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L’animale culturale – Fabio Calabrese

L’animale culturale – Fabio Calabrese

 

Oramai ci sono pochi dubbi al riguardo, stiamo assistendo a un giro di vite del potere mondialista nei confronti di ogni forma di dissidenza delle manifestazioni di pensiero “non conformi”, accompagnato dalla rimozione di figure “scomode” di ieri e di oggi, capaci di dare un insegnamento che non è quello che il potere ammazza e schiavizza popoli vorrebbe.

Con ogni probabilità, non è per nulla una coincidenza che questo avvenga allo spirare del secondo mandato del primo presidente nero degli USA, un presidente destinato a non lasciare certo un buon ricordo di sé, la cui politica estera si è rivelata un globale fallimento, il cui tentativo di esportazione planetaria della democrazia ha provocato la recrudescenza del terrorismo islamico; in più scontando con l’esplodere della situazione siriana, il ritorno sulla scena internazionale della Russia come grande potenza.

Forse è proprio perché si sente meno sicuro sul piano internazionale, che il potere mondialista è spinto oggi verso una politica “interna” più incattivita e aggressiva nei confronti dei suoi sudditi e vassalli appartenenti all’Occidente eufemisticamente detto “libero”.

Vi ho già parlato della repressione che attualmente spira nel mondo della letteratura, di cui lo scrittore del fantastico H. P. Lovecraft è oggi la vittima maggiormente nel mirino (ma si tratta solo della punta dell’iceberg). Con una contemporaneità che sarebbe davvero sorprendente se dovuta a un semplice caso, in un brevissimo lasso di tempo, la stessa sorte tocca ora a due altre personalità: l’esploratore Cecil Rhodes e lo scienziato Konrad Lorenz.

Come nel caso di Lovecraft, secondo un’ipocrisia tipicamente democratica, la repressione nei confronti di Rhodes ha assunto l’aspetto esteriore di un’iniziativa popolare, una petizione di studenti ha chiesto e ottenuto la rimozione della sua statua dall’università di Oxford. Bisognerebbe non aver vissuto l’esperienza del ’68 per non rendersi conto di quanto le assemblee studentesche siano facilmente manovrabili, pronte a reazioni epidermiche, sensibili ai facili e falsissimi slogan di sinistra. In tutti e tre i casi, Lovecraft, Rhodes e Lorenz, l’accusa è la stessa, “razzismo”; un’accusa che io non cercherò nemmeno di controbattere, tanto è evidente che essa è pretestuosa. Essa è esattamente l’equivalente dell’accusa di eresia contro le vittime dell’inquisizione o quella di essere anti-partito contro le vittime dell’epurazione durante la “rivoluzione culturale” cinese.

Per quanto riguarda Konrad Lorenz, apprendiamo che l’università di Salisburgo ha deciso di cancellare la laurea ad honorem a suo tempo conferita allo scienziato.

Immagino che a questo punto sarete sobbalzati sulla sedia. Possibile, vi chiederete, Konrad Lorenz, uno dei più grandi scienziati della nostra epoca, forse l’ultimo per cui si può realmente usare il titolo di scienziato, mentre per tutti gli altri dopo di lui si usa quello più modesto di ricercatore.

Konrad Lorenz è stato il padre dell’etologia, lo studio del comportamento animale “sul campo”, a partire dalla constatazione che la psicologia animale fin allora studiata in laboratorio aveva esaminato il comportamento animale in condizioni altrettanto naturali quanto lo sarebbe il comportamento umano in un campo di concentramento.

Lorenz non è stato soltanto un grandissimo ricercatore; non meno importanti sono le sue formulazioni teoriche, soprattutto riguardo a quello che è un dilemma fondamentale della nostra cultura, l’antitesi natura-cultura; lo stabilire se e in che misura quello che noi siamo dipende dall’eredità biologica oppure dall’ambiente e dall’apprendimento.

