Uomini e tempi – Fabio Calabrese

Uomini e tempi – Fabio Calabrese

Qualche tempo fa su di un gruppo facebook “dell’Area” è apparso un post di una persona che si è presentata come “di sinistra”, che esaminava i punti di contatto fra la visione del mondo “loro” e la “nostra”: prima di tutto una concezione socialista in senso lato o perlomeno anti-liberista, secondo la quale la politica non deve essere al servizio degli interessi economici, ma l’economia al servizio della società, poi una visione della politica internazionale anti-atlantista, di opposizione al dominio planetario yankee, e poneva il quesito se non fosse il caso, se non proprio di stabilire un rapporto di collaborazione, di abbandonare certi antichi antagonismi.

I frequentatori del gruppo di orientamento “nostro” gli hanno dato delle risposte, in termini a mio parere assolutamente corretti, che potrebbero essere sintetizzate così: da parte nostra non c’è mai stato un rifiuto pregiudiziale al confronto, semmai sono stati “i compagni” che hanno fatto dell’antifascismo un articolo di fede.

A questo si potrebbe anche aggiungere che, come se non bastasse, oggi l’atteggiamento di odio nei nostri confronti, contro ogni logica, sembra ulteriormente invelenito. Contro ogni logica, perché la guerra civile 1943-45 è un ricordo lontano nel tempo e perché nessuno di noi, se non altro per motivi anagrafici, può essere ritenuto responsabile delle colpe attribuite ai fascisti del periodo bellico e pre-bellico.

Tant’è, non solo l’antifascismo è per “i compagni” un vero e proprio articolo di fede, ma soprattutto dopo il fallimento del modello sovietico e la rinuncia esplicita o implicita al loro “socialismo”, sembra essere rimasto l’unico patrimonio ideologico che rimane loro.

Forse prima o poi si arriverà alla conclusione che l’unica suddivisione politica realmente importante non è più fra “destra” e “sinistra”, fra “fascismo” e “antifascismo” ma tra servi e oppositori di un sistema ipocrita di sedicenti democrazie incentrate sull’egemonia planetaria americana, ma quel momento è ancora lontano.

Cosa significa essere estremisti o moderati di destra o di sinistra? Se noi andiamo ad aprire un qualsiasi dizionario, vedremo che per “moderato” si intende una persona calma, riflessiva, aliena da reazioni esagitate e sproporzionate.

Davvero? DAVVERO? Non mi è possibile non riandare con la mente all’epoca dell’intervento americano in Irak. All’epoca i cosiddetti moderati, il “centro” e una buona fetta della “destra” dello schieramento politico dove il filo-americanismo imperversa, sfornavano discorsi bellicisti, si arrivò a dire che con la nostra partecipazione a questo conflitto l’Italia sarebbe tornata protagonista sulla scena politica internazionale, laddove, dopo essere uscita sconfitta dal secondo conflitto mondiale, era stata assente per decenni da qualsiasi serio impegno bellico. Non si volle capire che un conto era avere una politica estera e militare in proprio, e tutta un’altra cosa agire come ascari e zuavi degli USA.

In quel periodo “estremisti” e “moderati” parvero davvero essersi scambiati i ruoli. Mentre “i moderati” sognavano esagitati l’intervento militare, gli “estremisti” di destra e di sinistra in qualche modo immuni al virus dell’americanismo, esprimevano la contrarietà a un simile intervento.

In che senso “noi” rappresentiamo “un’estrema” dello schieramento politico? Che “i compagni”, “i rossi” rappresentino un’estrema, su questo non ci sono dubbi, specialmente dopo che nell’ultimo quarto di secolo è venuta meno assieme al sistema sovietico, la loro pretesa di rappresentare un’opzione alternativa al sistema liberista borghese, oggi sono caratterizzati dall’essere i più estremi ed esagitati esponenti della democrazia e dell’antifascismo, ma per quanto riguarda noi, il discorso dovrebbe essere alquanto diverso.

Certamente negli anni della Guerra Fredda noi, a prezzo di un riduzionismo che vanificava il nostro patrimonio storico e ideologico come eredi della parte uscita sconfitta dalla seconda guerra mondiale, per un lungo periodo ci siamo caratterizzati soltanto come i più accesi anticomunisti, spesso lasciandoci coinvolgere in una dipendenza dall’atlantismo e dalla NATO che era la negazione della nostra essenza più profonda, non meno che se ci fossimo messi al servizio dell’Armata Rossa.

