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Le possibilità di una scrittura: Michel Houellebecq – Stefano Eugenio Bona – Seconda Parte

Le possibilità di una scrittura: Michel Houellebecq – Stefano Eugenio Bona – Seconda Parte

IV

Prima di illustrare l’ultima sua fatica, parliamo di due romanzi che hanno trattato un tema essenziale: la clonazione. Dal clone in Les Particules élémentaires e dai «Futuri» in La possibilité d’une île, per una rifondazione dell’umanità. Non gioverà alla scorrevolezza di questo intervento ma riteniamo sia fondamentale trascrivere alcuni lunghi passaggi. Questo il fulcro de Le particelle elementari (si parla di Huxley e queste parole messe in bocca a Bruno sono esaustive e sufficienti, la società distopica è già in gran parte realtà): “È allucinante, soprattutto se pensiamo che quel libro lo scrisse nel 1932. Da allora la società occidentale ha tentato costantemente di raggiungere quel modello: sempre più accurato controllo della procreazione, che un giorno porterà alla sua completa dissociazione dal sesso e alla riproduzione della specie umana in laboratorio in condizioni di sicurezza e di affidabilità genetica totali; conseguente collasso dei rapporti di parentela, del concetto di paternità e di filiazione; eliminazione, grazie ai progressi farmaceutici, della distinzione tra età della vita. Nel mondo descritto da Huxley, gli uomini di sessant’anni hanno la stessa apparenza fisica, lo stesso dinamismo, gli stessi desideri dei ventenni. Poi, quando non è più possibile lottare contro l’invecchiamento, ci si congeda tramite eutanasia liberamente consentita; con grande discrezione, rapidamente, senza drammi. La società descritta in Il mondo nuovo è una società felice, da cui sono scomparsi tragedie e sentimenti estremi. La libertà sessuale è assoluta, non vi è più alcun ostacolo al piacere e al godimento, permangono piccole sacche di depressione, di tristezza, di dubbio; ma vengono facilmente curate per via farmacologica, la chimica degli antidepressivi e degli ansiolitici avendo fatto considerevoli progressi. ‘Con un centilitro guarisci dieci sentimenti.’ È esattamente il mondo cui aspiriamo oggigiorno, il mondo nel quale, attualmente, desidereremmo vivere…In genere l’universo di Huxley viene descritto come una specie di incubo totalitario, e si tenta di far passare Il mondo nuovo per una violenta presa di posizione contro questo genere di regimi; ma è ipocrisia bella e buona. Sotto tutti i punti di vista – controllo genetico, lotta contro l’invecchiamento, ottimizzazione del tempo libero – per noi Il mondo nuovo è un paradiso, è esattamente il mondo che ci sforziamo, sin qui invano, di raggiungere…Aldous Huxley è senza dubbio un pessimo scrittore, le sue frasi sono pesanti e sgraziate, i suoi personaggi sono insulsi e meccanici. Nondimeno egli ebbe l’intuizione che l’evoluzione delle società umane fosse ormai da secoli – e sempre più sarebbe stata- pilotata esclusivamente dall’evoluzione scientifica e tecnologica. Sarà pur statto privo di finezza, di psicologia, di stile, ma tutto ciò non inficia minimamente l’esattezza della sua intuizione di partenza. E, primo tra tutti gli scrittori, ivi compresi quelli di fantascienza, capì che dopo la fisica sarebbe stata la biologia a fare da principio motore.” Botta e risposta tra i fratelli Bruno e Michel, le estreme conseguenze di questa società liberale: Bruno è ossessionato e consumato dalla brama sessuale ed è per lo più ridotto ad una umiliante masturbazione; Michel è agli antipodi del fratellastro, non ha la minima vita personale ed è concentrato totalmente sul suo lavoro di biologo molecolare. Questo è lo snodo filosofico del romanzo, probabilmente il più riuscito di tutta la sua produzione per complessità e vastità dei temi trattati. Michel fa osservare puntualmente questo, al fratello: “…Tra gli scrittori della sua generazione era sicuramente l’unico in grado di intuire i passi avanti che avrebbe fatto la biologia. Ma tutto ciò si sarebbe sviluppato molto più in fretta senza il nazismo. L’ideologia nazista ha contribuito in maniera cruciale a screditare il concetto di miglioramento della razza e di eugenetica; per colpa del nazismo abbiamo sprecato anni preziosi, prima di poter tornare ad affrontare questi concetti senza dovercene vergognare.”

