La mutazione genetica, terza parte – Fabio Calabrese

La mutazione genetica, terza parte – Fabio Calabrese

Può capitare a volte che dopo aver scritto un articolo, ci si renda conto di non aver toccato a fondo tutti gli aspetti di una questione, e che ulteriori approfondimenti sono necessari o quanto meno utili. Talvolta succede che diverse questioni s’incrocino.

Dopo aver portato a termine L’animale culturale, l’articolo che ho dedicato a Konrad Lorenz, mi sono accorto di aver solo accennato all’ambiguità insita nel rapporto natura – cultura come è visto da sinistra. Come se non bastasse, qualche tempo dopo, stilando Noi e la destra, mi si è evidenziato un altro punto che ho dovuto per il momento omettere per non rendere il testo chilometrico e non deviare troppo dall’argomentazione principale; in questo caso si è trattato di uno sfrondamento “in corso d’opera”, cioè la questione che se oggi la destra liberista e conservatrice appare in Europa (ma anche negli Stati Uniti, si veda il fenomeno Obama) sconfitta su tutta la linea, è perché per il potere mondialista per demolire lo stato sociale e far regredire le conquiste delle classi lavoratrici, è più conveniente servirsi di una sinistra convertita al liberismo, e che ai lavoratori ha definitivamente voltato le spalle, che può fare “le riforme” senza trovare quelle resistenze che incontrerebbe la destra, grazie all’errata percezione da parte delle classi popolari, che le sinistre siano ancora “dalla loro parte”.

Entrambi questi approfondimenti si iscrivono nella tematica dell’allontanamento sempre più marcato della sinistra dalle sue origini proletarie o presunte tali, quella che è stata chiamata “la mutazione genetica” e a cui sulle pagine di “Ereticamente” ho già dedicato due articoli.

Vediamo il primo punto. Se noi andiamo oggi a vedere quello che dice l’intellettualità di sinistra o presunta tale sul rapporto natura-cultura, la conclusione che se ne può trarre è chiara quanto sorprendente: l’essere umano non sembrerebbe avere una base biologica, parrebbe essere per intero il portato di un’evoluzigiorgio_pietroone culturale, il che renderebbe gli uomini, se non proprio esattamente uguali, quanto meno intercambiabili: un piccolo africano allevato in Europa diventerebbe un europeo con un po’ più di melanina nella pelle e via dicendo, l’umanità non sarebbe divisa in razze come invece avviene per tutto il resto del mondo animale, ma più in generale un essere umano non possiederebbe qualità intrinseche di qualsiasi specie che non siano il risultato dell’ambiente e dell’apprendimento, ragion per cui, se qualcuno è un galantuomo e qualcun altro un delinquente, il merito o la colpa non sono mai della persona ma della società. In più, come se non bastasse, tutte le culture sarebbero equivalenti, e un tucul africano sarebbe la stessa cosa del Partenone.

Questo modo di vedere – o meglio, di non vedere – le cose, sebbene sia oggi diventato “l’ortodossia” ideologica, culturale e presunta scientifica imposta spesso forzatamente e con metodi oppressivi, non può non riuscire assolutamente irritante per chi ha una visione naturalistica dell’uomo, lo considera parte del mondo naturale cui tutti apparteniamo, vi riconosce una versione riverniciata dell’astrattezza e dell’anti-naturalità cristiano-abramitica, la “negazione della vita” su cui Nietzsche avrebbe non poco da dire, è forse uno degli elementi più convincenti a favore della tesi che le idee di sinistra e democratiche oggi correnti, non sono altro in ultima analisi che una versione laicizzata e modernizzata di quello che è stato “il bolscevismo dell’antichità”.

Ebbene, la cosa singolare è che in origine il pensiero di sinistra al riguardo era su posizioni opposte, nel senso di essere nettamente contro la cultura, l’appreso. Per Jean Jacques Rousseau, che è il vero padre delle teorie comuniste e fa risalire tutti i mali del mondo alla nascita della proprietà privata, la storia, la cultura che si sedimenta nel corso del tempo, la civiltà, non sono altro che l’allontanamento da una condizione di innocenza originaria, qualcosa che deve essere spazzato via interrompendone la trasmissione attraverso le generazioni, perché “L’uomo nasce buono e la società lo corrompe”.

Marx, che ha copiato dal filosofo ginevrino molto più di quanto non fosse disposto ad ammettere, è dello stesso avviso. La cultura di cui ciascuno di noi è dotato, è in gran parte un lascito delle generazioni precedenti, ebbene Marx condanna con parole estremamente dure “Le idee dei morti che pesano come un incubo sui cervelli dei viventi”.