La caduta dell’impero comunista ha portato a una nuova emergenza: non più minacciato dalla concorrenza “rossa”, il capitalismo mondialista sta oggi procedendo alla distruzione dei popoli europei per SOSTITUZIONE ETNICA attraverso un’immigrazione-invasione e un declino demografico IMPOSTO che è a tutti gli effetti un genocidio silenzioso. Questa, l’imposizione di un mondo ibridato e imbastardito, non è che l’estrema conseguenza della sconfitta nella seconda guerra mondiale tenuta bloccata per più di mezzo secolo dagli antagonismi fra i blocchi dei due vincitori REALI del conflitto mondiale, USA e URSS e relativi vassalli. Noi oggi abbiamo tutti i motivi per riscoprire la nostra identità come non estrema di nulla, ma come opposizione al progetto mondialista di spazzare via i popoli europei.

Io mi ricordo molto bene una delle prime lezioni che seguii alla facoltà di filosofia dell’ateneo triestino dove mi sono laureato, un corso di studi che mi ha fornito importanti strumenti critici MA NON l’imprinting di sinistra che si vuole di solito li accompagni.

Il docente ci illustrò il concetto di ritardo culturale. In poche parole, gli uomini spesso non dispongono di una cultura adeguata al tempo in cui vivono, ma a quella della loro adolescenza quando la loro mentalità si è formata. Ma naturalmente il ritardo culturale può essere più ampio di una generazione perché, sempre indipendentemente dalla loro rispondenza ai fatti, certi modi di pensare possono trasmettersi per tradizione familiare o di un determinato ambiente.

Probabilmente è questa la ragione per la quale esistono ancora oggi in tutta Europa movimenti di sinistra numericamente agguerriti, persone che non vogliono capire, che si rifiutano di capire che il loro idealizzato “paradiso socialista” è andato in pezzi con l’implosione dell’Unione Sovietica.

Da parte nostra però, prima ce ne rendiamo conto e l’ammettiamo con franchezza, tanto meglio sarà, abbiamo pochi motivi di sentirci superiori e sintomi di ritardo culturale e/o ideologico sono evidenti in tutta “l’Area”. Occorre ricordare sempre che una cosa è la fedeltà ai valori che sono eterni e non mutano, tutt’altro è rimanere ancorati a situazioni del passato che non hanno più motivo di esistere.

Occorre essere estremamente sinceri ed affondare il bisturi nella piaga. Nei nostri ambienti ce ne sono di diverse specie: prima di tutto coloro che ancora oggi sono atlantisti come se ancora continuasse a esistere l’Unione Sovietica, e a cui sfugge il ruolo degli Stati Uniti nella decadenza del nostro continente e nella distruzione della nostra cultura attraverso i veleni del sistema mediatico.

Alcuni sembrano credere che il pericolo islamico si sarebbe sostituito a quello bolscevico nel giustificare la nostra appartenenza alla NATO e la nostra sudditanza agli USA, e ricalcano pecorescamente le prospettive di una Oriana Fallaci, esponente, lo ricordiamo, di un “pensiero” rigorosamente antifascista, radicale, atlantista e filo-sionista.

E’ una prospettiva del tutto errata, non nel senso che l’islam non sia un pericolo, ma nella pretesa che la NATO offrirebbe una protezione da esso. Bisogna ricordare che l’islamizzazione del nostro continente è iniziata con la guerra nella ex Jugoslavia e l’aggressione congiunta NATO-islamica contro la Serbia. Il grande sponsor finanziario dell’islamizzazione dei Balcani e tendenzialmente dell’intera Europa, è l’Arabia Saudita, da sempre buona amica e socia in affari degli USA.

Più in generale, bisogna capire che la penetrazione islamica nel nostro continente è una conseguenza diretta dell’immigrazione allogena e non europea. Cosa vi aspettavate, che una volta messo piede sul nostro continente gli invasori travestiti da migranti abbandonassero la loro “cultura” per adottare la nostra?