“Come suo fratello, Aldous Huxley era un ottimista…” disse infine con tono come di disgusto. “La mutazione metafisica che ha creato materialismo e scienza moderna ha avuto due grandi conseguenze: il razionalismo e l’individualismo. L’errore di Huxley è stato quello di non aver valutato adeguatamente il rapporto di forza tra queste due conseguenze. In dettaglio, il suo errore sta nell’aver sottovalutato l’aumento di individualismo prodotto da una incrementata coscienza della morte. Dall’individualismo nascono la libertà, il senso dell’io, il bisogno di distinguersi e di essere superiori al prossimo. In una società razionale com’è quella descritta da Il mondo nuovo, lo scontro può essere attenuato. In una società ricca dove i flussi economici siano sotto controllo, la competizione economica, metafora del dominio dello spazio, non ha più ragione di esistere. La competizione sessuale, metafora, tramite la procreazione, del dominio del tempo, non ha più ragione di esistere in una società dove la dissociazione sesso/procreazione sia perfettamente realizzata; ma Huxley ha dimenticato di tener conto dell’individualismo. Non ha saputo capire che il sesso, una volta dissociato dalla procreazione, sussiste meno come principio di piacere che come principio di differenziazione narcisistica; lo stesso dicasi per il desiderio di ricchezza. Perché mai il modello della socialdemocrazia svedese non è mai riuscito a prevalere sul modello liberale? Perché mai non si è riusciti a sperimentarlo neppure nel campo della soddisfazione sessuale? Perché la mutazione metafisica operata dalla scienza moderna si porta dietro l’individuazione, la vanità, l’odio e il desiderio. Di per sé il desiderio – contrariamente al piacere – è fonte di sofferenza, di odio e di infelicità. E, questo, tutti i filosofi – non solo i buddisti, non solo i cristiani, ma tutti i filosofi degni di questo nome – l’hanno capito e insegnato. La soluzione degli utopisti – da Platone a Huxley passando per Fourier – consiste nell’annientare il desiderio, e le sofferenze connesse, organizzandone l’immediata soddisfazione. All’opposto, la società erotico-pubblicitaria in cui viviamo si accanisce a organizzare il desiderio, a svilupparlo fino a dimensioni inaudite, al tempo stesso controllandone la soddisfazione nel campo della sfera privata. Affinché la suddetta società funzioni, affinché la competizione continui, occorre che il desiderio cresca, si allarghi e divori la vita degli uomini.” “Anche Julian Huxley affronta le questioni religiose, in Ciò che oso pensare, e lo fa dedicandovi tutta la seconda parte del libro,” ribatté Michel con disgusto crescente. “È perfettamente consapevole di come il progresso della scienza e del materialismo abbia distrutto le basi di tutte le religioni tradizionali; è altrettanto consapevole di come nessuna società possa resistere senza religione. Per più di cento pagine, Julian Huxley tenta di gettare le basi di una religione compatibile con la situazione della scienza. Non si può dire che il risultato sia convincente; né si può dire che l’evoluzione delle nostre società sia andata in questo senso. In realtà, annientata dall’evidenza della morte materiale ogni speranza di fusione, la vanità e la crudeltà non possono non svilupparsi. In compenso,” concluse bizzarramente, “possiamo dire altrettanto dell’amore.”

D’altronde Huxley si era limitato ad uno sguardo d’insieme, Houellebecq spinge in profondità, a livello tecnico-scientifico, consapevole altresì dell’esaurirsi delle ultime scorie di dialogo tra filosofia e scienza, di fronte al nuovo paradigma le questioni filosofiche perdono referenza:” la risibilità globale in cui erano improvvisamente precipitati, dopo decenni di insensata sopravvalutazione, i lavori di Foucault , di Lacan, di Derrida e di Deleuze, non aveva sul momento lasciato il campo libero ad alcun pensiero filosofico nuovo, bensì al contrario aveva gettato discredito sull’insieme degli intellettuali che si definivano di “scienze umane”; sicché la crescita di potere degli scienziati in tutti i campi del pensiero era diventata ineluttabile. Anche l’interesse occasionale, contraddittorio e instabile che i simpatizzanti della New Age affettavano di tanto in tanto nei confronti di questa o quell’altra fede relativa alle “antiche tradizioni spirituali” non testimoniava in loro altro che uno straziante stato di disagio, al limite della schizofrenia. Come tutti gli altri membri della società, e forse ancor più di loro, essi in realtà non si fidavano che della scienza: la scienza era per loro un criterio di verità unica e irrefutabile. Come tutti gli altri membri della società, dentro di sé pensavano che la soluzione a ogni problema – ivi compresi i problemi psicologici, sociologici o più generalmente umani – non potesse essere altro che di ordine tecnico. Fu quindi senza grandi rischi che Hubczejak lanciò nel 2013 il suo famoso slogan, destinato a costituire il reale innesco di un movimento d’opinione sui scala planetaria: “la mutazione non sarà mentale bensì genetica”.

