Botte e carezze col pugnal… – Mario Michele Merlino

Botte e carezze col pugnal… – Mario Michele Merlino

(Seguito dei Manifesti. Con precisazione. Il Piccolotto è stato un attivista anni ’60 ed è vero che impose in una sera di novembre, credo, di andare ad attaccare manifesti ad un Mario riottoso. Ed è vero che, quella notte, finì in baruffa anche se non così epica e feroce. La decisione di andare a lavorare in Germania nasce con altri intenti. Il narratore, va da sé, si prende il diritto a questa ed altre licenze…).

Mario segue il Piccolotto. Spetta a lui scegliere i luoghi gli spazi la zona dove fissare sui muri la presenza attraverso i caratteri cubitali dei manifesti. Non è la prima volta. Silenziosi capaci rapidi, simili a monaci votati al silenzio, a guerrieri della pennellessa e del secchio. Cavalieri Templari, si immaginano. Le strade buie le sabbie del deserto il loro campo di battaglia i marciapiedi. E non mancano neppure le insidie, l’agguato, la presenza improvvisa del nemico a contendere il passo.

Il tempo scorre veloce. Forse ormai più di un’ora.

Alti casermoni muri scrostati cassonetti stracolmi luci fioche radi i lampioni. Come cani randagi, quasi avessero la dote dell’olfatto, avvertono il pericolo. E’ nella notte nell’aria umida e pungente nel troppo silenzio in quell’area che è considerata di esclusivo patrimonio ‘democratico e antifascista’.

Il Piccolotto si sbottona la giacca e sposta da dietro la schiena la mazzetta da cinque chili che porta infilata nella cintura dei pantaloni. Sussurra: ‘Li sento arrivare… Già due volte è passata lenta la medesima macchina. Da civetta. Ora le zecche sanno che siamo qui’.

Nella voce nessuna incrinatura, anzi una sorta di tono aspro e gioioso. Il brontolio del tuono prima della tempesta quando la natura comunica lo scatenarsi della sua potenza – vento impetuoso fitta pioggia lampi saettanti e vividi. La tigre che è in noi il suo ridestarsi l’istinto del predatore. E Mario gli è accanto.

Non è come lui, nonostante le letture estreme, i miti dell’Onore e del coraggio. Non s’è mai tirato indietro, però. Per orgoglio o per pudore, perchè sa che non c’è scelta se vuole essere di quel mondo un po’ sbruffone spavaldo e irriverente, sa quale sia il comportamento anche se un sottile tremore lo pervade e si augura che le gambe lo tengano ben saldo.

Anche lui s’aggiusta il manganello, lo allaccia al polso, si prepara a farlo vibrare come una serpe a fendere l’aria colpire e lacerare la carne. Non l’ha mai adoperato, ora è giunta l’occasione. In quegli istanti, fragile tregua, altro non pensa. O ci si batte o ci si batte comunque, altra opzione non c’è.

Darsi alla fuga? Abbandonare il rotolo dei manifesti e tutto l’ armamentario? Forse in qualche angolino, ben nascosto e protetto, la tentazione s’annida. E’ la legge della sopravvivenza. Sopra di essa, però, vi hanno costruito, argine saldo, tutto il sistema di valori che provengono da lontano, fin dall’infanzia con L’ultimo dei Mohicani di Fenimore Cooper, acquistato ad otto anni e conservato gelosamente, per arrivare agli anni dello squadrismo sul BL18 in corsa, strade sterrate bombe a mano randelli nodosi, verso qualche sede socialista da devastare, dopo l’8 settembre del ’43 con i volontari della Decima nelle buche di Anzio e poi sul Senio, i brigatisti neri a cantare ‘le donne non ci vogliono più bene’…

‘Alla grande!… Altro che cavalcare la tigre, stasera so’ mazzate…’.

Forse la voce tradisce un’ansia di troppo, uno sbuffo del respiro troppo compresso. ‘Stammi di spalla e lascia che sia io a decidere. Faremo loro mordere l’asfalto’. Il Piccolotto si crede simile a Marlon Brando in Fronte del porto.

Ed eccoli, i compagni. Una decina. Avanzano lesti, compatti, decisi. Si sono divisi in due gruppi a tagliare loro la strada, ogni via di ritirata, fare un cerchio e inchiodarli al muro. Senza metafora. Altri, probabilmente, in qualche automobile.

Uomini e cani hanno scovato la preda, la caccia ha inizio. Tutto sembra facile. Nulla, in fondo, è cambiato dall’età di Cro-Magnon quando gli uomini inseguivano il cervo si battevano con gli animali predatori s’imponevano con l’ascia di selce con la lancia e affissa la pietra appuntita. Solo l’odio, quello è più recente. Al tempo dei Giacobini e del Terrore in Francia; quando i bolscevichi impararono il colpo alla nuca in Spagna e nell’aprile del ’45.

S’apre una finestra, una donna urla con voce isterica: ‘Ammazzateli ‘sti fascisti di merda!’.

Nulla, non prova adesso nulla. S’è costruito il vuoto dentro, no, da dentro gli sorge un’energia un urlo una potenza, sconosciuti compagni di lotta, commilitoni in prima fila che lo conducono là dove si combatte, dove la lotta non è un caso ma una sfida.

