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Sentieri Selvaggi: un punto di vista identitario – Alessandro Rossolini

Sentieri Selvaggi: un punto di vista identitario – Alessandro Rossolini

Nel mese di Aprile del 1956, sessant’anni giusti da oggi, uscì il film-capolavoro del maestro John Ford nelle sale Americane, nonché la mia pellicola preferita in assoluto, fra tutte. Parlo di Sentieri Selvaggi con John Wayne nei panni di Ethan Edwards. In tutti questi anni, rivedendolo con un’impressionante media di “almeno” una volta al mese, mi sono fatto una mia analisi, la quale, è frutto di un sentimento sudato e profondo nei confronti di quest’idea del maestro Ford.

La sensazione ultima che a me comunica Sentieri Selvaggi è che il valore del singolo è superiore a quello di qualsivoglia società. In esso, infatti, risuonano mille significati e archetipi culturali: la relazione tra legge e moralità; la necessità della violenza nell’affermare i valori della società; l’eroismo e la libertà del singolo sacrificati alle esigenze della “civiltà”.

Ford sembra quasi identificare la chiusura della frontiera con un simbolico rito di passaggio, la dolorosa transizione da una società agraria Anglosassone a uno stato multiculturale e multietnico. Infatti, già all’epoca di Sentieri Selvaggi, il mito del West può continuare a fiorire proprio solo come “mito”, come immaginario nostalgico di un’America W.a.s.p. ormai persa per sempre. L’eroe Western, così come molti uomini veri di un tempo, teme la civiltà e la donna, i compromessi e la vita sedentaria; li vede come fonti di corruzione e tradimento, un’esca per trascinarlo via da una condizione di indipendenza, di fiducia in se stesso e di certezza nelle proprie capacità.

Da tutto questo scaturisce quella che io chiamo la “solitudine dell’eroe”.

Il personaggio (John Wayne) emana forza, potenza. Compie gesti solenni, definitivi (ad esempio, nei particolari che adoro, quando sfodera le armi dalle fondine); si esprime con frasi brevi, icastiche, che non ammettono repliche. Per chi ha visto il film, sa a cosa mi riferisco.

Egli è laconico, come tutti gli eroi Western e i veri uomini, non esita a interrompere il discorso troppo lungo di una donna (“Le sarei obbligato se voleste concludere, signora”). Come se un eccesso di parole potesse significare vulnerabilità o perdita di controllo. Egli disprezza i beni terreni, le onorificenze, le medaglie (“Non ha più valore, ora”) e soprattutto il denaro; basti vedere come Wayne usa le monete in questa pellicola. Per contro, sfodera grande destrezza con le armi: spesso compie esercizi di abilità con la Colt, per non parlare della disinvoltura con cui spara indifferentemente a bianchi, indiani e bisonti. Egli esercita sugli altri un’influenza dominante; è lui che prende tutte le decisioni significative, compresa quella finale, di uccidere o meno Debbie. I gesti “contro” di lui tendono a rimanere, appunto, solo dei gesti, poco più che povere intenzioni. Un particolare che colpisce l’occhio attento è quello dove Wayne getta via gli oggetti, che gli altri personaggi brandeggiano nei suoi confronti.

Nonostante la sua forza, però, Wayne, rimane un vagabondo solitario, senza casa, senza donna e privo di un posto fisso nella società. Per me tutto questo è visto con grande accezione positiva, sia chiaro; così come, nelle ultime scene del finale, quando la porta si richiude e lo schermo ripiomba nell’oscurità, io condivido con gusto il ritorno di Wayne nel deserto del mito che lo ha generato; fra i sentieri spaventosi della vita vera e solitaria. Un eroe della pazienza e dell’azione ha il potere di dominare la sofferenza, oltre che la propria forza di volontà. Per mio conto il suo isolamento non è una condanna, ma un rifugio materno, dove Wayne (e spesso anche io) trova il proprio equilibrio. Nessuno, secondo me, è in grado di rispondere a certe forze interiori, specialmente quando per estremo idealismo ci si isola. Siamo uomini, cazzo, e non macchine!

