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Noi e la destra – Fabio Calabrese

Noi e la destra – Fabio Calabrese

Io penso che ricorderete che lo scorso autunno qui a Trieste abbiamo avuto un incontro organizzato dall’associazione “Humanitas” con Anna K. Valerio attuale direttrice delle edizioni di AR per la presentazione del libro Pensieri antimoderni di Nicolas Gomez Davila. Io non ve ne ho parlato perché altri lo hanno fatto prima di me sulle pagine di “Ereticamente”.

In quella circostanza ebbi una piccola discussione con la Valerio circa l’uso del termine “nazista”, da lei, così come da Freda, preferito a “nazionalsocialista”. Si tratta di un termine di cui io sconsiglio l’uso perché è un nomignolo più che un’abbreviazione, che ha assunto delle connotazioni fortemente denigratorie. Al riguardo, la Valerio, ricalcando in questo l’atteggiamento di Franco Freda, manifestò un’opinione esattamente contraria alla mia.

Tuttavia, riflettendoci, il contenuto di tale scelta mi sembra chiaro: un certo fastidio per la parola “socialismo” che appare agli occhi di Freda e della Valerio come “troppo plebea”.

E’ un atteggiamento che onestamente non condivido. Soprattutto oggi che le sinistre hanno del tutto “smarcato” cioè tradito le classi lavoratrici mettendosi al servizio del capitalismo mondialista per realizzare un sogno cosmopolita che si tradurrà fatalmente nell’incubo di un’umanità multietnica senza patria e senza identità che fornirà i ranghi dei futuri schiavi al servizio del capitale apolide, e favoriscono l’immigrazione nell’illusione di costruirsi con essa un “proletariato alternativo” che le sostenga al potere per l’eternità (che è l’unica cosa che interessa loro davvero), sarebbe importante in opposizione assoluta a tutto ciò, riscoprire la nostra idea di socialismo e prima ancora di socialità come Volksgemeinschaft, come appartenenza alla comunità nazionale, sangue e suolo, dove non ci possono essere figli e figliastri, privilegiati e derelitti, e lo stato non sia il comitato d’affari dei banchieri, ma possa subordinare l’economia alle finalità della nazione; anche perché le prime a essere colpite dal disastro dell’immigrazione sono proprio le classi lavoratrici, il cui potere contrattuale sul mercato del lavoro è automaticamente deprezzato dall’immissione di tante braccia non qualificate. L’immigrazione va di pari passo con l’atrofia dello stato sociale.

In più, bisogna dire che oggi abbiamo più che mai l’esigenza di chiudere i conti col destrismo, col liberalismo, con l’atlantismo, con tutte quelle posizioni assolutamente non “nostre” sulle quali la Guerra Fredda e l’esigenza della lotta al comunismo ci avevano costretti ad appiattirci.

Tuttavia, non si tratta certo di un semplice opportunismo tattico. Su ciò che noi siamo, possiamo o dovremmo essere, naturalmente sono possibili diverse interpretazioni, ma quella che dovrebbe in ultima analisi avere la prevalenza su tutto il resto, è l’INTERPRETAZIONE AUTENTICA del fondatore del nostro movimento.

C’è un brano davvero memorabile di Benito Mussolini, che purtroppo non ho sottomano e sono costretto a citare a memoria, ma in modo aderente – credo – al suo significato, nel quale egli spiega che la grande novità rivoluzionaria del XX secolo è stata l’irruzione delle masse popolari, del popolo lavoratore sulla scena storica, irruzione che fu concretizzata in particolare sui campi di battaglia della prima guerra mondiale. Rispetto a ciò, il fascismo non poteva e non doveva rappresentare un passo indietro, e concludeva con la celebre frase “Joseph De Maistre non fa parte del nostro albero genealogico”.

Né De Maistre, evidentemente, né gli altri esponenti del pensiero conservatore.

Sbaglieremmo se considerassimo l’idea del socialismo nazionale un semplice adattamento alle finalità “nostre” dell’idea socialista. Al contrario, è il “nostro” socialismo l’idea primaria, e il “socialismo” marxista una degenerazione.

