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Appunti critici sulla filosofia idealista 5^ parte – Antonio Filippini

Appunti critici sulla filosofia idealista 5^ parte – Antonio Filippini

La velenosa dialettica hegeliana

“Nella tradizione logica, il principio di non contraddizione e di identità sono infatti prevalentemente intesi all’interno dell’intelletto. Si ritiene, ad esempio, che ogni determinazione — consideriamo ad esempio il “bene” — possa essere identica a sé stessa solo se non è mescolata ad altro, solo cioè se è purificata da ogni rapporto, relazione, unità col suo opposto.

Si ritiene cioè che per difendere il principio di non contraddizione e di identità — e in generale tutte le forme della logica tradizionale — sia necessario isolare e separare ogni determinazione dal contesto in cui essa si trova, sia necessario cioè concepire la realtà come un insieme di opposizioni assolute. Ma Hegel mostra che proprio questo modo “intellettuale” di difendere l’identità e l’incontraddittorietà delle determinazioni, proprio esso è il responsabile del loro contraddirsi, proprio esso produce la contraddizione dove la determinazione è diversa da sé e identica al proprio opposto. Per essere identica a sé e diversa dal proprio opposto, la determinazione deve essere unita al proprio opposto.” (Elaborazione del filosofo Emanuele Severino)

Perché porre una qualsiasi determinazione equivale a concepirla come un assoluto e tramutarla nel suo opposto? Questa è la conseguenza fatale dell’interdipendenza orizzontale tra gli opposti. Se l’unità iniziale è fatta di molteplicità indifferenziata o di indifferenza (non differenza) di soggetto e oggetto, è ovvio che “ponendo” solo l’oggetto o solo il soggetto, questo equivale a negarla, ma siccome essa è innegabile, allora accadrà che la determinazione data coinciderà con il suo opposto. Ogni determinazione intellettuale, e quindi finita, è un contraddirsi, nel senso che essa viene a presentarsi come la propria negazione. Per quale motivo una qualsiasi determinazione, nell’atto che è posta e per il semplice motivo che è posta, debba per questo essere concepita come un assoluto? È bene precisare che questo è un obbligo e un automatismo che esiste solo nella mente bacata dell’immanentista, perché è solamente la fatale conseguenza logica dell’interdipendenza in orizzontale tra opposti (o causa estrinseca), come pure della loro concezione “pelosa” dell’unità, entrambe derivanti dal fatto che la loro coscienza ha assunto il punto di vista dello strumento conoscitivo. Per quale motivo io dovrei adeguarmi alla logica e ai metodi del mio strumento conoscitivo?  Così come io non sono la pinza che impugno né la mela che mangio, non sono nemmeno l’intelletto che uso. Io, come Essere e come Persona, me ne infischio delle opinioni in merito alla realtà che può avere la mia pinza (che sicuramente penserà che possa esistere soltanto il solido!), mi interesso del funzionamento della pinza quel tanto che basta per non schiacciarmi le dita, e lo stesso sarà per il mio intelletto. Me ne infischio del fatto che quando il mio intelletto “pone” una determinazione la isola da tutto il resto e la concepisce come un assoluto, in me c’è qualcosa di “altro” che è di là dallo stesso intelletto, questo “altro” sa benissimo che quella determinazione è solo una delle tante che possono essere date, né si è mai sognato di concepirla come un assoluto: dov’è allora il problema? Non esiste, esiste solamente nella mente bacata dell’idealista dialettico, è un problema che è stato suscitato artificialmente. Perché l’“essere” del filosofo idealista si adegua ai metodi del suo strumento conoscitivo? Solamente per tenere in piedi le sue cervellotiche costruzioni mentali con cui si è narcisisticamente identificato.

È una sorta di bel giochino paragonabile alle costruzioni Lego. Come si fa a non vedere che si tratta del classico trucco del: problema-reazione-risoluzione del problema, è tutta una concatenazione logica artificiosa che come tale merita di essere smantellata.

