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Gli eroi son tutti giovani e belli – Franca Poli

Gli eroi son tutti giovani e belli – Franca Poli

Ernesto Che Guevara , nato il 14 giugno 1928 a Rosario in Argentina, ho davanti a me una sua fotografia e mi sorge spontaneo un apprezzamento: era davvero bello, anche i fotografi che lo ritrassero all’epoca dissero di lui che non avevano mai visto un volto altrettanto fotogenico. Il destino però, non lo volle fotomodello ma guerriero, o forse fu perchè nel suo sangue, irlandese per parte di padre e basco per parte di madre, scorrevano i cromosomi della ribellione, della lotta, della rivolta. Di fatto, a causa di una montatura mediatica, negli anni in cui ero giovinetta, divenne l’icona dei moti studenteschi, della contestazione giovanile, di una generazione che rimase abbacinata dalla sua bellezza, dal suo coraggio, ma che in realtà non lo conosceva per niente. Nulla c’entrava Che Guevara con “fate l’amore e non fate la guerra”, fu eretto artatamente a icona della pace, della libertà, quando lui in realtà era un guerrigliero, un eroe estremo, sempre pronto a combattere e a uccidere, hanno trasformato il suo rigore, la sua intransigenza in fascino da operetta, la sua passione in mito. Qualcuno disse che quella foto rappresentava la determinazione di cambiare il mondo a favore dei più deboli e al tempo stesso l’innocenza di chi crede ciecamente in un ideale e per esso è pronto a morire, per questo motivo la logica irrazionale di una certa ideologia ne fece sia l’eroe simbolo dei guerriglieri urbani pronti a entrare in clandestinità, che l’idolo dei figli dei fiori armati di chitarre.
CHE GUEVARA

Tornò utile, all’uopo, la sua tragica ed eroica morte avvenuta in giovane età quando, da invincibile, era divenuto vittima e fu sfruttata questa fotografia che lo rese immortale, scattata per caso il 5 marzo 1960 da Alberto Korda, mentre si stavano svolgendo i funerali delle vittime dell’esplosione di un mercantile che trasportava armi a Cuba, e portata in Italia da Feltrinelli qualche anno più tardi. Un basco con la stellina militare al centro, i capelli lunghi al vento, lo sguardo profondo perso a scrutare l’orizzonte, l’espressione contrita piena di rabbia e di dolore, uno sguardo intenso che resterà vivo per sempre, le labbra ben disegnate, morbide e addolcite dalla cornice dei baffi.

E da allora per oltre quarant’anni Che Guevara è stato oggetto di tutte le svalutazione commerciali possibili, la sua immagine ha subito la peggiore delle mercificazioni: è stata ridotta a logo per una maglietta e non solo, è finita ovunque si potesse stampare: su poster, portachiavi, bandiere, berretti, zaini, bandane, fibbie, orologi, e tatuaggi in un’apoteosi infinita di business, che hanno confinato il Che a una marionetta, un simulacro, da tirar fuori alla bisogna, quando c’era necessità di dar corpo a teorie assolutamente vuote e di animare masse oramai spente, alla faccia della lotta e della rivoluzione.

“Da molto tempo mi sbarri il passo, Ernesto Che Guevara. Ecco il tuo cadavere steso di traverso sul sentiero dove cammino. Posso scavalcarlo. O tirarlo per i piedi. O gettarlo nel burrone. Posso chiudere gli occhi e passare oltre, facendo un tranquillo scarto, come un vecchio cavallo che conosce la strada. Questo scarto l’ho fatto, ed ho camminato dal giorno della tua morte. Era dieci anni fa. Poi ho vissuto e mi sono allontanato da te. Non volevo essere complice dei fabbricanti della tua mitologia. Ti ho abbandonato a loro. Perché avrei dovuto cacciare i mercanti da un tempio che non era il mio ?” (L’incipit di “Una passione per Che Guevara” di Jean Cau, Firenze 2004)

