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Noterelle in ordine sparso… – Mario Michele Merlino

Noterelle in ordine sparso… – Mario Michele Merlino

Fascismo storico e Fascismo politico. Leggo strane discriminazioni, distinguo varii, un po’ mi colloco qua e un po’ là, domani è un altro giorno, un dannunziano ‘forse che sì, forse che no’… Il Male è assoluto sì, però. Come se un concetto assoluto possa poi essere sezionato per riservarne qualche briciola ad altro destino, a valutazione altra. Noi, eredi dei filosofi, ex cathedra inorridiamo; da fedeli dell’eresia tutto questo ci fa schifo o ne traiamo amaro sorriso. Poi fuoco serrato come sparare sulla Croce Rossa; un invito inutile a non tirare sul pianista. Fucileria da tastiera, s’intende. Che la P 38 è altra storia altre circostanze altra razza e (giorno più giorno meno dell’anniversario – ormai prossimo il centenario – del 23marzo 1919) lo è anche il manganello l’olio di ricino ‘pugnal fra i denti, le bombe a mano’.

Che altro aggiungere? Prendere la distanza, c’insegna Nietzsche. Un tempo uomini e donne in camicia nera sognavano un Impero, una visione del mondo, uno stile – e in nome di tutto ciò se ne sono andati con un sorriso e una canzone. Erano i testimoni di un tempo eroico da cui trarre conforto e insegnamento. Orfani dell’Illuminismo e scettici del Marxismo cercammo in loro come divenire magn-animi. Tentammo, poi, ad altri stabilire la misura ed il valore del nostro agire… Ora, scheletri nell’armadio o vergogna da nascondere sotto il tappeto, ci si accontenta di un pugno di voti, leccare il culo al potente di turno, aspirare alla poltrona – una qualsiasi – e, se interrogati sul passato che non muore (quale nobile lezione trarre da ciò, ma per costoro trattasi di maledizione!), fare come i bambini, a negare anche se lo sbaffo della marmellata ne tradisce l’origine.

Riflettevo, poco tempo fa e per altro motivo, come la povertà sia una condizione, il frutto di una crisi, di scelte compiute o di quel tram che passa e si perde l’occasione di montarci lesti alla fermata, di circostanze avverse – dunque, non una colpa in sé, ma solo, al massimo, somma di errori. La povertà di un popolo dipende dal suo suolo dalla mancanza di materie prime aspro il terreno aride le colture, dalla vicinanza di nazioni bellicose ed espansive, dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo – e non si necessita la lettura di Marx e di sodali e discepoli a lui prossimi –. Nella povertà c’è la dignità, anzi in essa può esserci la premessa del riscatto, se la si vive quale voce di una comunità. Quante volte, in notti ad attaccare manifesti, ci spartimmo due o tre sigarette. Nessuno di noi si sentiva umiliato offeso denigrato. Eravamo fieri dei nostri pantaloni sdruciti e lerci di colla come se avessimo ottenuto decorazioni sul campo. (Il Fascismo volle rendere questa dignità e questo riscatto; fu questa dignità e riscatto nonostante i compromessi, troppi, con la borghesia pavida il capitale avido la monarchia imbelle il Vaticano ipocrita – quanta zavorra la storia ci ha tracimato!). Lagnarsi – tradizione giudaica – sempre per ottenere qualcosa: dichiararsi povero e non esserlo; essere miserabile, questo sì, sollevando le bandiere ideali (agire, però, no, grazie!) del popolo in catene…

Riflettevo, avendo a mente altro (quell‘umano, troppo umano’), come appunto la povertà non equivalga alla miseria, sebbene se ne usi l’aggettivazione per indicarne i contorni le immagini gli effetti. No, la miseria è uno stato d’animo, una malattia, un vizio. Si è miseri dentro, la si giustifica, la si assolve, la si eleva a diritto, una pretesa, tutto è dovuto, amicizia stima cameratismo… E ciò vale per tutti coloro che, sceso in campo il Cavaliere, hanno scoperto come una carica remunerata il salotto-bene fino ad allora precluso i riflettori della televisione sono ben più gratificanti del pullman sgangherato il panino con la mortadella il ‘Peroncino’ andata e ritorno Predappio e la tomba del Duce. Miseri d’animo, con se stessi, con i militanti ancora fedeli illusi e storditi, ormai con una cultura ridottasi a parole, mera chiacchiera, e concetti, pochi, e idee, nessuna, dove termini, in questo caso, ‘storico’ e ‘politico’ si incartano e non se ne coglie nessi e contrasto.

Miseria collettiva, diffusa, oserei dire, di moda e di successo (chi razzolando in altrui campo, sconosciuto e inesplorato fino a ieri, lancia anatemi se qualcuno osa mettere in discussione la priorità del ‘socialismo fascista’, parolaio e puntellato da citazioni, in nome di un ‘socialismo fascista’, grezzo forse, ma autentico e vissuto. Chi, sintesi di un percorso di idee uomini battaglie ormai d’un secolo, in tre frasi sospensione da effetto punto esclamativo liquida i buoni, nessuno, i cattivi, tutti, per trasformare un sogno – erroneo quanto si voglia – in scorreggia con timbro modello Cinecittà). Uno o centomila sempre boia al servizio del regno della quantità…

Il professor Renzo De Felice volle imporre, da storico esclusivo, la distinzione tra il Fascismo storico, quello da lui analizzato (a mio parere, svuotandolo d’ogni ideale contenuto fino a renderlo un contenuto vuoto) e l’attribuzione di Fascismo a tutti coloro che ci sono avversi, gettando il termine nella rissa politica e rendendolo così adatto ad ogni occasione situazione misfatto (Maurice Bardèche nel suo Che cos’è il Fascismo? l’aveva ben sintetizzato nella paginetta introduttiva). Insomma: il 1919, fondazione dei Fasci di combattimento in piazza San Sepolcro a Milano; il 28 aprile 1945, sempre a Milano, il corpo di Mussolini viene macellato a piazzale Loreto… Opera monumentale, in più volumi, rimasta incompiuta per la morte dell’autore e, certo, fonte prioritaria per chiunque si voglia accingere e mettersi a studiare un fenomeno complesso quale, appunto, è stato il Fascismo partendo dalla sua genesi e arrivando alla tragedia del suo epilogo, ricercando gli antecedenti e continuità ideale compresi, anche se su quest’ultimo aspetto gli storici defeliciani nicchiano.

