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Cenere – Mario Michele Merlino

Cenere – Mario Michele Merlino

Mi sembra sia Fulvio Tomizza, le cui origini istriane lo inseriscono fra ‘gli scrittori di frontiera’, che, ponendo fine ad un suo romanzo, scriva come il mondo muoia ogni volta che muore un uomo. Idea presuntuosa balsana e tolemaica come se la natura dipendesse dalle leggi e nostri desideri. Immaginiamoci il deserto che sia tale solo e perché siamo noi, scorgendone l’inospitalità, a dargli pessima nomea, senza la quale potrebbe benissimo essere confuso per la spiaggia di Rimini o di qualche esotica e romantica isoletta dell’Oceano Pacifico… L’organizzazione sociale delle formiche, ad esempio, è altamente superiore a quella degli uomini – così si dilettava a studiare il professore Aldo Braibanti, passato alle cronache giudiziarie per le sue disavventure da pederasta più che per la passione verso la mirmicologia (il suo libro Le prigioni di stato mi trasse in inganno con un titolo accattivante per chi misurava la distanza tra le sbarre e i chiavistelli). Solo che gli uomini possono, per consistenza e altezza, fare scempio dei piccoli esserini laboriosi o, come sostengono altri studiosi, portare il pollice verso le altre dita e così possedere presa e utilizzo sicuri.

Non ho fantasia ed animo per trasformare questa premessa in un saggio o presunto tale su cremazione o inumazione – il dio Sole la Terra madre –, le genti arya guerriere ove è il pater familiae a dettare legge in contrapposizione alle forze ctonie rette dal matriarcato, le commistioni fra le due antinomie (Roma indo-europea raccoglie dagli etruschi l’uso funerario del sarcofago). Tanto meno mettermi a disquisire con il Darwin se avevamo in origine la coda, il Jack London di Prima di Adamo, o citare, già fatto sovente, il Platone del Timeo. C’è chi più e meglio di me s’interessa e studia e conosce queste cose mentre io rimando a letture giovanili che, oramai, si vanno scolorando nella memoria sempre più imperfetta…

Qui, come da tempo, mi preme scendere in campo, magari con ridicola e spuntata lancia modello Don Chisciotte, e combattere l’assurda arroganza e la presunzione di considerarci (a priori) quali razza distinta e superiore (altro è darsi da fare per non cedere ai richiami verso il basso) a tutto ciò che appartiene all’incognita del divenire e dello scomparire. Come se fosse umiliante e servile misurare il proprio tempo non conoscendone la fine, pur consapevoli che essa si nasconda in attesa all’angolo della strada. In pratica al destino del Nulla…

E questo Nulla non va confuso con l’ammonimento ad evitare che il deserto ci cresca dentro, nulla a che spartire con i timori espressi dallo Zarathustra, non rimanda al vuoto di Democrito, non vibra sulle note di ‘un oceano di silenzio’ (i Nirvana semmai non il Nirvana). E questo Nulla non appartiene al disprezzo dei filosofi, tutti pieni di se medesimi, non agli anatemi incenso e gesti ieratici delle religioni, non a banali e ricorrenti scongiuri gatti neri e veloci toccasana fra le gambe… Questo Nulla ha ben altro in serbo, semplice, un gesto, uno schiaffo, una sfida. Esso, apparente e falso paradosso, è pieno di molteplici variegati caleidoscopi ruotanti contro quell’Essere di cui tanto si fa voce ma tanto poca rimanda l’eco. Definizione rigorosa? Pretesa.

Quando, ad esempio, Arthur Schopenhauer – giunto al termine de Il mondo quale volontà e rappresentazione – vuole descrivere il Nirvana, l’annientamento e superamento della condizione umana dal dolore di vivere, deve lasciarci meno di una paginetta, poche frasi anche dal dire superficiale, una sorta di temino da quinta elementare. Quel dire del non detto (anche se Heidegger lo attribuisce all’Essere!)… Perché sta nel vivere la consegna e vivere è un gesto una sfida uno schiaffo. Poi le parole, quasi sempre a giustificare consolare assolvere. Se non sono armato, so ben sputare lontano, mi sembra di ricordare… (Ammetto la contraddizione, hic et nunc, con davanti la tastiera e lo scrivere che si snoda, tortuoso, ma feroce verso il bianco della pagina). Ne La ruota del tempo Robert Brasillach fa dire ad uno dei protagonisti del suo bel romanzo come lo straordinario del vivere stia ‘nell’eminente dignità del provvisorio’ (non impone regole, non fa confronti, non esprime giudizi, ci prende la mano e ci conduce nella giovinezza eterna. Amara se ce ne scordiamo o la rimiriamo con nostalgia o, peggio, come qualcosa ormai morta…).

Essere soli. Nella nascita, nella morte. In fondo vita morte la morte nella vita la vita nella morte – ruoli apparenze inganni –, mi torna in mente la tesi di laurea su Carlo Michelstaedter, il giovane ebreo goriziano suicidatosi a solo ventitre anni nella sua abitazione di Piazza Grande. (Nella fase della speculazione filosofica Julius Evola lo teneva ben a mente). Subito dopo aver spedito copia della tesi di laurea a Firenze con titolo La persuasione e la rettorica. Contro Aristotele e di seguito tutti quei simulatori, gli incantatori – ‘la vita è bella!’, dicono e, intanto, la natura degli uomini e delle cose affila il coltello –. Cercare di darsi e dare un senso e trovarlo soltanto attraverso le figure a margine, della periferia d’ogni Impero, i Raminghi del confine, vagabondi estromessisi simili a vaga ombra della cultura come se la nostra esistenza si dimostri nella sua autenticità quando si scopre in sentieri dispersi rivoli e percorsi erte aspre, solitari nell’azione ed altri nl pensare. Unica questa forma di aristocratico dissenso. Distanti e distinti.

Davanti ad uno specchio quale immagine si riflette? Tu io un altro o nessuno? Io mi accontento di quest’ultimo… Il ‘tu’ e l’’io’ sono soggetti alla temporalità, al gioco di ombre, ambiguo in sè, alla polvere che sfaccetta il volto e lo frantuma. Intanto nella segreta del palazzo Sigismondo, il futuro re di Polonia, si interroga, essendo ‘la vita (è) sogno’, se sia meglio ben agire per non correre il rischio di risvegliarsi e ritrovarsi affogato in un mare di rimorsi e rimpianti e rancori. Si afferma, però, che la morte sia l’unico sonno ove il sogno sia assente. Assenza di rischio, dunque… Eppure:

‘M’amour, m’amour
cos’è che amo e
dove sei?
Ho perso il mio centro
a combattere il mondo.
I sogni cozzano
e si frantumano –
e che ho cercato di costruire un paradiso
terrestre’.

(Venerdì 22 aprile, alle cinque del mattino)

Cenere e dispersa al vento.

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Categorie: in memoriam, Punte di Freccia

Pubblicato da Mario Michele Merlino il 1 Maggio 2016

Mario Michele Merlino

Nato a Roma 2 giorni prima dell'entrata degli alleati, quindi 'obbligato' per fedeltà ad appartenere ad altra Repubblica. Prima con la spranga sui denti (altrui) poi con la penna irriverente sbruffone parolaio, cioè 'geniale'... con poche idee e tante emozioni in attesa di sapere cosa farà da grande...

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