consenso clientelare di burocrazie parassitarie, di privilegiati assistiti?

Perché accettiamo una tassazione che ci spoglia del nostro, uno Stato che è sordo all’esigenza della sicurezza civica, un sistema giuridico che colpisce gli onesti e tiene lontani dal carcere ladri, rapinatori, persino assassini, ma rinchiude chi si è difeso dall’aggressione o ha espresso opinioni sgradite?

Solo dopo aver riflettuto sui quesiti di cui sopra, si potrà lavorare per rimuovere le cause delle sconfitte, migliorare le prestazioni di ciascuno di noi, animare, finalmente un fronte di opposizione sociale, nazionale, popolare di chi è sotto, anziché sopra, fuori anziché dentro. Destra e sinistra sono, dopo il 1989 ed ancora più dopo la potente accelerazione della globalizzazione iniziata con il terzo millennio, un imbroglio, un’altra delle gabbie in cui ci hanno rinchiusi, o, come ci avvertiva Ortega y Gasset, due forme uguali e contrarie di emiplegia mentale, oltretutto superata dalla storia.

II parte

La risposta alla prima domanda posta è, in fondo semplice. Se è vero, e lo è, che il potere è oggi detenuto dal mondo della finanza e delle multinazionali, che si servono di gruppi di pressione alle loro dirette dipendenze per diffondere il pensiero unico mercatista, delegando l’amministrazione politica (l’ossimoro è voluto, poiché la politica, intesa come battaglia di idee e progetti di società diversi ed alternativi è del tutto estranea all’orizzonte liberale) a classi di professionisti del consenso che si dividono in partiti avversi solo nella lotta per accaparrarsi quote di elettori, ma che condividono lo stesso modello di società, i nemici sono, necessariamente, coloro che non appartengono al cerchio magico allestito dal potere. Destra e sinistra, in un cerchio, sono concetti privi di senso, che vengono perpetuati all’unico fine di fidelizzare tifoserie contrapposte, che reagiscono con riflessi condizionati, come il cane di Pavlov, al teatro di parole dell’uno e dell’altro, con fischi ed applausi a comando che somigliano a quelli registrati di certe sit-com televisive americane.

Se qualcuno annuncia di spegnere la televisione, o vuole cambiare canale, curva nord e curva sud reagiscono all’unisono, corrono come criceti nel cerchio della gabbietta, pretendendo di scacciare, o schiacciare chi si è permesso di turbare lo spettacolo atteso. Di fatto, i perturbatori dell’operosa quiete del supermercato globale sono esclusivamente i populisti, gli identitari, i sovranisti, gli avversari del consumo. Destra, centro e sinistra del sistema cantano la stessa canzone con accenti lievemente diversi, gli urlatori scamiciati spaccavetrine sono utili idioti del sistema, che legittimano agli occhi della maggioranza con il loro sciocco teppismo. Resterebbero i comunisti, ma il colpo della fine della loro religione secolare li ha tramortiti sino al punto di negare la loro stessa storia, quelli tra loro che continuano a volere una società socialista sono emarginati dai loro ex compagni, conquistati alla nuova sovversione internazionalista del denaro, ed un settarismo antico quanto ostinato impedisce loro di confrontarsi con chi, da posizioni e con ispirazioni differenti, è contro l’universalismo liberale e mercatale.

Il nemico siamo noi, dunque, i pessimi populisti, patrioti, comunitaristi che non rinunciano alla sovranità popolare e nazionale, non credono all’algida etica del mercante né all’ineluttabilità di un mondo globalizzato nel consumo, deprivato dei popoli, delle nazioni, delle lingue, dalle stirpi, dalla trascendenza. Siamo, da tempo, la “seconda posizione”, preso atto che la gente che piace e che “sa”, è tutta dalla parte del mercato globale. Naturale, dunque, che l’intero, munitissimo arsenale nemico spari contro di noi e solo contro di noi. E’ un grande orgoglio, una straordinaria responsabilità della quale dobbiamo prendere coscienza. Unica opposizione in un mondo allineato, ma solo apparentemente.

Pertanto, primo comandamento, non collaborare con il nemico, non passare dall’altra parte. Che se ne farà il nostro popolo, e tutti gli altri popoli fratelli del continente, di una nuova destricciola di potere, o di un barcone carico di moderatini, o di una falsa sinistra molto gaia e per niente sociale e popolare? Non si può essere moderati, guardando il mondo com’è e come peggiorerà ancora, né si può essere conniventi con il male, per qualche seggio in parlamento o per diventare assessori ai lavori pubblici, od essere accettati nella “grande” stampa e nei circoli accademici.