Sul finale, gli studi di Michel vengono pubblicati, dopo la sua morte, con il titolo Prolegomeni alla replicazione perfetta; se ne fa portavoce un giovane ricercatore (Hubczejak), che vede il cozzar di scudi e delle religioni rivelate e dei seguaci dell’umanesimo contro le tesi esposte, ma via via riesce ad ottenere appoggi e a far finanziare il progetto dall’Unesco. Anche qui le dinamiche in atto, come la direzione transumanista di questi anni di disgregazione finale, sono delineate esemplarmente. Michel si interroga con strazio se l’umanità possa vivere senza una religione, e non a caso, da Hubczejak viene rispolverato Comte per il suo positivismo religioso: chi sente l’enormità del passaggio in seno alla civilità umana, valuta l’ipotesi di una forma d’ancoraggio per le masse, una qualsivoglia religione come asse vivificante. Nelle sue opere, il prosecutore dei lavori di Michel, “comunque sia riuscì a instillare in un pubblico sempre più vasto l’idea che l’umanità, al punto in cui era arrivata, potesse e dovesse controllare l’insieme dell’evoluzione del mondo – e, in particolare, potesse e dovesse controllare la propria evoluzione biologica. In questa missione egli ricevette il prezioso appoggio di un certo numero di neokantiani, i quali, approfittando del generale riflusso delle ideologie di ispirazione nicciana, avevano assunto il controllo di svariate leve di potere importanti nel mondo intellettuale, universitario ed editoriale.”

Poi molto altro, in questo romanzo definitivo: il consueto nichilismo vorticante, l’esposizione provocatoria di dati di fatto – “Lei è un reazionario, va benissimo. Tutti i grandi scrittori sono dei reazionari. Balzac, Flaubert, Baudelaire, Dostoevskij: tutti reazionari. Ma occorre anche scopare, eh? Occorre fare le ammucchiate. È fondamentale”. Così l’editore Sollers, ovvero la personificazione invitante di chi riesce a gestire giri intellettuali radical, di chi sollecita l’abbandono di una certa rigidità, per un tuffo nelle spire del piacere, sempre per restare in tema con la panacea ultima, rimedio a tutti i mali. Quando parla dei grandi scrittori come tutti reazionari, dice una cosa vera pur dimenticandone altri (che quindi non lo sono per una tendenza più progressista, o per una questione di stile?), ed è altresì vero che nel corollario vede la sua stessa situazione. Poiché senza l’elemento trainante della sessualità parossistica e caricaturale, probabilmente non riuscirebbe a tessere nella stessa modalità la trama di una decadenza. Allora sì, sarebbe anche lui un reazionario completo, ma di un Ottocento sfibrato e arrivato già cadavere nei Proust e nei Joyce. Figuriamoci nei Céline…

Per proseguire con prese in giro sul libertinaggio post-sessantottino della madre, mossa da frastornato, bieco egotismo, schizofrenia ludico-sessuale… Di sfondo “l’evoluzione dei costumi… col consumo sempre crescente di materiale erotico”, correlando la trattazione dell’animale omega sviluppata dal terreno liberale a quello sessuale come in Estensione del dominio della lotta, fino ad uno snodo persino mistico: il concetto del “sentiment océanique” (termine utilizzato da Houellebecq, per la prima volta, in un’intervista del 1995 per descrivere il legame che corre tra le immagini dei suoi precedenti cortometraggi e la sua opera letteraria) . Ciò corrisponde alla grande intuizione di Michel Djerzinski davanti al Book of Kells: lasciarsi andare all’illimité emotionnel, per il raggiungimento dell’infinito. Quel ritorno all’oceano, al magma primordiale, è il suicidio figlio del desiderio di annientamento e di fusione con la totalità: l’unico amore, l’unica ri-soluzione. Queste sono spie sull’evoluzione dell’Houellebecq uomo, visto che il suo ateismo è stato superato negli ultimi tempi da una forma di agnosticismo (per sua stessa ammissione).

Il finale de Le particelle elementari è lo sbocco di una nuova metafisica, in quanto il fondatore, dandosi la morte in Irlanda, a clonazione dimostrata non sente altra motivazione esistenziale, egli è il protagonista “analitico” puro di tutta la produzione romanzesca, al contempo annunciatore di una nuova “fede”: “Mai nessuna mutazione metafisica avviene senza prima essere stata annunciata, preparata e agevolata da un complesso di mutazioni minori, spesso passate inosservate al momento del loro accadere storico. Personalmente, io mi considero come una di tali mutazioni minori”.

