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Appunti critici sulla filosofia idealista – Sesta Parte – Il funzionamento dialettico – Antonio Filippini

Appunti critici sulla filosofia idealista – Sesta Parte –  Il funzionamento dialettico – Antonio Filippini

“In Schelling l’opposizione assoluta (degli opposti) è il tentativo del pensiero di concepire gli opposti come assoluti opposti, e la sintesi degli opposti è il toglimento effettivo e reale dell’opposizione assoluta, e quindi è il toglimento effettivo e reale della contraddizione

Il “metodo dialettico” hegeliano è l’approfondimento e la formulazione più rigorosa di questa tematica di Schelling. Questo metodo non si riferisce a questo piuttosto che a quel tipo di realtà, ma a ogni determinazione; e ci si spiega quindi perché Hegel, formulando il metodo dialettico, parli innanzitutto di “determinazioni” e non di “attività dell’Io” (Io e Non-Io essendo entrambi, in Schelling, appunto “attività” dell’Io). Il metodo dialettico hegeliano è l’esposizione della dialettica reale dell’Idea (o Lògos) ossia è l’esposizione della “logicità”, che costituisce ogni regione della realtà. La “logicità” è appunto l’Idea nel suo costruirsi in modo immanente e necessario.

  1. a) Ogni determinazione dell’Idea si presenta dapprima nel suo essere assolutamente separata e opposta rispetto alle altre determinazioni. Essa è qualcosa di limitato e di astratto, che tuttavia si presenta come qualcosa di assoluto che è e sussiste per sé stesso, autonoma e indipendente rispetto alle altre. La parte si presenta cioè come il tutto. Hegel chiama “intelletto” questo modo di pensare che separa, isola e rende assoluta la determinazione limitata e finita.
  2. b) Ma ogni determinazione dell’ “intelletto” si sopprime e diventa il proprio opposto.

Ad esempio, la “vita”, isolata dalla morte, considerata cioè a prescindere dalla “morte”, non può nemmeno presentarsi come negazione della “morte”: appunto perché, per essere negazione della morte, la vita dovrebbe essere in relazione alla morte. Isolata dalla morte, la vita diventa quindi essa stessa “morte”. Analogamente, il “bene”, isolato dal “male”, non può essere nemmeno negazione del male, e quindi diventa esso stesso “male”. E considerazioni analoghe si possono fare a proposito di tutte le opposizioni: lo-Non-Io, soggetto-oggetto, Dio-mondo, realtà-irrealtà, causa-effetto, sostanza-accidente, apparenza-realtà, ecc. L’isolamento delle determinazioni — e quindi l’isolamento di un opposto dal proprio opposto, l’isolamento cioè dove gli opposti diventano assoluti opposti — fa sì che la determinazione si pre­senti come identica al proprio opposto, e cioè si contraddica. Ogni determinazione intellettuale, e quindi finita, è un contraddirsi, nel senso che essa viene a presentarsi come la propria negazione.an 2

  1. c) Il terzo momento, detto della “logicità”, concepisce l’unità delle determinazioni nella loro opposizione, questa unità è ciò che resta di affermativo nel “contraddirsi” delle determinazioni intellettuali. Questo terzo momento della “logicità”, ossia della dialettica dell’idea, è la “ragione” intesa come unità degli opposti.” (Elaborazione del filosofo Emanuele Severino)