Molto prima di Marx, J. G. Fichte aveva elaborato l’idea dello stato organico eretto intorno a una comunità stretta da vincoli di sangue e dove, proprio perché si tratta di un legame di tipo naturale e non formale, contrattualistico, non è ammissibile che ci siano eccessive differenze di ricchezza.

Ben s’intende che Freda e Anna K. Valerio si collocano in una “destra” aristocratica alla stessa maniera di Julius Evola, che ha ben poco o nulla a che fare con ciò che comunemente s’intende per destra. Sono posizioni che si possono non condividere interamente, ma senza per questo assumere quella distanza che occorre invece nei confronti della destra liberale, liberista, conservatrice, atlantista, massonica e/o cattolica.

Generalmente nei nostri ambienti, nei confronti di Julius Evola si notano atteggiamenti di soggezione adorante, o di rancore che sembra quello di innamorati delusi. Sembra impossibile che lo si valuti semplicemente come un pensatore importante, non il solo, del nostro ambiente, che non va considerato Dio in terra né buttato alle ortiche.

Evola stesso non ci ha reso le cose più facili; uno dei suoi libri ad esempio si intitola Il fascismo dal punto di vista della destra (Visto da destra nelle edizioni più recenti, sembra che la brevità dei titoli sia diventata una specie di obbligo). Forse avremmo gradito di più che qualcuno ci spiegasse la destra dal punto di vista del fascismo.

Naturalmente, noi capiamo bene che quando Evola usa il temine “destra”, ciò che intende non è affatto la destra parlamentare, liberista, codina, conservatrice, atlantista, massonica o cattolica, e che il termine è assunto in un significato più ampio ma meno appropriato di antimodernità.

Nello stesso tempo però, dicendo che “destra” e “sinistra” non ci riguardano perché si tratta di concetti della terminologia parlamentare e noi siamo contro il parlamentarismo, semplifichiamo un po’ troppo le cose, perché certamente qui abbiamo a che fare con un uso esteso dei termini destra e sinistra che trascende il parlamentarismo, potremmo vederli come sinonimi impropri di tradizione e progressismo.

A qualcuno potrebbe sembrare un paradosso, ma quel pensiero aristocratico di cui Julius Evola e mutatis mutandis, Freda, ci hanno dato un esempio, è molto più vicino alle posizioni del socialismo nazionale di quel che sembrerebbe a prima vista, mentre non ha nulla a che fare con la destra conservatrice e parlamentare.

Un buon esempio di trait d’union o forse di sintesi fra le due cose, è rappresentato dalla figura di Ernst Juenger. L’autore de L’operaio, che fu vicino alle posizioni dei nazionalbolscevichi, è animato da una visione di socialismo aristocratico “prussiano” che ha il suo centro nel rifiuto della democrazia. Quest’ultima nasce dalla rivoluzione francese che non fa altro che prolungare uno spirito antigermanico nato con la controriforma cattolica, ed è l’esaltazione di tutto ciò che è antitedesco, borghese, mercantile, che ha aggredito e umiliato la Germania con la Grande Guerra (Juenger scriveva tra i due conflitti mondiali). Contro di essa, nella visione di un “socialismo militare” egli fa appello da un lato alla tradizione aristocratica ed eroica, dall’altro all’anima profonda, popolare dei Tedeschi.

Su un punto Juenger aveva torto. La riforma protestante è stata probabilmente esiziale per lo spirito e l’ordine tradizionale dell’Europa assai più della controriforma cattolica.

E’ ovvio che per quanto riguarda Evola, Freda, la Valerio e a maggior ragione Ernst Juenger, il termine “destra” è del tutto improprio. Bisognerebbe semplicemente smettere di usarlo.

Un fatto recente mi ha permesso di toccare con mano tutto l’abisso di mentalità che c’è tra “la destra” e noi. Ero andato su di un gruppo facebook dove ho trovato un lungo post, un vero e proprio articolo che magnificava la “potenza ancestrale” (sic!) del tricolore nazionale, una sparata retorica che non mi è sembrata per nulla condivisibile, considerando le origini della nostra bandiera ricalcata sul modello giacobino della Francia rivoluzionaria. Mi sono permesso di commentare che per riscattare il tricolore dalle sue origini giacobine, non c’è nulla di meglio di una bella aquila romana con il fascio littorio fra gli artigli.