Andando verso il “pessimismo cosmico” di La possibilité d’une île, siamo di fronte ad un altro spicchio consistente del cuore poetico dell’universo romanzesco di Houellebecq. Il “pendolo del pessimismo” però, nei suoi romanzi verte verso una compassione schopenhaueriana, che non è giammai cristiana immedesimazione con il mondo, ma constatazione del dolore connaturato alla natura dell’esistenza. La sofferenza è la conseguenza della gratuità del libero gioco delle parti, della libertà del sistema, della sua mancanza di un piano ordinatore: in Piattaforma l’amore è possibile ma brutalmente interrotto sul nascere, ne La possibilità di un’isola l’amore viene visto come la forza unficatrice che mancherà all’umanità futura, riprodotta in serie…Con la continua clonazione e l’impossibilità di essere dati in maniera unica una volta e per tutte, scompare davvero il collante universale – da qui gli interrogativi di Daniel25 nei confronti del suo progenitore. La possibilità di un’isola è ambientato in un futuro popolato da una nuova stirpe di viventi, cloni di antichi originali umani che si sono conquistati l’immortalità attraverso la riproduzione tecnologica e asessuata di loro stessi. In questo scenario, Daniel 24 e Daniel 25, cloni dell’antico Daniel 1, trovano i diari del loro antenato, vissuto ai nostri giorni, e trovano l’impietoso resoconto della decadenza e della fine di un mondo. Il che non è necessariamente la fine della storia: sic et simpliciter, l’infinita vanità del perpetuarsi della specie assumerà meramente un nuovo paradigma. La tecnica è il destino del mondo moderno, e il destino della tecnica è forse rendere l’uomo qualcosa di diverso dall’uomo-umano di adesso? L’autore sembra non aver dubbi.

Leggendo la vita di Daniel1, comico di grande successo, provocatore, blasfemo, cinico e lussurioso, il suo ultimo clone si renderà conto della bellezza dell’imperfezione umana, della libertà nella scelta. Da ciò Daniel25 verrà spinto ad effettuare per la prima volta una scelta autodeterminata, visitando i resti dell’umanità primitiva, cercando un’opzione per lui e per il cagnolino Fox (compagno di reincarnazione seriale…), e si spinge fino ad intravedere il mare, capendo meglio “come l’idea dell’infinito fosse potuta germogliare nel cervello di quei primati…”. Immagine di liberazione catartica, paesaggio che fa da sfondo alla ricerca delle condizioni originarie: la scelta di morire come atto di estrema libertà, invece di perpetrarsi nell’identico della clonazione. Il neoumano poi è solo un ponte tra l’umanità e i Futuri: “La vita organica, a ogni modo, prigioniera dei limiti imposti dalle leggi della termodinamica, se fosse rinata avrebbe potuto ripetere soltanto gli stessi schemi: costituzione di individui isolati, predazione, trasmissione selettiva del codice genetico; non c’era da attendersi nulla di nuovo. Secondo certe ipotesi, la biologia del carbonio aveva fatto il suo tempo, e i Futuri sarebbero stati esseri di silicio, la cui civiltà si sarebbe costruita tramite interconnessione progressiva di processori conoscitivi e memoriali; i lavori di Pierce, collocandosi unicamente a livello di logica formale, non permettevano di confermare né di confutare tale ipotesi”.

Dalle figure del clone in Les Particules élémentaires e dei «Futuri» in La possibilité d’une île; dalla ricerca di un’antica forma di coesione armonica tra gli individui; dall’esigenza di un superamento dello stallo in cui si trova l’umanità, alla base delle distopie, emerge come sfondo anhce la strumentalizzazione romanzesca dell’archetipo dell’androgino (su questa questione, ci possiamo riservare un approfondimento nel futuro).

V

Nell’ultimo romanzo, erroneamente bollato come islamofobo, la scelta di focalizzarsi su Huysmans come materia principale degli studi del protagonista non è casuale. Infatti Houellebecq non fa che replicare quel che è il mondo intorno alla deriva estetica dei decadenti e mette in bocca ai suoi protagonisti le medesime volizioni, che poi sono una semplice dicotomia: riempire la pancia e soddisfare la sessualità. Ecco ciò che rimane. Senza però l’aura creatrice che avevano ancora gli inqiuieti dell’Ottocento. Qui il guizzo del poeta e dell’artista si unisce ad una rappresentazione della metastasi occidentale come sarebbe impossibile trovare in molti studiosi; non mancando certo la lucidità per avvertire la dimensione irrefrenabile della catastrofe, vi è talvolta un celiare sui problemi, in apparenza, per poi sferzare il tutto.