Il ribelle si ribella, passa al bosco, come diceva Juenger, e lavora per cambiare le cose. Altrimenti, è solo un opportunista, magari personalmente onesto, ma non è qualcuno che fa l’interesse della propria gente. In questo senso, dobbiamo fare nostre le parole di Karl Marx nell’XI tesi su Feuerbach: I filosofi hanno solo interpretato il mondo in modi diversi; si tratta ora di mutarlo.

Il secondo interrogativo che ci siamo posti riguarda la difficoltà di infrangere il cordone sanitario eretto attorno agli oppositori, cui per brevità daremo il nome di populisti. Paura, opportunismo, timore del salto nel buio, demonizzazione indotta dal sistema, disinformazione, certo. Ma c’è di più, e deve essere indagato, a partire da noi stessi, dai nostri limiti ed errori. Partiamo proprio da Vienna, e dall’indagine sociologica relativa alla scomposizione del voto, perché è davvero istruttiva e si aggiunge ad analoghe conclusioni tratte sui flussi elettorali in Francia, in Gran Bretagna ed in altri paesi dove soffia il vento identitario. Il vantaggio analitico del voto austriaco risiede nell’ aver tagliato in due la nazione come un’arancia.

Primo dato: Hofer vince con quattro punti di vantaggio nei voti “normali” e perde in modo nettissimo nel conto postale. Tralasciamo l’eventualità di brogli: l’identità, la preoccupazione per il futuro è ben più forte tra chi vive quotidianamente la realtà del Paese, si affievolisce o scompare tra chi sta all’estero. L’Austria non è una nazione di emigranti, ma tanti benestanti e pensionati vivono all’estero. Il radicamento sta da una parte, il nomadismo dall’altra. Vince Hofer in tutte le regioni, tranne nel minuscolo Vorarlberg attiguo alla Svizzera, e soprattutto a Vienna capitale, unica grande città del Paese. Il mondo urbano, dove più numerosi sono i ceti dirigenti, le classi cosiddette colte, tendenzialmente cosmopolite, vota in un modo del tutto distinto dalle città medio piccole e dai centri minori. Un’altra conferma, che fa il paio con le percentuali attorno al 60 per cento del candidato verde tra i ceti più abbienti, il sostanziale pareggio tra i pensionati, la tenuta di Hofer tra disoccupati ed inoccupati (45 per cento) e l’impressionate trionfo (80 per cento!) del candidato “nazionale” tra operai e lavoratori a basso reddito.

Loro sentono il morso della crisi, vivono la concorrenza degli immigrati, verificano l’ingiustizia dei vantaggi loro accordati, provano sulla pelle l’insicurezza cittadina, sperimentano per la prima volta condizioni di povertà, difficoltà a dare ai figli istruzione e benessere, riscontrano con doloroso stupore l’indifferenza dei vecchi partiti o sindacati di riferimento, la scelta di campo avversa delle autorità religiose, la sordità delle classi dirigenti tutte finanza, mercato, consumi vistosi ed individualismo. Costoro non ascoltano più le antiche parole d’ordine delle istituzioni o dei partiti tradizionali, anzi fanno esattamente il contrario di quanto essi vorrebbero. Solo una minoranza risponde al comando della sfiatata sinistra ex socialista o alle nuove parole d’ordine sui sedicenti diritti civili individuali, omosessualismo, permissivismo morale e civile.

La nota stonata è il netto prevalere del voto femminile per Van der Bellen, che è parallela ad analoghe difficoltà del Front National e degli altri movimenti identitari e populisti. Dovremmo concludere che le donne sono più sensibili ai comandi del potere, ma sarebbe un grave errore. La verità è che i principi affermati dal mondo “populista” sono, in larga misura, maschili. La femminilizzazione della società è uno degli elementi che rafforza il losco potere delle oligarchie (maschili!) dominanti. Pensiamo al disprezzo per la figura del soldato, visto come assassino, appassionato di violenza, malato di autoritarismo, all’orrore che tanti provano per il difendersi da soli, il discredito per l’esercizio della caccia, che ha caratterizzato millenni della vicenda umana, il disprezzo o la derisione per valori come l’onore e la fedeltà, l’ossessiva insistenza per il dialogo rispetto alla decisione o alla negazione, il buonismo ostentato, alleato oggettivo del non fare giustizia, il timore di punire chi lo merita, giacché la colpa è della società o delle circostanze, mai di chi ha commesso il male, la svalutazione della vittima.

