fbpx

Una Ahnenerbe casalinga, ventiduesima parte – Fabio Calabrese

Una Ahnenerbe casalinga, ventiduesima parte – Fabio Calabrese

Torniamo alla nostra tematica delle origini che ultimamente abbiamo lasciato da parte per affrontare un argomento non meno importante, quello dell’intelligenza. Vale la pena di ribadire che questo tema è in ogni caso strettamente connesso al primo, non soltanto perché ci ha permesso di confutare una volta di più la leggenda della “luce da oriente”, ma perché è emersa in tutta chiarezza la componente genetica dell’intelligenza, a dispetto della favola democratico-sinistrorsa che vorrebbe vedervi soltanto l’effetto di fattori ambientali. Per dirla con i nostri vecchi, “buon sangue non mente”.

Io non vorrei che nessuno pensasse a un’insensibilità da parte mia se non ho ritenuto opportuno dedicare un articolo specifico alla strage di metà novembre avvenuta a Parigi ad opera di fondamentalisti islamici. Cosa si debba pensare sull’islam l’ho detto e ridetto, sui miei scritti già pubblicati su “Ereticamente” trovate tutti gli elementi per farvi un’idea in proposito, nonché sui pericoli a cui ci espone il buonismo democratico-cristiano-sinistrorso che è prima di tutto una forma profonda e radicata di vigliaccheria, pericoli che sono solo la punta di un iceberg, i momenti di frizione violenta di un processo che si vorrebbe indolore, e nelle “buone” intenzioni dei buonisti di cui sopra, dovrebbe portare alla sostituzione dei popoli europei con masse allogene. In questa prospettiva, fra allogeni “buoni”, “moderati”, “integrati” e allogeni “cattivi” non c’è in fondo nessuna differenza. Gli uni e gli altri sono cellule di non-Europa che proliferano nel nostro tessuto civile come un cancro.

Semmai, non si può non notare nella sensibilità dell’opinione pubblica (costruita ad arte dal sistema mediatico) una “strana” asimmetria: cento morti causati in Francia da un commando fondamentalista islamico, provocano lo sconcerto mondiale; mille morti provocati da un raid israeliano in Cisgiordania o a Gaza, compresi donne e bambini, beh, di quelli non importa niente a nessuno. Potenza congiunta del plagio mediatico mondiale e della pedagogia olocaustica che rende tutto quello che fanno gli assassini circoncisi impunito e lecito.

Torniamo dunque a vedere cosa c’è di nuovo SUL FRONTE della tematica delle origini; sottolineo sul fronte perché, come ben sappiamo, anche a questo riguardo non si tratta di una curiosità erudita e accademica, ma di una vera e propria battaglia culturale, perché dall’idea delle nostre origini dipende l’idea che abbiamo di noi stessi, e le idee correnti al riguardo non hanno nulla di scientifico ma sono pura ideologia, propaganda del regime democratico: veniamo tutti dall’Africa, le razze non esistono, gli uomini sono tutti uguali, il sistema democratico garantisce la libertà, Babbo Natale esiste e gli asini volano.

Tempo addietro, un mio conoscente ha postato su facebook un brano scannerizzato da un testo rivolto ai pargoli delle scuole medie, che evidenziava sia la radicale falsità della propaganda democratica e antirazzista, sia la precocità dell’indottrinamento a cui i nostri figli sono sottoposti. In esso si sosteneva la non esistenza delle razze e si spiegava che “Due vicini di casa possono essere geneticamente più distanti di due persone che vivono ai capi opposti del mondo”. Oh, certo, è senz’altro così se i due vicini abitano a New York e uno dei due è un afroamericano e l’altro un immigrato di origine scandinava.

Io spero che adesso mi scuserete se devo citare (a memoria) un post di cui non ho conservato i riferimenti; colpa del fatto di riprendere questa tematica dopo un ampio intervallo di tempo e anche del fatto che lì per lì non ho prestato attenzione all’interesse che può rivestire la cosa; in fondo, le origini degli Africani ci interessano meno delle nostre, tuttavia penso che ricorderete che la notizia era circolata sulla stampa un paio di mesi fa: è stato analizzato il DNA proveniente da uno scheletro umano ritrovato in una caverna etiopica e risalente a circa 40.000 anni fa. E’ emerso il fatto che questo individuo presentava una somiglianza relativamente scarsa con gli attuali abitanti della regione, che invece sarebbero il frutto di un’ibridazione tra le popolazioni locali e una migrazione proveniente dal lato opposto del Mediterraneo, dall’Eurasia o dall’Europa. Un tipo umano eurasiatico a cui sembrerebbe che la popolazione attuale più vicina siano i sardi (a parte – suppongo – i fenomeni di deriva genetica e di riduzione di taglia connessi con l’insularità).

E’ una conferma della constatazione visuale del fatto che Etiopi e Somali presentano spesso lineamenti meno “africani” degli altri abitanti dell’Africa al disotto del Sahara.

MA GUARDATE CHE STRANO! Queste popolazioni del Corno d’Africa sono gli unici subsahariani che abbiano mai dato vita prima dell’arrivo dei coloni europei a una società in qualche modo organizzata, a un’organizzazione statale, a manifestazioni artistiche non puerili, e ora abbiamo la prova provata che NON SI TRATTA DI NERI PURI!

