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Videha Mukti, Krama Mukti, Jivan Mukti le tre vie che portano alla Liberazione – Riccardo Tennenini

Videha Mukti, Krama Mukti, Jivan Mukti le tre vie che portano alla Liberazione – Riccardo Tennenini

Questa Moksha (Liberazione) di cui abbiamo parlato, è reale solo se unita al Nirguna Brahman vale a dire all’affrancamento definitivo dell’essere, la meta al quale tende, differita dal Saguna Brahman e a tutti gli altri Loka o «regni» che abbiamo indicato in precedenza. Questo vale sia per gli stati individuali che sopra-individuali perché ricordiamolo ancora, per il Vêdânta la realtà è solo quella nel dominio del «Sè» che è ātman\Brahmâ, mentre tutto il resto è un illusione. Gli stati molteplici dell’essere elencati possono essere elevatissimi paragonati all’esistenza individuale, ma sono nulla in confronto con lo stato assolto del Nirguna Brahman. Tali stati possono essere solo di preparazione all’Unione, quindi un mezzo non un fine; perché sono ancora nella sfera dell’illusione. Come abbiamo detto Īśvara è identico a Hiranyagarbha come sede del  Brahma-Loka. In questo caso si può parlare di salvezza, che nelle religioni occidentali non è neanche sicuro arrivarci ma si ottiene solamente se la somma delle nostre azioni (kárman) sono state buone e meritevoli per condurci in paradiso. Da qui notiamo l’abissale differenza tra religioni chi si fermano alla Teologia negando ciò che c’è oltre che è la vera essenza metafisica. Questo stato come abbiamo già detto conduce ad una «immortalità virtuale» non effettiva perché implica ancora una distinzione, infatti Īśvara è detto anche savishesha ovvero che «implica distizione». E il Vêdânta che oltre spingersi verso l’Assoluto metafisico considera le azioni in vita (kárman) secondarie rispetto alla Liberazione che conduce direttamente al Nirguna Brahman o ātman incondizionato che è prapancha-upashama, ovvero «senza traccia alcuna di sviluppo di manifestazione». Molto importante ricordare che l’azione non ti può librare dall’azione stessa; perché essa può portare risultati solo all’interno dell’individualità. Perciò i frutti delle azioni qualunque siano non ci porteranno mai aldilà dell’individualità. Questo Moksha è vidha-mukti ottenuta al momento della morte in modo immediato; distinta da krama-mukti (liberazione graduale) e jivan-mukti (ottenuta dallo Yogi in vita).

Questo Uno secondo secondo o Unità metafisica è quindi l’obbiettivo finale di tutta la metafisica vedantina da non confondere con il Dio unico monoteista perché qua si sta parlando di monismo che racchiude in sé la molteplicità, perciò esso mostra una molteplicità di aspetti che ne sono altrettanti attributi o qualifiche, quantunque questi aspetti non vi siano affatto distinti in realtà, se non perché noi li concepiamo in tal modo; ma pure è necessario che essi vi siano compresi in qualche modo, perché ci sia possibile concepirveli. «Non vi è altro mezzo per ottenere la Liberazione completa e finale che la Conoscenza; solo questa infatti scioglie i vincoli delle passioni; senza la Conoscenza, la Beatitudine non può essere ottenuta. L’azione, non essendo opposta all’ignoranza, non può allontanarla; ma la Conoscenza dissipa l’ignoranza come la luce le tenebre. Allorché l’ignoranza che nasce dalle affezioni terrestri è allontanata, il «Sé», per il suo proprio splendore, brilla lontano in modo indiviso, come il Sole diffonde la sua luce quando la nuvola è fugata»[1]

«Il “Sé” di colui che ha raggiunto la perfezione della Conoscenza Divina, e che ha, per conseguenza, ottenuto la Liberazione finale, lasciando la sua forma corporea, ascende alla Luce Suprema che è Brahma, ed a Lui s’identifica in un modo conforme ed indiviso, come l’acqua pura, confondendosi col lago limpido, diviene in tutto ad esso conforme»[2]

Abbiamo dunque visto che la vidha-mukti unisce in modo istantaneo con il Nirguna Brahman; e krama-mukti ha lo stesso obbiettivo ma gradualmente. Però in questo caso ci sono due vie: la prima dêva-yâna conduce al Niguna, mentre la seconda pitri-yâna conduce al Saguna di cui non stiamo a ripetere l’intero processo. Però c’è anche jivan-mukti, questa via ascetica che percorre lo Yogi fa di lui un Muni che vuol dire «Solitario» che realizza, la pienezza del suo essere, e che non lascia sussistere nell’Unità la «Non-Dualità» alcuna distinzione dell’esteriore e dell’interiore.