Quello che è un dilemma che ha angustiato la cultura europea per due secoli, è risolto da Lorenz con una semplice frase:

“L’uomo è per natura un animale culturale”.

In poche parole, è la sua natura, la sua base genetica a fare dell’uomo un animale culturale, a permettergli di essere un creatore e un fruitore di cultura, e non ha alcun senso contrapporre le due cose.

Agli occhi di chi ha una visione del mondo naturalistica piuttosto che avere la testa infarcita di astrazioni, tale risposta all’annoso dilemma appare addirittura ovvia, ma si tratta di un’ovvietà che è una bomba a tempo sotto il basamento dell’idolo della democrazia.

Se infatti la capacità dell’uomo di creare e di fruire di una cultura dipende dalla sua base genetica, ed essa non è uguale in tutti gli esseri e i gruppi umani, allora non sarà uguale nemmeno la possibilità di tutti gli esseri e i gruppi umani di creare e usufruire cultura. Quanto basta per mettere in crisi il cosmopolitismo marxista e quello cristiano.

La sinistra DEVE negare questa semplice ovvietà per far passare la leggenda che gli uomini siano tutti uguali e/o che siano soltanto la cultura e l’apprendimento a renderli differenti.

Noi, io penso, non dobbiamo cadere nell’errore simmetrico di negare ogni valore alla cultura, all’apprendimento, all’educazione. Tuttavia è raro che ci si soffermi a pensare cosa significa realmente questo concetto di cultura. Questa idea (o ubbia) “culturale” che la sinistra vorrebbe contrapporre alla naturalità dell’uomo, è qualcosa di assurdo e contraddittorio.

Notiamo per prima cosa che, contrariamente a quanto avviene di solito con la formazione dei linguaggi specialistici, nelle scienze sociali il termine “cultura” ha assunto un significato non più preciso, ma più generico e vago rispetto al linguaggio comune. “Cultura” viene a significare tutto quanto è appreso in contrapposizione all’innato rappresentato dall’eredità biologica. Ciò che comunemente si intende per cultura, ma anche saper piantare un chiodo in un muro o sapersi allacciare le scarpe, ma il fatto stesso di parlare una lingua, cosa che è chiaramente il frutto di un apprendimento.

Di base c’è il fatto di volere a ogni costo considerare tutte le “culture” umane equivalenti, tipico dell’antropologia culturale, la pseudo-scienza creata da Claude Levi Strauss (nemmeno a dirlo, correligionario di Karl Marx e Sigmund Freud); le “culture” extraoccidentali equivalenti a quella europea, le farneticazioni superstiziose di uno stregone africano sullo stesso piano della nostra filosofia e della nostra scienza; in realtà si tratta di un puro artificio verbale, perché l’uso del termine “cultura” in questo senso “allargato” non abolisce il suo significato più specifico. Noi certamente possiamo dire ad esempio che una persona è colta, cosa che non avrebbe nessun senso nel significato dell’antropologia culturale, poiché ciascuno ha degli apprendimenti che non derivano dal patrimonio genetico, la propria lingua materna quanto meno, in questo senso, tutti saremmo colti e non lo sarebbe nessuno. Una capanna di frasche NON E’ e non sarà mai l’equivalente del Partenone o della cattedrale di Chartres.

Ma se cerchiamo di risalire alle origini di questa concezione dualistica che contrappone natura e cultura, innato e appreso, le cose si fanno ancora più strane. Questa contrapposizione, infatti, è stata introdotta nel pensiero europeo da Jean Jacques Rousseau, che ha contrapposto alla cultura come dato storico l’idea di una natura artefatta a proprio talento e gusto con la favola del “buon selvaggio”.

Che quanti abbiano creduto alla favola del “buon selvaggio” e contribuito a propagarla, poi abbiano dato involontariamente esca alla favola parallela del “buon europeo” (“buono” in senso gastronomico), di questo si accorsero ad esempio nella maniera più spiacevole James Cook e i suoi marinai.