Personaggi come Wayne, tipici delle culture Indo-Germaniche, esigono dagli altri, e da se stessi, molta perfezione, molta nobiltà e coraggio. Ammetto di essere grandemente sovrapponibile al personaggio del film; d’altro canto la genetica è quella. Noi preferiamo rinchiuderci in noi stessi, piuttosto che scontrarci con la quotidiana conferma dell’impossibilità di condividere con altri la nostra incessante ricerca interiore. Penso fortemente che anche il maestro Ford abbia provato fin nelle viscere questa “condanna”.

L’eroe porta la zona di “frontiera” sempre con sé, dovunque vada. L’eroe è colui quindi che trova l’equilibrio e lo mantiene, e tuttavia si porta costantemente al limite. L’eroe ridisegna il limite e, per questo, porta e sposta la frontiera, anzi la Frontiera. E tale conquista trova la sua misura nel dolore, nell’immane a cui certi uomini devono tener testa, nelle crudeltà che ci attanagliano e a cui lui e io reagiamo diventando a nostra volta crudeli e sapienti. Dal dolore il sapere, dal sapere il dolore. Ho sempre pensato, e non me lo leverà dalla testa nessuno, che chi possiede la cosiddetta “toughness” è capace anche di flessibilità e tenerezza emotiva. Siamo personalità di ambigue qualità paterne/materne, in parte patriarchi, in parte presenze protettive (sarà l’apporto genetico Mediterraneo, questo in me). Ci tengo anche a dire che senza l’entusiasmo e l’eros, l’autorità dell’eroe perde il suo idealismo, diventando così una creatura cinica e abbastanza avulsa da qualsiasi contesto.

Il contrasto con gli spazi aperti desertici del film e della “wilderness” che vedono Wayne stridere nel chiuso, a mio parere trovano la spiegazione in una frase di Rudyard Kipling: “Tutto considerato, al mondo ci sono due tipi di uomini: quelli che stanno a casa e quelli che non ci stanno”.

Wayne, nel film, appare di fatto apolide, senza patria. Estraneo alla “pólis” che ha contribuito a fondare combattendo in guerra contro Indiani e Unionisti, egli si ritrova come un identitario di oggi: straniero in casa propria. Il continente che i nostri avi hanno contribuito, nel bene e nel male, a forgiare non ci appartiene più… o forse siamo noi che non apparteniamo più ad esso. La Heimat, il luogo d’origine, la Patria (intesa anche come quella interiore): genera come annienta. La lontananza da essa inquieta, ma l’uomo sempre anela al ritorno. Tutti i viaggi, e questo del film non fa di certo eccezione, sono metafore della vita e della morte. Dallo scarto tra ciò che si è e ciò che si vorrebbe essere, nasce la spinta a uscire fuori di sé, per scoprire lo “straniero” che è in noi.

Sentieri Selvaggi ruota ampiamente attorno al tema dell’incontro/scontro di due Razze e Culture, quella dei Bianchi Europei e quella dei Pellirosse nativi. L’apice di questo confronto è reso visivamente esplicito nella sequenza in cui i due (Ethan e Scar) si sfidano faccia a faccia, quasi appoggiandosi l’un l’altro, suggerendo così l’idea di uno specchio che riflette un’identica immagine. E’ infatti curioso ma sensato che il maestro Ford non faccia uccidere il capo Comanche Scar a Wayne, ma al suo co-protagonista. Permane per tutto il film la sensazione dello scontro tra due alterità, di un incontro con la parte selvaggia di sé. Se si scendesse nella psicologia di ogni dettaglio non basterebbero mille pagine per descrivere i processi animistici che si basano sull’onnipotenza dei pensieri. Ogni “fazione” ha avuto le sue perdite; Indiani e Bianchi, allo stesso modo.

Il personaggio di Wayne non è affatto contraddittorio, come molti “opinionisti della domenica” hanno in seguito stupidamente giudicato. Egli possiede la perfetta conoscenza di usi e costumi dei nativi, ed è espertissimo delle abitudini dei Comanches, è in grado di capire la psicologia, ed ha assunto l’abitudine Indiana di scalpare i nemici, ma questo non lo rende diverso da quello che è. Nella sequenza durante la quale spara negli occhi ad un guerriero pellerossa morto, per precludergli la via alla Terra del Grande Spirito, esce tutta la spiritualità dell’eroe europeo. Eroe che respinge ferocemente il cristianesimo in quanto nemico della non tanto inconscia etica Indo-Germanica, che, per certi versi, è molto più similare alla spiritualità nativa Indiana. Le critiche di Wayne, e quindi di Ford, alla cristianità puritana del Nuovo Mondo non sono per niente velate, ma vanno lette attentamente nell’atteggiamento del protagonista. Il cristianesimo è il nemico dell’azione, è il nemico dell’individualità, ma soprattutto è nemico dell’origine primigenia dell’eroe Europeo.

