EreticaMente intervista Alessandro Giuli ( a cura di Luca Valentini)

EreticaMente intervista Alessandro Giuli ( a cura di Luca Valentini)

Alessandro Giuli, Condirettore de Il Foglio, autore di un apprezzabile testo “Venne la Magna Mater” per le Edizioni Settimo Sigillo, curatore di numerosi articoli sulla religiosità romana ed arcaica in generale.

  • 1) In una nota intervista, reperibile anche sul web, lamentava ironicamente l’assenza di intellettuali di destra: è rimasto sempre della stessa opinione? Perchè, a suo parere, nonostante ciò, una data area culturale è tanto temuta, da scatenare, come recentemente accaduto per esempio, virulenti attacchi dalle colonne de Il Manifesto?

Senza offesa per nessuno, ma non ho cambiato opinione. Il recente attacco del Manifesto è rivolto essenzialmente contro la figura di Julius Evola, che ha abbandonato la Terra nel 1974. E’ la dimostrazione che semmai alcuni ambienti residuali, nostalgici e veteromarxisti temono determinate idee aristocratiche e tradizionali (definirle di destra mi pare quanto meno approssimativo, riconosco che alla fine ci si può piegare per comodità a tale toponomastica ma solo a patto di aggettivare il sostantivo “destra” in modo opportuno. E qui in genere cominciano gli equivoci e nasce discordia…). Queste idee si sono parzialmente incarnate in Evola e oggi faticano, diciamo così, a trovare una forma recipiendaria adeguata. Giu 2

  • 2) Sempre rimanendo nel medesimo riferimento, come giudica l’alto grado di apprezzamento che riscuotono nel dato ambiente culturale il filosofo marxista Diego Fusaro ed il giornalista Massimo Fini, amici entrambi di questo sito web?

Non so chi sia Diego Fusaro. Conosco invece Massimo Fini, dai tempi in cui pubblicò con Enzo Cipriano (Settimo Sigillo) la prima edizione del suo “La ragione aveva torto?”. Mi pare che il meglio di sé l’abbia dato allora.

  • 3) In un simpatico scambio dialettico con Giorgia Meloni in Tv, qualche anno fà, lamentava la poco aderenza ai modelli spirituali e identitari di una precisa visione del mondo. Condivide, con noi, che certi riferimenti archetipali non possano essere soggetti a processi evolutivi?

Concordo. Gli archetipi non evolvono e non involvono. Diverso è per gli uomini, che agli archetipi possono attingere e che degli archetipi dovrebbero essere un magnete vivente. Nei fascicoli del Gruppo dei Dioscuri – lo ricordo qui anche per offrire un esempio attuale di “polarità” imprescindibile – s’insiste molto sul fatto che l’uomo è un campo di battaglia e, se si ferma lungo il cammino per la propria metanoia, non può che retrocedere (si retrocede un pochino anche solo parlando troppo, parlando troppo degli altri, scrivendo troppo, firmando troppo con il proprio nome e cognome, andando troppo in tivù, guardando troppa tivù, rilasciando interviste… perché si corre il rischio di fastidiare il silenzio: è meglio giocare a carte scoperte, esserne consapevoli). L’uomo è un pro-getto, ma non è scontato che l’esperimento riesca. Anche la così detta destra contemporanea ne è la prova visibile.

  • 4) Nelle nuove dinamiche di sviluppo politico – economico di portata planetaria, una Weltanschauung tradizionale come ritiene possa esplicitare la testimonianza di una dimensione altra che resiste alle rovine?

E’ la domanda delle domande, questa, perfino oziosa direi. Altri ben più degni di rispondere lo hanno fatto in passato. Comincerei, un po’ per scherzo un po’ no, a non chiamarla più Weltanschauung, alla tedesca, ma visione del mondo. Ciò detto, quel che sta avvenendo in sede di sviluppo globale economico-politico mi sembra il trapasso di un evo, lo scadere del saeculum moderno. Si aprono spazi esteriori di lotta, e per chi riesca a conservare e realizzare la forma umana si dilatano anche notevoli possibilità di crescita interiore. Da qui penso si possa muovere, per “testimoniare” una visione tradizionale. Il mostro globalizzato non è che apparenza nelle mani di piccoli tiranni, e i piccoli tiranni aiutano il guerriero a tenersi desto: dunque c’è anche energia, potenza che stritola o che mette alla prova i forti. Anche in questo caso non m’invento nulla di originale, per fortuna. Su un piano più pratico, insisto nel richiamare alla necessità di un rapporto autentico con la vis numenque delle presenze di cui è intessuta la trama della natura. Possiamo chiamarle divinità, naturalmente. Ma per far questo servono figure viventi, esempi da seguire, e un kalendarium che funga da rosa dei venti, per intercettare il luogo, la stagione e il momentum in cui operare in armonia tra micro e macrocosmo, il kairòs degli Elleni. Tutto il resto verrà con naturalezza, successivamente, per legge di causa ed effetto.