Vale a dire: A) problema – B) reazione – C)soluzione del problema. La “geniale” soluzione trovata da Hegel è solo la fatale conseguenza logica di quella determinata impostazione, dove si vuole far rientrare tutto nella semplice mente umana a funzionamento dialettico e nella concezione immanentista; variando l’impostazione iniziale, naturalmente cambierebbe anche tutto il resto. Si è già visto che i limiti dello strumento “intelletto” fanno sì che quella determinazione data è isolata da tutto il resto e concepita come un assoluto, ma questo è dovuto al fatto che l’intelletto si “invasa” completamente nella cosa che “pone” o “deduce”. Così si ha che l’intelletto si invasa completamente nelle cose che produce, e a sua volta l’essere che dovrebbe usare l’intelletto si invasa completamente nel suo intelletto, davvero una bella congrega di invasati! Tutto questo invasamento è la fatale conseguenza logica del voler risolvere tutto in orizzontale, senza far intervenire alcun rapporto verticale. Se invece noi partiamo da un principio neutro iniziale che è padrone dell’intelletto e per conseguenza anche di qualsiasi determinazione che questo può porre, tutta questa  problematica  artificiosamente montata svanirebbe di colpo. Costoro commettono due errori relativi l’uno all’altro: vogliono risolvere una contraddizione o una contrapposizione che essi stessi hanno introdotto artificialmente, e lo vogliono fare allo stesso livello dei due elementi contraddittori e servendosi di essi.

Partendo da un principio iniziale neutro (cioè di là di ogni polarizzazione e determinazione), che può anche essere la semplice mente umana, certamente questo principio penserà per coppie di opposti (ternario creativo classico) o si manifesterà tramite di esse, ma le singole  coppie non stanno nel loro interno in un rapporto di causa e effetto, perché in realtà sono tutti effetti della causa iniziale. Nell’atto che la mente stabilisce le caratteristiche del bianco, avrà automaticamente stabilito anche le caratteristiche del nero, bianco e nero sono interdipendenti solo nell’atto del loro concepimento (interdipendenza in manifestazione), in essenza sono autonomi e indipendenti perché dipendono solo dal principio iniziale che li ha concepiti. La mente non poteva concepire il bianco senza poter concepire anche il nero (o qualsiasi altro colore), bianco e nero sono già uniti nel loro principio comune, non esiste il problema della loro riunificazione “a posteriori”, realizzata per giunta attraverso l’imbastardimento delle loro essenze, come è nella “geniale” soluzione finale di Hegel. Bianco e Nero sono certo opposti, ma non si contraddicono né  tantomeno si negano a vicenda,  né dipendono uno dall’altro, sono semplicemente diversi, poiché entrambi effetti di un’unica causa. Certamente un colore può essere pensato prima del suo opposto e sembra per questo dargli una precedenza, ma si tratta di semplice apparenza, anche se il “pensare”  può seguire le leggi del “diritto di precedenza” dettate dall’analogia.

La dialettica hegeliana dissimula dell’altro, e si tratta di un “altro” molto più losco e pericoloso, riguardante il funzionamento dialettico, il modo più semplice di far comprendere questo “altro”, è di visualizzare certi intendimenti o impostazioni ricorrendo a esempi o analogie che rimandano a un dato di fatto pratico. Partiamo da questo postulato: “L’isolamento delle determinazioni (e quindi l’isolamento di un opposto dal proprio opposto), l’isolamento dove gli opposti diventano assoluti opposti, fa si che la determinazione si presenti identica al proprio opposto e si contraddica. Ogni determinazione intellettuale e quindi finita, è un contraddirsi, nel senso che essa viene a presentarsi come la propria negazione.”

Immaginiamo che questa determinazione che si contraddice sia una locomotiva collocata all’estremo di un binario lineare, questo si chiama: “isolamento della determinazione”, che così è concepita come un assoluto, siccome però assoluta non è perché è un unilateralismo, allora essa coinciderà con la sua negazione, che è un’altra locomotiva (riflesso speculare) all’estremo opposto di quel binario. Le due locomotive che si fronteggiano all’estremo opposto di quell’unico binario, si chiamano: “assoluta opposizione”. Hegel non vi dice che collocare due locomotive orientate contro sullo stesso binario, sia una cosa stupida e idiota e anche illogica e irrazionale, no, non è l’opposizione che deve essere tolta, ma l’assoluta opposizione (le due locomotive agli estremi opposti), nel senso che queste due locomotive isolate agli antipodi pretendono di essere assolute e  in questo modo causano un’assoluta opposizione, allora devono essere avvicinate e messe testa contro testa, questo si chiama: “ toglimento della contraddizione”.