L’immigrazione, la sostituzione etnica, l’edificazione di una società meticcia, il genocidio silenzioso dei popoli europei sono precisamente l’obiettivo del capitalismo mondialista (piano Kalergi) che ha proprio negli USA dove l’elemento bianco di origine europea è ormai minoranza, la sua principale base d’azione.

Il terrorismo islamico è il questo quadro uno spiacevole effetto collaterale, tutto sommato trascurabile nell’ottica del piano Kalergi. D’altronde, sappiamo che c’è un 40% di immigrati che non è di religione islamica, molti di loro sono anche cristiani, e non è che questo renda la sostituzione etnica degli europei e degli italiani nativi minimamente più accettabile.

L’atteggiamento islamofilo è un esempio di ritardo culturale speculare e simmetrico rispetto a quello atlantista. Gli islamofili “nostri” (vorrei evitare discorsi “ad personam”, ma ne conosciamo), generalmente avanzano il fatto che durante la seconda guerra mondiale e nel periodo precedente ad essa i fascismi tennero un atteggiamento favorevole all’islam: Mussolini che impugna la spada dell’islam, la costituzione di diverse unità di Waffen SS islamiche e via dicendo.

Tutti costoro non tengono conto di un fatto fondamentale: la radicale differenza della situazione attuale rispetto a 70 anni fa. Durante e prima della seconda guerra mondiale, era ovvio che il fascismo cercasse di far leva sui sentimenti islamici delle popolazioni mediorientali per spingerle a insorgere contro il dominio coloniale francese e britannico. Oggi i rapporti di forza tra noi e quelle popolazioni sono completamente cambiati, e l’islam è una bandiera o addirittura LA bandiera dell’invasione allogena del nostro continente.

Anche il fatto che il Terzo Reich avesse reclutato alcune divisioni di Waffen SS islamiche non va frainteso. Si trattava di divisioni balcaniche, reclutate fra albanesi e soprattutto bosniaci. L’islam balcanico ERA un caso particolare, europeizzato, assolutamente non paragonabile a quello fondamentalista e jihadista. Oggi questo islam è stato sostanzialmente spazzato via dall’ondata di fondamentalismo sponsorizzata dall’Arabia Saudita e dalla formazione di gruppi radicali e jihadisti in tutta la Bosnia.

Tuttavia, la ragione che viene maggiormente addotta nei nostri ambienti in favore di un atteggiamento islamofilo, è perlopiù la contrapposizione all’americanismo e al sionismo. Che anti-americanismo e anti-sionismo, sui quali non è nemmeno il caso di discutere, comportino un atteggiamento islamofilo, è un’opinione diffusa, ma che esaminata da vicino si rivela alquanto strana. Coloro che maggiormente si oppongono al sionismo sono prima di tutto lo sfortunato popolo palestinese che si trova proprio sulla linea del fuoco, poi l’Iran. Ora, tra i Palestinesi c’è una non trascurabile componente cristiana, mentre gli Iraniani aderiscono a una corrente islamica, quella sciita, considerata eretica e odiata dai fondamentalisti tanto quanto i “kafir” occidentali.

Al contrario, le organizzazioni jihadiste non hanno mai mosso un dito contro Israele, non Al Qaeda, legata alla famiglia reale saudita, di cui il suo leader Osama Bin Laden era membro, e nemmeno l’ISIS. In Siria l’esercito siriano assieme a un gruppo di jihadisti di questa organizzazione, ha preso prigioniero tempo fa un colonnello israeliano che era lì per addestrare i suddetti guerriglieri. Dovrebbe bastare questo per far crollare il palco a tutti gli islamofili per anti-sionismo.

Ho lasciata per ultima la parte più delicata ma forse anche la più importante del nostro discorso. La religione è una parte molto importante della visione del mondo delle persone, si collega a speranze e timori che si proiettano oltre l’orizzonte della vita terrena, e ci sono sensibilità che si rischiano di offendere, tuttavia non vorrei derogare dal principio di parlare anche riguardo a questo soggetto con chiarezza e onestà.