  • 5) In tale prospettiva, anche Lei intravvede nella prospettiva euroasiatica e russo-centrica, l’unica alternativa al modello capitalista di dominio anglo-americano?

Le alternative uniche non esistono, e men che mai può essercene una al di fuori dell’Italia e di Roma Aeterna che, prima di consistere in un luogo fisico “polare”, è uno stato dell’essere da conoscere e realizzare dentro di sé. Dopodiché possiamo discutere di Russia e di Europa, ma da Romani e non da subalterni a un’ecumene moscovita in cui relegare illusioni fideistiche. Certo Putin è più simpatico di Hillary Clinton, ma il suo imperialismo cesaropapista non appartiene ai popoli italici.

  • 6) Quanto, nel futuro dell’Occidente, ritiene possa ancora incidere la dimensione politica e quanto una rivalutazione del mondo culturale e prettamente tradizionale?

Il mondo tradizionale, che non si esaurisce in un modello culturale perché non attiene alla sfera logico-discorsiva del mentale, non ha alcun bisogno d’essere rivalutato. Semplicemente “è”, e non è dato non-essere, come insegnava Parmenide. Intendo dire che a un livello superiore, essenziale, archetipico, il mondo non è nemmeno “tradizionale”: è se stesso, limpido e lucente come nello sguardo aurorale di un fanciullo. Non c’è un mondo tradizionale da salvare: è già salvo di suo, intatto e inaccesso ai nemici del divino. Chi si pone su un piano esteriore, profano, terrigeno, deve per necessità logica metterlo in contraddizione dialettica con quel che tradizionale non è, o non appare, e battersi affinché le porte d’accesso a quella dimensione superiore siano presidiate, protette e indicate a coloro che meritano, ma sopra tutto aperte cum grano salis affinché determinate forze vengano attratte nella dimensione fenomenica per purificarla e restaurarla di continuo nella sua bellezza, nella sua armonia. E’ questo il significato della Lustratio che i nostri padri praticavano periodicamente nei confronti delle città, degli eserciti, dei focolari, degli armenti. In questo contesto possono trovare un loro senso la cultura e la metapolitica, come strumenti ancillari, ulteriori, di un continuo processo magico teso alla riconquista del proprio sé vivente, divino.

  • 7) In una nota rubrica che Lei cura per Il Foglio, si dedica all’accurata disamina della Tradizione Classica d’Occidente. Ha in passato e recentemente invocato il ritorno del Fuoco Sacro di romana memoria: è un auspicio o una possibilità che ritiene concretamente possibile, nonostante le dinamiche moderne non sembrino favorire tale rinascita?Giu 3

Né un auspicio né una possibilità, una certezza “centrata” non nell’umana convinzione, ma nella volontà degli Dei della Patria. Il Fuoco Sacro non si è mai mosso dalla propria sede aurea, saturnia. Non c’è quindi da attendersi rinascite, trattandosi di qualcosa che vive immobile nell’intangibile atemporalità. Semmai si può parlare di nuova manifestazione dell’eterno, appunto rappresentato dal Fuoco Sacro di Roma, inestinto e inestinguibile. Chiedersi se sarà possibile la rinascita di qualcosa di intrinsecamente eterno, determina una forma di adesione, più o meno consapevole, al moto contrario, che agisce negativamente e in senso opposto, felicemente definito “il grande rito della disperazione”. La verità è che l’uomo di ferro se n’è allontanato, quindi sono nate le scimmie o la moltitudine dei quadrumani travestiti da umani che per lo più circolano oggi. Le “dinamiche moderne” non possono nulla contro il Fuoco Sacro o Roma Aeterna. Ma gli uomini, come dicevamo sopra, possono invece dimenticare, perdere il ricordo di sé e abbrutirsi. E nella dimensione sub lunare i numi degli Dei si manifestano tramite gli uomini, in un rapporto di mutua solidarietà che gli avi nostri definivano pax deorum. Per lo meno nell’ultimo ciclo, questo che ora va chiudendosi, così è stato. Come dice Vergilio, “i Fati troveranno la via” e individueranno semmai altre forme. Nel frattempo, se i nostri culti aviti saranno celebrati, se rifulgeranno i Fuochi dei Lari delle famiglie gentili, e i numi verranno nuovamente invocati a difesa della Patria, con ciò si offriranno rinnovati approdi terreni alle forze celesti.