Qui troviamo il culmine finale dell’intera catena filosofica idealista, che si può dire che sia stata elaborata per giungere a questo punto, che si chiama: ”concepire l’unità nell’opposizione”.Notare che Hegel concepisce l’unità e quindi l’unificazione del molteplice nel senso di contatto tattile, cioè fisico e materiale, tant’è vero che giustifica la bellicosità umana come un mezzo per realizzare l’unità, in effetti ha ragione, dando una manganellata al  tuo avversario, quella, pur essendo una manganellata, è pur sempre un contatto, e così contribuisci alla creazione del miracolo della cosa una!  In realtà la conciliazione dell’uno col molteplice, può realizzarla solo un principio trascendente, (è possibile solo in verticale) che essendo ”anche questo ma non soltanto questo”, è molteplice e uno allo stesso tempo, senza per questo contraddirsi né imbastardirsi.

Si tratta di “concepire l’unità degli opposti nella loro opposizione”, si tratta di mettere le due locomotive in contatto fisico testa contro testa. Per capire perché il culmine finale dell’intera filosofia idealista sta in quelle due locomotive che si contrappongono testa contro testa su di un unico binario, bisogna interessarsi del funzionamento di quelle locomotive, perché la chiave sta proprio lì. Si tratta di strane locomotive che quando si muovono in avanti, consumano energia e quindi hanno bisogno di energia, invece quando si muovono all’indietro producono energia, allora la combinazione ideale è proprio quella descritta sopra! Ecco perché è così importante che le due locomotive siano in contatto fisico, perché soltanto in questo modo è possibile il trasferimento dell’energia dall’una all’altra! Se le due locomotive sono in stasi, cioè ferme, fondamentale è il prendere l’iniziativa, questa è una cosa che i massoni e gli anglosassoni ( che sono più o meno la stessa cosa) hanno sempre saputo, prendere l’iniziativa significa costringere l’altra locomotiva ad arretrare, in modo che alimenti il proprio movimento. Prendere sempre l’iniziativa, non importa se a proposito o a sproposito, questo è ciò che i massoni e gli anglosassoni hanno sempre fatto, clamoroso è l’esempio degli U.S.A., che da quando si sono costituiti non sono stati fermi un solo momento, sempre andando addosso agli altri, sempre attivandosi forsennatamente in tutti i campi. Coloro che temono l’isolazionismo dell’America sono dei poveri ingenui, costoro se si fermano sono perduti, rischiano di trasformarsi in un buco nero, né si potrà avere un ulteriore secolo americano, impedito dalla stessa logica dialettica.

Il funzionamento dialettico è per sua stessa natura un funzionamento parassitico, perché rimanda sempre a quelle due locomotive orientate contro sullo stesso binario; quella locomotiva che avanza, deve per forza spingere indietro l’altra, e se quella che avanza realizza il “diventare ricco”, quella che retrocede sarà il “diventare povero”.

Il funzionamento parassitico della realtà dialettica deriva dal fatto che essa è basata sui contrari dialettici e sulla causa estrinseca, e allora tu potrai arricchirti solo rendendo povero qualcun altro, potrai essere fortunato solo rendendo sfortunato qualcun altro ecc.

La realtà dialettica non concepisce né può tollerare il neutro (le due locomotive contrapposte ferme),  perciò non potrà tollerare neanche l’interazione neutra e  il rapporto interpersonale a base di parità, allora in tale realtà non si potrà mai avere alcun equilibrio, armonia, giustizia, pace, è tutto un continuo tira e molla di soprusi, prevaricazioni, ingiustizie, perché le due locomotive devono sempre essere in movimento, se non si muovono in una direzione, devono muoversi nell’altra. La realtà dialettica ha soltanto due marce, concepisce solo due possibilità (contrari dialettici): o sei ricco o sei povero, o sei fortunato o sei sfortunato, o sei un suggestionatore o sei un suggestionato, o sei un dominatore o sei un dominato, o sei un ingannatore o sei un ingannato ecc. in tali sistemi non esiste né può esistere l’interazione armonica a base neutra, perciò la convivenza può essere solo infernale.