Nel 1948 in Italia, scrisse Leo Longanesi, ci salvarono le vecchie zie, che votarono in massa per la DC e scongiurarono la vittoria socialcomunista. Oggi, non ci sono più le zie in una società di figli unici, e quelle rimaste, spesso insegnanti o operatrici sociali (psicologhe, mediatrici culturali, assistenti sociali) costituiscono il nerbo dell’esercito “progressista”, e, purtroppo, educano pressoché in esclusiva ragazzi e adolescenti. La fragilità dei giovani maschi dipende da loro, dall’incomprensione cieca dell’universo maschile cui vengono impartite lezioni di vita che non capisce e non approva, confusamente, istintivamente, e si pretende dai giovani uomini una diligenza, una accettazione delle regole, un’organizzazione mentale che a quell’età è propria delle ragazze.

Non riescono più ad avere modelli, quelli che vedono sono essenzialmente femminili o estranei, di qui disadattamento, reazioni inconsulte dinanzi alla disapprovazione di ciò che per loro è naturale. Non è un caso che i giovani maschi prevalgano nettamente sulle femmine tra simpatizzanti, militanti ed elettori dei movimenti sovranisti ed identitari in tutta Europa. L’enfatizzazione della tolleranza è apprezzata maggiormente dalle donne, abituate alla cura, alla conservazione, mentre la difesa della legge, del territorio, di ciò che è proprio è passione eminentemente maschile, come l’idealismo e la disponibilità al sacrificio per un principio. La donna è invece maggiormente portata a dare tutto per qualcuno. Sono generalizzazioni, ovviamente, ma rendono l’idea di un mondo in cui i valori di ieri, quelli che, indubbiamente, furono elaborati da uomini, sono stati capovolti.

Naturale che ne abbia nostalgia chi è erede di chi li ha pensati, ispirati, diffusi e posti a fondamento delle comunità e delle famiglie, ma abbiamo la scorrettezza politica di denunciare che il settore vincente del femminismo ideologico ha proclamato una guerra contro il maschile in alleanza con le peggiori idee della scuola di Francoforte con il suo marxismo declinato in salsa intellettuale e psicanalitica. Pensiamo a opere come “La personalità autoritaria” di Herbert Marcuse, o ai testi di Erich Fromm, che anticiparono la teoria del gender, insinuando che i ruoli maschili e femminili sono il prodotto del determinismo sociale, e non della natura biologica. Idee della specie sono il perfetto brodo di coltura per i luoghi comuni del progressismo libertario, la distruzione della famiglia, l’indifferenziazione che spalanca la porta alle follie immigrazioniste ed all’abbattimento delle specificità nazionali, di stirpe o di genere.

Fin qui l’analisi spicciola per grandi settori di opinione, di età, sesso e condizione sociale. Poi, ovviamente, c’è l’immensa sproporzione di mezzi a disposizione: economici, innanzitutto, e poi mediatici, accademici, di pregiudizi e luoghi comuni. Ricordiamo tutti, a proposito della Lega Nord, le parole d’ordine vigenti da molti anni: ignoranti, egoisti, poco più che cavernicoli. In molte zone, le percentuali di quel partito erano, e sono, così elevate che la statistica stessa nega la verità di idee ridicole, ma credute da moltissime. A Varese, Treviso, Bergamo, zone civilissime e di grande laboriosità, sono illetterati, mentre a Livorno o Reggio Emilia brillano per cultura in quanto elettori storici del PCI prima, del PD adesso. I pregiudizi sono duri a morire, anzi sono tali solo quelli degli avversari, mentre le menzogne diffuse per screditare gli avversari sono verità certificate dal timbro di color che sanno. La “destra”, se identitaria e sovranista è sempre razzista, xenofoba, intollerante e il suo consenso frutto di paura, ignoranza, egoismo, chiusura mentale, bassezza morale, ma si riscatta quando diventa europea, liberale, tollerante.

