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Antahkarana, Indriya, Tanmatra e Bhuta – Riccardo Tennenini

Antahkarana, Indriya, Tanmatra e Bhuta – Riccardo Tennenini

Ora che abbiamo elencato tutti i tattwa e definito la sostanziale differenza tra Purusa e Prakṛti passiamo alla definizione dei vari gradi di manifestazione individuale dividendoli in quattro categorie, escludendo Purusa e Prakṛti di qui abbiamo già parlato. Il primo è antahkarana che comprende: manas, buddhi, chitta e ahamkāra sensi interni mentali. Nel secondo troviamo gli Indriya che comprende: buddhindrya, karmendriya. Nel terzo i tanmatra: sukshma-sharira gli elementi sottili che appartengono al dominio della manifestazione sottile informale. Per ultimo troviamo i bhūta: sthula-sharira gli elementi grossolani che appartengono alla manifestazione formale, che formano il corpo. Il buddhi è il secondo dei venticinque tattwa descritti dal Sāṃkhya, e la prima di tutte le produzioni di Prakriti. Questo tattwa anche se ad uno stato  molto alto appartiene alla manifestazione, perciò ha in se la Prakriti; infatti come abbiamo detto in ogni manifestazione, in qualunque grado la si considera, presuppone necessariamente Purusha e Prakriti, l’«essenza» e la «sostanza». Buddhi è l’intelletto superiore quello che nella filosofia Platonica prende il nome di noèsis la facoltà trascendente conoscenza intuitiva e prediscorsiva espressione del «Sè» nella manifestazione. E la più alta facoltà di discernimento che possieda l’individuo; potremo chiamarla percezione intuitiva, discernimento immediato, visto che è molto vicina ad  ātman.

Quindi se consideriamo il «Sè» ātman come un Sole metafisico allora buddhi sarà un suo raggio che scende illuminando il centro dell’essere umano, il cuore. Che come abbiamo detto nei capitoli precedenti si identifica con Purusa che risiede al centro dell’individividualità umana come dimora Brahma vale a dire nel punto di incontro tra buddhi e jīvātman. La sua funzione è quella di trascendere andando al di fuori o al disopra del sensoriale – mentale; sorpassando il livello mente analitico – discorsivo.

Lo scopo del Vêdânta è la ricerca dell’assoluto in quanto Reale. Uno degli strumenti che usa è viveka, la discriminazione intellettiva tramite il controllo della manas subordinata alla buddhi. In questa condizione il potere manas\sensoriale si spegne e la buddhi permeata dal sattwa, viene liberata riflettendo la conoscenza di ātman. La finalità è di portare l’individuo all’integrale liberazione dell’ignoranza metafisica, dimostrando che l’Assoluto è Uno-senza secondo e che Jīva o jīvātman è ugualmente quello. Buddhi come abbiamo detto è il più alto delle quattro parti del antahkarana che a seconda delle sue vrtti (modificazioni) comprende: manas (mente), chitta (memoria) e ahamkāra (l’io).

Tutto ciò che noi chiamiamo «mondo reale» è frutto della proiezioni della mente esattamente come lo è il mondo onirico durante il sonno. Naturalmente entrambi i tipi di proiezione risultano reali fintantoché la conoscenza non sarà sufficientemente risvegliata rompendo il velo di māyā. «Come gli oggetti di sogno sono non-reali, così, per la stessa ragione, sono non-reali gli oggetti allo stato di veglia. La differenza è che si tratta di uno spazio ristretto e gli oggetti esistono entro il corpo.»[1]

Lo yoga sopratutto quello di Patañjali da molta importanza alla purificazione e al dominio della mente. Lo yogi vive da eremita asceta nel grande Silenzio, e niente modifica quella quiete. Usa la mente quando e come crede avendo assoluta padronanza del karma riuscendo a smettere di pensare così il binomio causa e effetto che sono rappresentazioni della mente cessano raggiungendo la condizione più alta di conoscenza. «La mente può essere dominata da uno sforzo incessante come quello che sarebbe necessario per vuotare un oceano goccia a goccia, con l’aiuto di un filo d’erba kusa»[2]

«Per l’uomo la mente costituisce causa di schiavitù e di liberazione: quando aderisce agli oggetti dei sensi è causa di schiavitù (macchiata dal rajas); quando non ha rapporto con gli oggetti, di liberazione (purificata dal rajas e dal tamas porta al mokṣa)»[3]

Possiamo collegare il  manas alle diverse correnti come: l’empirismo che ritiene l’esperienza unico fondamento del conoscere dal punto di vista oggettivo; il razionalismo dove è la ragione il fondamento e strumento essenziale o addirittura esclusivo della conoscenza e dell’acquisizione della verità. Altre correnti che possono essere citate sono il naturalismo che interpreta tutti i contenuti e le esigenze della vita, nonché le sue manifestazioni, in chiave scientifica e biologica e assume la natura come unica realtà. E il materialismo identificando ogni aspetto della realtà con la materia. Tutte queste correnti le possiamo considerare come «espressioni della mente».

«Quando tutti i desideri che albergano nel suo cuore sono venuti meno, allora il mortale diventa immortale e qui stesso consegue il Brahmān»[4].