Penso che facendo un’inchiesta circa i punti di vista in materia di religione nei nostri ambienti, si troverebbe una grande varietà di posizioni, vi troveremmo svariate forme di paganesimo e di esoterismo (Evola e Guenon, ma anche H. F. K. Gunther fanno certamente gioco), varie gradazioni di agnosticismo e di scetticismo, anche se atei veri e propri non credo, quelli me li aspetto più a sinistra, ma non si sa mai, poi persone che non annettono grande importanza a un’idea religiosa o non hanno idee precise, deisti (cioè coloro che credono in Dio ma non in una religione rivelata), tuttavia non c’è dubbio che troveremmo una forte percentuale di cristiani, perlopiù cattolici.

Anche fra questi ultimi bisogna distinguere: per molti, la religione e la politica sono cose che appartengono a piani diversi, il cristianesimo più o meno convinto è un fatto privato, oppure molti lo seguono per consuetudine o tradizione familiare. Con tutti costoro, e credo siano nettamente la maggioranza, non c’è alcun motivo di polemizzare, la religione in questa sede ci interessa quando interferisce con la politica.

Tuttavia esiste anche un gruppo che si ritiene, per così dire l’ala destra del cattolicesimo politico, i cosiddetti tradizionalisti cattolici (talvolta ex evoliani, seguaci del “tradizionalismo integrale” che a un certo punto hanno preferito scegliere una “tradizione storica” definita, in questo seguendo l’esempio del maestro Guenon che si convertì all’islam, e a mio parere rappresentano il caso più penoso); bene, costoro rappresentano forse l’esempio più vistoso di ritardo culturale, si rifanno a un modello di Chiesa e di cristianesimo che ha cessato di esistere da almeno mezzo secolo.

Il cristianesimo è nato dal tronco dell’ebraismo come movimento sovversivo “il bolscevismo dell’antichità”, l’ha definito qualcuno, e la sua diffusione ha coinciso con o ha provocato la caduta dell’impero romano e la dissoluzione del mondo antico. Dalle ceneri della romanità, è emerso come istituzione politica, la Chiesa cattolica, incrostandosi e ricoprendosi di elementi tradizionali in contrasto con la sua essenza sovversiva profonda. Per un lungo periodo è sembrato incarnare la tradizione europea contro le ripetute aggressioni militari islamiche e poi nell’epoca moderna contro i nuovi movimenti sovversivi liberal-massonici e marxisti, anche se nell’intimo è rimasto sovversione (si pensi alle continue lotte contro il potere imperiale, lotta per le investiture, poi fra guelfi e ghibellini). Questa, che va compresa all’incirca tra il concilio di Nicea e il Vaticano II, però è una storia ormai conclusa.

Con il concilio Vaticano II, la Chiesa cattolica ha mirato ad adeguarsi non tanto al mondo moderno, quanto al comunismo che si riteneva sarebbe presto uscito vincitore dal lungo confronto della Guerra Fredda, buttando alle ortiche tutti quegli aspetti tradizionali che l’avevano caratterizzata per secoli. Noi sappiamo che la Guerra Fredda si è conclusa in modo alquanto diverso da quel che aveva previsto “lo Spirito Santo”, ma il cambiamento avvenuto all’interno della Chiesa la rende oggi funzionale a perseguire gli interessi del mondialismo, a collaborare alla distruzione dei popoli europei favorendo l’immigrazione e il meticciato, anche perché spera, analogamente alle sinistre che sperano di trovare nei nuovi venuti un “proletariato alternativo” alla sempre maggiore disaffezione delle classi popolari, essa spera di trovare un “gregge alternativo” rispetto a un’Europa sempre più laica e secolarizzata.

Tutto questo NON E’ CARITA’, della carità porta solo una maschera ipocrita, infatti vediamo che i nostri connazionali indigenti, spesso in situazioni gravissime, vengono privati di ogni aiuto a favore dei nuovi venuti.

Capiamo una cosa: tra le due guerre mondiali movimenti “nostri” sono nati come movimenti cattolici, penso al rexismo di Leon Degrelle (che prendeva il nome dal giornale del movimento, “Christus Rex”), o alla Legione dell’Arcangelo Michele di Corneliu Zelea  Codreanu. Io per Degrelle e Codreanu ho il massimo rispetto, ma quelli dei loro tempi erano UN ALTRO cristianesimo, UN’ALTRA Chiesa che oggi non esistono più.