Per la logica dialettica si può sapere che cos’è il bianco solo opponendolo al nero, se non esistesse questo nero, il bianco non avrebbe senso e non si potrebbe nemmeno definire così, questo vale anche per il nero. I dialettici non si rendono conto di aver così dotato sia il bianco e sia il nero di una causa estrinseca (che finirà per coincidere con il suo opposto), ma essi fanno anche di peggio, sostengono che il bianco sarebbe la negazione del nero e viceversa e così ciascuno ha la propria ragione d’essere in ciò che lo nega, un ragionamento doppiamente assurdo, e questo sarebbe valido per qualsiasi opposto o contrario. Però questo permette di comprendere perché l’assoluto isolamento della determinazione la fa coincidere con la sua negazione. Il bianco assolutamente bianco, non interrelato col nero, finirebbe per negare sé stesso diventando nero. Misteri della dialettica. In realtà questo lo si deve solo alla relazione maligna (causa estrinseca) stabilita dai dialettici tra il bianco e il nero. Difatti il bianco è sia un effetto (del nero) e sia la causa (del nero) e questo vale anche per il nero rispetto al bianco, entrambi sono già vittima di una contraddizione interna, che è tenuta a freno finché sono interrelati, ma che esplode quando subiscono un assoluto isolamento, e allora il bianco si tramuterà in nero e il nero in bianco, una logica apparentemente intelligente, in realtà grottesca e priva di senso. L’idealismo dialettico e immanentista era obbligato a giungere a una simile conclusione, difatti se si nega un principio iniziale che trascende le due opposte possibilità e che perciò è padrone di entrambe, si sarà costretti a vedere un’unità iniziale fatta dagli opposti che manifesta (rapporto interdipendente), e se tali opposti esistono già rimescolati nel principio, allora non possono separarsi  nemmeno nella manifestazione, e così ogni isolamento dell’opposto lo fa diventare assoluto opposto e lo fa coincidere con la sua negazione. Perciò fate un regalo al bianco e al nero, dotateli di una causa intrinseca, in questo modo li libererete l’uno dall’altro facendoli diventare soggetti autonomi!hegel 2

I filosofi idealisti, essendo immanentisti, evitano accuratamente tutto quanto potrebbe portarli alla trascendenza, quindi non si pongono il problema di chi pone quella determinazione, che deve essere di là da essa, altrimenti come potrebbe porla? Sostenere che è stato l’intelletto, questo è solo un modo per eludere il problema, l’intelletto è solamente uno strumento che come tale deve essere “agito” da qualcuno che è anche lo strumento ma non è riducibile a questo e appunto per questo può usarlo a piacimento.

Così come io posso impugnare quello strumento perché non sono riducibile né riconducibile a quello strumento, cioè lo trascendo, posso porre una qualsiasi determinazione perché in me c’è qualcosa che trascende quella determinazione, come qualsiasi altra determinazione, perciò, volendo, posso porle tutte. Non è che io “deduco” la categoria del bianco come fa l’intelletto, no, io “pongo”, cioè proietto direttamente il bianco come semplice possibilità del mio essere, e contemporaneamente, per ragioni di equilibrio, proietto anche il nero; bianco e nero saranno così entrambi effetti, per niente conflittuali né reattivi fra di loro, perché avranno in me l’unica comune causa. In questo modo io li ho dotati di una causa intrinseca che li rende soggetti autonomi, perché il vero legame che conta è quello che hanno con me.

Ingenua la pretesa degli immanentisti di poter fare a meno del rapporto “verticale”, solo perché questo non gli è simpatico e perché è gerarchico e governato dalla trascendenza, è davvero difficile immaginarsi un mondo caratterizzato da rapporti soltanto orizzontali. Mentre i fisici non possono tollerare nelle loro equazioni la presenza dell’elemento qualitativo, allo stesso modo i filosofi non possono tollerare nelle loro costruzioni la presenza dell’elemento trascendente.