“Cultura” in senso alto, in senso formante, che non è una gabbia che imprigiona ma uno scheletro che sorregge la persona, le dà un’identità forte, si può definire anche in un altro modo, tradizione. Contro il concetto di tradizione, Karl Marx ha puntato i suoi strali più feroci, l’ha definita ironicamente “La democrazia dei morti” e in toni drammatici “Le idee dei morti che pesano come un incubo sui cervelli dei viventi”. Naturalmente, non ha nemmeno senso chiedersi se sia stato mai consapevole del fatto che le SUE idee avrebbero pesato come il più atroce degli incubi – e non solo a livello psichico – sulle generazioni a venire.

NE’ NATURA NE’ CULTURA, potremmo dire, l’ideale marxista è quello dell’uomo ridotto a individuo atomico, nudo e inerme, facile preda di un meccanismo socio-politico che lo può riplasmare o stritolare a suo talento e gusto.

Il “socialismo realizzato” a partire dal 1917 si è rivelato una macchina perfetta per stritolare identità, tradizioni e culture, ma rispetto all’aspetto biologico, naturale dell’essere umano, poteva solo fare finta che non esistesse. Al presente, il capitalismo mondialista oggi imperante costituisce un passo ulteriore nella stessa direzione: l’eredità biologica dell’uomo contenuta nel suo patrimonio genetico non può ovviamente essere annientata, ma può essere ridotta al livello più basso attraverso l’imposizione dell’universale meticciato. Noi vediamo una volta di più che al di là delle apparenti contraddizioni e antagonismi, “socialismo” marxista e capitalismo mondialista si pongono su di una linea di sostanziale, profonda continuità.

Accanto ai testi divulgativi come “L’anello di re Salomone” e “Gli otto peccati capitali della nostra civiltà”, Konrad Lorenz è ovviamente autore anche di opere specialistiche meno note al grosso pubblico. Una di esse, “Evoluzione e modificazione del comportamento”, tratta proprio in maniera approfondita del rapporto natura-cultura. In essa Lorenz dedica ampio spazio a replicare ai suoi critici, principalmente “pensatori” marxisti e “psicologi” comportamentisti che vorrebbero a tutti i costi negare che nel comportamento umano (ma possibilmente anche delle altre specie animali) vi sia qualcosa di innato.

INNATO: questa è una parola che dà terribilmente fastidio a sinistra, ha il torto di riecheggiare antiche filosofie come quelle di Platone e di Cartesio (ma noi non ci vergogniamo per nulla di avere il grande Platone fra i nostri ascendenti), eppure rifiutarla per credere l’essere umano (ma anche le altre specie) il prodotto unicamente dell’ambiente e dei riflessi condizionati, è il massimo dell’assurdità, denuncia in ultima analisi una mentalità basata sull’astrattezza e non su di un approccio concreto al mondo naturale di cui l’uomo fa parte.

Sostanzialmente, l’esperienza delle specie viventi si può trasmettere alle generazioni successive attraverso due vie: o prove e successi o fallimenti “testati” dalla selezione naturale che incidono sul patrimonio genetico (innato), o come esperienza individuale che può essere insegnata alle generazioni successive (appreso), ma l’origine di entrambe è la stessa, l’interazione di organismi reali con un ambiente altrettanto reale, hanno lo stesso status ontologico, negarlo non può portare che a conclusioni insensate.

Il comportamentismo, che per mezzo secolo, fino agli anni ’60 è stato “la psicologia” negli Stati Uniti e che è poi confluito nel cognitivismo (corrente psicologica che ha come padre Ulrich Neisser – stranamente anche lui correligionario di Marx, Freud e Levi Strauss) ha spesso lanciato l’accusa infamante di innatismo contro l’etologia di Lorenz e contro la psicologia europea, in particolare Piaget e gli psicologi della Gestalt. A mio parere, si tratta di una corrente psicologica non meno ciarlatanesca della psicanalisi freudiana che è stata in tutto e per tutto una gigantesca truffa: partendo dall’osservazione banale che la mente altrui non è osservabile, con un riduzionismo a colpi d’accetta, ha preteso di ridurre tutta la vita psichica al meccanismo dei riflessi condizionati, come se non fosse possibile distinguere tra comportamento intelligente e comportamento insensato.