Qui sta il punto, la nota dolente. Esistono i fascisti dopo e senza Mussolini? Martedì 11 gennaio 1955, alle ore 5,30, nella clinica Sanatrix di Roma, muore il Maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani. I funerali si terranno nella chiesa di San Bellarmino a piazza Ungheria. (Il ministro della difesa Taviani ha negato la cerimonia a Santa Maria degli Angeli e il picchetto d’onore). La piazza le vie adiacenti sono sommerse da una folla calcolata in oltre duecento mila persone. Fu l’ultima manifestazione del Fascismo, di popolo, a dieci anni dalla sua fine. ‘Immenso e rosso’, con decine di migliaia di mani levate e un unico ‘Presente!’. Poi, anni Cinquanta e metà dei Sessanta, cortei saluti romani ‘Duce! Duce!’ scandito a squarcia voce, ma tutti quei ragazzi – io compreso – sono fisiognomicamente altro con i capelli a coprire la nuca e i blue jeans. Altro e quanto distanti da quei fratelli più grandi a cui si richiamano, i ragazzi della X MAS e delle Brigate Nere? Figli, nonostante tutto, dell’americanismo coca-cola e rock’n’roll guerra fredda anticomunismo e di un partito, il MSI, irto di equivoci e ambiguità. Ciò – e ben altro e di più andrebbe analizzato e scritto – rende ragione a tutti coloro che insistono sulla fine del Fascismo là dove la storia traccia i confini della sconfitta? C’è, poi, collocata tra ‘lo storico’ e ‘il politico’ una terza domanda: si può dare una definizione di Fascismo o vi sono Fascismo e Fascismi? Ragazzotti degli anni Sessanta si trascurava – critici inesperti ed ignari – il filosofo Giovanni Gentile mentre ci si riconosceva in Julius Evola – in modo altrettanto inesperto e ignorante. Che dire dei due e del loro Fascismo? Possiamo accreditarne uno e respingere l’altro? Negli anni successivi ecco emergere le figure di Léon Degrelle e Codreanu il Capitano. Militia e Il Capo dei Cuib lettura d’obbligo, catechismo del giovane militante. Anche costoro abbandonati in tutta fretta per seguire la marcia trionfante del Cavaliere. E povero Berto Ricci e il suo ‘Fascismo impossibile’…

Ti chiedono se sei fascista e, di colpo, avvampi di timore e di vergogna. No, non si pretende certo che uno scatti sull’attenti stenda il braccio e dica ne sono fiero/a – questo lo facevano i militi, Mario Castellacci ad esempio, della GNR di fronte ai mitra puntati dei partigiani o i Legionari della Guardia di Ferro nelle prigioni romene. Oggi potrebbe apparire folklore. La politica chiede gesti parole toni pacati, tanto è tutta marmellata e logica di spartizione. Però un certo buon gusto (qui il termine ‘stile’ è fuori luogo)… Si chiede, tra povertà fasulla e miseria vera, un po’ di coerenza… Rimane, si fa per dire, chiedersi intorno al Fascismo ‘politico’. Negli anni della lotta politica, bastoni e barricate molotov e P 38, il giornale di Lotta Continua aprì una pagina di lettere ‘private ‘ ai suoi lettori. Scandaloso in tempi di ideologia di massa. Mi è rimasta impressa la lettera di una ragazza-madre. Essa definiva ‘fascista’ il proprietario del negozio di alimentari sotto casa che serviva prima la brava massaia che comprava il prosciutto e dopo lei con il suo misero etto di mortadella. Però ci provava, in modo volgare, equiparando ragazza-madre con mignotta. Aggiungeva dell’altro e significativo: i ragazzi della sezione del MSI di via Noto, sovente sotto assedio e facili alla rissa, erano anche loro e a loro modo dei combattenti al servizio dell’ideale. In fondo apprezzabili e, fra le righe, non-fascisti…

Può, dunque, separarsi il Fascismo dalla politica? Dalla ‘cattiva’ politica certamente così come rigettare ogni sua attribuzione a quanto collochiamo sul fronte del Male (a parte Nietzsche e il suo insegnamento ad andare ‘al di là del bene e del male). Ebbi a scrivere in E venne Valle Giulia come noi siamo i cattivi dalla parte dei buoni e non viceversa. E quel ‘buono’ da difendere è una Weltanschauung ove regna la gioia di vivere l’amicizia l’anticonformismo l’irriverenza, ad esempio. O la si possiede o si è d’altra razza.

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Categorie: Punte di Freccia

Pubblicato da Mario Michele Merlino il 24 Marzo 2016

Mario Michele Merlino

Nato a Roma 2 giorni prima dell'entrata degli alleati, quindi 'obbligato' per fedeltà ad appartenere ad altra Repubblica. Prima con la spranga sui denti (altrui) poi con la penna irriverente sbruffone parolaio, cioè 'geniale'... con poche idee e tante emozioni in attesa di sapere cosa farà da grande...

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