In realtà Che Guevara ha pienamente rappresentato il nazionalismo rivoluzionario, era un coraggioso antimperialista che piaceva anche a Peron e che ben poco aveva a che spartire con i movimenti comunisti che non hanno fatto che alimentarsi di slogan e utopici discorsi. L’obiettivo della guerriglia, quando cominciò la lotta contro la dittatura di Batista a Cuba, non era la rivoluzione socialista, ma l’introduzione di riforme radicali tese all’indipendenza nazionale. E in seguito fu lo stesso Peron, a ospitarlo in Spagna e a metterlo in contatto coi guerriglieri algerini, siamo lontani dai concetti odierni di destra e sinistra. Il 24 settembre 1955 Guevara, in una lettera alla madre, in merito alla deposizione di Peron aveva scritto:

“Ti confesso con tutta sincerità che la caduta di Perón mi ha profondamente amareggiato; non per lui, ma per quello che significa per tutta l’America Latina…(…) l’Argentina era il paladino di tutti noi che pensavamo che il nemico stesse al nord.”

Il Che si batteva per combattere l’oligarchia, le ingiustizie e per liberare il suo continente dall’occupazione americana.

Fra i giovani di destra si coltivava il mito di Che Guevara molto prima dei movimenti studenteschi del ’68, lo ricorda lo scrittore e storico fiorentino Franco Cardini, allora iscritto al Movimento Sociale e poi alla Giovane Europa di Jean Thiriart, che disse di essere stato tacciato in famiglia come comunista per questo motivo. Racconta Mario la Ferla in “L’altro Che” che la destra ha amato e onorato questo personaggio prima che la sinistra se ne appropriasse indebitamente. Subito dopo la sua morte, a prendere posizione furono i fascisti reduci della Federazione Nazionale Combattenti della Repubblica Sociale dedicandogli il pezzo “In morte di un rivoluzionario”. A quei tempi “l’idea” non aveva ancora subito le mutazioni delle svariate destre italiane che l’ hanno soffocata sicuramente più del comunismo e poteva liberamente esternare l’ “amore” puro ispirato da questo paladino morto per la sua fede ideale, così come faceva per Marinetti, Celine e Drieu la Rochelle. E furono Pierfrancesco Pingitore e Dimitri Gribanovski, a comporre la ballata, cantata da Gabriella Ferri “Addio Che”, portandola in scena al Bagaglino, il popolare cabaret romano e a onorarlo, fra i primi, come mito, come l’eroe che “non muore nel suo letto” e “non vede finire la sua rivoluzione.” Per concludere questa carrellata di ricordi, a Valle Giulia, insieme ai giovani di sinistra, erano presenti un gran numero di ragazzi delle organizzazioni di destra che mostravano l’immagine del Che; gli intellettuali aderenti alla Giovane Italia e, qualcuno dei miei amici se lo ricorda, avevano scritto un articolo intitolato “Il fascista Che Guevara”; infine nel 1968, il primo a sceneggiare un film sulla sua epopea fu Adriano Bolzoni, reduce di Salò. Dunque il sostegno della destra per il Comandante fu senz’altro più consapevole di quello sbandierato successivamente dalla sinistra per molti anni.

Dopo la pubblicazione avvenuta nel 2005 di alcuni testi “segreti” di Che Guevara, diritti che comprò Mondadori dagli eredi, si scatenò un’aspra polemica a sinistra sul milione e mezzo di dollari pagati da Mondadori (famiglia Berlusconi) e quindi sul suo diritto di censura sui pensieri inediti del Che. Lo scrittore Robero Sarti scrisse “…concedere i diritti esclusivi a un’impresa capitalista significa lasciare ad essa carta bianca su cosa può o può non essere pubblicato, sulla base di una mera logica commerciale. L’errore sta quindi nella privatizzazione delle opere del Che, e poco importa che a pubblicarle sia Mondadori o Feltrinelli. Tale censura non può non avere a che fare con le crescenti critiche che il Che aveva cominciato a formulare verso le esperienze di “socialismo reale” dei paesi dell’Est europeo con cui era entrato in contatto dopo la vittoria della rivoluzione cubana. Il nostro giudizio scandalizzerà tanti epigoni dello stalinismo presenti anche in Italia, che pensano che la difesa della rivoluzione cubana può passare solo attraverso la raffigurazione di un paese senza difetti, dove un partito d’acciaio, monolitico, guida dal 1959 la popolazione verso le gioie del socialismo. La realtà è un’altra e i comunisti non devono avere paura della realtà, né nasconderla. Sarebbe un pessimo servizio che renderemmo alle classi oppresse. “