Anche la sinistra, invero, insegnano i maestrini benpensanti, deve modernizzarsi, smetterla di parlare di operai o disoccupati e dedicarsi agli immigrati, agli omosessuali, alle donne stuprate, alla repressione del “femminicidio”, un delitto più grave dell’assassinio di un uomo, così come fumare un sigaretta o bere un bicchiere di vino, nel lindo universo igienico e biodegradabile dei progressisti è perseguito più che la dipendenza da stupefacenti, e qualche stupida parola di troppo ad una signora è peggio di una truffa.

Queste sono le nuove linee di frattura della società, su questo occorre prendere posizione, e non temere la reazione avversa. Milioni di persone condividono le opinioni “nostre”, ma hanno il timore di esprimersi, ancora di più sono coloro che, come capì Chomski, colpevolizzano se stessi per le proprie convinzioni, pensando che se il governo, i giornali, i professoroni, gli opinionisti, vil razza dannata quanto i cortigiani, la pensano in quell’altra maniera, avranno ragione loro, e allora tacciono, si vergognano o si uniscono al coro. Nessun arretramento, nessuna concessione alla cosiddetta moderazione, meno ancora alla peste del politicamente corretto.

III parte

La lotta è dura, e lo schieramento nemico fortissimo: inutile, anzi dannosa la replica, la giustificazione sul loro terreno. Saremo sempre fascisti, nazisti (gli unici ammessi sono quelli ucraini …), rozzi, ignoranti, xenofobi, razzisti, egoisti, e, se uomini, “maschilisti”. Il rapporto mediatico è mille a uno, dicano quindi quello che vogliono, se la cantino e se la suonino. La carovana passa, i cani latrano. La definizione di populisti la dobbiamo invece assumere positivamente: amare il proprio popolo, e considerarlo la fonte dei propri principi, ideali e progetti è cosa ottima, e pazienza se il termine è circondato dal biasimo di costoro.

Mettiamo noi sale sulle loro ferite: i popoli sono superflui, per le oligarchie. Se reagiscono, diventano molesti, vanno rieducati, repressi, colpiti. La verità è ancora avvolta nella nebbia, ma sempre più persone avvertono che la lotta, mortale, è tra basso e alto, centro e periferia, come suggeriva De Benoist, fuori o dentro, come aggiunge, più modestamente, chi scrive. Da un lato il felpato, ma inflessibile potere delle centrali finanziarie, multinazionali, i padroni delle tecnologie, con le loro casematte: i gruppi di pressione accademico ed universitario, clero regolare, i dirigenti delle loro aziende, dei giornali e del sistema di intrattenimento (il clero secolare), i discepoli ed aspiranti tali delle neo borghesie cosmopolite, anglofone, narcisiste, i loro sbirri degli apparati di repressione, non solo poliziesca, gli utili idioti delle centrali omosessualiste, dei centri sociali, dei circoli immigrazionisti (chiese, finte cooperative sociali, anime belle di varia estrazione), gli angelici devoti del politicamente corretto.

Dall’altra parte ci sono tutti gli altri, chiamiamoli pure i perdenti della globalizzazione, ma siamo, per disgrazia e per fortuna se sapremo unirci, la netta maggioranza. Abbiamo un vantaggio che non sappiamo sfruttare: quegli altri, forti del loro potere mediatico, insistono con la demonizzazione e con la stigmatizzazione, ma non fanno sforzo alcuno per capire, analizzare le ragioni di un malcontento che avanza, si diffonde in tutte le classi sociali e non è più classificabile, sbrigativamente, con etichette preconfezionate. Sì, abbiamo anche delle paura, delle quali all’iperclasse non importa nulla.

Siamo tormentati dal timore di non essere più padroni a casa nostra, di perdere il benessere conquistato ed espropriato ora da un regime sociale che ci avvicina all’Inghilterra del XIX secolo, di non contare nulla quando andiamo a votare, perché tutti si rivelano uguali, perché l’Europa di Bruxelles è una gabbia e l’Euro ci impoverisce, siamo atterriti per i figli che vivono di lavoretti e, se siamo giovani, non guardiamo al futuro con l’entusiasmo e la gioia dell’età, ma con la preoccupazione ed il fondato sospetto di essere un fastidio per chi detiene il potere. In più, abbiamo paura di un potere che si sente, oh, come si sente, ma non si fa vedere, e cominciamo a comprendere che Renzi o Berlusconi o qualcun altro, sono solo i commissari di zona di qualcuno, o qualcosa, di molto grande, molto brutto.

