Una Ahnenerbe casalinga, ventiseiesima parte – Fabio Calabrese

Una Ahnenerbe casalinga, ventiseiesima parte – Fabio Calabrese

Io credo di avervi già parlato varie volte del saggio Congetture e confutazioni del filosofo della scienza Karl Popper, esso ha l’immenso merito di sbugiardare il marxismo e la psicanalisi per le ciarlatanerie pseudoscientifiche che sono, mettendoli sullo stesso piano dell’astrologia.

Il concetto fondamentale da cui parte questo pensatore, è il principio di falsificazione. Nessuna idea può essere definitivamente dimostrata, perché non si può escludere a priori che in futuro si possano presentare casi che la contraddicano. Ad esempio, quando diciamo “I cani non parlano”, non possiamo escludere che prima o poi in futuro non nasca un cane parlante, essa non è definitivamente dimostrata, d’altra parte, basterebbe la nascita di un solo cane che parla per smentirla.

La soluzione di Popper è quella di ritenere scientificamente valide le concezioni che potrebbero essere smentite in linea di principio, ma che di fatto non trovano confutazioni. “I cani non parlano” la riteniamo vera fino al giorno in cui non ci troveremo a intavolare una conversazione con il nostro migliore amico quadrupede.

INVECE, non sono concezioni scientifiche quelle che non ammettono confutazioni in linea di principio, perché sono troppo vaghe o stiracchiabili al punto da far spiegare loro qualsiasi cosa. Potremmo sintetizzare il principio di falsificazione dicendo che le idee sono come gli uomini: devono essere disposte a correre qualche rischio, se vogliono dimostrare di valere qualcosa, il che certamente non avviene per i ciarlataneschi garbugli dell’astrologia, del marxismo, della psicanalisi.

Io sarei però incline ad aggiungere che esiste un altro modo di fare ciarlataneria pseudoscientifica, ed è quando le tesi che si sostengono sarebbero si smentibili in linea di principio, ma si fa in modo che questo non possa avvenire grazie all’intervento di un potere censorio che impedisce a chi non condivide questi assunti di esprimersi e di portare le prove che li contraddicono. Questo tipo di ciarlataneria travestito da scienza, è tipico dei poteri tirannici, che impongono con la forza le opinioni “scientifiche” ad essi gradite; è stato il caso della “teoria biologica” di Lysenko nell’Unione Sovietica, è il caso, su di una scala ancora maggiore di falsificazione e di censura della verità, oggi per quanto riguarda la pseudo-teoria dell’ “Out of Africa” e le tesi antirazziste, riguardo al problema delle origini della nostra specie. L’imposizione con la forza e la censura di queste tesi, dimostra al di la di ogni dubbio che LA DEMOCRAZIA È UN POTERE TIRANNICO.

L’antirazzismo, così diffuso oggi nella (non) visione del mondo contemporanea è a tutti gli effetti un’ideologia truffaldina e tirannica. Basta pensare al fatto che “il razzismo” che esso prende a bersaglio, nell’ultimo mezzo secolo ha cambiato completamente significato, si è passati dall’indicare con tale termine non l’affermazione di una prevalenza di una razza sulle altre, ma la semplice constatazione del fatto che le razze umane esistono. “Il messaggio” che viene fatto passare surrettiziamente, è quello della “bellezza” di un mondo imbastardito dal quale si vogliono far sparire etnie, popoli e culture. Al fondo di questo antirazzismo, c’è il razzismo più stupido e feroce che si possa immaginare, il RAZZISMO DI SINISTRA, della sinistra mondialista, caratterizzato dal totale disprezzo verso i propri connazionali che hanno la sfortuna di essere di ascendenza unirazziale e di essere nati negli stessi luoghi in cui sono vissuti i loro antenati.

Il ciarlatano finto scienziato guru di questo antirazzismo è stato nel 1972 R. C. Lewontin che in un saggio del 1972 subito diventato l’ortodossia “scientifica” imposta dal sistema, ha negato l’esistenza delle razze sulla base del fatto che la maggior parte dei geni che costituiscono il genoma umano si ritrovano un po’ in tutte le popolazioni.