Fin da quando era giovane Hegel aveva l’abitudine di far rientrare tutto in una sorta di triade dialettica che poi sarebbe diventata la famigerata tesi-antitesi-sintesi; ma questa griglia interpretativa calata un po’ dappertutto, ha prodotto tutta una serie di evidenti forzature, perciò nel prendere in considerazione questo autore, la prima cosa da fare è il chiedersi se la sua triade dialettica e il modo in cui la gestisce abbiano un qualche senso, o non siano invece, come di fatto sono, il rovesciamento o la parodia del ternario creativo classico. Perlomeno i filosofi idealisti dovrebbero spiegarmi per quale motivo io dovrei abbandonare il ternario creativo classico nella sua semplicità e bellezza, per tirarmi addosso ciò che è solamente una sua grottesca parodia. Il ternario di cui si parla, è uno dei vari modo in cui può essere vista una triade iniziale, e si può dire che sia la formula della massima libertà e creatività possibili, e dice: “Se esistesse soltanto la possibilità del “fare”, noi saremmo condannati ai lavori forzati; se esistesse soltanto il “non fare”, non potremmo fare nulla; di là di queste due possibilità deve esistere un terzo principio padrone di queste due possibilità, che per questo può agirle liberamente, e può farlo perché si trova di là da esse, le trascende”. Si può anche dire: “Perché ci sia creatività a qualsiasi livello, devono sempre intervenire tre fattori, due dei quali sono la proiezione di un primo che li trascende entrambi”. Questo principio iniziale che è padrone delle due possibilità, le quali in realtà simboleggiano un qualsiasi altro tipo di duplice possibilità, capovolge la logica hegeliana e la fa diventare: “data una sintesi iniziale, è possibile enuclearne una tesi e un’altra tesi opposta”. Non esiste il problema di creare una sintesi “a posteriori”; noi siamo unità sintetiche, nati su un pianeta che è unità sintetica, in un sistema solare che è unità sintetica, in una galassia che è sempre unità sintetica, in un universo che è unità sintetica. In questa sintesi iniziale non esiste né può esistere alcuna antitesi, che è considerata un superfluo “irrazionale negativo”, perciò non indispensabile né necessario, allora non è più questione di costruire una sintesi, ma di analizzare le possibilità contenute in quelle già esistenti.

Il confronto diretto con il ternario creativo classico basta da solo a stroncare la triade dialettica hegeliana, poiché mostra la sua assurdità logica, frutto di un’impostazione sbagliata. Nel ternario classico noi abbiamo l’effettiva presenza di tre fattori con le relative funzioni in rapporto gerarchico: c’è un attivo che agisce su di un passivo, entrambi governati da un principio iniziale trascendente padrone delle due possibilità. Quand’anche l’architetto imparasse il mestiere del muratore e si fabbricasse direttamente i mattoni, allora sì, per dirla come Hegel, che l’Essenza assoluta (l’architetto), può farsi Spirito (muratore) e Natura (mattone) senza per questo che la sua realizzazione equivalga alla sua negazione. Qui può succedere perché si parte da un principio trascendente che è “anche questo ma non soltanto questo”, e comunque l’unità del tutto non è affatto ottenuta per mezzo dell’imbastardimento delle funzioni e delle essenze, l’unità così realizzata dall’architetto (principio superiore trascendente) non ha fatto venire meno la differenziazione gerarchica delle funzioni, né è basata sulla continua contraddizione dei tre fattori coinvolti.

Nella triade hegeliana invece, tutto parte da un unico elemento: l’Idea, ma quand’anche questa Idea fosse assoluta, questa corrisponderebbe comunque a una sola possibilità del Ternario creativo classico, che è il “fare” (o la Tesi, o l’Attivo, o La Mente, o l’Anima, o l’Uomo), e già qui noi vediamo l’assurdità della cosa, perché è molto più logico far partire tutto da un principio iniziale che è completo in sé stesso e che è padrone delle due possibilità, piuttosto che da una semplice possibilità unilaterale, che poi si tenta di completare rovesciandola in se stessa (antitesi).

Ricorrendo a un gioco di parole, si potrebbe dire: come può fare il “fare” a fare se esiste soltanto il “fare”? Difatti non può, perché l’attivo richiede sempre la presenza di un passivo su cui agire, allora il “fare” rovescia e inverte sé stesso (antitesi), ma per quanto capovolga sé stesso, giammai il “fare” potrà dar luogo al “non fare” (non-tesi, passivo) e questo per un’impossibilità di fatto, darà solo luogo al “fare contro” o contro-fare (antitesi), verità, questa, intuita persino dal buonsenso popolare, là dove afferma che: “fare o disfare è pur sempre lavorare”. Persino il buonsenso popolare ha capito che il fare e il disfare sono espressione di un unico elemento: il “fare” (l’attivo). Per rendersi conto dell’enormità della cosa, è come se il muratore (la tesi, l’attivo) pretendesse di costruire l’edificio utilizzando gli altri muratori (antitesi) come materiale da costruzione, proprio perché la non-tesi non c’è.