Si tratta di posizioni francamente assurde che fanno comprendere quanto rozzo, ciarlatanesco, improvvisato, sia quel complesso di idee che spesso e volentieri si fa passare per scienza. Che senso ha contestare il fatto che i meccanismi della percezione sono innati? DEVONO esserlo, devono per forza precedere l’esperienza, perché sono essi che la rendono possibile.

Naturalmente, se noi ci confrontiamo con un caposaldo della psicologia dell’età evolutiva come è stato Jean Piaget, ci muoviamo in tutt’altro ambito rispetto alle ciarlatanerie di marxisti, antropologi culturali, psicanalisti e comportamentisti; anche lui innatista per la constatazione in realtà molto semplice e ovvia che certamente gli apprendimenti sono forniti dall’ambiente, ma la possibilità di assimilarli varia a seconda dell’età sulla base di un programma di maturazione biologica che è innato. Chiunque abbia pratica di insegnamento lo può confermare: non è la stessa cosa insegnare ai bambini, agli adolescenti, agli adulti.

Eppure, anche Piaget avrebbe probabilmente dovuto recepire meglio le lezioni che venivano da Lorenz, dall’etologia e dalla sociobiologia. Lo si capisce soprattutto considerando la concezione piagettiana della formazione dell’etica, e dell’etica stessa, in due punti in particolare.

Che nel valutare un comportamento l’intenzione sia, come suggerisce Piaget, più importante del risultato, mi sembra discutibile e pericoloso. Non c’è soltanto il detto popolare che “la via dell’inferno è lastricata di buone intenzioni”, c’è il fatto che grazie alle ideologie di sinistra oggi dominanti per cui tutte le colpe sono imputabili “alla società”, la giustizia è già diventata una barzelletta; se si dovessero prendere per buoni tutti i “non volevo farlo” che si sentono nei nostri tribunali, non vi sarebbe più un reato che troverebbe una sia pur blanda punizione.

L’altra idea di cui Piaget avrebbe potuto trovare direttamente negli scritti di Lorenz la smentita, è che l’etica avrebbe un carattere convenzionale. Convenzionali sono le leggi, che infatti vengono cambiate spesso dai parlamentari, generalmente in modo da allontanarsi sempre di più dall’idea comune (e innata) di giustizia, ma l’idea del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto è innata, largamente comune a tutti i gruppi umani e nasce proprio come effetto di una selezione darwiniana; nessuna società può sopravvivere a lungo senza imporre certe regole ai suoi membri, proibire e punire l’omicidio, il furto, il mancato rispetto degli accordi. Lorenz, al riguardo parlava di “Quel diritto che è nato con noi e del quale nessuno parla”.

Io credo che non ci sia dubbio sul fatto che Konrad Lorenz sia uno dei pilastri della nostra cultura non solo scientifica, e che i suoi critici, non sempre in buona fede, siano perlopiù delle mezze tacche. È proprio questo il motivo dell’avversione viscerale che oggi gli dimostra la sinistra, in piena sintonia con gli intenti del potere mondialista che si cela dietro la maschera della democrazia e che, con l’accusa più o meno pretestuosa di razzismo, vuole sottrarci sempre più gli strumenti per conoscere e per pensare, in modo da poterci trasformare in docili schiavi.

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Categorie: Cultura, Konrad Lorenz, Psicologia

Pubblicato da Fabio Calabrese il 14 Gennaio 2016

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Daniele

    Mai schiavo, inattivamente ….fascista. Da bambino, nulla sapendo della storia , facevo sempre vincere i sudisti e i tedeschi. Meglio pochi, ma buoni.
    Complimenti per l’articolo, veramente chiaro ed interessante.
    Daniele

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