Il poeta è un parassita sacro per ogni civiltà e anche in questa, la soluzione è forse il rilascio epicureo, come per l’amato Huysmans: stendersi a letto, una sacca di tabacco e una pila di libri, ricreando l’oasi di Folantin, il protagonista di A Vau-l’eau, un racconto minore di Huysmans ma da cui Houellebecq sembrerebbe davvero aver preso ben più di uno spunto per la tipicizzazione dei suoi imbolsiti protagonisti, impegnati ad essere in pace con il proprio stomaco e con il proprio sesso, uno status “invidiabile” anche per il pavido e malinconico professore, che alla fine comprende l’inutilità dei cambiamenti di rotta, la sterilità degli slanci e degli sforzi; bisogna lasciarsi andare alla deriva. Il nichilismo corrode e l’Houellebecq uomo non può che comunicare il disagio dell’assenza di un proposito fondativo, come iena sulla carcassa s’incarica di formare l’ennesimo romanzo di anticipazione. La scelta di utilizzare il riferimento a Huysmans è certamente paradigmatica per la conversione finale del protagonista, ma c’è un cambio ed un gioco con le polarità e le dinamiche in campo. L’accento non è sulla conversione di qualche cristiano o di qualche semplice ateo pavido del Nuovo Ordine, no, chi occupa l’ultima parte del romanzo sono un identitario di antica militanza e il protagonista, un disilluso, epicureo confuso tra la felicità da super market, il disincanto da seguire sulle orme del proprio autore di riferimento, destinandosi ai piccoli grandi piaceri, in una vita raccolta e senza un punto di riferimento superiore, che sarà reintrodotto in Francia da questo islam, comunque dal volto rassicurante e diplomaticamente in grado di sistemare con astuzia il trapasso di civiltà.

Una vita descritta in un torpore insopportabile: nel tram tram del docente, nella sua parabola intellettuale c’è solo un imbellettamento, mentre per sua ammissione la forza propositiva è spenta fin dagli anni della giovinezza. Houellebecq dice spesso che l’unico periodo di felicità nel mondo attuale è quello del pre-inserimento in società. Anche qui torna Il senso di solitudine letale, l’atomizzazione dei rapporti nel libero scambio della società dei “consumi” sessuali, che porta ad un bisogno di stabilità in età molto più avanzata che in passato, traformando la fascia riproduttiva in età perennemente ricreativa. Così in Sottomissione: “In epoche più antiche, le persone costituivano delle famiglie, il che significa che dopo essersi riprodotte sgobbavano ancora qualche anno, il tempo che i figli raggiungessero l’età adulta, poi se ne andavano al Creatore. Ma adesso era più verso i cinquanta o sessant’anni che per una coppia aveva senso portare avanti il ménage, nel momento in cui i corpi invecchiati e indolenziti hanno ormai il solo bisogno di un contatto familiare, rassicurante e casto…”. Facendo cadere implicitamente sul tavolo la superiorità materiale del numero-potenza della società poligamica, tutto contribuisce ad una panoramica sugli argini dell’ultima riva (per citare un altro titolo della sua produzione poetica).

Un gioco raffinato e lieve si pone tra le pagine, con minor verve provocatoria del solito, anche se in realtà vi è l’atto d’accusa per il suicidio della civiltà: non a caso cita Toynbee, Guénon e Nietzsche come cardini a cui si appiglia il personaggio che propone la conversione al protagonista. Egli li aveva come nomi tutelari nella militanza tra gli identitari, non li abbandona e tenta persino di forzare l’anticristianesimo nietzschiano in chiave pro-islamica. Una riflessione di passaggio: viene da sorridere a sentire certe interpretazioni in cui Nietzsche sarebbe qui precursore di Guénon: questi modelli filosofici di riferimento non sono altro che delle possibilità normative per uscire dalla decadenza, non essendovi nessun filo comune che faccia pensare ad una fune tesa tra i due. D’altronde non si può divagare tanto su questo punto, visto che lo chiarisce l’autore stesso, nel momento in cui il protagonista a casa di Rediger (il rettore convertito) nota la tesi Guénon lettore di Nietsche, quest’ultimo ammette: “Diciamo che forzavo un po’ di testi, come si suol dire. Guénon, a pensarci bene, non è stato influenzato più di tanto da Nietzsche; il suo rifiuto del mondo moderno è altrettanto forte, ma viene da fonti radicalmente diverse….”.

Quando i professori sono posti davanti alla scelta se continuare o meno, l’autore fa trapelare un sarcasmo inevitabile e verso la classe intellettuale e verso la presunta ingenuità del mondo arabo, perché sono convinti che piegando essa, si ottenga il dominio culturale: “Avevano sicuramente esagerato circa la possibilità di nuocere dei docenti universitari e la loro capacità di portare felicemente a termine una campagna di protesta…In fondo credevano ancora al potere dell’élite intellettuale: era quasi commovente”. Mentre delinea il programma della Fratellanza musulmana, invece è il realismo che richiama sempre al concetto del numero-potenza a farla da padrone: “Per loro l’essenziale è la demografia, e l’istruzione; il sottogruppo demografico che dispone del miglior tasso riproduttivo, e che riesce a trasmettere i propri valori, trionfa; per loro è tutto qua, l’economia e la stessa geopolitica non sono che fumo negli occhi: chi controlla i bambini controlla il futuro, stop. Perciò l’unico punto cruciale, l’unico punto sul quale vogliono assolutamente soddisfazione, è l’istruzione dei bambini”.