Dopo la presa del potere i rivoluzionari cubani, serrati dall’embargo degli Stati Uniti, applicarono il sistema suggerito dai sovietici e, in quei primi anni, Che Guevara era sinceramente convinto che quella fosse la strada da percorrere, ma che il maggiore intoppo fosse proprio questa pesante cooperazione cominciò a rendersene conto gestendo il ministero dell’industria e osservando i problemi del settore , dove venne accusato di introdurre misure capitaliste. Dopo la stabilizzazione del potere a Cuba , Che Guevara aveva viaggiato in tutta Europa, aveva visitato i paesi “non allineati” e aveva preso pienamente visione delle condizioni del popolo dove vigeva il sistema di “socialismo reale”. Criticava il metodo utilizzato dall’Urss che produceva disuguaglianze. Gli inediti rivelarono una posizione durissima di Guevara: “L’internazionalismo è rimpiazzato dallo sciovinismo (da poca potenza o da piccolo paese), o dalla sottomissione all’Urss, mantenendo le discrepanze tra altre democrazie popolari”.

È evidente che negli ultimi anni Che Guevara aveva sviluppato dubbi, perplessità e un certo scetticismo sul ruolo dei paesi ad economia di “socialismo reale” , il 24 febbraio 1965 da Algeri, dove era intervenuto al secondo Seminario economico di solidarietà afroasiatica, pronunciò un vibrante discorso pieno di accuse ad ampio raggio sullo”scambio ineguale” che mandò su tutte le furie la delegazione sovietica :“Come si può parlare di “reciproca utilità” quando si vendono ai prezzi del mercato mondiale le materie prime che costano sudore e sangue e patimenti ai paesi arretrati, e si comprano ai prezzi del mercato mondiale le macchine prodotte dalle grandi fabbriche automatizzate di adesso? Se stabiliamo questo tipo di relazione tra i due gruppi di nazioni, dobbiamo convenire che i paesi socialisti sono, in un certo modo, complici dello sfruttamento imperialista.(…)I paesi socialisti hanno il dovere morale di farla finita con la loro tacita complicità con i paesi occidentali sfruttatori.”

Tornato a Cuba, oramai disilluso, il 14 marzo successivo, dopo un lungo colloquio con Fidel Castro, consegnò a un amico una lettera per i genitori, in cui si diceva pronto ad abbandonare la vita politica e, preso nuovamente dal sacro fuoco della rivoluzione svanì nel nulla, si allontanò “per combattere l’imperialismo, dovunque esso sia”. L’idea era quella di “creare due, tre, molti Vietnam”, in clandestinità, passò dal Congo, alla Tanzania per approdare in Bolivia onde soddisfare il suo perenne desiderio di sfida: non era uomo fatto per i trionfi e per il potere, ma per l’azione.

“Cari vecchi, sento di nuovo sotto i talloni le costole di Ronzinante, riprendo la strada,impugnando lo scudo…”

