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Intervista a Stefano Arcella sulla figura di Pio Filippani Ronconi

Intervista a Stefano Arcella sulla figura di Pio Filippani Ronconi

Intervista a Stefano Arcella sul suo incontro con il prof. Pio Filippani Ronconi, massimo orientalista e storico delle religioni del novecento italiano, recentemente scomparso l’11 Febbraio 2010, a cura di Maurizio Vitiello.

MV – Lei ha conosciuto il prof. Pio Filippani Ronconi, scomparso l’11 febbraio 2010. Ci può illustrare quale è stato l’insegnamento che ha ricevuto da questo illustre orientalista?

SA – Ho conosciuto il prof. Filippani Ronconi in occasione di un convegno di studi su J. Evola nel 1994, a Roma, per il ventennale della morte del filosofo romano. Il mio dialogo con Filippani si è svilupato nel corso degli anni, in occasione di varie conferenze che egli svolse a Napoli, nella seconda metà degli anni Novanta, presso l’Associazione Culturale “Comunicare”, a Palazzo Cellammare e all’Istituto Universitario “Suor Orsola Benincasa”. Poi vi furono i colloqui telefonici su temi di studio e di ricerca spirituale, colloqui il cui ricordo è in me molto vivo. Volendo sintetizzare, tre sono stati gli aspetti fondamentali del suo insegnamento.

Il primo riguarda  quella che lui, richiamandosi alla lezione dell’esoterista Rudolf Steiner, chiamava “l’ascesi del pensiero”. Si tratta di una metodica di concentrazione e meditazione basata sul principio della centralità della disciplina della mente. L’uomo moderno è tutto calato nel pensiero dialettico-analitico ed ha smarrito la capacità di intuizione e di sintesi. L’ascesi del pensiero è una sequenza di pratiche che consente di risalire dall’oggetto all’idea-sintesi, ma non è solo questo. Essa è anche la padronanza consapevole delle proprie azioni, nonché la valorizzazione del pensiero positivo, ossia la capacità di valutare sempre gl aspetti positivi di ogni cosa, di ogni situazione della vita. Si apprende anche a sviluppare una calma equidistanza rispetto agli eventi piacevoli o spiacevoli della vita. Già solo questo aspetto della lezione di Filippani apre nuovi orizzonti e muta il modo di vedere le cose.

Il secondo aspetto riguarda la valutazione in positivo di quella che i testi indù chiamano il «Kali-yuga», cioé l’età oscura, l’età della decadenza, le cui cause partono da lontano. Secondo gli antichi insegnamenti tradizionali, noi siamo nella fase terminale dell’età oscura e quindi in un periodo di transizione. Orbene, se Julius Evola, nei suoi testi, aveva posto l’accento sull’aspetto negativo del «Kali-yuga» (ossia la degenerazine materialistica della nostra società), Filippani, senza negare questo aspetto, mette in evidenza il risvolto positivo, ossia la possibilità oggi, per chi voglia compiere un cammino di ricerca spirituale, di avere opportunità di realizzazione sconosciute in altre epoche del mondo, proprio perché mancano i riferimenti sacrali e misterici presenti in altri tempi. Lo stesso cristianesimo oggi ha perduto forza di attrazione, nello scenario della secolarizzazione. Ciò chiama il ricercatore, colui che pratica la meditazione ad essere più responsabile, a trovare in sé il centro interiore, senza sostegni esterni. Pertanto Filippani critica l’ecccessiva polarizzazione di Evola sull’aspetto negativo del «kali-yuga» ed invita a rallegrarsi di vivere in quest’epoca, proprio perché la decadenza, lo smarrimento di ogni valore spirituale può stimolare nell’uomo una presa di coscienza ed una reazione positiva che magari in altre epoche non era necessaria e non sarebbe stata sollecitata. Per chi, come me, proveniva da una formazione di base “evoliana” l’incontro con Filippani è stato una svolta, una vera rivoluzione non solo di pensiero, ma di approccio esistenziale.

Il terzo aspetto riguarda la valorizzazione di alcuni grandi maestri spirituali dell’antichità.Filippani amava ribadire che due sono stati i grandi maestri spirituali: Buddha e Zarathustra. Il primo perché insegna a liberare la mente, il secondo perché insegna l’amore per la terra. Amore per la terra vuol dire che questo mondo non viene visto più come «maya», cioè come illusione – come accade nella cultura dell’India – ma come teatro di una lotta fra la Luce spirituale e le tenebre, fra le possibilità di elevazione dell’uomo e le sue tendenze inferiori e degenerative. La lotta fra i due poli non è più una lotta fuori del mondo, ma qui  e ora, nello spazio e nel tempo, nella storia. Con Zarathustra nasce l’attitudine storicizzante, nasce il tratto peculiare della civiltà occidentale che sarà poi sviluppato da Roma. Non è un caso che Nietsche, nella sua opera principale, Così parlò Zarathustra, si sia ispirato a questa figura religiosa dell’antichità, sebbene, beninteso, secondo una linea di pensiero ben diversa da quella che ha seguito Filippani. Vorrei ricordare che l’ultimo libro di Pio Filippani Ronconi è  “Zarathustra e il mazdeismo”(Edizioni Irradiazioni, Roma, 2007) che io ho avuto l’onore di presentare a Napoli, all’Antisala dei Baroni al Maschio Angioino, il 9 febbraio 2008, insieme all’amico prof. Alfonso Piscitelli, in una convegno promosso da Pietro Golia (cioè l’editore Controcorrente) e dall’amico Avv. Valerio De Martino.pio-filippani-ronconi

MV – Il pensiero di Filippani ha avuto influenza sui saggi che Lei ha pubblicato?