La chitta invece è la memoria subconscia intesa come «archivio» di tutti i pensieri.  La scoperta di questo «grado» all’interno della mente fece nascere la psicanalisi come speculazione attorno alla sfera inconscia attraverso la regresione per fare emergere queste memorie conservate in questo «l’archivio» che è ciò che abbiamo ereditato avvertito solo vagamente al livello della coscienza o aldifuori (inconscio). La pericolosità di «aprire l’archivio» è che possono farci ricordare cose positive ma anche eventi negativi che la manas a rimosso e una volta ripristinati causano forti shock  o traumi. Tutte le «malattie mentali» o psicofisiche sono causati da una forzatura o errata apertura dell’«archivio». Ahamkāra di qui abbiamo parlato all’inizo è il terzo tattwa del Sāṃkhya, dà all’«l’Io» la funzione di imporre la convinzione dell’individualità affetto dagli oggetti esterni e interni, che sono oggetti di precezione e contemplazione molte volte associato all’ego che portò all’egoismo e la scoperta dell’individualismo volto ad affermare l’autonomia del singolo.

Infine «spegnendo» la  manas si raggiunge la «mente di Dio» la buddhi la più alta forma di conoscienza differita da tutte le correnti sopra citate (nate in seno a «l’Io») pone  l’intuizione da qui deriva l’idealismo che considera l’idea il vero reale, immutabile e universale, essenza e modello eterno delle cose sensibili, apprensibile solo all’occhio della mente situata nell’iperuranio quel mondo oltre la volta celeste che è sempre esistito, in cui vi sono le Idee immutabili e perfette, raggiungibile solo dall’intelletto, non tangibile dagli enti terreni e corruttibili. È importante notare come nella visione classica la volta celeste rappresentasse il limite estremo del luogo fisico: la definizione di “oltre la volta celeste”, dunque, porta l’Iperuranio in una dimensione metafisica, aspaziale ed atemporale e, dunque, puramente spirituale quindi nel «Sè».

Questo stato una volta raggiunto i segnali non arrivano più dall’esterno soggetto\oggetto della manifestazione formale ma da jīvātman diretto alla manifestazione informale di buddhi. Perciò in rapporto con vijñāṇa concepita come ternaria è allora identificata alla Trimūrti divina che indica i “tre aspetti” di una divinità (Deva) o della divinità suprema. Deva infatti significa «Dio» applicato ad Īśvara ma, considerato agli esseri individuali è jīvātman, quest’ultima d’altronde essendo il riflesso di ātman nello stato individuale umano, non potrebbe esistere senza l’intermediario di buddhi: ricordiamo che il raggio determina la formazione dell’immagine e che, contemporaneamente, la ricollega alla sorgente luminosa. È proprio in virtù del rapporto fra il «Sè» e l’«io», che si può considerare, l’intelletto come passante dallo stato di potenza universale allo stato individualizzato. L’intelletto non cessa di essere quello che è; esso produce allora, come risultante di questa intersezione, ahamkāra (coscienza individuale) implicita in jīvātman, alla quale è inerente. Dopo aver affrontato l’antahkarana andiamo a scoprire i cinque tantamatra o sukshma-sharira dunque incorporee e non percettibili esteriormente; i tanmatra sono, i principi rispettivi dei cinque bhūta o sthula-sharira e sensibili. Questa analogia tra  tantamatra e bhūta è simile a quella tra «essenza» e «sostanza». Infine ci sono i dieci tattwa cinque buddhindrya di sensazione ed altrettante karmendriya d’azione. Il manas partecipa contemporaneamente di queste e di quelle, che è unita alla coscienza ahamkāra.

 

 

SCHEMA RIASSUNTIVO

 

Antahkarana (senso interno)

Buddhi, chitta, ahamkāra, manas.

 

Indriya (sensi di percezione e azione)

Buddhindrya,  karmendriya.

 

Tanmatra (corpo sottile)

Sukshma-sharira.

 

Bhūta (corpo grossolano)

Sthula-sharira.

 

 

 

 

[1]    Māṇḍūkya Upaniṣad: II, 4.

[2]    Gauḍapāda, Māṇḍūkya Upaniṣad: IV, 55; III, 41.

[3]    Amritabindu Upanishad: 2, in Cinque Upanishad.

[4]    Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad; IV, IV, 6-7.

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Categorie: Ārya, Tradizione

Pubblicato da Riccardo Tennenini il 28 Marzo 2016

Riccardo Tennenini

Ferrarese classe 1989, inizia i suoi studi con Rèné Guénon e Julius Evola passando per i maestri del pensiero Occidentale: Platone, Aristotele, Plotino e Plutarco. Successivamente si orienta sulla filosofia orientale dell'Advaita Vedanta. Gestisce il sito Fede Spada e scrive sul mensile Avanguardia.

Commenti

  1. aldo piccozzi

    per favore,cosa vuole dire che tutto è proiezione della mente? è una specie di mentalismo dove ognuno crea il suo mondo personale? / eppure tutti vediamo lo stesso mondo./ oppure che con la mente interpretiamo le proiezioni che provengono dall assoluto? grazie. alpi.

  2. aldo piccozzi

    grazie Daniele lo leggerò volentieri. aldo.

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g. casalino

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J. Thiriart

m.houellbecq

g. colli