Che Guevara aveva sperato dunque, nei suoi ultimi anni, in una diversa realizzazione del socialismo, la sua fine prematura ha interrotto ogni ricerca e, sulle conseguenze terribili che ebbe la sua missione in Bolivia, di sicuro c’è che aveva rotto con lo stalinismo. Il Che era andato per far nascere un movimento guerrigliero in una zona poco popolata, con l’aiuto soltanto di un gruppo di uomini fidati composto da sedici cubani, trenta boliviani, due argentini e tre peruviani. Non ebbe alcuna base d’appoggio nelle città, dove invece esisteva un forte movimento operaio politicizzato, da cui volle restare indipendente e per questo fu abbandonato, boicottato dalla direzione del Partito comunista che, dopo il suo ultimo viaggio a Mosca, lo bollava come “trotskista”. Questo l’imperdonabile “errore” che gli costò la vita. Infatti dopo dieci mesi,l’appoggio della popolazione locale era praticamente inesistente e fu tradito da una campesina, proprio una di quegli umili per cui si batteva. Una vecchia contadina che aveva scoperto i guerriglieri, “ci sono poche speranze che mantenga il silenzio”, si legge nel “Diario”. Il giorno dopo, presso la Quebrada del Yuro, i diciassette uomini superstiti dell’iniziale gruppo di guerriglieri che aveva iniziato l’avventura boliviana con il Che vennero sorpresi da cinque battaglioni di ranger. Caduti in un’imboscata, dopo tre ore di combattimento, alcuni morirono e gli altri vennero fatti prigionieri, anche Che Guevara fu ferito alla gamba destra e, con la carabina fuori uso, fu catturato. La mattina successiva venne ucciso, crivellato di colpi, aveva una vita intensa e lunghissima di eventi alle spalle, ma solo trentanove anni.

CHEGUEVARA MORTO

“Una rivoluzione si vince o si muore” a Cuba era andata in un modo, in Bolivia nell’altro. Era il 9 ottobre 1967, ed ecco un’altra fotografia diventare famosa e fare il giro del mondo, quella che riprende il suo corpo ormai esanime adagiato su una barella nella lavanderia dell’ospedale di Vallegrande. Ritratto in una luce plumbea, così inerme, abbandonato,vinto, a molti ricordò il Cristo Morto del quadro di Mantegna.

Un eroe o un martire, era un santo o le sue mani grondavano sangue? Poco importa, il Che era sicuramente onesto, simpatico, colto, amava la fotografia e sapeva ballare il tango, pochi soldi, quattro stracci e molti libri il suo bagaglio. Esaltato e ingovernabile, quando gli fu diagnosticato un enfisema polmonare, promise di fumare un solo sigaro al giorno e la mattina successiva, raccontavano i suoi uomini, si presentò con un sigaro lungo cinquanta centimetri che gli pendeva dalle labbra. Un po’ folle, ma generoso, audace, fino alla fine dei suoi giorni si è donato agli altri con disprezzo della vita. “Un uomo che ha agito secondo il suo pensiero e che è stato fedele alle sue convinzioni…” aveva scritto di sé in una lettera ai suoi cinque figli. Era stato un padre e un marito latitante, ma la sua scelta era quella di vivere in assoluta austerità, rubando ore al sonno e alla sua vita privata per essere sempre al servizio del popolo. Anche da ministro faceva la fila alla mensa come tutti gli altri, e combatteva con forza le storture del socialismo reale, prima fra tutte la burocratizzazione.

Che Guevara, un Don Chisciotte all’assalto dei mulini a vento, immagine che gli calza a pennello e da lui stesso evocata nella lettera ai genitori, era un romantico “condottiero del XX secolo”, pieno di contraddizioni e tormentato dall’asma, ma che correva incontro al nemico senza fiato e senza paura. Fu sicuramente un rivoluzionario autentico e non si può che rendergli onore da ogni parte per le sue scelte: abbandonò cariche di Stato, retribuzioni importanti e privilegi, per continuare la sua strada di ribelle, ritirandosi fra monti e boschi, accettando sacrifici e stenti per portare fino in fondo la sua lotta contro l’oro.

“Se un uomo non è disposto a correre qualche rischio per le sue idee, o le sue idee non valgono nulla o non vale niente lui”. (E.Pound)

Fu guidato solo da sentimenti leali, da ideali autentici, lottò fino alla fine per contrastare l’imperialismo che, di qualunque origine esso sia, soffoca le identità nazionali.

“Ogni nostra azione è un grido di guerra contro l’imperialismo, è un appello vibrante all’unità dei popoli contro il grande nemico del genere umano, gli Stati Uniti d’America…”(Che Guevara)

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Categorie: Controstoria

Pubblicato da Franca Poli il 6 Gennaio 2016

Franca Poli

Franca Poli, appassionata di storia recente, consulente del lavoro ma scrittrice e poetessa per divertimento. Scrivo, per passione da quando appena ne fui in grado pensai di vergare a grandi lettere il mio nome sui muri della camera da pranzo. Ecco scrivo da sempre e con lo stesso successo di allora.