E’ il richiamo ancestrale della razza, di più generazioni, che hanno piegato popoli e la natura – i primi soggiogati la seconda trasformata in strade ponti velieri… Si fa avanti quello che sembra avere maggiore autorità. ‘L’avete cercata, la rogna, ed ora ne avrete in abbondanza… Nessuno spazio, topi di fogna, qui e in qualsiasi altro quartiere della città’.

Fa un ulteriore passo, quasi a sfiorare il Piccolotto, mettergli l’indice puntato sotto il mento, e gli altri gli vengono dietro. Errore. Frazione di secondi. Tanto basta. Nelle mani appare la mazzetta e s’abbatte diritta e feroce sulla faccia. Scricchiolio di ossa in frantumi, il naso reso una poltiglia, sangue a schizzo, si allarga sul viso, gli occhi si dilatano ruotano si spengono, le mani inutili tampone, rovinio a terra.

Gli altri, un attimo di stupore, esitano, un passo indietro, poi si ricompattano, manici di piccone tubi di piombo luccica la lama d’un coltello a serramanico, si precipitano loro addosso. Tanti, troppi. Danza macabra. Sulla fronte del Piccolotto goccia sangue e sangue fra le dita. Una furia, simile a bestia ferita che non molla. Rotola un manico di piccone sul marciapiede mentre il braccio che lo reggeva ciondola inerme.

Secchio pennello rotolo di manifesti a terra. Spalle al muro. Inchiodati a difendere se stessi, una straccio di Idea, un essere contro, un diritto forse. Ragioni e torti azzerati, significato e perché finiti sull’asfalto, neri e rossi un pretesto inutile, solo istinto puro animale bava alla bocca mani contratte muscoli tesi piedi saldi occhi mobili e l’urlo strozzato in gola sangue dentro che scorre a mille sangue fuori che si sparge. Non vi è altro, altro non è dato, altro non occorre.

Apparente paradosso: il Vuoto, il Nulla. Se fosse non in strada a lottare, logica della sopravvivenza, in quel vorticare di gesti di colpi di scalpitio di bastoni a ruotare avidi di offendere, ma fra i libri sulla scrivania, a Mario gli apparirebbero le immagini di petali di ciliegio in fiore sospinti dal vento, samurai e kamikaze. E troverebbe parole simili a quelle lette fra le pagine de Lo Zen e il tiro con l’arco: ‘Come in un raggio di sole mattutino, il petalo di un fiore di ciliegio si stacca, così l’uomo impavido’… Sibila e taglia l’aria il manganello d’acciaio colore della notte, cerca e trova, aderisce ad una guancia la strappa discende lacera versa sangue copioso. Si è, però, esposto e solo l’istinto gli consente di spostare il capo mentre il tubo di piombo gli sfiora la tempia e non gli sguscia il cranio come uovo sodo. Barcolla, tende a piegarsi, mentre un altro colpo gli si ripercuote fra le costole smorzandogli il respiro. ‘E’ finita…’, pensa.

Sa che se cade a terra gli saranno sopra e diverrà peggio di uno zerbino. Tenta con una torsione del corpo di riprendere l’equilibrio e, al contempo, tenendo lontani gli avversari ruotando il manganello. Vi riesce, almeno in parte, non potendo evitare un ulteriore colpo sul braccio sinistro tenuto alto a proteggere il viso.

‘Li mortacci vostra! M’avete infilzato!’. E’ la voce del Piccolotto.

Lo vede portarsi la mano al fianco, piegarsi e restare in ginocchio sul marciapiede. Cala un silenzio, irreale, improvviso. Poi uno sbandare e i compagni si dileguano lesti in tutte le direzioni. Rimangono loro due. Lontano il suono di una sirena. Mario s’è chinato sull’amico e tenta di tamponargli la ferita con il fazzoletto. ‘Dai che è un graffio… Una medaglia in più conquistata sul campo dell’Onore…’, si sforza di confortarlo mentre gli verrebbe voglia di piangere e di urlare tutta la rabbia che gli si è accumulata dentro.

‘Ma vaffanculo… me porti pure sfiga…’, fatica a parlare, ma lo spiritaccio è integro. Poi: ‘Datte, chè arrivano gli sbirri. Ce penseranno loro a chiamare l’ambulanza. Se te pigliano so’ cazzi tua e a me non cambia niente’.

Non ce altro da fare, lo sa bene. Si libera del manganello buttandolo nella fessura per l’acqua piovana sotto il marciapiede. A passo veloce rasentando i muri evitando i coni di luce dei lampioni cercando di orientarsi ritrova la via di casa.

E a casa la decisione è presa, senza appello. Due giorni dopo valigia treno Germania.

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Categorie: Punte di Freccia

Pubblicato da Mario Michele Merlino il 23 Maggio 2016

Mario Michele Merlino

Nato a Roma 2 giorni prima dell'entrata degli alleati, quindi 'obbligato' per fedeltà ad appartenere ad altra Repubblica. Prima con la spranga sui denti (altrui) poi con la penna irriverente sbruffone parolaio, cioè 'geniale'... con poche idee e tante emozioni in attesa di sapere cosa farà da grande...

Commenti

  1. stelvio dal piaz

    Generazioni contro !!!!! e il “sistema ” si consolidò a spese dei ragazzi ! Esperienze da non replicare…… Il prezzo pagato è stato alto, ha fatto vittime e disperso nel nulla una generazione. Stelvio

  2. mario michele merlino

    grazie, stelvio. concordo. eppure quanta emozione il sangue che pulsa le ombre della notte le mani che stringono il bastone tutto o niente secondi di effimera eternità…

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