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L’anno della svolta – Fabio Calabrese

L’anno della svolta – Fabio Calabrese

Nel 2014, in occasione del venticinquennale della caduta del muro di Berlino, vi fu una grande abbondanza di manifestazioni, convegni, mostre, e fu per certi versi una kermesse. Io allora dissi e scrissi su “Ereticamente” un articolo che portava precisamente questo titolo, che a mio parere non vi era “Nulla da festeggiare”, perché questo evento non aveva rappresentato la vittoria dei “valori occidentali di libertà e democrazia”, quanto piuttosto semplicemente lo sfascio del comunismo, il fallimento del sistema sovietico.

“L’Occidente” era semplicemente rimasto a guardare, e poi la fine del sistema dei blocchi contrapposti non ha certo significato l’avvento di una nuova Età dell’Oro di pace e benessere. In qualche modo, i due blocchi contrapposti dell’epoca della Guerra Fredda si frenavano a vicenda, ciascuno impedendo con la sua presenza all’altro di arrivare alle conseguenze più estreme, per non incrementare oltre misura i ranghi della parte avversa.

Questo non significa, sia chiaro, rimpiangere il comunismo: se a quest’ultimo fosse arrisa la vittoria nella Guerra Fredda, non sappiamo quali scempi avrebbe potuto commettere, ma riconosciamogli almeno il merito di essere crollato, quanto meno nella variante sovietica.

I fenomeni cui abbiamo assistito da allora, tuttavia, ci fanno comprendere che la speranza che dalla fine dell’era dei blocchi sarebbe cominciata un’epoca migliore, è andata amaramente delusa: il formarsi di una fallimentare Unione Europea che si è rivelata uno strumento per depredare i popoli europei delle loro risorse a beneficio di una ristretta oligarchia di privilegiati, favorita dalla logica adottata dalle sinistre che, visto che “il socialismo” (sovietico) non ha funzionato, si sono messe a giurare e spergiurare sulla bontà del liberismo, rendendosi complici della politica capitalista di saccheggio dell’Europa.

In più oggi il nostro continente è minacciato, e l’Italia si trova proprio in prima linea, da movimenti migratori che, in concomitanza con il nostro declino demografico, prospettano la minaccia della sostituzione etnica, della nostra sparizione come popoli. Tutto ciò, deliberatamente provocato all’indomani della fine della Guerra Fredda, è un’arma potente nelle mani del potere mondialista che mira all’estinzione dell’uomo europeo (piano Kalergi).

E’ persino strano che oggi si parli così poco del venticinquennale della dissoluzione dell’Unione Sovietica, senz’altro a livelli molto minori del quarto di secolo dalla caduta del muro di Berlino che è ricorso due anni fa, tanto più che per quanto riguarda l’Italia il 1991 ha segnato un considerevole rivolgimento interno, un rivolgimento che bisognerebbe davvero credere troppo nel dio delle coincidenze per non collegare al mutamento della situazione internazionale.

I Paesi dell’Alleanza Atlantica sono “a sovranità limitata” non meno di quanto lo fossero quelli del Patto di Varsavia, oggi e a maggior ragione ieri. In Italia, con lo spazio dell’opposizione ingombrato dal maggior partito comunista del mondo “occidentale”, la Democrazia Cristiana, il partito borghese egemone poteva contare su di una permanenza al potere virtualmente eterna, e che di fatto si è protratta ininterrottamente dal 1945 al 1991.

Nelle cosiddette democrazie, la gente, quel 99,9 e passa per cento della popolazione che sta fuori dalle stanze del potere, conta molto poco, ma nella sedicente democrazia italiana contava (e continua a contare) meno di nulla. Non temendo il rischio di finire all’opposizione per il proprio malgoverno, la Democrazia Cristiana ha creato il più esteso sistema di corruzione, di appropriazione della cosa pubblica, del denaro che esce dalle tasche dei contribuenti, che si sia mai visto.

Per quasi mezzo secolo, la vita politica italiana si è polarizzata intorno alla DC e al PCI. Gli Italiani votavano DC per paura del comunismo o PCI per rabbia verso la corruzione democristiana. I dirigenti democristiani e comunisti hanno capito presto la loro reciproca interdipendenza, e alla contrapposizione di facciata hanno presto affiancato la collaborazione sottobanco e la presa per i fondelli delle rispettive basi, quella che è stata eufemisticamente chiamata democrazia consociativa, in pratica il totale esproprio della volontà popolare: per chiunque il cittadino votasse, non cambiava e non contava assolutamente nulla.

Questa situazione per la Democrazia Cristiana poteva anche durare in eterno, ma per i comunisti era solo una tappa in vista della completa conquista del potere, ed è stato proprio il crollo della casa madre sovietica a fornire loro l’occasione attesa. Non solo perché agli Italiani era passata la paura del comunismo ma non la rabbia verso il sistema di corruzione democristiano, ma soprattutto per il via libera degli USA ormai non più minacciati nei loro interessi da un PCI legato a un’Unione Sovietica che non esisteva più. Una volta salvi i loro interessi, gli Italiani potevano impiccarsi all’albero che volevano.