Si tratta di una ragionamento capzioso fino all’idiozia che (deliberatamente) non tiene conto: a) del fatto che se un determinato gene si trova diffuso poniamo nel 98% della popolazione A e nel 2% della popolazione B va considerato tipico della popolazione A e non della B, b) del fatto che i geni si correlano formando costellazioni che sono tipiche di ciascuna popolazione.

Una bella ed estesa confutazione degli argomenti di Lewontin è stata pubblicata nel 2003 dal genetista A. W. F. Edwards. Chiunque si occupi seriamente di genetica si rende conto che le tesi di Lewontin hanno lo stesso valore dello sterco, ma naturalmente il potere mediatico che è strettamente dipendente dal potere politico, fa in modo che queste constatazioni non arrivino al grosso pubblico, e un ricercatore che le esprima troppo apertamente può trovarsi in grossi guai.

Tanto per dimostrare l’inesistenza delle razze, sapete quali sono le ascendenze di Lewontin? Si, esatto, avete indovinato, appartiene allo stesso popolo di ciarlatani e truffatori circoncisi che ci ha dato Marx e Freud!

Resterebbe da spiegare come mai i correligionari di Lewontin (e di Marx e Freud, naturalmente), mentre negano l’esistenza delle razze e predicano per tutti gli altri popoli i supposti benefici del meticciato, pratichino fra di loro la più rigorosa endogamia.

Un’altra ciarlataneria, o forse un altro aspetto della stessa ciarlataneria pseudoscientifica è l’OOA, l’Out of Africa a cui si fa troppo onore considerandola una teoria, la presunzione, la favola secondo la quale la nostra specie avrebbe avuto un’origine africana recente attorno ai 50.000 o al massimo 70.000 anni fa. Questa specie di leggenda metropolitana anch’essa imposta coattivamente come “l’ortodossia” sulle nostre origini, del pari urta contro una serie schiacciante di evidenze scientifiche.

A fare il punto su queste evidenze, è stato nel 2014 un articolo di Jason Randall Thompson, Archaic Modernity vs the high Priesthood pubblicato sulla rivista australiana “Rock Art Research”. Il punto è relativamente semplice, le evidenze fossili CONTRADDICONO l’OOA, perché abbiamo numerosi reperti umani dalle caratteristiche anatomiche moderne, non ominidi scimmieschi, ma uomini appartenuti alla nostra specie homo sapiens più antichi dell’orizzonte temporale di 50-70.000 anni fa che sono stati ritrovati in Europa, in Asia e anche in Australia (Thompson è interessato soprattutto a questi ultimi, che però possono essere rappresentativi solo di un ramo collaterale della nostra specie).

Prove che vanno ad aggiungersi alla smentita dell’OOA su base genetica già portata avanti dal genetista russo Anatoly Klysov di cui vi ho già parlato più volte. Veramente, se fossero solo le prove scientifiche a parlare, e non ci fosse l’interposizione interessata di un potere politico e mediatico che vuole imporre la sua “verità” allo scopo di distruggere popoli ed etnie per creare dovunque una società meticcia facilmente manovrabile, dell’Out of Africa non rimarrebbe nulla.

Sull’argomento, si può segnalare un bell’articolo a firma di Carlomanno Adinolfi apparso su “Il primato nazionale” lo scorso 8 febbraio, Davvero veniamo tutti dall’Africa?

Adinolfi precisa un fatto ben noto ai ricercatori ma di cui il grosso pubblico è tenuto graziosamente all’oscuro:

“Chi sbandiera [la “teoria” dell’origine africana] come un dogma inappellabile spesso dimentica di dire che ha anche molti “buchi” e soprattutto che alcune recenti scoperte la stanno mettendo a durissima prova”.

