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La sacralità dello ius sanguinis e il destino delle nazioni

La sacralità dello ius sanguinis e il destino delle nazioni

La nazionalità è una cosa, la cittadinanza un’altra; la prima riguarda l’etnia e l’appartenenza nazionale dell’individuo e della sua comunità, la seconda l’appartenenza ad uno stato. Stiamo parlando di concetti distinti è chiaro, ma in ottica etnonazionalista le due cose devono coincidere, altrimenti si ha lo ius soli e la svendita della Nazione assecondata dall’individualismo del grigio conformismo borghese.

Il buon identitario è a favore dello ius sanguinis, per mezzo del quale la cittadinanza si acquisisce per diritto di sangue, di stirpe, e non per questioni burocratiche. Da una parte il Sangue, dall’altra il pezzo di carta e il compromesso giuridico in nome del quieto vivere. In un’Italia, e un’Europa, travolte dalle moderne immigrazioni di massa la problematica della cittadinanza diviene cruciale, e chi preferisce seguire la via francese cala inesorabilmente le brache di fronte alla temperie mondialista e alla sua dittatura “illuminata” del pensiero unico universalista e nichilista.

Personalmente, a proposito di tale faccenda, posso riconoscere tre livelli: il primo riguarda la stretta appartenenza etnica dell’individuo, che in un contesto come quello italiano non è qualcosa di granitico ed uniforme, vale a dire che parlare di “etnia italiana” dalle Alpi alla Sicilia è un po’ forzato e sarebbe preferibile seguire la storica demarcazione tra macroaree etno-regionali; il secondo livello è quello nazionale, poiché l’Italia come nazione esiste, ed è una realtà conclamata da secoli, per quanto non si tratti di qualcosa di omogeneo che comunque non smentisce l’esistenza di una nazionalità italiana; il terzo livello è la cittadinanza, che di norma è qualcosa di giuridico e burocratico ma che in ottica nazionalista deve per forza di cose aderire ai livelli precedenti. Altrimenti non si ha più uno stato-nazione di origine giacobina, ma uno stato-apparato sull’esempio americano che si fonda sul crogiolo multirazziale e la perdita totale di una precisa accezione etnica/etnonazionale della cittadinanza del singolo e della collettività. Lo stato deve coincidere con la Nazione, pena la perdita di un’entità politico-amministrativa al servizio dei suoi cittadini indigeni, cui la terra natia appartiene e viene governata dallo stato in questione.

Il mio etnonazionalismo italiano acquisisce una precisa sfumatura federale, ed è per quello che sopra parlavo di tre livelli. L’Italia, al netto del suo stato, riflette una realtà etno-culturale eterogenea che, come si è potuto vedere in articoli passati riguardo gli areali etnici italici, può a grandi linee essere suddivisa in sei tronconi: Lombardia, Venethia, Etruria, Ausonia, Enotria, Sardegna.  Potremmo anche ridurli a quattro, associando Lombardia e Venethia e Ausonia ed Enotria. Questa ripartizione non nega l’italianità, che è un concetto identitario che mette d’accordo tutti gli abitanti della Penisola, ma a mio avviso la corrobora senza frustrarla con nazionalismi di cartapesta o con secessionismi generatisi tra i fumi dell’alcol o le nostalgie di perduti passati preunitari decisamente mitizzati e mai vissuti da chi li propina. L’etnofederalismo salva dalla deriva statolatrica, il nazionalismo e l’Italianesimo dai poco costruttivi micro-sciovinismi che piacciono tanto all’Unione Europea e a chi caldeggia i famigerati Stati Uniti d’Europa per meglio assecondare i desideri atlantisti degli Americani. Si divide con lo spezzatino di popoli per seminare zizzania tra di essi ed impedire che si faccia fronte comune contro i nemici d’Italia e delle sue genti.

Ad ogni modo, la cittadinanza è legata a tutta una serie di diritti e di doveri che fanno il cittadino, e siccome non è fuffa ma basilare fondamento giuridico della propria appartenenza nazionale non può essere regalata come fosse caramelle con sotterfugi, circa la permanenza di un individuo sul suolo nazionale, quali i matrimoni di comodo, le sciagurate naturalizzazioni (cosiddette), il rispetto delle leggi o l’acquisizione di una cultura linguistica e non tale da permettere l’integrazione. Signori, Italiani si nasce, non si diventa mica, perciò non esistono stranieri italiani, è una contraddizione bella e buona! Così come non esistono Sardi lombardi, per dire! E lo stesso concetto di integrazione è una cosa sbagliata e pericolosa, poiché nel tessuto sociale si devono integrare i nativi, non i forestieri (che vanno rimpatriati e, casomai, aiutati nei loro territori). Lo stato ideale non è il carrozzone assistenzialista repubblicano che conosciamo tutti dal 1946 a questa parte, un misero contenitore statale che butta nel medesimo calderone e in maniera indistinta i vari popoli d’Italia e pure gli allogeni “naturalizzati”, bensì lo stato nazionale che tutela per davvero l’etnia e la nazionalità contrastando ogni pericolosa fanfaluca sullo stile dello ius soli e ogni barbarica invasione esterna. Certo, a monte c’è una questione di educazione al sentimento nazionale e patriottico, finalizzata alla promozione dell’endogamia, dell’etnocrazia e anche di una certa autarchia, per quanto gli Europei in Italia non possano certo essere messi sullo stesso piano con gli allogeni. A monte c’è l’educazione al comunitarismo che è ciò che garantisce la coscienza di popolo, di etnia e cultura e di nazionalità.