L’offensiva comunista, dei comunisti ormai con la casacca cambiata in quella di “democratici di sinistra” assunse l’aspetto di un’azione giudiziaria. Era questo uno dei frutti del “pactum sceleris” sessantottesco che aveva portato nelle file comuniste una nutrita schiera di rampolli dell’alta borghesia che ovviamente nel frattempo avevano fatto le stesse carriere dei loro padri, e non pochi di loro avevano fatto carriera nella magistratura dove i comunisti – o sedicenti ex – godevano e godono di un’estesa rete di complicità, le famigerate toghe rosse che hanno fatto e fanno a questa nostra disgraziata Italia danni ben maggiori delle Brigate Rosse.

Essa assunse la forma di un’inchiesta giudiziaria, la ben nota inchiesta “mani pulite” o Tangentopoli, concepita per portare a un risultato preciso che non era di sicuro l’accertamento della verità su mezzo secolo di corruzione in Italia.

Il ruolo avuto dagli stessi comunisti nel sistema di corruzione italiano, ruolo che a quanto è dato di capire, non è stato affatto marginale, per prima cosa fu occultato non sempre in maniera sapiente. Ad esempio, quando il PM Tiziana Parenti si mise a indagare sulla Lega delle Cooperative, l’organo economico del PCI, fu brutalmente estromessa dal pool “mani pulite” dal procuratore (o dovremmo dire inquisitore) capo Francesco Saverio Borrelli.

La punta maggiore del grottesco di questa parodia di giustizia fu probabilmente raggiunta quando i giudici russi che indagavano sugli abusi commessi dal partito comunista sovietico con le risorse del popolo russo, vennero in Italia a portare ai colleghi italiani un dossier sui finanziamenti occulti del PCUS al PCI, non trovarono nessun magistrato italiano disposto a ricevere tale documento, e furono costretti a tornare in Russia con un nulla di fatto.

Poiché non è pensabile che tutti i magistrati italiani fossero comunisti, dobbiamo pensare che la lobby comunista dentro il sistema giudiziario fosse in grado di intimidire coloro che comunisti non erano, in perfetto stile mafioso.

C’è poi il vastissimo capitolo delle tangenti, un vero e proprio pizzo, che un qualsiasi imprenditore italiano era costretto a versare al PCI per poter fare affari con i Paesi dell’est e poi anche con la Cina. Questa è una cosa che fino al 1989-91 sapevano tutti, e poi è stata “stranamente” dimenticata.

Mentre il marcio in casa socialista e democristiana è stato messo in piazza, per quanto riguarda i comunisti, Tangentopoli è stata un’accorta operazione di occultamento dell’immondizia sotto il tappeto, in modo che i compagni “non più” comunisti potessero falsamente presentarsi come i campioni dell’onestà e della legalità.

Tangentopoli non è stata solo questo, è stata anche uno strumento in mano agli “ex” comunisti per distruggere il partito socialista di Bettino Craxi. Sicuramente i socialisti non erano estranei al sistema di corruzione in cui si era trasformata la politica italiana, ma altrettanto sicuramente non vi erano maggiormente implicati di quanto lo fossero democristiani e comunisti, questi ultimi tanto più bravi a fingere candore quanto più luridi.

Il motivo dell’accanimento delle toghe rosse verso il PSI era un altro: negli anni precedenti Craxi aveva portato avanti un tentativo niente affatto risibile di cambiare gli sclerotici equilibri politici italiani, con l’intento di strappare al PCI l’egemonia della sinistra e di costruire con essa una forza alternativa alla centralità fin allora monopolio democristiano. Arrivare insomma alla situazione tipica delle democrazie occidentali dell’epoca, dove forze centriste-conservatrici si alternavano al governo con forze socialiste o socialdemocratiche. Poiché nessuno scandalo, nessuna corruttela si poté imputare a lui personalmente, si disse che “non poteva non sapere”, asserzione che stranamente oggi non sembra toccare il nostro premier Matteo Renzi, mentre gli esponenti del partito di cui è segretario, sono di continuo sotto inchiesta per illeciti, scandali e ruberie.

A essere onesti, la Prima Repubblica ha espresso alcuni uomini non del tutto indegni, specialmente se confrontata allo squallido quarto di secolo che ne è seguito, e Bettino Craxi è stato certamente uno di questi, ricordiamo la sua difesa della nostra sovranità nazionale contro l’arroganza yankee nell’episodio di Sigonella, quando rifiutò di consegnare agli USA i dirottatori dell’Achille Lauro. Se i sedicenti ex comunisti sono riusciti a distruggerlo politicamente come sappiamo, probabilmente hanno ricevuto un via libera da Washington.