Quali sono queste scoperte? Prima di tutto quelle australiane di cui parla Thopson. In poche parole, resti di homo sapiens o molto vicini a noi a cui sarebbe attribuita provvisoriamente un’età dei ben 400.000 anni (una stima che per la verità mi sembra troppo alta, ma che anche se dovesse essere riveduta considerevolmente al ribasso, resta comunque incompatibile con l’OOA), ma c’è anche dell’altro.  Adinolfi cita un recente studio compiuto da ricercatori italiani delle università di Firenze e Siena sul genoma di 35 cacciatori-raccoglitori vissuti tra 35 e 7.000 anni fa, che sembrerebbe indicare che l’Europa 14.000 anni fa dopo la fine dell’ultima glaciazione è stata occupata da una popolazione eurasiatica dall’origine per il momento sconosciuta (ma si ipotizza il nord) portatrice di un genoma completamente diverso da quello africano. Questi ultimi sarebbero i veri antenati degli Europei attuali.

Questa recente scoperta combacia con quella dello studio delle ferite ritrovate sui resti di un mammut morto 45.000 anni fa, che sembra essere stato abbattuto da cacciatori umani. A quell’epoca la zona artica era dunque sicuramente abitata da cacciatori raccoglitori che si sarebbero poi spostati verso sud per il peggioramento delle condizioni climatiche, dando origine alla migrazione di 14.000 anni fa, e verosimilmente alle popolazioni e alle lingue che conosciamo come indoeuropee. Tutto ciò, mentre fa a pugni con l’OOA, coincide pienamente con i miti ancestrali di quasi tutte le popolazioni del mondo, comprese quelle africane, che parlano di una remota patria perduta nel nord.

E, scusate, ma a questo proposito non posso fare a meno di citare lo splendido libro Iperborea di Gianfranco Drioli.

(L’illustrazione che correda questo articolo è la stessa che compare in quello di Adinolfi nella versione on line de “Il primato nazionale”, e mi pare sintetizzi pienamente “il mistero”, l’assurdità creata dall’Out of Africa, un bianco caucasico che all’improvviso compare “stranamente” in mezzo agli africani).

Sarà forse il caso ora di fare un salto indietro nel tempo, un salto piuttosto considerevole, spostandoci in un orizzonte temporale di 400.000 anni or sono. Un articolo apparso su “Il navigatore curioso” del 9 febbraio, “Il DNA di un ominide misterioso confonde gli scienziati”, ci racconta una storia molto interessante. Il DNA di antichi resti umani ritrovati nella caverna spagnola di Sima de lo Huesos, finora attribuito a una popolazione intermedia fra homo heidelbergensis e neanderthaliani, mostrerebbe invece una spiccata somiglianza con quello dei denisoviani, la misteriosa popolazione che avrebbe costituito una varietà “terza” tra Cro Magnon e Neanderthal, i cui resti sono stati trovati in Russia nella grotta di Denisova nell’Altai, e che avrebbe contribuito fino al 6% del genoma delle attuali popolazioni asiatiche e australoidi.

La storia della nostra specie è probabilmente più complessa di quel che abbiamo pensato finora, e la supposta derivazione africana appare sempre più improbabile.

Torniamo all’articolo di Adinolfi apparso su “Il primato nazionale”. Il 14 febbraio è stato ripreso sul gruppo facebook “Il sangue e la terra” con un’ampia introduzione del nostro Michele Ruzzai, un’introduzione che è una buona rassegna dei motivi che rendono l’Out of Africa insostenibile.

Li ricapitolo anch’io: prima di tutto la datazione di un buon numero di reperti sapiens non africani troppo alta per essere compatibile con l’OOA.

“i reperti sapiens extra africani presentano in vari casi delle datazioni molto elevate, difficilmente compatibili con la OOA che, nelle sue formulazioni più recenti, postulerebbe un’uscita dal continente nero solo attorno a 50.000 anni fa. Ad esempio: in Arabia Jebel Faya (circa 120.000 anni fa), in Cina Liujiang (fino a 139.000 anni fa), in Australia Kununurru (forse fino a 174.000 anni fa), in Palestina Skuhl e Qafzeh (risalenti a circa 100.000 anni fa) ma soprattutto Qesem che potrebbe arrivare a 400.000 anni fa. Oltre a diversi altri di età anche maggiore che ho già elencato in un post precedente (“L’enorme antichità della forma Sapiens”) e potrebbero spingersi fino a qualche milione di anni”.

