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L’onore d’Italia nel socialismo nazionale

L’onore d’Italia nel socialismo nazionale

Checché ne dicano i detrattori (babbei condizionati da chi vinse lo scorso conflitto bellico), la Repubblica Sociale Italiana fu una straordinaria esperienza di patriottismo italiano, un laboratorio sociale e nazionale dove le istanze comunitarie si univano a quelle italianistiche sfociando nell’ultimo sussulto di orgoglio patrio prima del tracollo.

Sicuramente il biennio salodiano 1943-’45 fu positivo anche perché caratterizzato dall’assenza di due ingombranti autorità, che finirono per rovinare lo stesso Fascismo e Mussolini. Sto logicamente parlando della monarchia sabauda e del Vaticano, che rimanendo confinati nell’Italia centromeridionale non oberarono la Repubblica sebbene trescassero con gli Alleati per tradire la Germania e “continuare” la guerra dalla parte angloamericana. Quella del tradimento dell’alleato germanico rimane una pagina nera della nostra storia, poiché iniziare la guerra con un camerata e terminarla col mortale nemico dello stesso è qualcosa di davvero riprovevole e ributtante, soprattutto se poi lo scontro in atto era intriso di quell’epicità derivante dalla contrapposizione tra chi lottava per il sangue degli eroi (e della Patria) e chi per l’oro dei mercanti.

Certo, col senno di poi uno potrebbe pensare che entrare in guerra, per l’Italia, fu una vera catastrofe data l’impreparazione e le forze armate deboli e mal equipaggiate, ma all’epoca dei fatti sarebbe stato facile incorrere in errori di valutazione, considerando i fulminei successi teutonici in mezza Europa. Pacifico dire, oggi, che il Duce avrebbe fatto meglio a tenere il Paese fuori dalla contesa ma va ricordato che l’Italia era legata alla Germania da precisi patti politici e militari. E anche Hitler aveva le mani legate perché era facile subodorare la collusione tra capitalismo angloamericano e bolscevismo sovietico per farlo fuori, come poi infatti accadde.

In questo senso, certo, oggi è parimenti facile criticare e liquidare come sciagurata l’alleanza tra Germania nazista e Italia fascista (col Giappone del tutto isolato ed ininfluente sugli scenari bellici europei, che avrebbe potuto impegnare l’URSS in un fronte orientale) ma molte, troppe valutazioni sono figlie della sindrome di Stoccolma antifascista che attanaglia chi continua a vedere nei nemici dell’Europa i propri liberatori, finendo per far passare sotto silenzio gli esecrandi crimini commessi da costoro. Giusto per elencarne qualcuno: massacri indiscriminati di prigionieri nemici, marocchinate, bombardamenti terroristici sull’Italia e la Germania, deportazione in campi di concentramento americani di cittadini statunitensi di origine tedesca, italiana o nipponica…

Oggi, alla luce di come andarono le cose, è per noi agevole ravvisare nell’operato di Mussolini tre errori mortali, per così dire: la tolleranza mostrata nei confronti di una monarchia che, sì, unì l’Italia ma alla fine la tradì miseramente; l’accettazione, ancorché strumentale, dell’ingombrante peso del Vaticano nelle vicende della cattolicissima Italia; e appunto l’entrata in una guerra mondiale che, noi settant’anni dopo, giudichiamo persa in partenza e che era meglio evitare, considerando pure che il nostro esercito era già provato dalle operazioni nelle colonie africane e nel teatro spagnolo della guerra civile tra franchisti e repubblicani.

Ai nostri giorni è facile individuare in queste tre problematiche le ragioni del crollo del Fascismo, ma bisogna considerare la convenienza politica, per Mussolini, di tenersi buona la monarchia e la Chiesa al fine di rafforzare il proprio potere, ed infine di partecipare alla guerra per non tener fuori l’Italia da un’Europa messa in riga dai Tedeschi e dove il nostro Paese avrebbe potuto assicurarsi il dominio stabile del Mediterraneo. Detto questo, comunque, attaccare la Grecia e partecipare all’attacco tedesco contro la Russia erano cose da evitare perché, a mio parere, l’Italia avrebbe dovuto concentrarsi su ciò che è il suo ambito specifico, ossia il Mediterraneo, liquidando l’odiosa presenza inglese in esso.

I fascisti difficilmente avrebbero potuto disfarsi dei Savoia, visto che proprio il re volle Mussolini al governo e consegnò l’Italia al Fascismo vedendo in essi un baluardo contro il bolscevismo; sappiamo però che al di là delle speranze riposte nelle camicie nere da proprietari terrieri, padroni di fabbrica e aristocratici la vera natura primigenia del Fascismo non era di “destra” ma di “sinistra nazionale” e il filo nero che legava i sansepolcristi alla RSI è palese. Allo stesso modo il Duce vide nei buoni rapporti col Vaticano la ghiotta occasione di accattivarsi le simpatie cattoliche, in un’Italia dominata dal cristianesimo, pur essendo lui medesimo un anticlericale incallito. Mussolini si dimostrò dunque abile statista, ma rinunziò così ad una piena attuazione della rivoluzione fascista, liquidando come avrebbe dovuto re e papa.