Si dice che i populisti non possano vincere: non riescono ad aggregare, non hanno un programma, sono solo un focolaio, una fiammata. Jacques Sapir, un intellettuale non avverso, invita a formulare programmi chiari. Ha ragione a metà: gli austriaci, Farage in Inghilterra, la Le Pen in Francia, ora anche AFD in Germania il programma ce l’hanno: controllo dell’immigrazione, reindustrializzazione, difesa o ripristino dello stato sociale, sovranità territoriale, economica, fiscale, monetaria. In fondo, molto semplicemente, il ritorno dello Stato, che può convivere senza difficoltà con un ‘Europa confederale e comunque politica, non economica e finanziaria, restaurazione della democrazia, il più possibile nella sua forma diretta, quella che Moeller Van den Bruck definiva “partecipazione di un popolo al proprio destino”.

Partecipazione, popolo, destino: tre concetti chiave, che nessuno può situare all’interno delle anguste categorie di destra e sinistra, e democrazia come richiesta, quasi invocazione, poiché in molti ne hanno ormai compreso la falsità, ma sono convinti del valore positivo della parola e del principio. Il destino comune richiama il futuro cui aspiriamo, la partecipazione ci rende padroni e non sudditi, o massa, il popolo è una categoria che richiama la comunità territoriale, il sangue, ma anche il bene comune, che vogliamo innanzitutto per “noi”, e pone la distinzione, rispettosa ma netta, tra chi è, e vuol essere membro di una comunità, e gli altri.

Certo è che, qui Sapir dice il vero, troppe volte le idee, i programmi concreti, l’idealità vengono oscurati dalla povertà intellettuale di qualcuno o dal modo macchiettistico o dilettantesco di presentarsi. L’imperativo, dunque, è non diventare, neanche per un attimo, come gli altri ci vogliono o, peggio ancora, essere come ci dipingono. Il nemico non può essere aiutato: argomentare con serietà e pacatezza, atteggiamento normale, sereno, proprietà di linguaggio, respingere con fermezza le trappole mediatiche di chi conosce i segreti della comunicazione.

Quanto alle parole, mai cadere nel politicamente corretto: lo straniero è straniero, la famiglia è “normale”, non tradizionale, il paese di cui cianciano loro per noi è patria, nazione, Italia. Non usare le parole altrui: extracomunitario, migrante, eterosessuale, gay. Una sobria schiettezza che va dritta ai fatti piacerà alla maggioranza del “basso”, infastidirà le classi dirigenti di narcisi senza radici e coglierà in contropiede l’impiegato d’ordine del sistema che abbiamo di fronte, giornalista, avversario politico o chicchessia .

La scarsa capacità di stringere alleanze politiche è autentica. Tuttavia, non la considererei un problema di prima grandezza. In termini di marketing, e mi scuso di utilizzare criteri di questa natura, il successo di un prodotto dipende dalla capacità di distinguersi dagli altri, di colmare una lacuna nell’offerta, di rispondere ad una domanda. Nel caso delle idee, non possiamo rivolgerci ai moderati, ai soddisfatti, ai ricchi, o, per guardare ai più giovani, alla generazione Erasmus, (dis)educata ad un cosmopolitismo vacanziero con il trolley a portata di mano, fatto di incontri casuali, non luoghi come aeroporti, centri commerciali, anonimi palazzi di società d’affari, relazioni occasionali mediate dall’interesse o dallo sfogo delle pulsioni sessuali.

Questo non è tempo per riformismi o aggiustamenti, e milioni di persone lo sanno, o lo intuiscono. Noi parliamo a chi vive sulla pelle i guasti dell’immigrazione senza regole, e porta le ferite di un mercato che esclude, senza regole e frontiere e limiti, non vuole vivere nell’astratto individualismo, di chi non ha più punti di riferimento, e vede morire ogni giorno ciò che ama e per cui vale la pena di vivere. Il populismo tanto disprezzato avverte che dietro l’umanitarismo dell’accoglienza c’è la riduzione di tanti uomini all’unica dimensione della povertà materiale, o lo sfruttamento dei nuovi arrivati, forza lavoro a basso costo. La posta in gioco è quella del rifiuto assoluto, inderogabile di ridurre gli uomini a numeri o elementi statistici. Siamo diversi, la religione dell’uguaglianza deve essere rifiutata alla radice, e non ci può essere un uomo di nessun luogo e di nessuna razza, senza storia, un trans della vita, che oltrepassa ogni momento tutte le frontiere, fisiche, morali e materiali.