Sull’istruzione il francese è particolarmente tagliente, da vero scrittore ha una vera e propria repulsione per l’ambiente universitario fatto di mezzucci, conformismi, codardie: “Nel pomeriggio i miei dottorandi mi avevano abbondantemente rotto i coglioni con domande oziose, tipo per quale motivo i poeti minori (Moréas,Corbière ecc.) fossero considerati minori, cosa impedisse loro di essere considerati maggiori (Baudelaire, Rimbaud, Mallarmè per fare in fretta; poi si salta a Breton). Le loro domande erano tutt’altro che disinteressate, si trattava di due dottorandi magri e viscidi uno dei quali intendeva fare una tesi su Cros, l’altro su Corbière, ma al tempo stesso non volevano bruciarsi, lo capivo chiaramente, reclamavano la mia risposta in quanto rappresentante dell’isitituzione. Mi ero salvato in calcio d’angolo consigliando a entrambi Laforgue, in virtù del suo status intermedio.” Sotto la maschera adattata ad un laicismo europeo, manifestando un lato morbido, l’islam pervade i settori governati ancora da quei resti post-sessantottini inseriti nelle università e convincerà l’opinione pubblica della Francia del 2022. A differenza di altra letteratura di anticipazione, qui ci troviamo di fronte ad una scelta poi non così sofferta, poiché se al preside la conversione risulta anche come recupero e nuovo rivestimento del passato militante e identitario, per altri versi la natura femminile e passiva del protagonista non ha molti problemi a barattare la propria libertà. L’oscillante nostalgia per un modello antico di cristianesimo, come per Huysmans, lo porterà a pellegrinaggi senza buon fine (all’Abbazia di Ligugé, dove era già stato vent’anni prima per i suoi studi su Huysmans, che lì aveva ricevuto l’oblazione), accettando infine il crisma di una religione virile e normativa, scoprendo la “felicità nella sottomissione”. A tale proposito Houellebecq affermerà che il passaggio centrale è la mancata conversione del protagonista al cattolicesimo di fronte alla Vergine nera di Rocamadour: “non sono riuscito a scriverlo”, ha detto a Stefano Montefiori del Corriere, “l’avanzata islamica mi è parsa più credibile”.

Se un autore come il Nostro è ostico per il benpensante e il ciarliero radical da solotto, non è certo per una sua scrittura militante; è aver posto l’attenzione in una raggiera più ampia di quella della dicotomia umanitaristico-solidale ad avergli attirato antipatie. Si può comprendere la situazione, tentando come per ipotesi l’adeguarsi dei vari modelli attuali in uno stato islamico europeo: a suo modo è una certa destra a confluire positivamente, nel disegno di Sottomissione, poiché c’è la convinzione di aver trovato comunque il punto di unione sovraindividuale e metafisico, il quale è bandito in ottica laicista liberale. I “sinistri” fautori dell’accoglienza negli anni precedenti la salita al potere di Ben Abbes, saranno quelli tenuti in maggior disprezzo dal nuovo regime.