Dalla spietata concorrenza (a base darwinista) che si fanno le ditte commerciali, alla filosofia del successo, dove si insegnano le tecniche più adatte per essere attivi e vincenti, che naturalmente implica insegnare anche come fare a rendere gli altri passivi e perdenti, o ai suggestionatori nati, che quando entrano in contatto con  una qualsiasi altra persona, mirano sempre a renderla succube, la logica è sempre quella, quando una locomotiva avanza, l’altra deve retrocedere. Quand’anche il binario fosse disteso in circolo, questo dovrebbe comunque avere una barriera sull’altra metà, altrimenti non potrebbe aversi alcuna “autoriflessione” dell’io, che in questo caso corrisponde all’inversione del movimento.

La realtà dialettica è un sistema chiuso governato dalla causa estrinseca e poggiante sui contrari dialettici. Naturalmente una realtà non dialettica è tutto l’opposto, è un sistema aperto governato dalla causa intrinseca e basato sugli opposti complementari, simbolicamente corrisponde a due locomotive che si muovono sì in direzione opposta, ma su due binari differenti, e in questo non vi è alcuna contraddizione né antagonismo. La fonte energetica proviene dalla stazione di partenza e rende le due locomotive autonome, perciò non vi è alcuna necessità di parassitismo. La stazione di partenza e di rifornimento è il neutro iniziale padrone delle due possibilità (le due locomotive e i due binari), mentre nel sistema dialettico l’energia è autoprodotta dalle locomotive tramite la dialetticità parassitica e non vi è alcuna stazione di riferimento, perciò manca un fine, vi è solo divenirismo continuo, chiamato impropriamente “autorealizzazione”.

Nel sistema aperto, avere due binari e due treni è una cosa appena sufficiente, avere quattro binari e due treni è la normalità normale, avere otto binari e quattro treni è la normalità super!  Siamo ben lontani dalle due locomotive su di un unico binario!

Da quanto si è visto, è evidentissimo che l’intera catena filosofica idealista è stata elaborata allo scopo di giustificare e legittimare il funzionamento dialettico, si è trattato più che altro di “adeguamento a posteriori”, la pericolosa tendenza a mettere in formula scientifica e filosofica il dato esistenziale in cui ci si trova, qualunque esse sia, senza prima chiedersi donde venga, chi lo ha elaborato e se sia una cosa normale o patologica.

La perfetta simmetria

Resta da chiarire un altro grosso e fatale errore, anch’esso in relazione con la realtà dialettica, errore che si chiama: “perfetta simmetria”; naturalmente i dialettici e gli scientisti moderni credono che questa simmetria sia “perfetta”, in realtà è  solo perversa ed è il solito sovrappiù negativo di cui ci si dota per complicarsi la vita, basti dire che la “perfetta simmetria” è quella tal cosa che ti costringe a pagare cento quello che potevi avere con dieci, e quel cento è un cento di sudore, lacrime e sangue! D’altronde le due locomotive che si muovono contro sullo stesso binario, sono appunto perfettamente simmetriche, e rendono bene l’idea di che cosa si tratta, perché si tratta appunto di riflesso speculare, solo una è vera e autonoma, l’altra è il suo riflesso speculare materializzato.

I fisici moderni credono davvero che nell’Universo ci sia una “perfetta simmetria”  tra la materia e l’antimateria, altri sostengono che è giusto che ci sia una “perfetta simmetria” tra il bene e il male e tra qualsiasi altro contrario dialettico.