Un altro caso simile è stato quello di Aldo Moro: era notoriamente odiato dagli Israeliani per la sua politica di apertura verso i Paesi arabi, in relazione soprattutto alla non autonomia energetica dell’Italia. Ora, caso strano, è stato l’unico politico italiano di alto livello caduto vittima delle Brigate Rosse. Il discorso dell’infiltrazione dei servizi segreti nei gruppi terroristici ci porterebbe forse troppo lontano, ma quanto meno non si può non notare l’analogia con lo “strano” incidente aereo, che oggi sappiamo essere stato un attentato, che costò la vita a Enrico Mattei, anch’egli ugualmente promotore di una politica volta ad assicurare le forniture energetiche all’Italia indipendentemente dagli interessi delle “sette sorelle” petrolifere e degli USA.

Avere a cuore gli interessi dell’Italia piuttosto che quelli della mostruosità bicefala USraeliana, sembra propiziare la fine tragica e improvvisa di carriere, come nel caso del leader socialista, o di vite, come nei casi di Moro e Mattei. Che le Brigate Rosse fossero infiltrate dalla CIA mi sembra assai più che probabile, molto chiaro se si pensa al fatto che esse furono lasciate libere di agire finché si limitarono a massacrare nostri connazionali, ma furono subito spazzate via non appena toccarono un americano, il generale Dozier.

In realtà, ed è molto importante capirlo, la guerra per impedire ai socialisti o a chicchessia di modificare lo status quo italiano, era cominciata prima di prendere la via giudiziaria con Tangentopoli. All’epoca ci fu il periodo delle cosiddette giunte anomale che in realtà di anomalo non avevano nulla, ossia negli enti locali cominciarono a pullulare giunte DC-PCI emarginando i socialisti. L’idea era chiaramente quella di schiacciare il partito di Craxi come un incauto facocero che fosse andato a mettersi fra due elefanti.

Possiamo dire che era già allora iniziata quella convergenza dichiarata di comunisti e democristiani (allora non ancora sedicenti ex né gli uni né gli altri), che in seguito li avrebbe portati a generare il più gigantesco e repellente aborto della politica italiana, il cosiddetto Partito Democratico.

Il resto è storia di oggi. Il gattopardesco cambiamento del 1991 (cambiare qualcosa perché nulla cambi) fu accompagnato anche da una riforma elettorale che allora fu presentata come una panacea, il rimedio di tutti i mali, il passaggio dal sistema elettorale proporzionale a quello maggioritario.

La differenza fra i due sistemi elettorali, è che nel proporzionale si utilizzano i resti dei voti di chi non è stato eletto nei nei singoli collegi per dare un certo numero di seggi alle forze non direttamente vincitrici, in modo che l’assemblea risultante sia quanto più possibile “la fotocopia” del voto espresso, mentre con il maggioritario chi la spunta la spunta in ciascun collegio. Se per ipotesi un partito avesse il 51% dei voti in tutti i collegi elettorali e un altro il 49%, il primo avrebbe il 100% della rappresentanza e il secondo niente.

Si tratta, come è facile da capire, di un sistema meno equo di quello proporzionale, che deforma l’esito di una consultazione penalizzando le formazioni minori. Il motivo, almeno quello dichiarato, della sua introduzione, fu quello di semplificare il quadro politico e avere maggioranze parlamentari e governi più stabili.

Ciò di cui non si tenne conto, oltre all’innata italica tendenza alla litigiosità e al frazionismo, è che la nostra costituzione, “la più bella del mondo”, piena di trappole che piacciono tanto alla sinistra per aggirare e vanificare la volontà popolare, stabilisce che coloro che sono eletti, lo sono “senza vincolo di mandato”, cioè non devono rispondere agli elettori dei loro atti, possono fare quello che vogliono, anche giocare il gioco degli scissionismi più esasperati.

In più, la “democrazia interna” dei partiti e il correntismo fanno sì che il cittadino non sia mai messo di fronte a delle scelte chiare, ma possa solo firmare delle deleghe in bianco agli eletti che poi faranno quel che loro aggrada.

Non ricordo chi fu; un editorialista all’epoca fece notare un’altra probabile conseguenza dell’introduzione del maggioritario: il capetto locale con una solida base nel proprio collegio, l’avrebbe avuta facilmente vinta sull’intellettuale magari apprezzato a livello nazionale ma senza un radicamento in un preciso territorio. Avremmo avuto una classe politica più rozza e ignorante.

Una previsione tristemente confermata dai fatti. Oggi abbiamo una classe politica che per rozzezza, ignoranza e pressappochismo esce dalla media europea ed è accostabile a quelle del Terzo Mondo. A ciò va naturalmente aggiunta la corruzione, che non è stata intaccata dalla falsa moralizzazione di Tangentopoli.

L’esperienza del 1991 ci mostra una cosa con estrema chiarezza: il sistema politico italiano non è emendabile dal suo interno. L’unica via percorribile è quella della rottura rivoluzionaria.

Fabio Calabrese

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Categorie: Storia

Pubblicato da Fabio Calabrese il 10 Aprile 2016

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

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