«l’uomo, immaginandosi dapprima essere jivatma, è spaventato, come una persona che scambiasse un pezzo di corda per un serpente; ma la sua paura svanisce con la certezza che, in realtà, egli non è quest’«anima vivente», ma ātman stesso»[3]

«Poiché lo Yogi ha attraversato il mare delle passioni è unito alla Tranquillità e possiede nella sua pienezza il “Sé”, egli è calmo e sereno come la fiaccola sotto uno spegnitoio, nella pienezza della sua propria essenza. Mentre egli sta ancora nel corpo, non è affatto turbato dalle proprietà di esso, come il firmamento non è offuscato da ciò che trasmuta nel suo; egli è immutabile, «non-alterato» dalle contingenze.»[4]

Tre sono gli attributi del saṃnyāsa: balya è uno stadio dove tutte le potenze dell’essere sono concentrate in un sol punto, e realizzano con la loro unificazione una semplicità indifferenziata apparentemente simile alla potenzialità embrionale. Il ritorno allo «stato primordiale» di cui parlano tutte le tradizioni può superare i limiti dell’individualità umana, per poi elevarsi agli stati superiori. Panditya vale a dire al «sapere», attributo alla Conoscenza teorica che si riferisce ad una funzione d’insegnamento; colui che possiede la Conoscenza è qualificato affinché la educhi agli altri per svegliare in essi delle possibilità corrispondenti, poiché la Conoscenza in se stessa è rigorosamente personale ed incomunicabile. Il Pandita è il Guru o «Maestro spirituale». e l’ultimo grado è il mauna o lo stato del Muni, unica condizione dove l’Unione può veramente realizzarsi. Mauna è l’equivalente di Moksha: kevala designa lo stato assoluto ed incondizionato, «liberato» (mukta). Questi tre stati sono, impliciti corrispondenti alle tre Shakti della Trimurti: se si nota che lo «stato primordiale» è caratterizzato dall’«Armonia», balya corrisponde a Lakshmi (Shakti di Vishnu), panditya corrisponde a Saraswati (Brahma) e mauna a Parvati (Shiva). Questo è importante per ben i «poteri» che appartengono al jivan-mukta. Perciò lo Yogi arriva alla Liberazione tramite la Conoscenza che fa di lui un «liberato in vita» ovvero che ha realizzato l’Unione con il Brahman supremo, il cui intelletto è perfetto, contempla tutte le cose contenute nel proprio «Sè» liberato dall’illusione dell’Io fenomenico, e così ciò che vede (e non si limita semplicemente a guardare) lo fa con l’occhio della conoscenza (ājñācakra) e tramite l’intuizione intellettuale percepisce che ogni cosa è ātman che è Brahmâ.

Note

[1]             Sankara – Atma – Bodha.

[2]             Brahmasūtra a, 4° Adhyaya, 4° Pada, sutra 1 a 4.

[3]             Sankara – Atma – Bodha.

[4]             Sankara – Atma – Bodha.

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Categorie: Ārya, Tradizione

Pubblicato da Riccardo Tennenini il 25 Aprile 2016

Riccardo Tennenini

Ferrarese classe 1989, inizia i suoi studi con Rèné Guénon e Julius Evola passando per i maestri del pensiero Occidentale: Platone, Aristotele, Plotino e Plutarco. Successivamente si orienta sulla filosofia orientale dell'Advaita Vedanta. Gestisce il sito Fede Spada e scrive sul mensile Avanguardia.

Commenti

  1. Viviana

    Grazie.

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