Nessuno è innocente – Enrico Marino

Nessuno è innocente – Enrico Marino

Wilhelm Kusterer è un vecchio di 94 anni che nell’autunno del 1944 si trovava a Marzabotto inquadrato come sergente nella SS-Panzergrenadiere Division Reichsführer. Anche se a prima vista le “responsabilità personali” di un sergente, nella scala gerarchica di una Panzergrenadiere Division, appaiono irrilevanti ai fini della organizzazione e della realizzazione di un rappresaglia militare, Wilhelm Kusterer, a guerra finita, è stato giudicato e condannato all’ergastolo in Germania per i fatti di Marzabotto.

Alla stessa pena, ma con ipotizzabili differenti responsabilità, in Italia era stato condannato e poi graziato il maggiore Walter Reder. Questo solo per dire che nella autoflagellante Germania postbellica gli ergastoli, probabilmente, venivano comminati con una certa generosità, anche per la semplice appartenenza a determinati reparti militari.

Comunque sia, Wilhelm Kusterer l’ergastolo non l’ha scontato e, dopo un periodo di prigione più o meno lungo, è stato liberato, ha ripreso una vita normale nel suo comune di origine, Engelsbrand nel Baden-Württemberg, dove ha fatto il consigliere dal ’75 al ’97. Per i servigi resi in questa sua attività, nel 2015 è stato premiato con una medaglia dal sindaco e dalla sua comunità.

Appena questa notizia è trapelata ha scatenato i coriferi del partigianesimo che, come sempre egemonizzati dall’Anpi, hanno inscenato la solita gazzarra vetero resistenziale, chiedendo a gran voce la revoca di quel riconoscimento e annunciando persino interrogazioni parlamentari per ottenere soddisfazione dalle autorità tedesche.

Ascoltare l’agitazione e l’indignazione del comunistume nazionale può lasciare indifferenti o suscitare ilarità. E’ sufficiente opporre alle prefiche dell’antifascismo le indecenti vicende che in Italia hanno visto l’ex brigatista Curcio più volte invitato a confronti e dibattiti anche universitari, il terrorista rosso Mauro Azzolini nominato capo di gabinetto del vicesindaco nella giunta Pisapia a Milano o, addirittura, la vergogna dell’INPS che ha erogato annualmente quasi 30.000 pensioni, per un totale di più di 100 milioni di euro, nell’ex Jugoslavia, a coloro che sono stati artefici di deportazioni, rastrellamenti e stragi: criminali di guerra italiani e slavi responsabili del massacro o dell’esodo di migliaia di nostri fratelli e della pulizia etnica perpetrata dai partigiani italiani e titini.

Ma, purtroppo, conformismo e idiozia non risparmiano nessuno e anche nel centro destra c’è sempre qualcuno che punta a essere più realista del re. In questo caso è toccato a Giordano Bruno Guerri, sul Giornale del 6 marzo scorso, distinguersi in questa gara al crucifige! con argomentazioni tanto infondate e fuorvianti da meritare una smentita. Scrive in proposito GBG: “…qui non si tratta di un crimine qualsiasi. Si tratta di uno di quei crimini che hanno segnato con uno sfregio di barbarie il Novecento, uno dei più odiosi crimini di guerra, quelli che tuttora ci ripugnano leggendoli nelle cronache di conflitti mediorientali e africani. E’ per questo motivo che non sono stati trattati come crimini normali, dal processo di Norimberga in poi, né possono essere considerati come tali”.

Sicuri che le cose stiano così? Don Carboni, parroco a Ronca di Monte S. Pietro, paese dell’Appennino bolognese prossimo a Marzabotto, dichiarò: “Si era in tempo di guerra: la guerra ha le sue tremende leggi di sterminio e di vendetta: se ammazzate un tedesco (che importanza aveva l’ammazzare un tedesco nello svolgimento e nell’economia generale della guerra?) verranno fucilati dieci civili[…] Chi dobbiamo ringraziare noi, parenti delle vittime, delle reazioni tedesche? Non certo gli eroi che le provocarono e dopo si eclissarono dandosi alla fuga!”.

Questa è la domanda di don Carboni, giusta e naturale: “Che importanza aveva ammazzare un tedesco?”.