  • 8) Nell’Elogio al Politeismo dell’antropologo Maurizio Bettini, si mette in guardia il lettore dalla confusione spesso insita nell’assunzione di riferimenti alla Tradizione di Roma in forme astrattistiche di mitologia, spesso di natura poetica o filosofica. In merito, non si dovrebbe recuperare, al contrario, la pragmaticità tipica della religione romana, prettamente anti-mitica come ci ha rammentato recentemente un Carandini?

Bettini è uno studioso di valore (ho appena scritto in modo abbastanza elogiativo del suo ultimo libro su Vertumno, “Il Dio elegante”, uscito per Einaudi), si muove però in un ambito accademico e dunque profano, con qualche scappatella di troppo nella terra desolata del materialismo, con tratti evemeristici. Lui, e sto semplificando molto, sostiene che gli Dei romani sono una “creazione” civica da parte di magistrati-sacerdoti. Il che può perfino andar bene, se lo sostiene Evola o Kremmerz, perché loro nel magistrato-pontefice vedono una scintilla stellare in fattezze umane che amministra il sacro, gli dà forma e lo articola storicamente dopo aver realizzato e ottenuto, nell’hic et nunc pre temporale, la condizione e la potestà per esercitare la propria funzione mediatrice fra i tre mondi. Bettini di fronte a questa visione sverrebbe, o riderebbe, chissà. Idem per Carandini, che ha in più il merito di aver agito sotto impulso medianico per scoprire alcune fondamentali tracce storiche dell’Urbe romulea (una Roma già storica, evidentemente, quindi transeunte). Se vogliamo cercare un punto di riferimento per la così detta teoria “demitizzante” e “anti genetica” relativa al mondo romano, il meglio che si possa trovare è il professore emerito Enrico Montanari, allievo di Dario Sabbatucci e suo erede nella cattedra di Storia delle Religioni alla Sapienza. Come il suo maestro (emme minuscola!), Montanari evidenzia per Roma una continua tensione contraria alla mitizzazione e alla prevalenza del sangue (sopra tutto dinastico e gentilizio). Il che in parte corrisponde al vero. Ma anche qui siamo in un terreno accademico, limitato sotto il profilo delle cose essenziali, tanto da indurre al sospetto che possa nascere una mitologia dell’antimitologia tutta moderna e sviante, e che con Roma nulla c’entra. Roma è ortoprassi, esperienza vivente, conoscenza noetica, rito necessitante… non si può pretendere che un uomo comune (tutti noi, a vario grado, per capirci) vi si avvicini prescindendo da una risonanza cardiaca, dunque il sangue c’entra eccome, all’inizio… ma qui mi fermo.

  • 9) Sempre a proposito di miti, veri o presunti, in alcuni suoi scritti è apparso il criptico Ekatlos, riferimento quasi fondante di un certo tradizionalismo italico-romano. Non le sembra giunto il momento di sgombrare il campo da confusioni e volute incomprensioni, riportando il famoso racconto evoliano, apparso in Krur 1929, nel suo naturale ambito, cioè l’ambiente dell’ermetismo italico di matrice myriamica, gravitante il Circolo Virgiliano di Roma, così come documentalmente evidenziato dagli studi di Cristian Guzzo – Pino Maddalena e Fabrizio Giorgio?

Nutro stima, e per vie indirette penso di avere anche un debito di gratitudine nei confronti dell’ambiente myriamico. Eppure dico che l’ambito naturale del “criptico Ekatlos” è quello della magia ekatea etrusco-romana e poi teurgico-neoplatonica (tendenza Proclo, per intenderci). Riconosco volentieri che la magia avatarica di origine egizio-myriamica ha contribuito in modo decisivo affinché quel rito di difesa dei confini sovrani venisse riscoperto e dinamizzato. Tendo però a spersonalizzare, non mi appassionano le rivendicazioni postume, preferisco pensare che ad agire siano le forze sacre del Genio Patrio, come del resto ci insegna il gruppo che scelse lo ieronimo Ekatlos, e non Myriam, per identificare l’origine della Grande Orma. Provo a fare un esempio su scala molto ridotta. Ogni anno a Mamoiada, in occasione del Carnevale, il collegio in maschera dei Mamuthones ripete non so quanto consapevolmente il rito saliare della primavera (l’AmpTruare…), collabora con Marte vivente affinché i germogli verdi spuntino come cuspide di lancia dalla terra indurita nel rigore invernale. Con alcune varianti più dionisiache, lo stesso rito avviene in altre località della Sardegna, nell’Italia sannita, e poi in Europa dal Portogallo alla Bulgaria passando per Ungheria e Grecia. Quando i Mamuthones indossano la maschera, sono eudemoni in azione. Smessi gli abiti rituali, tornano a essere uomini come tanti. Il che non fa di Mamoiada un marchio d’elezione: ove mai i Mamuthones smettessero di praticare il rito, Marte vivente troverebbe altri collaboratori. Giu 4

 

  • 10) In conclusione, rammentando l’alta lezione sapienziale di un Pio Filippani Ronconi, conviene con noi, che il simbolo di Roma, nella sua perennità debba ritrovare la propria esplicitazione in una severa prospettiva catartica ed interiore, piuttosto che in formalità rievocative che spesso accomunano la celebrazione del Natale di Roma alle farsesche riunioni di Predappio? La ringraziamo del tempo concessoci a nome dell’intera Redazione di EreticaMente.