A un certo punto le sinistre e gli uomini che le incarnano si trasformano da partigiani della natura in partigiani della cultura. Sembrerebbe una radicale incoerenza, ma probabilmente non lo è, si tratta verosimilmente di una strategia in due tempi: dell’eredità dell’uomo, prima attaccare la cultura che è l’elemento più facile da stravolgere, poi la natura, l’eredità biologica, dapprima negandone l’importanza e l’esistenza, e oggi attraverso l’immigrazione e l’imposizione del meticciato.

Il fine è lo stesso, la cancellazione di entrambe, la riduzione dell’uomo a una dimensione atomica, renderlo plasmabile in base alle più folli utopie, o stritolarlo a talento e gusto dei nuovi padroni “rivoluzionari”.

Il secondo approfondimento si salda bene a questo discorso. In Noi e la destra avevamo visto che le destre, almeno le destre classiche, a differenza di quelle populiste che si sono fatte carico di rappresentare il malessere dei cittadini europei per la politica di compressione dello stato sociale della UE e per l’immigrazione, sono oggi più che in difficoltà, sull’orlo dell’estinzione perché il potere mondialista potendo scegliere tra una sinistra neo-convertita al liberismo e una destra nell’accezione tradizionale del termine, sceglierà senz’altro la prima perché essa può fare “le riforme” che al potere interessano senza sollevare resistenze, dato che essa viene ancora erroneamente percepita da molti membri delle classi lavoratrici come “dalla loro parte”, e può permettersi impunemente quelle stesse “riforme” che fatte da un governo di destra spingerebbero la gente alla rivolta.

A ogni buon conto, ci sarà l’immigrazione a fornire alle sinistre un “proletariato alternativo” a sopperire alla disaffezione delle classi lavoratrici europee. Che queste ultime stiano già pagando un prezzo altissimo per questa politica sconsiderata e criminale, e che siano destinate in futuro a pagarne uno molto maggiore, è una cosa che a costoro non importa nulla, così come non importa nulla alle Chiese cristiane che si ammantano di falsa carità e allo stesso modo cercano negli invasori un “gregge” alternativo a quello di un’Europa ormai sempre più laica e secolarizzata.

Il fallimento e l’implosione del sistema sovietico hanno posto fine al marxismo come ideologia viva, rimane dovunque l’ingombrante cadavere della sinistra. I militanti di sinistra oggi rispondono fondamentalmente a due tipologie: c’è il no global, il black block, il frequentatore dei centri sociali, l’agitato e agitatore di professione per cui una qualsiasi visione del mondo di qualsiasi genere è sostituita dal puro esercizio della violenza. L’altro tipo umano è rappresentato dall’apparatcick, dal politico di mestiere, dal burocrate che si crede un manager, magari con velleità intellettuali.

Di per sé entrambi i tipi andrebbero incontro a un progressivo declino conseguente al tramonto dell’ideologia marxista e alla disaffezione del loro elettorato tradizionale per i partiti di sinistra, ma quelle stesse caratteristiche che in passato hanno reso le sinistre funzionali all’aggressione sovietica contro il mondo non comunista, si rivelano oggi altrettanto utili a farne uno strumento del potere mondialista, ai cui piani si adeguano perfettamente favorendo l’immigrazione e il meticciato nell’illusione di crearsi un “proletariato alternativo” alle sempre più disaffezionate classi lavoratrici europee.

Contrariamente a quanto potrebbe sembrare a prima vista, anche il primo tipo di “compagni”, il “no global”, è strettamente funzionale agli interessi del potere mondialista, non è solo da considerare il fatto che costoro portano avanti contro di esso una contestazione totalmente mondializzata (la globalizzazione non è altro che l’aspetto economico del mondialismo), ma quel che conta, soprattutto, è che dopo la scomparsa del “paradiso sovietico”, a differenza dei movimenti identitari e populisti, essa non ha alcun elemento propositivo, è del tutto priva di prospettive, e quindi non fa altro che canalizzare il risentimento della gente in una direzione innocua per il potere mondialista a cui qualche sporadico episodio di violenza non arreca certo un danno significativo.