Questa domanda va trasferita e analizzata nel contesto politico del disegno organico costruito dai vertici del Pci: uccidere un tedesco (o un fascista), attendere la rappresaglia e, di conseguenza, guidare il terrore e l’odio dei civili nella direzione desiderata e atteggiarsi, quindi, a giudici e vendicatori di tante vittime innocenti. Dall’ottobre del ’43 al luglio del ’44 tedeschi e fascisti subirono (soprattutto i fascisti senza reagire) lo stillicidio di omicidi individuali o di gruppo operati dai comunisti nelle retrovie e nelle città dietro la linea Gotica. Omicidi operati con la tecnica del mordi e fuggi: i partigiani colpivano alle spalle e scappavano.

Per capire con quale determinazione i comunisti applicarono quella “tecnica”, va ricordato che nelle sole strade di Bologna furono uccisi, in attentati, più di 450 fascisti o presunti tali. I comunisti, con queste “azioni”, si aspettavano spietate rappresaglie ma queste, sia per gli ordini di Mussolini, sia per il sangue freddo dimostrato dai Prefetti, furono rare e, in ogni caso, mai proporzionate alle perdite subite.

È difficile credere che i capi e gli organizzatori di queste “azioni” non conoscessero le “Convenzioni Internazionali” e le relative deliberazioni del diritto di rappresaglia. Sulla base delle Convenzioni de L’Aja del 1899 e del 1907 sulla guerra terrestre si possono classificare quattro categorie di legittimi combattenti, nella prima rientrano i militari delle Forze Armate regolari di uno Stato belligerante, purché indossino una uniforme conosciuta dal nemico, portino apertamente le armi, dipendano da ufficiali responsabili e dimostrino di rispettare le leggi e gli usi di guerra.

Gli illegittimi combattenti, invece, vengono dovunque perseguiti con pene severissime e sono generalmente sottoposti alla pena capitale.

Nella guerra terrestre i franchi tiratori che operano nelle retrovie nemiche, infiltrandosi alla spicciolata sotto mentite spoglie, vengono passati per le armi in caso di cattura, lo stesso dicasi per i sabotatori.

Sempre dal “Diritto Internazionale” alla voce “Rappresaglia” si può leggere: “La rappresaglia si qualifica innanzitutto come “atto legittimo”[…]La rappresaglia, condotta obiettivamente illecita, diventa, per le particolari circostanze in cui viene attuata, condotta lecita. La rappresaglia è, fondamentalmente, una “sanzione”, cioè una reazione all’atto illecito e non un mero atto lecito, la cui liceità deriva dall’esistenza di un precedente atto illecito.

[…]Poiché la rappresaglia si pone come “risposta” ad un illecito, per essere legittima deve obbedire a queste condizioni: vi deve essere stata lesione di un diritto o di un interesse giuridico dello Stato autore e deve essere mancata la riparazione[…]non può mai violare le leggi umanitarie, cioè fondamentali ed elementari esigenze di umanità[…]La scelta delle misure da infliggere spetta allo Stato offeso. Questo, però, prima di passare all’azione, deve assicurarsi che l’offensore non voglia o non possa riparare il danno[…]Compiuto inutilmente questi passi, potrà applicare le misure che meglio crederà uniformando però la sua condotta alle condizioni di legittimità sopra esposte[…]”.

L’art. 33 della IV Convenzione di Ginevra del 1949, in deroga a quanto prima era consentito dall’art. 50 dei regolamenti del L’Aja del 1899 e del 1907, proibisce in modo tassativo le misure di repressione collettiva, di cui si ebbe “abuso delittuoso nell’ultimo conflitto”, ma in verità questo dettato non è stato rispettato, dopo, dagli stessi americani dal Vietnam alla Somalia.

Tutto questo per dire che all’epoca dei fatti di Marzabotto anche la “repressione collettiva” era ammessa dalle leggi di guerra e che perciò anche il richiamo di GBG ai criteri del processo di Norimberga è fuorviante. Quel processo, oltre alla inaccettabile composizione dell’organo giudicante e alla alterazione e alla costruzione di prove false, rappresentò una mostruosità giuridica anche nell’applicazione di norme speciali e del tutto innovative rispetto a quelle vigenti all’epoca dei fatti, per cui le valutazioni di quella Assise furono consapevolmente viziate e illegittime.

Tornando invece alla vicenda di Marzabotto, va ricordato che nella zona apparve un manifesto, un vero ultimatum, a firma delle SS und Polizeifuehrer-Oberitalien-West, ove, fra l’altro, era chiaramente indicato: “[…]1) chi aiuta i banditi è un bandito egli stesso e subirà lo stesso trattamento; 2) Tutti i colpevoli saranno puniti con la massima severità[…] Gli autori degli attentati ed i loro favoreggiatori saranno impiccati sulla pubblica piazza. Questo è l’ultimo avviso agli indecisi[…]” .