Commenti

  1. mario michele merlino

    un piccolo ulteriore contributo: le prime t-shirts con il volto del che furono stampate e diffuse da alberigo crocetta, proprietario del piper club e già giovanissimo volontario della xmas…

  2. Franca Poli

    Grazie Mario, non conoscevo questa notizia, l’avrei certamente indicata.

  3. eugenio

    Prefiero rendirme de pie’ que tener que luchar siempre arrodillado.

  4. mario michele merlino

    non ne dubito… come cantava francesco guccini ne ‘la locomotiva’: ‘gli eroi sono tutti giovani e belli’. il che febbricitante imortalato da korda sarebbe divenuto un’icona se avesse avuto l’aspetto di tersite? e se oggi fosse sopravvisuto a quella sorta di suicidio annunciato andando nella selva boliviana – il luogo più refrattario ad accogliere sostenere proteggere un gruppo ‘estraneo’ -? che tristezza sarebbe con la dentiera e la prostata ingrossata… non conosciamo i volti dei franchi tiratori di firenze ma malaparte e le cronache di quell’estate del ’44 ce li descrivono giovani e giovanissimi.. grazie ancora per il contributo che ci hai regalato…

  5. Maurizio Barozzi

    In genere, vi sono due tipologie di comunisti: quelli con inclinazione bolscevica, di fatto criminale, che poi la storia ci insegna erano fucina del giudaismo (al tempo su posizioni di sovversione) e costoro sono anche spesso i cosiddetti “orefici che conoscono l’oro” ovvero quelli contro i “padroni”, contro il capitale, perché sono loro stessi intimamente “padroni” sfruttatori, gente simile a quei “comunisti al caviale” tristemente noti e siccome ci si realizza sempre per quello che si è, costoro, con gli anni, li ritrovi di sovente agiati e ben piazzati che magari fanno ancora i comunisti a parole.
    Però vi è anche un’altra specie di comunisti, persone idealiste, sinceramente animate dall’anelito di eliminare lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, di combattere la faccia criminale del potere borghese, le ingiustizie. E costoro sono comunisti che ritengono il marxismo – leninismo in grado realizzare una società di uguali e senza sfruttamento.
    La loro è una utopia, in quanto la natura umana non è fatta per questa uguaglianza forzata, perché l’archetipo umano, immutabile dalla notte dei tempi, accanto a tante virtù, ha anche specificità da homo homini lupus con le quali bisogna fare i conti ed anche perché i bisogni (e non solo quelli materiali), non sono per tutti uguali.
    Ma questi “comunisti idealisti”, nella loro utopia sono da rispettare e nella fase anti sistema, anti imperialismi plutocratici, sono sulla stessa nostra barricata a differenza degli anni ’20 quando ci si dovette opporre al violento tentativo bolscevico in Italia.
    E nel frattempo, come è accaduto ad altri marxisti atipici ed idealisti, per esempio Mussolini e Bombacci, strada facendo molti comprendono la utopia della loro ideologia e vengono sul nostro stesso piano. A mio avviso Guevara era uno di questi a cui mancò il tempo per realizzarsi come tale. Non a caso Guevara si rese conto del mascherato imperialismo dell’URSS e possiamo apprezzare in Guevara, come lo apprezzarono gli ex combattenti della FNCRSI, che è bene specificare non erano solo fascisti, ma ERANO I FASCISTI, non soltanto l’uomo, il guerrigliero e l’idealista, la sua lotta del sangue contro l’oro, in sintonia con la nostra guerra del sangue contro l’oro, ma anche il suo pensiero e la sua visione comunista nella risoluzione dei problemi a Cuba, che in definitiva lo portarono a contribuire alla costruzione della Repubblica socialista di Cuba, che pur nelle differenze, derivate dalla eterogena composizione etnica, ha molte similitudini con la Repubblica sociale italiana.
    Quanto sia vera la prospettiva che Guevara avrebbe inevitabilmente abbandonato l’utopia comunista, lo si deduce dalle sue ultime lettere a Fidel Castro e ai figli, nel recarsi a morire in Bolivia; ebbene in queste lettere non invoca, non usa il termine comunismo, ma soltanto il celebre Patria o Muerte!
    Tutti coloro che si sono dichiarati neofascisti , ma hanno fatto da zerbino ai nostri colonizzatori statunitensi, hanno fatto gli ascari degli Atlantici, di fratto tradendo gli interessi nazionali, tutti costoro devono solo vergognarsi al cospetto dell’opera di Guevara che ha consentito di realizzare la inestimabile soddisfazione di vedere al lungomare del Malecon, proprio di fronte alle coste della opulante e disgusosa Florida, un cartello recante la scritta: <>.
    Maurizio Barozzi – già militante della FNCRSI ricordata dalla autrice nell’articolo.