APRITI CIELO! La risposta è consistita in una salva di improperi contro la RSI e il suoi combattenti, accusati di essere “traditori della patria” per essersi rifiutati di ubbidire agli ordini di un re traditore e disertore che, abbandonando il suo posto, era andato a consegnarsi al nemico, e aver continuato a difendere la loro terra e la loro gente dall’invasore.

Quello a cui si attaccano questi “destri” non è altro che un vuoto formalismo, perché è evidente che l’8-9 settembre 1943 ha gettato una macchia indelebile sull’onore della nazione italiana, e gli alleati che pure beneficiarono ampiamente del tradimento di casa Savoia, furono i primi a dimostrare nei confronti dei nuovi “cobelligeranti” il più ampio disprezzo, un disprezzo che si manifestò ad esempio con il più tragico dei dileggi. La ricostituita aeronautica “del sud”, ad esempio fu impiegata nei Balcani in appoggio ai partigiani di Tito. I nostri aviatori non lo sapevano, ma i comandi alleati lo sapevano benissimo, di aiutare le bande slave comuniste nel massacro della nostra gente.

Ne è una tragica riprova il destino di coloro che avevano “ubbidito agli ordini del re” in buona fede, e dovettero presto rendersi conto del clima di disprezzo degli alleati per il governo fantoccio instaurato a Brindisi. Ricordiamo il suicidio dell’eroe comandante sommergibilista Carlo Fecia di Cossato, e la morte dell’asso degli aerosiluranti Carlo Emanuele Buscaglia che si schiantò con un bimotore rubato nel tentativo di raggiungere il nord.

Noi possiamo capire che quando Giorgio Almirante varò l’operazione “destra nazionale” assieme ai monarchici, raggiunse probabilmente il punto di massimo allontanamento dalle nostre idee e diede il via alla dissoluzione politica della nostra “area” portata poi a compimento da Gianfranco Fini.

Questo formalismo è probabilmente lo stigma più evidente della mentalità “di destra”, una mentalità chiusa, tetragona ai cambiamenti, il non rendersi conto o il non voler rendersi conto che i tempi cambiano, e occorrono di volta in volta risposte adeguate alle circostanze, che è tutt’altra cosa dal tener fede agli ideali e ai principi che non mutano col tempo.

Ne è un chiaro esempio ancora oggi il fatto che fra “i destri” si contano ancora ferventi atlantisti e ammiratori degli USA, sebbene la minaccia sovietica, teorica giustificazione dell’esistenza della NATO, si sia dissolta da un quarto di secolo. Il pericolo islamico non costituisce una giustificazione per questa “alleanza” che è in realtà un sistema di vassallaggio imposto agli stati europei: non scordiamoci che l’offensiva islamica contro l’Europa è cominciata con l’aggressione congiunta NATO-islamica alla Serbia nella crisi della ex Jugoslavia, e che il grande finanziatore dell’islamizzazione dell’Europa è l’Arabia Saudita, da sempre buona amica e socia in affari degli USA.

Oltre a ciò, ci possono essere pochi dubbi sul fatto che è proprio d’oltre Atlantico che oggi ci arriva il veleno “culturale” più corrosivo che distrugge la cultura e le tradizioni europee. E vi rimando una volta di più alla lettura di quello stupendo saggio sull’argomento, che è “L’incolmabile fossato” di Sergio Gozzoli.

Oggi “destra”, così come “ubbidire agli ordini del re” nel 1943, significa non rendesi conto o non volersi rendere conto dei tempi in cui si vive.

Tuttavia di una cosa possiamo essere certi: se oggi la sinistra è ectoplasmica (un fantasma di quello “spettro del comunismo” di cui parlava Marx), la destra è asfittica e condannata a morte politica a scadenza più o meno breve.

