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Al Cippo di Campoverde – Mario Michele Merlino

Al Cippo di Campoverde – Mario Michele Merlino

M’è stato chiesto di preparare un breve intervento, sobrio nei toni sereno negli accenti, dove la memoria invitta verso coloro che caddero sul fronte del lungomare laziale si sposasse con l’invitta confidenza che ieri e oggi e domani siano espressione di un ideale comune cammino. In fondo il nostro rivolgersi ai caduti con il ‘Presente!’ equivale ad essere partecipi, i vivi e i morti, ad un destino unitario. Ci venga a mente la Horst Wessel Lied e la sua prima strofa… Non so se sarò al Cippo di Campoverde, in quella piazzola modesta là dove fu eretta – non so quando né da chi – una ruvida stele a ricordo. Non so neppure se quanto scritto e qui sotto riportato sarà poi letto ai convenuti o si deciderà altro.

Non so se, sotto la pressione dell’ANPI di Aprilia e dintorni (di quale ‘resistenza’ si facciano vanto e onorino di essere stati partecipi ed eredi ignoro; conosco solo la ‘resistenza’ allo sbarco degli alleati alla potenza estrema di navi e aerei e carri armati dei ragazzi ‘nostri’ accanto ai camerati germanici, anch’essi giovanissimi, ora rasserenati dal prato verde e raso i cipressi svettanti le solide croci di pietra nel cimitero tedesco di Pomezia), la cerimonia, breve momento di raccoglimento, si terrà mentre, dall’altra parte della strada, un paio di decine di voci becere e sbraitanti si sforzeranno di intonare ‘bella ciao’ prima di rientrare nell’ovile, protette da cordoni di sbirri di regime. Non so, mentre conosco quanto vive nella mente, vibra nel mio cuore. Così faccio partecipi i possibili lettori di questo sentire pubblico e di quello personale, che raramente hanno vissuto disgiunti. E me ne vanto. ‘Noi siamo qui, come ogni 25 aprile, come è avvenuto negli anni scorsi, come promettiamo avverrà in quelli a venire e, quando qualcuno di noi deporrà lo zaino a terra, altri le nuove leve dell’arditismo riempiranno i vuoti. Tutti presenti…

Qui dove questo cippo fu posto a memoria di coloro che, giovani e giovanissimi, si immolarono per fermare le orde alleate sbarcate sul litorale laziale. Qui, come al Campo della Memoria, dove gli uomini e le donne della X MAS, ‘involontari sopravvissuti’, vollero che fossero raccolti, ancora e per sempre insieme come lo furono per l’ultima battaglia, i ragazzi del Barbarigo. Ed oggi, idealmente, tutti i caduti della RSI. La bella battaglia. La più bella, nulla essa promette in terra ma in cielo assicura un angolo ove gli eroi si tengono per mano con i martiri e i santi. E andarono, dopo l’ignobil 8 di settembre, con una canzone e il sorriso sul volto.

Con poche speranze e nessuna certezza di vittoria. Impazienti d’essere i primi al fronte. Questo essi ci insegnano: in ogni tempo, in ogni circostanza, c’è chi osa scegliere e rifiuta d’essere scelto. C’è sempre chi sceglie la via dell’onore, anche quando si fa aspra ed irta d’insidie, contro coloro che preferiscono l’alveo sicuro del rinnegamento e del tradimento. Meglio essere fra coloro che sanno cadere in piedi che fra coloro che strisciano servili ai piedi del vincitore, del potente di turno. Quest’ultimo s’accontenta di vincere nel presente – ben misero il premio – i primi sfidano l’eternità. ‘Emme rossa uguale sorte fiocco nero alla squadrista’. Sempre anticonformisti, antiborghesi, irriverenti…

Ne saremo noi degni? Ne siamo stati degni? Noi siamo qui. E da questi fratelli più grandi e più cari da questi camerati di fede e di ideale, cerchiamo il conforto e la forza per raccogliere il testimone la promessa e il comune destino. Essi soli, lavacro purificatore, giudici severi della bella battaglia a cui ci siamo donati fin dalla nostra prima giovinezza e a cui non siamo disposti a rinunciare. E’ stato facile in fondo: apparteniamo ad altra razza…