La “tesi” rovesciandosi nell’antitesi, in nessun caso ha cessato di essere tesi, ha mutato solo orientamento, confermando così in pieno il principio di “non contraddizione”; qui i filosofi idealisti non hanno percepito la sottile differenza esistente tra un qualsiasi elemento (che è il “fisso” e perciò soggetto al principio di non contraddizione), e il modo di gestire quell’elemento (che è il mobile e perciò orientabile, mutabile e invertibile). Se la tesi lasciata a sé stessa non può mutare la sua natura né il suo orientamento, allora chi può farlo? Può farlo solo un volere esterno, che in questo caso è quello di Hegel stesso, che si diverte a tramutare la tesi nell’antitesi. È “tesi” la tesi, ma è pure “tesi” anche l’antitesi, solo che questa ha un orientamento contrario; l’antitesi è il contrario dialettico della tesi dove la non-tesi è il suo opposto complementare. Tesi-costruire, antitesi-distruggere, sintesi-ammasso informe di macerie. Tesi-costruire, antitesi-distruggere, sintesi-ammasso informe di macerie. Prima guerra mondiale-distruggere, ammasso informe di macerie (stasi), ricostruire; seconda guerra mondiale-distruggere, ammasso informe di macerie (stasi), ricostruire … siete sicuri che vi conviene continuare a dare esca alla dialettica hegeliana? Tutto questo è la fatale conseguenza logica dell’aver messo sul trono l’elemento attivo (invece di un neutro superiore alle polarità), che in un modo o nell’altro è costretto comunque ad agire. Degno di nota è il fatto che la realtà umana (e non solo), si adegua automaticamente all’orientamento di fondo e alla comprensione intellettuale dell’uomo (anche quando questa elabora filosofemi sbagliati), rendendogli così testimonianza.

Facciamo un altro esempio: identificata la “tesi” con la volontà popolare, la dialettica idealista vuole che la tesi si rovesci nell’antitesi, che in questo caso corrisponde alla contro-volontà dei governanti democraticamente eletti. Anche qui noi vediamo che in nessun caso la volontà ha mutato natura, è rimasta sé stessa: volontà, ha solo cambiato padrone e orientamento. Le “pubbliche votazioni” democratiche sono ritualismi semi-magici mediante i quali la volontà popolare è espropriata al popolo e conferita ai suoi presunti rappresentanti, i quali hanno interessi che contrastano con quelli del popolo e quindi la orientano in modo diverso e spesse volte gliela rivolgono contro. In questo caso la sintesi corrisponde al volere del potere occulto che maneggia gli uni e gli altri secondo i suoi intendimenti. Questo spiega perché i sedicenti popoli democratici sono così passivi e semiaddormentati, lo si crede bene, con quella continua tosatura che subiscono non possono nemmeno essere diversi da come sono! Non dimentichiamo che il funzionamento dialettico è un funzionamento parassitico.

Il “volere” dell’elite occulta è appunto volontà, come è volontà quella dei governanti e quella del popolo, e così noi vediamo che anche questa triade è composta da un unico elemento che passa attraverso tre momenti contraddittori diversi (popolo, governanti, elite occulta) e questa è l’inversione completa e quindi la perversione totale del ternario creativo classico, caratterizzato dal rapporto armonico e non contraddittorio tra i suoi costituenti. Nel ternario creativo classico ci sono tre soggetti autonomi che manifestano un’unità d’intenti e convergono su di un unico obbiettivo, stabilito volta per volta; nella velenosa triade hegeliana c’è un unico elemento iniziale che procede di contraddizione in contraddizione, c’è un unico soggetto iniziale che si diverte a contraddirsi continuamente, illudendosi così di diventare un Tutto o un Assoluto.

 

Riferimenti:

Emanuele Severino – La filosofia antica – La filosofia moderna – Rizzoli Ed-

Julius Evola – Saggi sull’idealismo magico – Alkaest Ed.

Giuliano Kremmerz – La scienza dei Magi – Ed. Mediterranee

René Guenon –  L’uomo e il suo divenire secondo il Vedanta

Raphael – Essenza e scopo dello Yoga – Ãśram Vidyã

 

 

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Categorie: Filosofia

Pubblicato da Ereticamente il 20 Aprile 2016

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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