Hegel ha una pesante responsabilità anche per quanto riguarda la “perfetta simmetria”, perché la sua dialettica implica che ogni cosa deve specchiarsi all’interno di sé con il suo contrario reattivo, deve completarsi in se stessa,  e così noi vediamo che l’antitesi è l’inversione della tesi, è la stessa tesi gestita a rovescio, è il riflesso speculare della tesi dinamizzato e materializzato.

I fisici moderni non hanno saputo trarre alcun insegnamento dal riflesso speculare, da cui hanno tratto la loro idea di “perfetta simmetria”. Che cos’è che dovevano vedere? Che tra te e il tuo riflesso nello specchio, uno solo è vero e reale e in carne e ossa e quello sei tu, il tuo riflesso nello specchio è una semplice virtualità, che tale è e tale deve rimanere. Anche il tuo riflesso nello specchio è buono e bene ed è reale (ma solo come riflesso), a una condizione però, che rimanga riflesso, perché se tu lo incarnassi, troppo tardi ti accorgeresti che quello non è il tuo alter ego, ma il tuo reattivo antagonista che entrando in contatto con te ti annienterebbe. Noi vediamo che tra tu che sei davanti allo specchio e il tuo riflesso nello specchio, non esiste, non può esistere, non “deve” esistere alcuna “perfetta simmetria”, credere il contrario (che significa chiedersi se è reale l’essere in carne e ossa o il suo riflesso nello specchio) significa dimostrare di essere vittima di una paurosa crisi d’identità. Perché possa esserci “perfetta simmetria”, occorrerebbe che all’interno dello specchio possa esistere un altro te stesso in carne e ossa.

L’errore della “perfetta simmetria” nasce dalla non accettazione dell’elemento finito. Essere finiti significa avere dei limiti, essere fatti in un certo modo piuttosto che in un altro, significa essere unilaterali e incompleti, il “perfetto simmetrista” (o il dialettico, o l’utopista), non accetta questo unilateralismo o incompletezza, e commette l’errore di volersi completare all’interno dello stesso elemento unilaterale, e con lo stesso elemento senza uscire da esso, errore fatale, poiché è un’assurdità logica e un’impossibilità di fatto, la fatale conseguenza sarà la materializzazione del reattivo antagonista. Questa pretesa dell’elemento unilaterale di completarsi in se stesso, è già, di fatto, contraddittoria, questa contraddizione diverrà fatalmente operativa e materializzerà il reattivo antagonista o contrario dialettico. Facciamo un esempio: c’è il protone, questo protone è un dato di fatto reale, però è unilaterale, possiede un limite; l’essere finito e unilaterale del protone può essere superato (al suo livello) solo stemperandolo in quell’ unilateralismo opposto che è l’elettrone, l’accoppiamento protone- elettrone forma l’intero neutro, protone ed elettrone sono opposti complementari che non si negano né si contraddicono ma si confermano e legittimano a vicenda, questo è il giusto modo di superare l’unilateralismo della parte. Se il protone vuole completarsi in sé stesso senza uscire da sé, questa pretesa è contraddittoria, e persistendo in essa, finirà per dare luogo a quel reattivo antagonista che è l’anti-protone. L’anti-protone prima o poi si scontrerà con un protone e si annienteranno entrambi, questo esito rappresenta la classica risoluzione del problema (dell’unilateralismo) fatta attraverso la distruzione del problema stesso, che significa che il problema non è stato affatto risolto. Se essere finiti suscita dei problemi, allora bisogna rinunciare ad essere finiti, che è come dire che se la testa ti dà dei problemi, basta tagliarsela via, questa è la logica di un simile ragionamento, si  distrugge il limite invece di trascenderlo.

Il protone si limita ad essere ciò che è, non è il protone (cioè la tesi) a pretendere di completarsi in sé stesso, ma è la mente bacata del dialettico che vuole completarlo in sé, la contraddizione esiste solamente nella mente del dialettico, non esiste nella realtà naturale, la natura ha escogitato tutta una serie di trucchi per evitare di contraddirsi, perché contraddirsi significa negarsi, soltanto l’uomo pare che sia il più fesso di tutti, perché ha messo lo spirito di contraddizione sul trono.