Tutta la discussione finale a casa di Radiger meriterebbe di esser riportata, non è distopia abbozzata a livello immaginifico, i ragionamenti delle pedine di fronte all’evolversi dei fatti sono lucidissima analisi di tutto un mondo, nei punti fermi, negli approdi, nei tentativi autofondativi dei fantocci vuoti con cui si rappresenta la classe colta dell’Occidente. Comunque sprofonda l’idea unitaria d’Europa, impossibile realizzazione, se non, paradossalmente, nella cristianità che aleggia per Huysmans prima, e attraverso le parole di Radiger. Ma l’autore non esprime il suo punto di vista, lascia fluttuare questa nostalgia e, probabilmente, lascia sottendere la stessa cosa di un Severino: alla fine dei giochi, l’unico vero destino è la tecnica, di cui dovrà intridersi anche il piano islamista. Lo scontro religioso in questa prospettiva è mera apparenza; il filosofo italiano parla di scontro di mera retroguardia, poiché per citare le testuali parole: “l’abbandono della tradizione ha consentito in Occidente lo sviluppo della scienza e della tecnica. E della tecnica guidata dalla scienza moderna intendono servirsi tutte le forze oggi ancora in campo. Anche il mondo islamico intende servirsene. La tecnica è il mezzo più potente…Per diventare una minaccia alle strutture del mondo occidentale deve acquistare un carattere tecnologico-industriale. E perché ciò accada occorre uno Stato. Ma se per realizzare quella minaccia uno Stato terrorista islamico è indispensabile, la sua esistenza è anche controproducente, un pericolo per la propria sopravvivenza. Infatti esso sarebbe ben visibile. La sua distruzione incontrerebbe meno difficoltà tecniche che non l’individuazione e distruzione della nebulosa costituita dalle cellule terroristiche sparse per il mondo. Si preannuncia un tempo in cui la volontà del terrorismo di uscire dallo stadio artigianale, impadronendosi delle opportunità offerte dalla tecnica, sarà in conflitto con la consapevolezza del pericolo a cui si va incontro con la costruzione di uno Stato terrorista islamico, inevitabilmente richiesto da quella volontà.” Molto chiaro quando riassume così per un articolo apparso sul Corriere della Sera: “la razionalità tecnologica esige l’abbandono della tradizione, di ogni tradizione, quella islamica compresa”. D’altronde Severino non è per nulla catastrofista, visto che se nell’appropriarsi dei mezzi tecnici per combattere l’Occidente, il mondo islamico rientra in una dinamica inevitabile, non è assolutamente detto che tutta la fucina della scienza possa essere nelle loro mani; nell’ottica del filosofo, sol in tal caso si può parlare di “sottomissione”. Tutti i legami storici in fieri si semplicizzeranno in un futuro immodificabile da tutti i presenti: poiché solo uno avanzerà, ed è il destino della tecnica dell’Occidente in confronto, affronto, assimilazione e prospettiva con l’Oriente dell’Islam politico: a tal riguardo non è certamente casuale la frase di Khomeyni “Se l’islam non è politico, non è niente” come incipit al finale di Sottomissione.Sottomissione_784x0

La riflessione di Severino è dialogante e debitrice nei confronti di quella di Heidegger: ci impone un orizzonte conoscitivo ove la tecnica non deve essere valutata in quanto tecnica, ma come differente piano ontologico. Con il mondo dominato dalla tecnica, l’uomo stesso è oggetto da plasmare, ogni ente utilizzabile o nulla. La tecnica è modalità di conoscenza e modalità di-stare-nel-mondo. D’altronde viviamo letteralmente nel quadro tratteggiato in Introduzione alla metafisica, quello dell’oblio dell’essere: “in un’epoca in cui anche l’ultimo angolo del globo terrestre è stato conquistato dalla tecnica ed è diventato economicamente sfruttabile, in cui qualunque evento in qualsiasi luogo e momento è divenuto rapidamente accessibile (l’illusione suprema, aggiungiamo noi, l’illusione della perpetua accessibilità delle disposizioni di sfruttamento del reale…), in cui si può vivere nel medesimo tempo un attentato in Francia contro un monarca e un concerto sinfonico a Tokio, in cui il tempo non è più che velocità, istantaneità e simultaneità mentre il tempo come storicità autentica (Geschichte) è del tutto scomparso dalla realtà di qualsiasi popolo…”. Heidegger parlava qui di “una morsa” concernente la stretta di Russia e America sull’Europa, poiché “la medesima desolante frenesia della tecnica scatenata e dell’organizzazione senza radici dell’uomo massificato” è giunta ad essere la destinazione, ripetiamolo, planetaria. La fuga degli Dèi, sempre in Heidegger, porta tutto questo corollario: “la distruzione della terra, la riduzione dell’uomo a massa, il sospetto gravido d’odio contro tutto ciò che è creativo e libero…”. Del nichilismo e nel nichilismo, d’altronde, possono parlare il filosofo e il poeta, poiché “parlare del nulla seguita a essere, comunque, per la scienza un orrore e un’assurdità” – qui s’instaura il dominio dello spirito di ventura degli indagatori dall’animo poetico, nel quale inscriviamo Houellebecq (più dotato certamente come romanziere). È sempre Heidegger a spiegarci perché, ed è sempre un punto fondamentale: “nella poesia (s’intende solo nella più autentica e più grande) sussiste, nei confronti di tutto ciò che è puramente scientifico, un’essenziale superiorità dello spirito. In virtù di tale superiorità il poeta parla sempre come se per la prima volta egli esprimesse e interpellasse l’essente”.