Occorre quindi ripoliticizzare quest’Europa che i governanti vogliono trasformare in distretto amministrativo, retto da regole burocratiche ed impersonali come un’azienda multinazionale, il cui “core business” è arricchire con la menzogna del debito le entità finanziarie sfruttando gli uomini, marionette intercambiabili, fungibili, trasferibili, sacrificabili al Dio mercato. Il disprezzo con cui viene accolta ovunque la reazione popolare, che loro chiamano populismo perché ci odiano, l’evidente molestia che suscita ogni reazione dei nuovi schiavi liberi di comprare a debito ed accoppiarsi con chiunque, dimostra che dobbiamo accettare il peso di essere “partigiani”, nel senso teorizzato da Carl Schmitt, amici e nemici “assoluti”. E’ una guerra per via interna, in cui il più forte non riconosce né accetta l’esistenza dell’altro, e questo si chiama totalitarismo, sia pure di tipo nuovo, poco incline alla violenza diretta, se non quando deve difendere i suoi interessi peggiori (Irak, Siria, Afghanistan, Ucraina). Il più debole ha solo due armi: la forza del numero ed il diritto della ragione.

Ecco perché devastano tutte le idee ricevute, ogni principio, ogni valore condiviso: dobbiamo rimanere elementi di un algoritmo, di un modello matematico, greggi che il cane ogni sera riporta all’ovile per essere munti dal pastore e poi macellati al mercato. Al mercato…

La partita ha linee di faglia ormai chiarissime, ed un intellettuale come Marco Tarchi, che una politica cieca espulse tanti anni per un misto di invidia, ignoranza ed autentica cretineria li ha elencati con esemplare sintesi: “identità e radicamento culturale contro cosmopolitismo ed omologazione; amore per la stabilità contro culto della precarietà; solidarietà e legami di prossimità contro individualismo e globalismo; buon senso contro sofisticazione intellettuale; controllo costante su chi governa contro delega fiduciaria”

Siamo certamente maggioranza, ma il nemico finora ha avuto la capacità di dividerci: destra/sinistra come Lazio /Roma, borghesi /proletari, eccetera. Il meccanismo funziona ancora, e proprio le elezioni austriache ne dimostrano la persistenza. Tuttavia, la corda è tesa, e sta a noi rinunciare a bandiere stinte, gesti incomprensibili, modalità espressive non al passo con la realtà. Penseremmo mai di andare in Mongolia e parlare in greco antico ad un abitante di Ulan Bator, increduli di non ricevere risposta?

Allo stesso modo, non illudiamoci di diventare accettabili moderando o modificando il messaggio. Le professoresse lettrici di Repubblica continueranno a guardarci con disgusto, i neo borghesi ricchi che amano Marchionne ci schiferanno comunque, i residuati bellici del sinistrismo seguiteranno ad invocare per noi la galera, la destra del denaro, dei privilegi e delle élite si limiterà a spiegarci quanto è bello, grande e libero è il mercato globale, i moderati di ogni risma, dai loro caminetti, continueranno a preferire chiunque purché non disturbi le loro tremolanti esistenze ed i loro affarucci .Paura, interesse, riflessi condizionati.

Un linguaggio radicale ma pacato, un approccio tranquillo ma inflessibile sui fatti, programmi ambiziosi ma “normali”, possono cambiare le cose. Possono, e non è detto che accada, per la disparità di forze ma le alternative sono il silenzio, il rimpianto sterile per il “mondo di ieri” alla Stefan Zweig, o l’estremismo il quale, come sapeva Lenin, è una malattia infantile, ed è anche un energico ricostituente per il potere costituito, che potrà agevolmente reprimere il dissenso tra gli applausi popolari.

Un ragionamento a parte va fatto per il rapporto con l’Unione Europea e l’euro. Le semplificazioni possono conquistare qualche consenso momentaneo, ma la credibilità di una proposta passa per la sua sostenibilità. Siamo europei ed europeisti, non europoidi. L’Europa dei popoli e delle nazioni è un progetto che non si può buttare con l’acqua sporca delle burocrazie comunitarie, della Commissione o della migliaia di regolamenti e direttive che intossicano la vita di oltre 450 milioni di persone. Dobbiamo abbattere il muro massonico di un potere nemico attraverso il ripristino della sovranità popolare e della democrazia, non chiuderci in un isolazionismo fuori dal tempo. Forza e potestà legislativa al parlamento europeo, struttura confederale in cui ogni Stato sia rispettato, precisa delimitazione dei poteri dell’Unione rispetto a quelli nazionali.