Per Hegel è giusto, è normale, è bene che la tesi (protone) evolva nell’antitesi (anti-protone), per risolversi nella sintesi (sottoprodotti dell’annichilazione protone anti-protone). In realtà il neutrone iniziale dà luogo  alla coppia protone-elettrone, che si confermano e legittimano a vicenda, essendo opposti complementari; il neutro iniziale permane immutato nel neutrino, il neutrone è solo la sua forma evidente e materializzata. Dalla dialettica filosofica idealista è rigorosamente esclusa l’interazione armonica fra opposti complementari, e questo in un certo senso è normale, perché la sua semplice presenza farebbe crollare l’intero baraccone idealista! Gli opposti complementari non esistono in tale sistema, proprio perché non si contraddicono né sono contraddittori e rimanderebbero al ternario creativo classico

L’interazione armonica tra opposti complementari vuole, per fare un esempio, che  un attivo agisca su di un passivo, ma se l’attivo è definito “tesi”, in nessun caso il passivo è l’”antitesi” ma è la semplice non-tesi (neutro), o un’altra tesi dalla natura differente e perciò non contraddittoria. Questo a molti sembrerà strano ma in realtà è molto logico, perché l’antitesi dell’attivo è un altro attivo orientato contro, allora mancherebbe un vero passivo su cui agire; per rendere l’idea, è come costringere il muratore (tesi) a costruire l’edificio usando gli altri muratori come materiale! La “tesi” si riferisce a qualcosa di ben definito e “specializzato”, mettiamo che sia l’attivo; l’antitesi di questo attivo, in nessun caso può essere il passivo, ma solo il contro attivo, il vero opposto complementare dove ha sede il passivo è la non-tesi. Passando dalla tesi all’antitesi, in nessun caso si è usciti da quell’elemento particolare, questa è la velenosa interazione con il contrario dialettico, anormale e sbilanciata (perché fatta con un unico elemento).

Tesi – non-tesi, questa è la giusta interazione armonica, perché se la tesi è l’attivo, questo può esercitare un’azione sensata solo su ciò che attivo non è, la non-tesi significa appunto questo. L’antitesi o contrario dialettico non è né necessario né indispensabile, è un “irrazionale negativo” del tutto superfluo, tant’è vero che non esiste in natura, la sua eventuale presenza, è solo frutto di una distorsione, di un’incongruenza, di un incidente di percorso. Dato il protone come tesi, il suo reattivo antagonista superfluo è l’anti-protone (antitesi), mentre la non-tesi è l’elettrone. Difatti l’elettrone si limita semplicemente a non essere protone, non è affatto l’anti-protone. Dato il maschio come tesi, la sua antitesi del tutto superflua è la checca, mentre la femmina è la non- tesi. Questo vale anche per la femmina, che se è tesi, avrà la sua non-tesi nel maschio e la sua antitesi nella virago.an3

Due locomotive che si muovono in direzione opposta su due binari diversi, sono entrambe in movimento  e quindi attive, ma non possono scontrarsi, perché marciano sul loro rispettivo binario. Questo vale anche per il maschile e il femminile: il maschio è tesi come maschio e non-tesi come femmina e la femmina è tesi come femmina e non-tesi come maschio; entrambi, come elementi attivi, agiscono sull’elemento complementare  passivo. Questo è il vero dato di fatto, ogni elemento ha sì una costituzione duplice, ma non si tratta di contrari dialettici, come vogliono farci credere i filosofi idealisti, ma di opposti complementari caratterizzati da una tesi e da una non-tesi, da un attivo e da un passivo, in questo modo all’interno del singolo elemento non vi è alcuna contraddizione da togliere, proprio perché non c’è.