Se non proprio quei rottami umani che sono i “no global” e i frequentatori dei centri sociali, quanto meno i leader dei movimenti di protesta di sinistra ad essi in qualche modo contigui, come Syriza in Grecia e Podemos in Spagna, mostrano piena consapevolezza di questo legame, e una volta giunti in posizioni di potere, si comportano esattamente come la sinistra “istituzionale”. La stessa cosa si può dire per il Movimento Cinque Stelle italiano, e forse non è un caso che esso abbia il suo leader in un comico. I toni battaglieri della sua protesta sono continuamente contraddetti nella pratica dalla sua costante disponibilità a fare da rincalzo al PD, e dal fatto che la sua politica non si distingue in nulla da quella di quest’ultimo dovunque la partita elettorale l’abbia portato ad acquisire una fetta di potere amministrativo, ed esprime lo stesso razzismo anti-italiano, una politica scopertamente a favore dei cosiddetti migranti contro gli Italiani nativi.

Nella peggiore delle ipotesi, si può sempre ricorrere al “richiamo della foresta” antifascista per schierare grillini e no global contro i movimenti identitari e populisti che rappresentano un ostacolo al progetto mondialista di cancellazione dei popoli europei.

Avendo abbandonato il socialismo ed essendosi trasformate in zelanti neofite dell’economia liberista, gli uomini di sinistra oggi sono quelli che offrono le maggiori garanzie al potere mondialista: basta chiamare “riforme” la demolizione dello stato sociale e la riduzione dei diritti dei lavoratori e dei cittadini.

Il PD italiano è in questo senso un esempio addirittura paradigmatico. Molti recentemente hanno messo in dubbio che lo si debba considerare un partito di sinistra. Lo è, e a pieno titolo, e difatti sta facendo quello che le sinistre hanno sempre fatto dal 1917 in poi, cioè TRADIRE le classi lavoratrici.

Sarebbe un po’ troppo semplice pensare che da parte delle sinistre europee ci sia semplicemente un errore prospettico in buona fede (“buona fede” e “sinistra” sono due termini che non vanno mai insieme), cioè l’aver scambiato per il suo antico sogno cosmopolita, il progetto del grande capitale internazionale di creare una società multietnica di futuri schiavi (piano Kalergi), o l’aver abbracciato con entusiasmo da neofiti i dettami dell’economia di mercato e del liberismo dopo il fallimento dell’esperienza sovietica. Questo significa non aver compreso l’ampiezza della “mutazione genetica”, una mutazione che non si è realizzata tutta in una volta, ma parte da lontano ed è iniziata, si può dire con la “rivoluzione d’ottobre” del 1917, quando una mostruosa tirannide autocratica è stata spacciata per “lo stato dei lavoratori”.

Tuttavia, la svolta veramente decisiva è probabilmente avvenuta con la contestazione del 1968: qui si realizzò in sostanza un “pactum sceleris” fra i rampolli delle classi alto-borghesi e i partiti di sinistra quali erano stati fin allora, l’iniezione di robuste dosi di ideologia marxista in ogni ganglio della società e della cultura in cambio di importanti posizioni di potere nell’informazione, nella cultura, nella magistratura, nell’istruzione. Tutto ciò ha costituito una pre-condizione per quel che è avvenuto a partire dal 1991 con la dissoluzione dell’impero sovietico, perché se da allora la sinistra ha abbracciato con entusiasmo da neofita una “filosofia” liberista ed è passata nella pratica alla liquidazione dello stato sociale, questo lo si deve soprattutto al fatto che questa “filosofia” coincide perfettamente con l’interesse della sua leadership come classe sociale, ed è del tutto opposta a quello delle classi popolari che la sinistra finge ancora di rappresentare.

C’è un detto che afferma: “Se non sei parte della soluzione, sei parte del problema”. Dalla sinistra oggi il popolo lavoratore, la gente comune, quella che si dovrebbe avere il coraggio di ricominciare a chiamare la nazione, il corpo sociale sano e produttivo, non si può aspettare nulla di positivo, si può solo attendere imposizione fiscale sempre più pesante, disoccupazione, trattamenti discriminatori e razzisti a favore degli ultimi venuti. Tanto è vero che per esempio un movimento come quello britannico di Nigel Farage che si è staccato dai laburisti rendendosi conto dei danni che la politica pro-immigrazione ha portato ai lavoratori inglesi, è stato subito etichettato come “di destra”. Infatti, dalla sinistra la nostra gente, il popolo lavoratore, può aspettarsi solo sciagure.

Tanto prima la gente se ne renderà conto, tanto prima e più massicciamente comincerà a togliere consenso alla sinistra sul piano elettorale, tanto meno flebile sarà il barlume di speranza che ancora abbiamo.

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Categorie: sinistra

Pubblicato da Fabio Calabrese il 11 Marzo 2016

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. antonio

    Condivido pienamente! Grazie Fabio.

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