Il fatto è che il potere mondialista dietro le quinte delle cosiddette democrazie occidentali è di un assoluto pragmatismo, “Non importa di che colore sia il gatto, importa che mangi i topi”. Se il lavoro di privatizzazioni, di riduzione dello stato sociale, di confisca della ricchezza prodotta dai popoli a favore di una ristretta e parassitaria oligarchia di signori dell’alta finanza, può essere fatto da una sinistra convertita al liberismo con lo zelo dei neofiti e che ha del tutto voltato le spalle alle classi lavoratrici, e che può presentare tutto ciò come “riforme”, allora tanto meglio, perché il popolino raggirato le accetterà senza protestare, convinto nonostante tutte le evidenze, che i partiti di sinistra siano “dalla sua parte”, laddove gli stessi provvedimenti presi da governi di destra avrebbero spinto la gente sulle barricate.

Una conferma di ciò sono stati in Italia prima il crollo nel 1991 del sistema di potere che sembrava inamovibile, della DC, poi nel 2011 la liquidazione di Silvio Berlusconi, pallido epigono dell’era democristiana, messo alla porta come un cameriere licenziato, a cui i suoi veri podroni, e non certo il “popolo sovrano” che non ha avuto alcuna voce in capitolo, hanno dato il benservito.

I movimenti oggi etichettati come “di destra” che stanno avendo importanti successi in Europa, il Front Nationale in Francia, Alba Dorata in Grecia, Jobbik in Ungheria, sono in realtà movimenti populisti ed euroscettici che con la destra conservatrice non hanno nulla a che spartire, e che si caratterizzano per atteggiamenti di ostilità alla definitiva cessione al capitale apolide e privato della residua sovranità degli stati europei, e all’immigrazione allogena con le sue inevitabili conseguenze di meticciato e sostituzione dei popoli d’Europa, si pongono quindi in antitesi con quelli che sono i progetti del grande capitale finanziario internazionale, cosa che la destra conservatrice si è sempre ben guardata dal fare.

Noi non abbiamo alcun motivo di legare il nostro destino a quello di un cadavere. Dobbiamo piuttosto ricordare che “destra” e “sinistra” hanno oggi perso ogni significato, ed è invece fra servi e oppositori del potere mondialista che si divide l’arena politica.

Una nota sull’immagine che correda questo articolo. Questi tre militari sono da sinistra i primi due Carlo Fecia di Cossato e Carlo Emanuele Buscaglia. Il terzo è Adriano Visconti, asso dell’aviazione da caccia della RSI. Un uomo che ha salvato la vita di un numero imprecisato ma di certo elevato di nostri connazionali, abbattendo i quadrimotori alleati che andavano a seminare il loro carico di morte sulle nostre città. La ricompensa che ha avuto, è stata una raffica di mitra alla schiena da parte dei “prodi” partigiani dopo la resa del 25 aprile. Un traditore secondo i monarchici.

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Categorie: destra

Pubblicato da Fabio Calabrese il 10 Febbraio 2016

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. R. C E S A R I
    *
    C O N T R I B U T I
    P E R U N A V I S I O N E A P O L L I N E A
    D E L M O N D O