L’oggi si salda a ieri; l’oggi guarda al domani. Non ci sentiamo solo i custodi amorevoli e rispettosi di questi giovani che i più hanno frettolosamente dismesso di rammemorare, per viltà e comodo e vergogna, tutti presi a contare i trenta denari del tradimento, solleciti a non contrariare i nuovi detentori delle sorti del nostro paese, della nostra gente. Ben miseri proconsoli…

Non solo, dunque, si volge il nostro sguardo al passato, ma proprio da quel passato giunge l’eco che guida i nostri passi, sicuri, verso il futuro. Cosa ci dicono le anime belle che ci hanno preceduto sul campo dell’Onore? Noi intuimmo, prima confusi poi sempre più certi, come dietro la potenza d’acciaio di navi aerei cannoni stava avanzando l’ombra lunga e mefitica che avrebbe umiliato soffocato annientato la nostra civiltà, la cultura italiana ed europea. Per questo abbiamo affrontato le buche di fango del Canale Mussolini il colpo alla nuca dietro muri cespugli rocce ed essere gettati in oscure foibe, l’insulto e lo stupro… Non una nuova cultura ma la civiltà del denaro delle sirene del falso benessere della viltà e del compromesso. Tutto questo s’è avverato; tutto questo vi circonda e cerca di stritolarvi; tutto questo s’infiltra, seme di corruzione, fra voi e in voi. Molti non hanno resistito, molti hanno gettato la divisa, molti si sono arresi… Coraggio a voi, fratelli e camerati del presente. Ecco il loro monito, l’eco robusto della loro voce.

E noi? Cosa loro rispondere? Siate certi e sereni, anche se tutti, noi diciamo: No! Noi siamo qui per non dimenticare per lottare e, ne siamo convinti, al fine per vincere!’ Ecco il patto s’è rinnovato, il giuramento è stato di nuovo sugellato di fronte a questa stele all’ombra dei labari della guerra dei vinti che seppero essere dei valorosi. Faccia al sole nelle strade nelle piazze e nella propria stanza nei luoghi di lavoro e di studio, solitarie sentinelle in attesa dell’alba sicura o raccolti in comunità d’intenti, testimoni come siano gli uomini a tradire le idee, ma che le idee, se sanno parlare in grande alle menti suscitare le visioni nei cuori, troveranno sempre braccia gambe pronte a difenderle e condurre lontano. E noi abbiamo scelto d’essere esseri in cammino, d’essere esseri contro e in culo al mondo.

Più a Sud, in una cava in località Sant’Angelo in Formis, nel ’44 vennero fucilati i giovani sabotatori della Repubblica. Eroi sconosciuti per lungo tempo. Fra costoro Franco Aschieri, anni 19, nuotatore paracadutista. Concludendo l’ultima lettera alla madre, prima d’essere condotto al palo, lettera al contempo struggente e rasserenante, dopo aver rivendicato il diritto a credere nella vittoria, così vergava: ‘Viva l’Europa! Viva il Fascismo!’. Con l’inchiostro, con il sangue. Appunto.

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Categorie: Punte di Freccia

Pubblicato da Mario Michele Merlino il 22 Aprile 2016

Mario Michele Merlino

Nato a Roma 2 giorni prima dell'entrata degli alleati, quindi 'obbligato' per fedeltà ad appartenere ad altra Repubblica. Prima con la spranga sui denti (altrui) poi con la penna irriverente sbruffone parolaio, cioè 'geniale'... con poche idee e tante emozioni in attesa di sapere cosa farà da grande...

Commenti

  1. Daniele

    Si, non dimentichiamoli mai , i nostri camerati morti per l’onore dell’ Italia. Si, siamo probabilmente di un’altra razza, a noi vedere i politici festeggiare , insieme agli yankee , lo sbarco di Anzio e commemorare i caduti americani , anziché’ i nostri eroi che hanno dato la vita per la patria, ci fa veramente schifo e ci fa venir voglia di…….
    Daniele

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