Certo, agli occhi dell’Italia, un personaggio poi rivelatosi spregevole come Vittorio Emanuele III era il sovrano della vittoria nella Grande Guerra, e la sua casata quella che unificò il Paese col Risorgimento, eppure si avrebbe dovuto avere il coraggio di sbarazzarsi della monarchia per realizzare così in pieno quegli ideali repubblicani e “socialisti” principiati col pensiero di un Mazzini, e poi sfociati per l’appunto nel biennio di Salò, dove finalmente – senza teste coronate e tonache bianche, ossia senza Reazione –  si poté realizzare un’esperienza italiana di governo davvero sociale e nazionale, anche se poi gli infami vollero vederci uno stato-fantoccio nelle mani dei Tedeschi. Certo, perché invece un re traditore che apre, assieme al vile Badoglio, le porte dell’Italia meridionale agli Alleati, non è forse un fantoccio? La resistenza (cosiddetta) di qualche migliaio di partigiani antifascisti (a fine guerra materializzatisi in quantità industriale per zompare sul carro dei vincitori, mettendosi semplicemente un fazzoletto al collo) non fu un favore ad angloamericani e sovietici, che stringevano l’Asse in una tenaglia che alla fine stritolò l’Europa e l’Italia medesima?

Il bimillenario problema della Chiesa cattolica è invece ben più complesso, e in un Paese totalmente cattolico come l’Italia sarebbe stata dura debellare del tutto la cancrena papale senza inimicarsi gli Italiani. In questo il Duce ebbe senz’altro una bella gatta da pelare mentre, forse, per quanto concerne la monarchia avrebbe potuto osare qualcosa di più e proprio perché alla lunga i Savoia si rivelarono delle canaglie anti-italiane che barattarono l’onore del Paese con l’occupazione dei papabili vincitori, tradendo così l’alleato germanico. Peraltro ci si sofferma sull’occupazione tedesca, più che comprensibile visto che il nemico avanzava da sud e il Duce poteva ormai far poco, mentre si sorvola su quella americana…

Il Fascismo governava col beneplacito del re ma ciò si rivelò poi fatale perché Mussolini venne arrestato, il regime fascista crollò, e Sciaboletta se la diede a gambe col suo “eroico” entourage  fuggendo in Meridione, da dove abbandonò poi a sé stessa Roma e il regio esercito dislocato in vari teatri di guerra europei, lasciandoli alla mercé della inevitabile vendetta tedesca. A furia di demonizzare Hitler ci si dimentica che se i Tedeschi, in Italia, agirono spesso e volentieri con crudeltà fu per colpa della monarchia traditrice e dei partigiani, macchiatisi di infamia e terrorismo poi ritortisi contro civili inermi o soldati italiani catturati dai nazisti stessi. Quella stessa monarchia che, vigliaccamente, dichiarò guerra al Giappone (comico, se non fosse tragico) benedicendo sanguinosissimi bombardamenti incendiari e le due atomiche sganciate dai “liberatori” su una nazione ormai in ginocchio.

Quando una guerra si inizia con un alleato è impensabile terminarla col nemico iniziale, pertanto i massacri tedeschi della seconda guerra mondiale ricadono innanzitutto sulle spalle dei parassiti coronati e dei badogliani e poi di chi sparava nel mucchio e poi fuggiva sui monti abbandonando interi villaggi al loro crudele destino. Era più che prevedibile che i Tedeschi si sarebbero ferocemente rivalsi sulla popolazione.

Certo è che Mussolini avrebbe, sicuramente, fatto bene ad eliminare tutti gli ufficiali delle forze armate fedeli al re, perché proprio per colpa di quelli si collezionarono una serie di disastrose sconfitte e perché rispondevano alla monarchia, e non al Duce; il valore dei soldati italiani era fuori discussione, ma trovandosi comandati da emeriti inetti vennero condotti al macello senza possibilità di successo.

In verità la rivincita ci fu e consistette nella RSI, dove le forze residue del Fascismo continuarono la guerra con la Germania difendendo l’onore rimasto dell’Italia e il suo territorio centrosettentrionale dalle grinfie di partigiani, monarchici, badogliani, clericali, comunisti anti-italiani (umiliati da Bombacci) e soprattutto Alleati e titini.  Nel Tricolore che sventolava su Salò scomparve lo scudo sabaudo di chi aveva sconfessato l’Italia, e al suo posto ecco la gloriosa aquila romana col fascio littorio tra gli artigli; una bellissima bandiera, oggi purtroppo inflazionata, ma che rappresenta alla perfezione l’Italia liberata dai preti, dalle teste coronate, da quelle democrazie borghesi occidentali che appoggiarono sempre i Savoia, e che i Savoia sostennero.

Io riconosco il ruolo storico di chi, finalmente, portò all’unità politica d’Italia dopo Augusto e la condusse alla vittoria nella Grande Guerra, ma riconosco anche e soprattutto che costoro persero credito col voltafaccia dell’8 settembre 1943. E pensando a questo, non fu il referendum del 1946 a liquidare la monarchia crociata, bensì la RSI che volle immediatamente sbarazzarsi di chi, non il Fascismo, ma l’onore e l’orgoglio, il buon nome, dell’Italia vendette ai suoi nemici accelerando il processo di americanizzazione della nostra Terra e dell’Europa, che è la causa primaria di tutti i veleni che oggi appestano la culla della Civiltà.

Per la gloria del nostro Paese ripartiamo dal socialismo nazionale, laico ma rispettoso della religiosità tradizionale, che è quella gentile, e rafforzato dall’istanza etnofederale.

Ave Italia!

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Categorie: Etnonazionalismo

Pubblicato da Paolo Sizzi il 17 Aprile 2016

Paolo Sizzi

Lombardo orobico, Italiano, Europeo, classe 1984. Letterato, sulla Rete dal 2006, da sempre cultore di valori identitari e tradizionali. Senza rinnegare la formazione völkisch evolve il pensiero nell’Italianesimo Sangue e Suolo, coerente con un disegno etnonazionale federalista. Appassionato di antro-genetica, si definisce Nordomediterranide, fusione di elementi ario-italici/celtici con il sostrato ligure. E la Lombardia è proprio questo: una terra ligure e alpina arianizzata da Celti e Italico-Romani, e con un benefico tocco germanico.

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