Oggi occorre scegliere se continuare ad accettare come autorità morale una Chiesa schierata per il mondialismo e la distruzione dei popoli europei, o voltarle le spalle e agire in difesa della nostra gente e del futuro dei nostri figli.

Questo discorso ha anche un rovescio della medaglia a cui quel mio antico insegnante non avrà certo pensato. A volte può succedere che, come dice il proverbio, si butti via il bambino insieme all’acqua sporca, che si scartino modi di pensare validi che occorrerà fare un salto indietro nel tempo per recuperare. Facciamo un confronto fra l’Italia di un secolo fa e la  miserabile Italietta democratica di oggi.

Il martire dell’irredentismo triestino si chiamava in realtà Guglielmo Oberdank (nel Museo di Storia Patria triestino è conservata una lettera di Giosuè Carducci che io ho visto, in cui è citato con questa grafia). La “k” finale del suo cognome venne poi eliminata per dargli un suono più simile ai nomi veneti (come Loredan, per esempio). Tra gli irredentisti triestini troviamo nomi come Stuparich, Slataper, Xidias. Alcuni di costoro come i fratelli Stuparich, nel 1915 disertarono per arruolarsi nell’esercito italiano, aggiungendo ai rischi della guerra quello di essere impiccati se presi prigionieri.

Vi rendete conto di quello che significa? Persone i cui cognomi rivelano un’ascendenza italiana alquanto dubbia, si sentivano italiane, VOLEVANO essere italiane, erano disposte a morire per esserlo. Il nome dell’Italia non mancava di prestigio e neppure di fascino.

E questo non è forse esattamente il contrario di quel che vediamo oggi che la nostra Penisola è percorsa dai più imprevedibili e strani separatismi? Gli Italiani oggi vorrebbero essere tutto meno che italiani, vorrebbero essere padani, bi-siculi (delle Due Sicilie) oltre che Veneti, Sardi (intesi come nazionalità separate), perfino arabi e Dio-sa-che-cosa. Non parliamo poi dell’arroganza nei nostri confronti, che tolleriamo come se nulla fosse, delle minoranze linguistiche e oggi anche degli ultimi venuti sbarcati come clandestini.

Settant’anni di democrazia imposta dal vincitore e dominatore straniero, ci hanno portati ad avere schifo di noi stessi.

Se ci dovesse mai essere un processo di Norimberga della democrazia, questo regime tirannico e ipocrita che è la democrazia impostaci dai vincitori con la sconfitta nella seconda guerra mondiale, dovrebbe rispondere di accuse estremamente pesanti, di aver depredato il denaro pubblico, cioè il lavoro dei nostri padri e il nostro, con uno spaventoso sistema di corruzione, ma anche quello di aver distrutto negli Italiani il senso di appartenenza nazionale, di averci rubato la nostra anima, non è il minore dei delitti che le si possono imputare. Tuttavia a questo riguardo, recuperare il retaggio dei nostri padri che ci è stato tolto, dipende soprattutto da noi.

Una piccola nota all’immagine che correda questo articolo: un panorama della città di Norimberga, con l’augurio che prima o poi arrivi un processo di Norimberga per la democrazia.

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Categorie: Politica

Pubblicato da Fabio Calabrese il 27 Marzo 2016

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. giannetto

    L’Italia è sempre stata più la patria dei classicisti (lingua e cultura), che dei romantici (popolo). In fondo Metternich aveva, IN PARTE, ragione. Non me ne voglia Calabrese, ma non ci posso far nulla: mi sento ancora molto più a mio agio tra la gente del Languedoc o delle Asturie (per citare a caso) che della Calabria o del Molise.. (altri nomi presi a caso). – Il mito imperiale romano evocato dal Duce per cementare l’unità degli italiani aveva un’indubbia consistenza storica e una sua coerenza ideologica e culturale. Peccato che fosse troppo… anacronistico (ed esplicitato più in retorica che in sostanza). – La storia dell’attuale “democrazia” non ha fatto che disgregare il collante debole di nome “italianità” dal quale nessuno si è mai sentito “unitariamente” coinvolto se non per il peggio (la corruzione, l’arte di arrangiarsi e compagnia bella… tutti gli aspetti, insomma, che passano per tipicamente e meta-regionalmente “italiani”, e che sono il triste lascito, direi L’UNICO della nostra storia “unitaria”).

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