    Del Fascismo si dice che fu nazionalista, cattolico, capitalista, socialista, sindacalista, reazionario, retorico, populista, progressista e via elencando; certo, egli fu anche molte di queste cose, ma il nazionalismo c’era anche prima, e così il cattolicesimo, il capitalismo, il socialismo, il populismo, la retorica, e tutto il resto. Queste forme storiche che già dominavano la realtà, presero solo possesso più o meno profondamente del nuovo arrivato, come del resto avviene sempre (è accaduto anche nel Rinascimento), ma se egli avesse potuto operare più a lungo non vi è dubbio che simili circostanze avrebbero progressivamente perso la loro incidenza nella misura in cui la vera potenzialità del soggetto emergeva e si affermava. Ora, se noi facciamo astrazione da tutte queste “interferenze” che erroneamente sono ancora considerate come essenze del Fascismo, mentre in genere non furono che aggregati e gregari contingenti, scopriamo un punto che, specialmente nel Fascismo italiano, viene sempre rimosso, eliminato con fastidio e insofferenza anche da molti di coloro che lo identificano, o si identificano, nel Fascismo di quelle componenti, o di una parte di esse (a tanto arriva l’incomprensione): questo punto centrale è il problema della razza. Allora, se negli innumerevoli aspetti del Fascismo sopra citati, sociali, politici, organizzativi, esistenziali ecc, noi possiamo sempre trovare degli interlocutori, e tutto indipendentemente dalle varie interpretazioni, qui, e solo qui, il Fascismo (e il fascista) si troverà sempre assolutamente solo: qui nessun dibattito è più possibile con nessuno. Questo è il punto che da quei “tutti”, in quanto derivati dalla comune matrice cristiana, non viene affatto considerato come un semplice, seppur “discutibile”, avversario, ma come il nemico in sè. Ma se ciò che fa “rivoluzionario” un movimento rivoluzionario è l’elemento di assoluta discontinuità con tutto ciò che trova, allora il risultato conclusivo di una seria indagine può essere solo questo: la razza è l’essenza del Fascismo! Solo qui la “razza” non si configura più come una semplice “variazione sul tema”, come ad esempio in Sud Africa o negli Stati Uniti, condizione addirittura grottesca all’interna di un sistema democratico-egualitario, ma diventa il tema stesso con tutta la profondità dei suoi possibili svolgimenti.
    Già nel primo capitolo del “Mein Kampf ”, quindi già dal 1924, il Fuerher condensava in poche proposizioni
    l’intero progetto della Germania Nazionalsocialista per i secoli futuri; e questo progetto, già lo si è visto, non riguardava affatto gli aspetti economici, sociali e organizzativi dello Stato, tutti contingenti, ma proprio la sua Anima, cioè esattamente ciò per cui lo Stato e l’intera comunità nazionale dovevono vivere e operare
    continuamente: “Il Reich tedesco deve come Stato riunire tutti i tedeschi, col compito di estrarre da questo
    popolo i più preziosi fra gli elementi originari di razza per ricondurli, lentamente, ma in modo sicuro, ad una
    posizione di dominio”. Idea che confermerà pochi mesi dopo la presa del potere in un discorso ufficiale al
    congresso del partito (agosto 1933): “Il Nazionalsocialismo riconosce la presenza di sostanze razziali diverse nel nostro popolo. Lungi da lui l’idea di rifiutare in sé e per sé questo miscuglio….esso auspica tuttavia che la
    direzione politica e culturale del nostro popolo conservi il volto e l’espressione dell’unica razza che, con il suo eroismo e le sue predisposizioni interiori, ha forgiato il popolo tedesco a partire da un conglomerato di
    componenti diverse”. Il progetto platonico del “Politico”, inteso come colui che misura e porta alla misura
    l’essenza dei vari componenti l’intera comunità e li dispone in funzione di un equilibrio superiore, trova nel
    progetto nazionalsocialista la sua più profonda e totale attuazione. Ma da ciò risulta che le tanto vituperate “leggi 178 razziali”del 1934 in Germania e del 1938 in Italia (senza con questo voler discutere, almeno per quelle italiane, del loro valore intrinseco, o addirittura della semplice conoscenza, spesso elementare, dei vari “legislatori” locali), furono autentiche leggi fasciste proprio perchè portarono al netto superamento del semplice nazionalismo borghese ottocentesco.

  2. Cassandra Del Greco

    Sarebbe auspicabile che qualcuno, dalle Ar, raccogliesse la (bonaria) provocazione ed esponesse in maniera più articolata le ragioni di questa “antipatia”, diciamo così, per la parola ‘socialismo’. Ragioni che temo non si possano liquidare tanto sommariamente («troppo plebea»); può anche darsi che la risposta sia – più o meno facilmente – reperibile da ciascuno tra i massicci e carichi scaffali della libreria, tra le belle pagine dei volumi, tra le righe – sottili – di una prefazione, tra i dettagli delle traduzioni attentamente curate dalle Ar.