SA – Di sicuro questo importantissimo incontro nella mia vita mi ha aperto alla lezione di Rudolf Steiner che ho ampiamente citato nel mio libro I Misteri del Sole (Controcorrente, Napoli, 2002). Non a caso, il prof. Filippani, al quale inviai la copia omaggio de I Misteri del Sole nel 2002, mi disse che si trattava di “un libro degno di essere ben considerato” e per me fu un onore , perché il professore, che aveva un temperamento molto combattivo, era capace, se avessi scritto sciocchezze, di dirmelo senza giri di parole. L’amico  prof. Alfonso Piscitelli – che frequentava la casa dell’orientalista –  mi aveva del resto già informato in precedenza che I Misteri del Sole era sulla scrivania di Filippani e che si trattava di un buon segno, poiché lui sceglieva con attenzione i libri da porre sull suo tavolo di studio. Quel libro, nel mio percorso di studioso, rappresenta un punto di svolta nel mio pensiero; parto da Evola, ma vado oltre, integrando la lezione evoliana anche con quella della linea Steiner-Colazza-Filippani.

Peraltro nei mei saggi pubblicati nel libro da me curato La Via della realizzazione di sé secondo i Misteri di Mithra di J. Evola (Fondazione J. Evola-Controcorrente, Napoli, 2007), io, per spiegare le fonti di Evola, ho citato anche, fra gli altri, Giovanni Colazza, il maestro antroposofo che fece parte del Gruppo di Ur (il gruppo esoterico diretto da Evola negli anni 1927-1929) e la lezione di Steiner nel suo libro La Filosofia della libertà. Leggere i Misteri antichi alla luce anche della lezione di Steiner, Colazza e Filippani vuol dire attualizzare, in forme adatte alla nostra epoca, l’eredità spirituale degli antichi Misteri.

MV – Che ricordo ha di Filippani come uomo?

SA – Era di sicuro una individualità fuori del comune. Un uomo di una cultura sterminata, che conosceva quaranta lingue, alcune delle quali, come l’arabo, apprese all’età di 14 anni. Una sera, verso la fine degli anni ’90, in un ristorante del centro di Napoli, cantò in sanscrito un inno religioso indiano, suscitando lo stupore e l’ammirazione di tutti i presenti. Era un docente universitario dell’ Istituto Orientale di Napoli che aveva moltelici competenze, dall’indologia all’iranologia, dalla spiritualità buddhista, alla filosofia del mondo arabo, solo per citare alcuni aspetti. La prima cosa che mi colpì fu la capacità che aveva di sorprendermi, di  mettere in crisi i miei schemi. Una volta gli proposi una conferenza su “Evola e il Buddhismo”, pensando che fosse un tema a lui gradito; lui mi sorprese rispondendomi che era un argomento “triste” e mi chiese come mai mi fosse venuto in mente “un tema così triste”. Poi cominciò a spiegarmi i punti deboli dell’impianto filosofico di Evola, che comunque definiva “un mago nato”, quindi una persona fuori del comune. Filippani aveva, nel contempo, una grande dolcezza e quando parlava avevo la percezione netta di trovarmi di fronte ad una persona ispirata, dotata di una profonda saggezza. Ciò che voglio evidenziare è che non si trattava solo di uno studioso, di un accademico, ma di un vero Maestro spirituale. Una volta gli dissi che io non avevo la sua competenza filologica – stavamo parlando del Rituale Mithriaco – e lui mi rispose: “Figliolo, la conoscenza nasce dall’amore ”.  Nel mentre io parlavo di una preparazione tecnica, lui mi insegnò lo stretto legame fra Amore e Conoscenza, ossia mi esortò ad una conoscenza interiorizzata, ben oltre un approccio freddamente razionale. La sua lezione non investe solo la sfera del pensiero, ma apre nuovi orizzonti interiori, nuove possibilità di realizzazione spirituale.

La sua scelta di un funerale secondo il rito ortodosso russo – religione alla quale aveva aderito sin dagli anni Cinquanta – può spiegarsi nel senso che, fra le forme religiose storicamente sopravvisute in Occidente, Filippani ha considerato l’ortodossia russa come quella più seria, ossia più mistica.

Peraltro una personalità di quel livello e di quello spessore non è riducibile a questo o a quello schema religioso. La sua vastità di orizzonti é tale da porlo al di là delle nostre etichette e dei nostri schemi consueti.

Oltre il profilo storico-religioso, c’è, però, dell’altro, c’è qualcosa di molto più profondo. Filippani credeva nella dottrina della reincarnazione, come i suoi scritti chiaramente dimostrano. Aver legato il suo destino all’anima russa – la religione ortodossa è l’anima della Russia per ragioni storiche – si spiega alla luce della previsione di Rudolf Steiner secondo cui un nuovo impulso spirituale che rinnovi l’ Europa potrà venire solo dall’Est, dai grandi spazi dell’Est. E tale previsione coincide, con quella dello storico delle civiltà Oswald Spengler nella sua celebre opera Il Tramonto dell’Occidente, seppure su un diverso piano di analisi. La scelta di Filippani racchiude quindi un forte elemento simbolico e di indicazione per il futuro. Significa che nei prossimi anni e nei prossimi decenni dovremo essere molto attenti ai nuovi fermenti spirituali del mondo russo – che potrebbero presentarsi anche in nuove forme di religiosità – ed alle loro ripercussioni nella cultura dell’Europa occidentale.

(intervista a cura di Maurizio Vitiello, ripresa dal sito www.positanonews.it, col consenso dell’intervistato)

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Categorie: Pio Filippani Ronconi

Pubblicato da Ereticamente il 5 Aprile 2016

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“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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