Ficcantissima osservazione sugli sviluppi dei rapporti scienza-filosofia, viene dal Colli di Dopo Nietzsche: “La sofistica deteriore di Fichte, Schelling, Hegel tradisce il disagio in cui si trovarono allora i filosofi di fronte alla scienza. Si alzò una cortina fumogena per occultarne la supremazia. Prima, nell’età illuministica, ci si era inebriati nel contemplare, della scienza, l’estensione, la pullulante ramificazione delle prospettive; tutti applaudivano, senza preoccuparsi di raccogliere i fili. Esporre le possibilità della cosiddetta ragione: questo era il fine, e il filosofo si considerava parte attiva in questa espansione. Poi ci si accorse che la pupilla, la scienza, si inorgogliva troppo: si volle riacciuffarla, disarcionarla, prima con la serietà pedante di Kant, con la buona fede delle sue trame esangui, e poi con lo scatenamento di un disordine, di un dissesto totale, parossistico delle capacità conoscitive dell’uomo.”

Ci ritenevamo in dovere di una digressione filosofica, poiché se lo stesso Houellebecq arriva a dichiarare (in un’intervista concessa subito dopo la pubblicazione di Sottomissione): “la mia opera ha ambizioni ben più grandi che non il venir strumentalizzata dalla politica…”, è perché lo sfondo ultimo a cui collegare le problematiche sollevate, è quello al di là di ogni scontro di facciata, di ogni slogan, di ogni narrazione d’eventi: il mondo come organizzazione di τέχνη.

Snodi dei tempi, davvero non disgiunti, sono l’evoluzione tecnologica e il rapporto tra mondo islamico e quello occidentale; se la tecnica è il destino dell’Occidente, il Fratelli Musulmani non possono certo impiantare un sistema pre-industriale in una Francia da loro governata…Tutto è intrecciato, in un viluppo che comunque porterà all’estinzione dei popoli per come li conosciamo, questa l’intima certezza dello scrittore gallo. In fondo (e in principio), i fronti non sono in tale opposizione manichea, e il divenire degli stessi è il mistero distopico con cui gioca, l’interrogativo enorme a cui si aggrappa un’umanità meramente distesa in ogni valore. E questo è male assoluto anche per un indagatore di siffatta risma, perché affiora sempre la nostalgia della vertigine verticale, del “salto”. Houellebecq è davvero il cronista del lato tragicomico dell’umanoide tutto orizzontale: in un’intervista del 2001 pubblicata su «Le Figaro» si autodefinisce “l’écrivain de la souffrance ordinaire”.

Sicuramente non mancano grandi eretici e spiriti autenticamente sovversivi nella Francia di questi anni, basti pensare a De Benoist o a Zemmour, ma Houellebecq ha una carica ancora più dirompente, quella della grande letteratura che non si ferma in una asserzione teoretica ma che rende appunto palpabile la vita attraverso la narrazione. Può essa coinvolgere e stimolare anche chi non affronta tomi specialistici o speculazioni intellettuali di grandissimo spessore. Per questo il ghigno di Houellebecq è più dell’annichilatore che del nichilista, di chi fa piazza pulita delle analisi partigiane e si spinge nella lettura del punto di rottura del katechon.

Chiudiamo constatando che tramite la penna del francese, non parla una distopia lontana, ma forse un’anticipazione…In Lanzarote, fresco di ristampa, troviamo i temi intrecciati: considerazioni sociali, la coppia lesbica che cerca un maschio che faccia da donatore…Qui già tutti i temi affrontati in «Sottomissione»…. Houellebecq descrive la città belga con la consueta inesorabilità: «La delinquenza dilagava; sempre più spesso bande di giovinastri aggredivano i passanti, in pieno giorno e persino nei centri commerciali. Quanto alla notte, meglio non parlarne: era ormai da un pezzo che le donne sole non osavano più avventurarsi in strada dopo il tramonto. L’integralismo islamico aveva assunto proporzioni allarmanti: dopo Londra, adesso era Bruxelles il vero rifugio dei terroristi islamici. Per strada, nelle piazze, nei giardini, era un continuo viavai di donne velate». Molenbeek oggi? Ne scriveva nel 2000.

Tra l’altro è proprio a Bruxelles che il rettore protagonista di Sottomissione si converte…Era il 30 marzo 2013 e Robert Rediger, osservando la magnificenza, il fasto del bar Metropolis, tripudio dell’art nouveau, veniva colto dalla vertigine dell’annullamento, dall’intima certezza della Finis Europae: “Passavo per caso e vidi un cartello che diceva che il bar avrebbe chiuso quella sera. Ero sbalordito. Ho chiesto ai camerieri. Hanno confermato; non conoscevano i motivi precisi della chiusura. Adesso tutto questo stava per scomparire, di colpo, nel cuore della capitale d’Europa…È stato in quel preciso momento che ho capito: l’Europa aveva già commesso il proprio suicidio”.

Stefano Eugenio Bona – Seconda Parte

 

 

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Categorie: Letteratura

Pubblicato da Ereticamente il 8 Aprile 2016

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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