  6. Maurizio Barozzi

    Correzione , all’ultimo rigo del mio commento sopra tra le virgolette è saltAto il contenuto del cartello sul lungamare di Mlecon, che dice; “QUESTA E’ TERRA 100 PERCENTO CUBANA”,

  7. eugenio

    Vedo che nessuno ha commentato la mia scritta in castellano. Peccato che sia passata inosservata, era la parodia della sua: Prefiero morir de pie’ que tener que vivir siempre arrodillado.
    Egli disse tradotto: “Preferisco morire in piedi che vivere sempre in ginocchio”
    Io dico per lui parafrasando:”Preferisco arrendermi in piedi che dover sempre lottare in ginocchio”.
    Non dimentichiamo che si e’arreso ARMATO dicendo: “Valgo piu’ da vivo che da morto !!”.
    Era piu’coraggioso quando si trattava di fucilare gli altri.
    Come combattente? La sua asma probabilmente e’stata la palla al piede anche per quelli che erano insieme a lui.
    Non facciamone un eroe noi, ci hanno gia’ pensato tante persone che disprezzo.

  8. Maurizio Barozzi

    Oltre 30 anni di ricerche storiche (su la morte di Mussolini) mi hanno insegnato come circolino le peggiori menzogne e travisamenti degli atti umani. E ognuno raccoglie la versione che più gli si aggrada. Così i denigratori di Mussolini sono convintissimi che il Duce al momento di morire sia stato un tremante e vile codardo che ha balbettato quelle frasi che il Colonnello Valerio , alias Walter Audisio, gli mise in bocca (quando poi neppure era presente). Ma ancor di più: avete presente la foto di Giuseppe Solaro che con sguardo fiero e quasi sorridente, viene portato a morire su di un camion? Ebbene a latere di quella foto ci sono le versioni di alcuni partigiani del posto, riprese dalla stampa, che raccontarono che Solaro, prima di essere impiccato, imploro pietà buttandosi in ginocchio e ancor più dopo, il primo tentativo fallito di impiccarlo, quando la corda si spezzò. E tutte queste versioni, false e bugiarde, pur hanno trovato spazio nella letteratura.
    Di Guevara catturato non è stato possibile ricostruire, oltre ogni ragionevole dubbio, tutta la dinamica, estrapolandola dalle eterogenee versioni e dichiarazioni di parte rilasciate dai boliviani e agenti Cia presenti o sopraggiunti.
    Per unanime concordanza, per fortuna, si sa che era stato ferito alla gamba destra e che il suo fucile era fuori uso. Tutto il resto è relegato a versioni di parte, comprese quelle dei suoi estimatori. La frase messa in bocca a Guevara: “non sparare che valgo più da vivo” è una di queste infami versioni denigratorie, perchè certi personaggi “ingombranti”, non devono solo essere ammazzati , ma anche denigrati.
    Hitler per fortuna si sottrasse ad ogni cattura suicidandosi, e quindi non poterono inventarsi un suo atto o frase da codardo. Ma ugualmente ci provarono mettendo in giro per anni la voce che, non era morto, ma se la era squagliata verso il sud America, quando i coniugi Goebbels, per essergli fedeli, si erano suicidati assieme ai loro figli.
    Un consiglio lasciate perdere queste versioni, se proprio volete denigrare fatelo sui fatti unanimente acquisiti.

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