La realtà dialettica è purtroppo governata dalla “perfetta simmetria”, mira a stabilire sempre una “perfetta simmetria”, tra chi? Tra che cosa? Tra qualsiasi cosa che tu manifesti in tale realtà e la stessa cosa invertita e gestita al contrario, ecco perché essere costretti ad agire, oltre che a vivere, in tale realtà è alquanto tragico e pone dei problemi di coscienza, perché sai già in anticipo che qualsiasi cosa che tu dica o faccia sarà sicuramente travisata e pervertita, e non fai in tempo a dire o a fare una cosa, che già l’ombra del contrario di ciò che dici e di ciò che fai monta all’orizzonte pronta a sbarrarti il passo. Nella realtà dialettica manifestando, per esempio, la serie ascendente: +1 +2 +3 +4, la dialetticità dell’intero sistema e quindi la sua “perfetta simmetria” ti obbliga a invertire questa stessa sequenza, rovesciandola  nel: -4 -3 -2 -1. Poniamo che quel +1 +2 +3 +4 sia: nascere, crescere, fiorire, generare; il suo reattivo antagonista sarà: degenerare, sfiorire, decrescere, morire. Siamo sicuri che la “perfetta simmetria” sia una cosa normale e che ci convenga? Questo perché quel: -4 -3 -2 -1 è in realtà l’inversione e la gestione rovescia di quel: +1 +2 +3 +4, e non già una sequenza dalla natura diversa e perciò non reattiva né antagonista nei confronti della sequenza  positiva.

Qui il disastro lo hanno compiuto, come al solito, i fisici moderni, che nel postulare l’esistenza di stati a energia negativa, non si sono resi conto che può esistere una vera energia cosiddetta negativa (che per questo non è direttamente assommabile né sottraibile all’energia positiva), come può esistere una pseudo energia negativa, che però è solo la stessa energia positiva invertita (riflesso speculare materializzato), che come tale  invece lo è. Per fare un esempio, là l’elettrone non è affatto il riflesso speculare materializzato  del protone, ma è una cosa che è semplicemente “altra” e differente dal protone e lo stesso sarà qua: la cosiddetta energia negativa non è affatto il riflesso speculare materializzato dell’energia positiva, ma ha una sua natura propria, non reattiva né antagonista nei confronti dell’energia positiva. La distinzione tra opposti complementari e contrari dialettici è sempre fondamentale. L’orientamento giusto era quello algebrico originario, dove il più o il meno messo davanti a un numero segnalava semplicemente la sua posizione rispetto a un punto iniziale di riferimento, e non già il tipo di energia.

Tutte le religioni del pianeta promettono felicità eterna ai propri accoliti, queste religioni non stanno affatto ingannando i loro credenti, ma prospettano ad essi un altro tipo di realtà dove non vi è traccia del reattivo antagonista, che è un “irrazionale negativo” del tutto superfluo. Naturalmente anche nella Realtà Manifesta ogni cosa è soggetta a uno stacco ed ha bisogno di esso, ma questo “stacco” deve essere realizzato sempre con il neutro e mai con il reattivo antagonista. Esempio: amore- non-amore (neutro), mai amore- anti-amore (odio = reattivo antagonista, riflesso speculare dinamizzato e pervertito). Nel primo caso il non-amore, come neutro, conferma e sostiene l’amore e lo lascia essere, nel secondo caso l’odio, come amore gestito a rovescio, lo nega e mira a distruggerlo. Un altro esempio: il sinusoide con cui si rappresenta un’onda è caratterizzato dalla proiezione ortogonale e non dalla “perfetta simmetria”, nel senso che il singolo semisinusoide ha sotto o sopra di sé il semplice nulla (il non sinusoide) e non già il suo riflesso speculare invertito, che lo nullificherebbe. L’onda si propaga perché è proiezione ortogonale e non “perfetta simmetria”, e può essere vista come una deformazione sincrona di una ideale linea mediana.

Antonio Filippini

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Categorie: Filosofia

Pubblicato da Ereticamente il 27 Maggio 2016

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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