Poi il fatto che “Elementi archeologici e culturali di chiara origine africana non sono stati rilevati negli altri continenti a supporto di un ingresso di allogeni”.

E per concludere, il fatto che i miti e le tradizioni di tutti i popoli indicano per i propri più remoti antenati un’origine ben diversa, addirittura opposta.

“I miti tradizionali – dulcis in fundo – di chi ha tramandato una storia effettivamente vissuta (ma conterà pur qualcosa o no?) non sembrano ricordare mai l’Africa come antica terra d’origine, mentre al contrario una moltitudine di elementi RIMANDA AL NORD. Spesso anche le stesse popolazioni africane ricordano di essere giunte da altrove, soprattutto “da nord-est”.

Quest’ultimo argomento, per la verità, conta assai poco per la mentalità dei ricercatori “progressisti” per la quale i nostri antenati erano dei rozzi primitivi che nulla avrebbero da tramandarci e da insegnarci, ma abbiamo visto più volte come sia piuttosto la fola progressista a essere in stridente contrasto con i fatti.

Un ulteriore punto che per la verità si potrebbe ancora aggiungere, e ne abbiamo parlato più volte, è che “africano” non significa necessariamente “nero”; anzi, è di gran lunga più verosimile che quando durante l’Età Glaciale il Sahara era fertile e abitato, la sua popolazione fosse bianca, di stirpe cromagnoide, se la migrazione dall’Africa è effettivamente avvenuta, è probabile che da quest’ultima, e non dagli antenati degli odierni neri, provenissero questi ipotetici migranti.

L’OOA, soprattutto nella versione grottescamente semplificata secondo la quale “veniamo dai neri”, non sta in piedi in nessun modo, è solo il fatto di essere fatta propria dal sistema mediatico e propagandata in ogni modo nonostante la sua totale inconsistenza scientifica, che le permette di esistere ancora; è, in poche parole, una cortina fumogena che ha lo scopo di nasconderci le nostre vere origini, e di indurci a un atteggiamento di rassegnata accettazione nei confronti di coloro che oggi vengono chiamati eufemisticamente “migranti”, ma che si dovrebbero invece chiamare con il loro vero nome: invasori.

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Categorie: Ahnenerbe

Pubblicato da Fabio Calabrese il 3 Aprile 2016

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Michele Ruzzai

    Ringrazio Fabio Calabrese per la citazione. Riferendomi in particolare al penultimo paragrafo di questo bell’articolo, dobbiamo tener presente che anche secondo gli antropologi di scuola classica, i negridi subsahariani sarebbero una forma umana piuttosto recente e molto specializzata, dai quali non sarebbe stata morfologicamente possibile una provenienza dei caucasoidi, in termini generali, e men che meno della sua più ristretta sezione europide. Anzi, sembrerebbe che proprio i caucasoidi dovrebbero rappresentare quella forma umana più antica e, per così dire, “di base”, dalla quale poi si sarebbero dipartite varie correnti che, secondo percorsi diversificati e spesso tortuosi, avrebbero portato in tempi diversi a raggruppamenti più specializzati, come appunto gli australoidi (più antichi ma che, non a caso, alcuni ricercatori hanno avvicinato agli Ainu giapponesi), i mongolidi (come i neri africani anch’essi molto recenti) o gli stessi negridi (probabilmente sorti da un meticciamento di caucasoidi arcaici con antichissime forme pigmoidi). Gli europidi, cioè tutti noi, rappresenterebbero con ogni probabilità il gruppo che meno di tutti si è allontanato da questa forma iniziale, in termini morfologici, genetici (a parte l’ironia di Cavalli Sforza in “Geni, popoli e lingue”) ed anche geografici (le alte latitudini sono state occupate da eschimoidi e paleosiberiani in tempi relativamente recenti).
    Un saluto

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