Da questa sintesi si può estrarre il nocciolo etico di Wayne. Egli intimamente odia i mezzosangue (tra cui il co-protagonista, che è per un ottavo Cherokee); è disgustato alla vista delle prigioniere Bianche (“Non sono più Bianche, sono Comanches”); vuol vedere morta Debbie perché è stata contaminata sessualmente da Scar (“Ha vissuto insieme ad un Indiano”); offende Scar (“Sei molto intelligente… per un Indiano”).

Da qui, mi sento di muovere un’altra pesante critica nei confronti di quella cristianità puritana tutta Americana, per la quale la prospettiva di una possibile “miscegenation” tra le due Razze sembra essere la cosa più terrificante, ma che in realtà non è così. Il puritanesimo ha prodotto una sorta di senso di colpa nei Coloni Europei, rendendoli deboli spiritualmente, e non permettendo ad essi una sana presa Razziale sul continente. A questi pennivendoli religiosi importa che lo scritto di un libro Semitico venga diffuso il più possibile, poco interessa se chi lo fa è Bianco, Nero, Giallo o Rosso. Il concetto centrale di questo morbo desertico onnipresente è la “purezza [sic!]” dell’anima, la quale trascende nettamente dall’idea di Razza, ed è quindi, in ultima analisi, la negazione stessa dello spirito Indo-Germanico.

Ancora una volta, il maestro Ford mi aiuta ad esprimere un concetto che altrimenti sarebbe rimasto incastrato fra i meandri del mio cervello. Nel momento in cui questa “questione” appare nella pellicola, si staglia il primo piano di John Wayne alla vista delle prigioniere Bianche che hanno avuto relazioni sessuali con gli Indiani. Un’immagine incancellabile, che conta più di mille discorsi e di mille spiegazioni. Solo chi ha guardato attentamente il film può permettersi di giudicare quello sguardo che io ho visto scolpito fra le rughe dei miei nonni. Ne approfitto personalmente per dire che quello era, è e sarà sempre lo sguardo che ha il potere di spaventarmi.

Il deserto di Sentieri Selvaggi è una forma sublime che allontana da ogni socievolezza, da ogni sentimentalità, da ogni sessualità e, a mio avviso, funge come fuga dalla storia umana, dalla nascente civiltà urbana e industriale, da un’esistenza meccanizzata, dalle strettoie economiche, dalle crisi sociali, da infelici relazioni personali, dall’ingiustizia.

Nonostante il film sia stato girato tra Colorado, Utah e Alberta (Canada), è ambientato in Texas, nel 1868, quando la guerra civile è ormai finita da 3 anni. E’ probabile che in questo lasso di tempo, Wayne/Ethan sia stato un guerrigliero di Quantrill, il generale sudista che ha continuato la sua personale disfida con l’Unione, anche dopo la capitolazione. Wayne è il reduce sconfitto ma non arreso (“Non credo nelle capitolazioni”). Tutto questo è una miscela infinitamente complessa di trasformazioni storiche e psicologiche.

Ad un certo punto, per bocca di un’anziana colona, si esprime il pensiero comune della comunità: “Questo luogo sarà un luogo meraviglioso per viverci, ma noi ci stenderemo le cuoia prima”. Ed è proprio ciò che è avvenuto. Dopo aver tenuto testa agli Indiani, i coloni verrano spazzati via da quel progresso in cui sono stati i primi a credere. Il futuro sembra appartenere, già nel film, a gente come il reverendo Clayton o ai trafficanti senza scrupoli come l’Ebreo Futterman. L’epopea più autentica, infatti, copre gli anni dal 1835 al 1885; lo affermo molto personalmente, ma trovo diverse conferme anche tra gli studiosi del West. In quel mondo di impermanenza cronica i coloni Europei sono spariti dal giorno alla notte. Nel 1956, Sentieri Selvaggi prende atto della loro sparizione, pur mostrandoli al pubblico nella loro romantica vitalità, protagonisti di un mondo che molto presto li relegherà ai margini. Insieme al cowboy, all’Indiano, al trapper, anche il colono diventa un frammento vivente nel mirino prismatico della storia del West.