    Detto ciò, non si può non concordare con l’ottimo Calabrese sulla necessità di una smarcatura – netta; diremmo meglio: una bella virata (… a destra!) – rispetto alle ‘destronze’ – mi si passi il termine – parlamentari, borghesi, liberali e liberiste, atlantiste, conservatrici e cattoliche, perfettamente (e spesso grottescamente) incarnate da politicanti e partiti che da troppo tempo si decorano (o vengono decorati) della solenne investitura di “destra”.

    Una precisazione: non tutto ciò che è ascrivibile a movimenti di ispirazione conservatrice potrebbe essere da buttare; pensiamo ad esperienze – che pure potremmo ricondurre al “Tradizionale” – come quelle definite nel loro complesso “rivoluzione conservatrice”, tra le quali annoveriamo – tra gli altri e tanto per fare un esempio, lo stesso Jünger lodato proprio da Calabrese. Né tutto ciò che differisce dalla spiritualità gentile potrebbe essere da deprecare: ce la sentiamo di disconoscere la cristianissima Guardia di Ferro di Codreanu, la rivoluzione islamica di Khomeini, il pensiero di Réné Guénon, considerato uno dei “padri” del Tradizionalismo?

    Dice bene il prof. Calabrese, sul fatto che “destra” e “sinistra” non ci riguardano (più): le etichette sono riduttive, mute, sterili.
    Se dovessimo, tuttavia, fare una precisazione – ancora una, veniam peto – non sembra «del tutto improprio» il termine ‘destra’ riferito a coloro che non hanno avuto remore a rivendicarlo: lo scritto di Evola l’ha già citato lo stesso Calabrese; sarà qui interessante rimandare al saggio di un giovanissimo Freda, Per un radicalismo della destra: Cavalcare la tigre, apparso sul periodico di studi e azione politica Tradizione (a.I n.1 luglio-agosto 1963), oggi contenuto nella V e ultima edizione de La disintegrazione del sistema (Ed. Ar, Padova, 2010); mi permetto un ultimo suggerimento, un breve scritto dal titolo eloquente: «Vera Destra», «radicalismo di Destra» e «cultura integrale» (P. Carini), a corredo e conclusione del pregevolissimo volumetto di Chiara Stellati, Una ideologia dell’origine. Franco Freda e la controdecadenza (ed. Ar, Padova 2001).