Quanto all’euro, sarebbe inutile invocare, e magari ottenere, l’uscita dalla moneta comune se non fossero drasticamente rivisti i poteri della Banca Centrale Europea, cui conferire esclusive funzioni tecniche, poiché la proprietà pubblica dell’emissione monetaria è il passaggio più importante di ogni cambiamento. L’euro deve tornare dei popoli europei, attraverso il controllo pubblico dell’emissione e delle banche centrali. In caso contrario, meglio il ritorno alle valute nazionali, l’avvio di una moneta complementare ad uso interno, o la trasformazione dell’euro in qualcosa di simile al Bancor, la moneta internazionale virtuale ponderata immaginata da John Keynes a Bretton Woods. Rilanciare anche la proposta invano avanzata da Giulio Tremonti, ovvero gli eurobond, per superare l’assurdo di una moneta in cui sono denominati Buoni del Tesoro di valore reale diverso, di 28 Stati differenti per economia, grandezza, struttura.

Dovrà essere spiegata la dannosità del patto di stabilità europeo, ritirata l’adesione al pazzesco meccanismo europeo di stabilità (MES), fratello peggiore del Fondo Monetario Internazionale, rifiutato con sdegno il Trattato Transatlantico con gli Usa (TTIP), avviata una campagna per l’abolizione dell’art. 81 della Costituzione sul pareggio di bilancio, pretesa l’applicazione della legge 262/2005 sulla pubblicizzazione di Bankitalia, il ripristino della separazione delle funzioni bancarie di credito e deposito da quelle di speculazione finanziaria, riservando la garanzia pubblica alle prime.

Le privatizzazioni dovranno essere riviste, e si dovrà avere il coraggio di pronunciare la parola esproprio per pubblico interesse, secondo costituzione vigente, per settori come la siderurgia o le telecomunicazioni. Padroni del nostro destino, è uno slogan bello, come identità, sovranità, socialità.

Si dovrà prevedere il referendum propositivo, e istituire quello confermativo delle leggi più importanti e degli impegni economici più rilevanti dello Stato. Democrazia è poter decidere, e libertà concreta, tangibile significa partecipazione, e non solo perché fu il titolo di una splendida canzone di Giorgio Gaber, che, ad un certo punto, ammoniva anche che “libertà non è star sopra un albero, e neanche avere un’opinione “.

Concorrere al destino comune, al bene della comunità inizia dal possedere un programma, custodire un progetto, diffondere un’idea di società. Essere “per” qualcosa e non soltanto “contro” qualcosa, pur se l’opposizione allo stato di cose vigente è il primo gesto liberatorio, il movente iniziale di ciascuno al momento delle scelte. Eugenio Montale lo intuì in una delle sue liriche più suggestive di Ossi di Seppia: “Non domandarci la formula che mondi possa aprirti(…) Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.”

Da oggi, tuttavia, dopo Parigi, Londra, Vienna ed altrove, non basta, dobbiamo andare oltre, essere ogni giorno più molesti alle oligarchie: i popoli non sono superflui, o intercambiabili, e la storia dell’uomo non è un cammino inesorabile verso il supermercato. Giochiamo all’attacco, con il sorriso sulle labbra e l’impersonalità attiva di chi è figlio di una Tradizione da inverare nel futuro.

Contro il liberismo oggi come contro il comunismo ieri, a fianco di quel popolo che spesso sbaglia e qualche volta puzza pure, ma è il nostro e l’amore comincia dai propri simili, un popolo che non può finire servitore nella Disneyland dei banchieri o inghiottito dall’invasione degli estranei.

Un grande ribelle di ieri, Pierre Drieu La Rochelle fu chiarissimo: “L’uomo ha bisogno di ben altro che di inventare macchine; ha bisogno di danzare, di meditare.” Ed anche, ammettiamolo, di mangiare tutti i giorni.

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Categorie: Esteri, Politica

Pubblicato da Ereticamente il 28 Maggio 2016

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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