A seguito di questi ammonimenti la popolazione locale aveva iniziato ad allontanarsi dalla zona. A questo punto i stellarossapartigiani che operavano in quell’area, cioè i comunisti della “Stella Rossa” intervennero e proibirono a quella povera gente di mettersi in salvo, costringendoli a tornare indietro garantendo che, se i tedeschi li avessero minacciati, loro li avrebbero protetti. I tedeschi inviarono negli accampamenti dei partigiani della “Stella Rossa”, alcuni parlamentari con la proposta che, se i partigiani fossero rimasti al loro posto, senza intraprendere azioni di disturbo contro i tedeschi questi, a loro volta, si impegnavano a non iniziare alcuna rappresaglia.

I parlamentari tedeschi furono trucidati. Questo fatto indusse il Comando germanico ad agire con la più grande decisione. Quello che accadde dopo è noto e doloroso, ma è noto anche che i comunisti della “Stella Rossa” non solo non intervennero a difesa delle popolazioni, ma addirittura si andarono a rifugiare all’interno delle linee americane!!!

Per una più esatta valutazione sulle persone che componevano la brigata “Stella Rossa” va ricordato che ai primi colpi dell’attacco tedesco alcuni partigiani, approfittando della occasione, uccisero il loro capo Mario Musolesi detto “Lupo” per rubargli un tesoro che questi aveva accumulato per distribuirlo, diceva, a guerra finita. C’è anche un’altra mistificazione: quello che sostengono i partigiani e cioè che il Lupo cadde combattendo eroicamente per contrastare l’attacco delle SS.

Altra montatura riguarda il numero dei caduti nell’ “Eccidio di Marzabotto” indicato in 1830 vittime, cifra imposta dai partigiani a guerra finita. Ma la mistificazione apparve palese quando risultarono fra le vittime, persone ancora in vita, caduti nella prima Guerra Mondiale, deceduti per polmonite o per bombardamenti e, addirittura, nomi di fascisti uccisi durante (e dopo) la guerra civile.

Nel Sacrario inaugurato a Marzabotto nel 1961 sono raccolte solo 808 salme. Di queste, però, 195 sono di persone che morirono per scoppi di mine, o di militari deceduti nella Prima Guerra Mondiale: solo circa seicento appartengono a vittime del massacro.

Si può fare un’ultima notazione di fronte alle sconsiderate osservazioni di GBG: viviamo in un Paese che è nato, senza vergogna, dalla repressione e dalla rappresaglie. Furono distrutti dai piemontesi 51 paesi alcuni dei quali non sono più stati ricostruiti; simboli di tanta tragedia ricordiamo Pontelandolfo e Casalduni, due comuni del Sannio. Il 14 agosto 1861 alle quattro di mattina arrivarono due colonne dei bersaglieri, partite da Benevento, al comando del colonnello Pier Eleonoro Negri e del maggiore Carlo Magno Melegari, con l’ordine di Cialdini che delle due cittadine ”non rimanesse pietra su pietra”; esse circondarono i paesi per impedire ogni via di fuga e li dettero alle fiamme, cominciarono allora: il tiro al bersaglio sui civili inermi che scappavano per non essere arsi vivi, gli stupri, il saccheggio delle abitazioni, la profanazione delle chiese, mentre i responsabili della rivolta erano già al sicuro sulle montagne; solo tre case rimasero in piedi, al suolo centinaia di civili uccisi [una stima parla di circa 1000]; il colonnello Negri comunicò per telegrafo che ”Ieri, all’alba, giustizia fu fatta, contro Pontelandolfo e Casalduni” e terminò la sua carriera 26 anni dopo con la Gran Croce dell’Ordine della Corona d’Italia.

Siamo sicuri di avere le carte in regola per giudicare le SS?

Enrico Marino

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Categorie: Controstoria

Pubblicato da Ereticamente il 9 Marzo 2016

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

Commenti

  1. Daniele

    E,,,,,direi proprio di no. D’altronde , lo sappiamo tutti , la storia la scrivono i vincitori , e noi ,cari camerati , nonostante il sacrificio e , a volte , l’eroismo dei nostri padri, la guerra l’ abbiamo persa.
    DANIELE

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