 

Non esistono solo la catarsi interiore e la scampagnata archeologica, ambiti evidentemente troppo distanti tra loro per appartenere allo stesso mondo. “L’esplicitazione” di Roma conserva le sue forme da lunghi secoli, indifferente alle distorsioni che ne vorrebbero volgarizzare l’essenza. La Luce di Roma ha ritrovato delle aperture nella coscienza di uomini predestinati per un arduo compito, riapparendo fulgida nei nostri tempi, e il Gruppo di Ur, Julius Evola e il Gruppo dei Dioscuri ne sono stati, o sono ancora, una dimostrazione. A tal proposito è stato scritto “una luce è stata visibilmente riaccesa e mai più potrà essere spenta”. Ecco, credo che questa sia la dimensione nella quale meglio esplicitare i simboli perenni di Roma. Quanto a Predappio, lì c’è la tomba famigliare di Benito Mussolini, nato e morto cristiano, artefice dei Patti lateranensi. Se parliamo di politica, possiamo fare un discorso più o meno indulgente nei suoi confronti, ma non è il nostro caso. Qui parliamo di Roma Aeterna (non solo perenne, Aeterna, perché la perennità ha un inizio e si addice ad altre e minori altezze) e con Roma Aeterna Mussolini non ha nulla a che vedere. Ebbe, sì, negli anni Venti e poi (forse) nel 1936, la possibilità di solennizzare la riapertura di un ciclo eroico attraverso il richiamo alla Dea Roma e al suo Genio, ma la sprecò per varie ragioni che originano nelle sue debolezze umane, nelle circostanze storiche dell’epoca… Di lì in poi il tracollo mussoliniano era già scritto a lettere di fuoco. E’ giunto il momento di affermare che quel conto, il conto della damnatio memoriae dell’imperialismo romano causato dal fascismo, è stato pagato fino in fondo. De hoc satis. Quanto alle “formalità rievocative”, concordo sul fatto che dietro certe esibizioni demotiche di piccoli fasti paganeggianti si cela la vacuità di chi, lungi dall’aver messo al posto giusto se stesso, preferisce arredare di fantasmi il mondo intorno a sé. Mettere al posto giusto sé significa anzitutto purificarsi e divenire se stessi; un lavoro continuo sull’io storico, per giungere all’essere profondo, è indispensabile. Può non bastare una incarnazione. Ma al dunque si diviene se stessi mediante l’atto, il gesto perfetto di Mithra che uccide il toro, non tanto incrociando le gambe in qualche esotica postura. Non penso che questo corrisponda precisamente con le vedute cristiano-ortodosse e antroposofiche di Filippani Ronconi: la sua esistenza e la sua opera intellettuale meritano massimo rispetto, ma è bene evitare di confondere i piani, anche perché Filippani Ronconi, in un determinato periodo, abbastanza recente, ha scritto anche di “demoni peregrini”, riferendosi alle religioni abramitiche, per cui, di fronte a così diverse prese di posizione, diventa difficile orientarsi.

 

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Categorie: Intervista

Pubblicato da Luca Valentini il 19 Marzo 2016

Luca Valentini

Redazione di EreticaMente.net, cultore di filosofia antica, di dottrina ermetico-alchimica e di misteriosofia arcaica e mediterranea: collaboratore di riviste come Elixir, Vie della Tradizione, Atrium, Fenix Rivista, Il Cervo Bianco, Pietas, Il Primato Nazionale. Dirige le collane Arcana, rarità classiche ed ermetiche, ed Orfeo, narrativa e poetica esoterica, per la Casa Libraria Edit@ di Taranto. Partecipa a seminari di ricerca di livello nazionale ed europeo. Ha pubblicato testi inerenti l'Alchimia, l'Amor Sacro e di poetica ermetica.

Commenti

  1. Enrico

    Devo fare i complimenti a Giuli ed al suo intervistatore.
    Erano anni che non leggevo in così poco spazio concetti così importanti ed esposti in forma tanto chiara e lucida. Non conoscevo Giuli come persona così preparata in certi argomenti. Grazie davvero. Enrico

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