Tuttavia, il diritto di sangue è la razionalità perché se uno nasce africano non può tramutarsi in europeo come per magia, con un tocco burocratico e di buonismo cristiano fatto legge, e le identità di sangue non sono invenzioni poetiche, per quanto ammantate di romanticismo. Altrimenti, sempre per il logoro volemosebbene, cancelliamo anche i sessi, gli orientamenti sessuali, le condizioni psicofisiche, l’età, liquidando tutto ciò come “costrutto sociale” assecondando i capricci pseudo-filosofici di chi riconosce solo l’esistenza del censo, e guarda caso il suo non è mai al di sotto di quello borghese.

Vedete amici, il diritto di sangue non è un materialistico feticcio (sarebbe ridicolo, quelli col feticismo del materialismo sono proprio i nemici del Sangue) ma è la forma più razionale che vi sia per mettere ordine in uno stato e far sì che coincida per davvero con la nazione, altrimenti si avrebbe la distruzione totale della stessa. Uno stato deve basarsi su un fortissimo senso di appartenenza che leghi le varie genti di un Paese in nome di una comune eredità etnica, culturale, linguistica e spirituale, nonché storica e geografica, non deve essere qualcosa di artificiale fatto a immagine e somiglianza di quei vuoti potentati la cui “identità” si fissa sull’economia, sui “valori” illuministici, sull’industria o la potenza militare. Sarebbe il caso di tenere separate la religione civica del patriottismo dal sotterraneo lavorio della massoneria, che per quanto in un certo senso “tradizionale” è solo la perversione della prima con tanto di torbidi legami con mafie e criminalità assortita; e così è davvero il caso di non confondere lo stato nazionale con lo stato meramente burocratico che vorrebbero imporci dall’alto per calpestare il Sangue, il Suolo, lo Spirito, la Patria nella sua più genuina essenza. E tutto questo per aprire le porte a cani e porci e accelerare il processo di demolizione e delegittimazione del nazionalismo visto come maligno strumento al servizio dei “fantasmi del passato”. No amici miei, non funziona così: qui gli unici strumenti maligni sono proprio gli pseudo-valori dell’ecumenismo, dell’universalismo, del sincretismo, del contagio pluralistico che sulla falsa riga del decadente Impero Romano ellenizzato e del tutto aperto alle inquietanti influenze levantine vuole piegare l’Europa una volta per tutte consegnandola all’unipolarismo americano per il colpo finale.

E proprio l’accostamento con la decadenza della romanità imperiale ci sbatte in faccia siccome sferza una situazione che ricorda da molto vicino quanto subì l’Impero Romano d’Occidente sul finire dei suoi giorni: il cosmopolitismo, l’effeminatezza, l’omosessualismo, il lassismo e il pervertimento dei costumi, la debolezza cagionata dalla castrazione della virilità, le invasioni dei novelli barbari, l’esaltazione della donna non come figura tradizionale ma come veicolo d’infezione di ideologie relativiste e anarco-individualiste (da cui poi la bioetica ridotta a zerbino del capitalismo), ed infine l’universalismo giudeo-cristiano che è peraltro sfociato in età contemporanea nei bolscevismi e nei capitalismi ma anche, paradossalmente, in quel laicismo ateo che non è che umanesimo e “dirittocivilismo” intrisi di cristianesimo filosofico. Come a dire: il papa non può ficcare il naso in questioni etiche e sessuali ma ben vengano le sue sparate xenofile, un’ingerenza che ci sta a pennello perché fa il giuoco di chi manovra i fili dell’Europa post-sessantottina. In realtà, il monoteismo abramitico è a suo modo ateismo, perché asfaltando e rimuovendo i credi tradizionali ha imposto il dispotismo di Geova, di un dio unico straniero inventato per spazzar via i solari culti ariani.

Il Sangue è la Natura e la Ragione, e la sua atavica forza identitaria si contrappone vittoriosamente alla costante denigrazione nichilista e relativista messa in atto da chi, pur appellandosi alla razionalità, arriva a sostituire la Verità naturale con l’artificio e l’inganno del politicamente corretto, spacciato per cartina di tornasole della civiltà. No cari miei, la Civiltà è nell’ordine naturale e tradizionale delle cose e in chi lo segue per costruire e irrobustire, e non per distruggere. Viceversa la barbarie alberga in quei pervertiti cuori postmoderni gonfi d’odio per tutto ciò che è biodiversità e che ostacola il cammino distruttore del mondialismo sulla strada del genocidio autoindotto di quel che rimane dell’Europa, degli Europei e delle loro comunità nazionali.

Ave Italia!

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Categorie: Etnonazionalismo

Pubblicato da Paolo Sizzi il 29 Maggio 2016

Paolo Sizzi

Lombardo orobico, Italiano, Europeo, classe 1984. Letterato, sulla Rete dal 2006, da sempre cultore di valori identitari e tradizionali. Senza rinnegare la formazione völkisch evolve il pensiero nell’Italianesimo Sangue e Suolo, coerente con un disegno etnonazionale federalista. Appassionato di antro-genetica, si definisce Nordomediterranide, fusione di elementi ario-italici/celtici con il sostrato ligure. E la Lombardia è proprio questo: una terra ligure e alpina arianizzata da Celti e Italico-Romani, e con un benefico tocco germanico.

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