  3. Maurizio Barozzi

    Eccellente articolo, bravo Fabio.
    Posso aggiungere solo alcune considerazioni.
    Se ragioniamo in termini metastorici nessun dubbio che il fascismo e il nazionalsocialismo hanno rappresentato una manifestazione storica della Tradizione nei tempi moderni, il secolo delle masse.
    Ma questa considerazione inizia e termina qui, a “posteriori”, perchè il fascismo è un fenomeno politico del tutto nuovo che affonda le sue radici sia nei principi immortali della sapienza antica, ma anche nelle manifestazioni storiche che la legge del divenire ha determinato e tra queste, sia pure in piccola parte, la rivoluzione francese e il risorgimento, che da un punto di vista strettamente ideologico, vengono considerate “sovversive”.
    Questo perché questi eventi hanno determinato fatti nuovi che il fascismo, un fenomeno politico e rivoluzionario, non reazionario, ha interpretato e superato e proprio per questo ebbe a incidere nella sua dottrina che l’ancien regime ha fatto il suo tempo e che indietro non si torna.
    Non a caso Evola, che pur resta un importante riferimento ideologico, di fatto, politicamente era rimasto a Metternich e non aderì alla RSI, perchè dal suo punto di vista non la trovava in linea con i suoi principi. Ora si da il caso il che il pensiero di Evola è logico e conseguenziale e quindi dal suo punto di vista aveva ragione. Ma in termini storici e politici egli errava e si pose fuori dal fascismo. Il fascismo liquidò la Monarchia non solo perchè il Re fuggiasco e traditore l’aveva insozzata, ma anche perchè oramai il principio “regale” non poteva più adempiere a quei compiti, spirituali al quale Evola si riferiva. Su indicazioni di Mussolini la RSI intese anche rivedere le famose e famigerate “cariche dall’alto” con un sistema nuovo che non sconfinasse nella democrazia (mancò però il tempo, causa la sconfitta, per la Costituente). E così le Aristocrazie che oggi troviamo nei Casinò, nelle stazioni termali o negli scandali da rotocalco, oppure a ballare in Tv con Platinet.
    Il socialismo di Mussolini risolse anche il problema della giustizia del lavoro, in temrini socialisti nuovi. I tempi delle caste, per cui i rapporti di lavoro erano regolati secondo propria ontologica natura, erano oramai finiti e per sempre, e quindi essendo il rapporto di lavoro, volenti o nolenti, regolato dalla “paga” era d’uopo introdurre i principi di giustizia sociale.
    Questo è il fascismo che by passa Marx e va oltre. Se ci si vuole riferire alla politica il fascismo è questo, repubblicano e socialista, perchè quello del 25 luglio e del ventennio, conservatore, è tramontato per sempre e uno iato separa le due epoche. Le stesse corporazioni, precisò la RSI, non avevano potuto realizzare la giustizia paritetica tra Lavoro e Padronato, in quanto il padronato facilmente le piegava ai suoi interessi . E quindi in RSI, con la Socializzazione, si intese correggere questa carenza delle Corporazioni.
    Un ultima nota. La DESTRA nelle sue varie manifestazioni aveva sempre avuto una sua legittimità ed dignità nel nostro paese, almeno fino alla Seconda Guerra mondiale. Così come la Sinistra.
    Oggi però, dopo che dal dopoguerra in avanti, la DESTRA, tutte le destre, hanno di fatto tradito gli interessi nazionali per adeguarsi e subordinarsi a quelli Occidentali, ai nostri colonializzatori Atlantici, rinnegando quella Patria di cui si riempiono retoricamente la bocca, già il solo termine Destra andrebbe bandito, per ignominia, dal vocabolario politico nazionale. Non dimentichiamo che il fascismo nacque e operò in primis come strenuo difensore degli interessi nazionali. Tutto il resto viene dopo.

  4. La discriminante tra le due sponde, di destra e sinistra, è il nazionalismo militarista. Una destra (etno)nazionalista, che difenda la nazione e basi i suoi rapporti internazionali sulla forza, è l’unica destra, la nostra destra. Il socialismo è un aspetto economico-sociale interno, etnicamente circoscritto, che nulla ha a che fare con la sinistra, la quale è internazionalista e per forza di cose economicamente liberista, nonostante tutte le belle favole dei lavoratori uniti. La destra, quella vera, descritta brevemente sopra, ha ancora ragione di esistere se coincide con l’applicazione di un etno-nazionalismo (che è l’unico nazionalismo logicamente ammissibile) che esprima gli interessi di tutte le parti sociali della nazione (socialismo).
    La sinistra, quella vera, la vediamo all’opera ogni giorno nel governo extranazionale europeo-israelitico di matrice neomercantilista, che per mezzo dei governi “nazionali” fomenta la divisione delle parti sociali per indebolire il popolo autoctono di razza Bianca, la cui fine biologica è l’aspirazione di tutte le sinistre moderne.

    La destra da cui ci dobbiamo ben guardare, senza mai abbassare la guardia, è la destra (manipolata da elementi razzialmente estranei all’Europa) che rifiuta l’esistenza delle razze umane e quindi degli ethnos che compongono le nazioni, la quale destra, purtroppo,è l’unica esistente in Italia. Anche questa “destra”, nella sua modalità estrema, utilizza Evola tanto ampiamente quanto a sproposito, rendendolo estremamente pericoloso per lo sviluppo di un etnonazionalismo coerente.

    Complimenti per l’articolo, spero che il tema venga riproposto e sviluppato ulteriormente.

  5. Fabio Calabrese

    Nota 1488. L’etnonazionalismo non è destra. Destra in concreto significa liberismo, conservatorismo, atlantismo (filo-sionismo, magari), cattolicume o massoneria; nulla che ci riguardi.