Sul piano iconografico, il film è una miniera di immagini e corrispondenze simboliche dove queste giocano tra inquadrature di chiari/scuri e di sguardi, e non solo nei “tempi morti” del film. La finalità, secondo me, è fare arrivare il messaggio di ciò che si vuol sottolineare ancora prima che questo venga spiegato dallo svolgimento della trama. La pellicola è ricca di cavità oscure, che mi rimandano consciamente all’utero, e non a caso sono teatro di fatti importanti. Io le ho spesso collegate all’esplosione della selvatichezza che accomuna caratterialmente me a Wayne. Si cerca il luogo chiuso, riparato, ovattato, ma poi, proprio per nostra natura si tende a finire per esplodervi dentro.

A proposito di ciò, una delle sequenze che ho più a cuore dell’intero film, è quando Wayne penetra con violenza a cavallo in un Teepee Indiano. Egli pianta una speronata nel ventre della bestia costringendola (i cavalli sono fortemente claustrofobici) ad entrare a forza nella tenda. In questa manciata di secondi Wayne, con un impulso violento è come se si liberasse della parte selvaggia di sé. Questo atto prepotente è un tratto preponderante e peculiare nelle persone aggressive e abituate a comandare. Una volta all’interno, Ethan trova l’Indiano Scar morto e lo scalpa. Questo è l’apice supremo della scena, quando l’adrenalina di chi comprende questa simbologia speciale, va a toccare il picco massimo. L’accostamento alla sessualità dell’eroe viene quasi automatico durante questa sequenza; la ricerca, la bramosia, la violenza della penetrazione per il raggiungimento della protezione.

Ho contato cinque differenti luoghi chiusi, oscuri, uterini all’interno del film. Questi vanno a ritmare l’itinerario psicologico del maschio Bianco che viene costantemente associato ad essi. Sono luoghi in cui maggiore può essere la sua “regressione” a uno stato di selvatichezza bestiale, ma anche quelli dove può trovare una nuova linfa rigenerante. La caverna è un potente simbolo (specie presso i popoli “lunari” Mediterranei, ma anche per gli Indiani d’America) di rientro nel grembo materno, un’anticamera misteriosa, di un mondo sotterraneo.

Il viaggio di Wayne, tra peripezie e pericoli, del tutto simile ad un’Odissea, fa tappa in una caverna oscura; quindi egli realizza un tuffo nell’oscurità, desiderata e oscura, della vita prenatale.

Scendendo nell’ombra ci si cala nel mondo notturno dell’indistinto. Non esiste tempo, non c’è ieri né domani, poiché in essa anche il giorno e la notte sono indivisi. Il paragone che mi sovviene è quello dei morti nell’aldilà.

Fuori dalla caverna, dopo il caos dell’oscurità originaria, l’eroe è atteso dalla luce, come in una saga Indo-Germanica in piena regola.

Sentieri Selvaggi può essere interpretato con questa dicotomia luce/tenebra; il principale, primigenio e immediato sistema dualistico Ariano. Ethan si dibatte tra le due, facendo i conti con il proprio IO che è riflesso, essendo egli un eroe, sugli altri.

Concludo dicendo che questa pellicola ha profondamente segnato la mia vita sotto tanti aspetti. Essendo io nato a cavallo di due “epoche” rigorosamente non segnate su nessun calendario, posso affermare con forza che Ethan/Wayne mi rispecchia in maniera significativa. Grazie alla finezza del maestro John Ford sono riuscito a tradurre certi miei comportamenti e modi di agire, ma solo dopo analisi ed introspezioni, molto spesso dolorose.

Ho a lungo conservato e integrato gli appunti su questo film, leggendomeli e rileggendomeli nei più disparati momenti della mia vita e posso affermare di dovere molto al Maestro e al Duca. Siccome non credo in solenni puttanate alla liberale, penso che questo mio omaggio, per i 60 anni del film migliore della storia del cinema, possa essere spiritualmente apprezzato dai due uomini che, con le loro sceneggiature, hanno contribuito a formarmi.

Grazie per aver reso i miei Sentieri, selvaggi.

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Categorie: Cinema

Pubblicato da Ereticamente il 12 Aprile 2016

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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