    • Ci sono due destre: una che conserva una classe dirigente composta da tipi umani inferiori, nata quando l’aristocrazia, tanto cara al Barone Evola (e tanto invisa al Fuhrer), non ebbe più motivo di esistere, dato che non si parlava di aristoi ma di degenerati che nulla avevano a che fare col valore militare eroico. L’altra destra è quella opposta: potrebbe a questo punto essere chiamata sinistra, dato che nasce da una spinta contro la conservazione di uno status quo ingiusto, ma si parla piuttosto di “destra alternativa”, che purtroppo oggi sta cadendo nell’errore fatale dell’evitare la questione razziale. Si parla comunque di due destre parallele (che quindi non si incontrano mai) ma sono entrambe “a destra”, poiché la sinistra vuol dire sempre e comunque tendenza all’anarchia (all’anarco-capitalismo, favorendo la nascita di aristocrazie del denaro) e alla degenerazione verso il caos.

  6. Maurizio Barozzi

    Tendo a puntualizzare: l’aspetto nazionalista non è scindibile da quello sociale. Il fascismo ha superato le vecchie antitesi egheliane, destra sinsiira, trascendendole. Militarismo non è fascismo anche se il fascismo ha una visione “guerriera” della vita. Analisi razziali, oramai lasciano il tempo che trovano, non possiamo che farei i conti con il melting pot che ci hanno imposto, se non addirittura con la scoietà bisexy. . Aristocrazie, razze, presunte superiori ,sono tramontate o morte. Resta il principio, ma va adattato ai tempi nuovi. LA DETRA OGGI è UNA SOLA: QUELLA INDICATA SOPRA DA FABIO: LIBERISTA, ECONOMICISTA, BOTTEGAIA, QUALUNQUISTA, PSEUDO NAZIONALISITA, INSOMMA ANTIFASCISTA. CHE VAGHEGGIA UNA DESTRA ARISTOCRATRICA E’ FUORI DAL MONDO, ANCHE QUI RESTA SOLO IL PRINCIPIO, MA NON SI PUOì USARLO PER SALVARE IL TERMIBNE DESTR. E INFINE RIPETO QUANTO DETTO: DOPO OLTRE MEZZO SECOLO IN CUI TUTTE LE DESTRE, ANCHE QUELLE EVOLIANE (CON LA SCUSA DEL MALE MINORE), HANNO FATTO DA ZERBINO ALL’OCCIDENTE, DA ASCARI DEGLI ATLANTICI – E STENDIAMO UN VELO PIETOSO SUL PERIODO DELLA STRATEGIA DELLA TENSIONE – DOPO TUTTO QUESTO IL TERMINE DESTRA (SOCIALE, IDEALE, NAZIONALE, IDENTITARIO O COME VOLETE) DEVE ESSERE BANDITO DAL VOCABOLARIO POLITICO ITALIANO!

  7. Joe Fallisi

    Franco Freda ha in gran dispetto il termine nazionalsocialista e accetta solo quello di nazista (cfr. http://www.youtube.com/watch?v=i0EGPBQolUk)… C’è un piccolo particolare: fascismo e “nazismo” sono stati movimenti SOCIALI – e questa fu la loro vera forza -, piaccia o non piaccia al sig. Freda.

  8. Fabio Calabrese

    Io vorrei, tanto per ulteriore chiarezza, aggiungere una considerazione: la “destra aristocratica” vagheggiata da Evola e da Freda sarà anche “fuori dalla storia”, ma, come dovrebbe essere ben chiaro dall’articolo, io mi guardo bene dal metterla sullo stesso piano della destra borghese, liberista, atlantista, cattolica o massonica, persino sionista. Indipendentemente da qualsiasi altra considerazione, poi, un uomo come Franco Freda merita il massimo rispetto per il lungo calvario giudiziario impostogli dalla democrazia allo scopo di tappare la bocca a una voce troppo libera. Negli anni ’70, quando si rischiava di essere ammazzati dai “compagni” semplicemente girando per strada, era ovvio che l’anticomunismo fosse in cima alla lista delle nostre priorità, e questo portava a confondere le nostre posizioni con quelle della destra di cui sopra, ma il punto è questo. OGGI NON SIAMO PIU’ NEGLI ANNI ’70!

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