L’articolo, e mi dispiace più che mai di aver perso i riferimenti, diceva che in questo caso l’antica migrazione che avrebbe dato origine alle popolazioni etiopi attuali sarebbe avvenuta “in senso inverso”. In senso inverso rispetto a che cosa? Ma è chiaro, qui rispunta surrettiziamente, presentata come qualcosa di talmente ovvio che non vale la pena di parlarne, la tesi dell’OOA, dell’Out Of Africa, dell’origine africana della nostra specie. Negli ambienti “scientifici” ufficiali essa è “la verità” ortodossa, anche se in realtà non è suffragata da nulla se non dalla deliberata confusione tra la questione dell’origine dell’uomo moderno e quella degli antichi ominidi di milioni di anni or sono.

Naturalmente, ciò che rende questa tesi che si vorrebbe imporre a tutti i costi come l’ortodossia scientifica, è il bel “buco” temporale che c’è fra gli ominidi di tre-quattro milioni di anni fa, e l’uomo anatomicamente moderno che risale probabilmente a 70-100.000 anni fa, forse qualcosa di più, ma sicuramente non oltre i 200.000. Ecco allora la trovata, la “genialata” di qualcuno: promuovere a “uomo” il prossimo australopiteco i cui resti dovessero emergere da una qualsiasi grotta africana, meglio se lo si potesse collocare intorno ai due milioni di anni, cioè proprio in mezzo al “buco”. L’operazione è scattata con il cosiddetto “uomo” di Naledi; in realtà l’ennesimo bruto scimmiesco emerso dal suolo africano.

“Se avete la necessità di far credere una bugia, ditene a suo sostegno una più grossa, nessuno penserà che osiate mentire fino a quel punto”. Vi ricorda qualcosa?

In realtà, se parliamo della nostra specie, dell’uomo anatomicamente moderno, dell’homo sapiens, non solo non c’è nessuna prova di un’origine africana, ma c’è una forte evidenza del contrario. Quale che sia l’origine ancestrale degli ominidi, “noi” siamo nati in Eurasia.

E’ bene ricordare, in ogni caso, ma le informazioni che possediamo suggeriscono piuttosto l’origine eurasiatica, che “origine africana” non significherebbe in ogni caso che “veniamo dai neri” con il corollario dell’inesistenza del ceppo umano caucasico (a cui tende l’abilmente orchestrata propaganda di regime spacciata per scienza); il ceppo dei nostri antenati potrebbe per ipotesi anche essersi formato nell’Africa sahariana oggi desertica ma un tempo fertile e rigogliosa, senza nessun apporto da parte di quello nero che invece è con ogni verosimiglianza frutto di un adattamento relativamente tardo, ma allo stato dei fatti, è un’ipotesi che non c’è motivo di formulare.

In data 14 ottobre, una mia corrispondente mi ha segnalato un articolo apparso il 13 maggio sulla versione on line del “Corriere della sera”, che a sua volta riprende un pezzo pubblicato (in data non specificata) su “Nature Communications”; esso riferisce di una ricerca condotta da un team dell’Università di Seattle coordinato dal professor George Stamatoyannopulos (forse non è un caso che questo ricercatore sia di origine greca, come fa ben capire il cognome) sul DNA dei resti estratti da sepolture cretesi risalenti a circa 3.700 anni fa ritrovate in una grotta dell’altopiano di Lassithi, quindi appartenenti al periodo minoico.

In passato, diversi studiosi avevano supposto un’origine africana delle popolazioni minoiche, basandosi per la verità su nulla di più di una superficiale somiglianza fra l’arte minoica e quella egizia (magari resterebbe da vedere chi può aver influenzato chi, una volta che l’origine mediorientale della civiltà non sia più ciecamente accettata come un dogma).

Bene, il responso dell’analisi del DNA è estremamente chiaro: i minoici, oltre a presentare una stretta affinità con i cretesi attuali, erano inequivocabilmente europei; il loro genoma non mostra somiglianze con quello di popolazioni africane o mediorientali, ed è invece affine a quello delle popolazioni dell’Europa occidentale e settentrionale, della Penisola iberica e della Sardegna.

In questo caso, probabilmente, dato che gli Egizi possono essere considerati sia africani sia mediorientali, la leggenda dell’OOA viene a sovrapporsi a quella dell’origine mediorientale della civiltà, leggenda che, l’abbiamo visto altre volte (“Ex oriente lux”) nasce dallo scambiare la narrazione biblica per resoconto storico e addirittura storia del mondo, mentre si tratta solo di una raccolta di favole per di più radicalmente estranee alla nostra cultura profonda le cui radici sono indoeuropee. Bene, una volta di più, questa ricerca le smentisce entrambe.

Un particolare grottesco: L’articolo del “Corriere” titola “I minoici venivano dall’Africa”, quando il testo dimostra esattamente il contrario. Lapsus freudiano generato dalla voglia di dimostrare l’indimostrabile, o stratagemma calcolato per ribadire comunque la favola africana, dal momento che c’è molta gente che legge il giornale scorrendo semplicemente i titoli dei pezzi che non parlano di attualità, gossip o sport?

Verrebbe voglia di mettere una postilla a questo discorso. Una nota che penso farà piacere ai nostri amici sardi (e mi piacerebbe sentire al riguardo ad esempio l’opinione di uno studioso come Massimo Pittau); come vedete, torniamo a parlare della seconda grande isola italiana. La sua popolazione non è solo una delle più longeve in assoluto al mondo ma, favorita in questo dalla sua condizione insulare, è una testimonianza vivente del profilo antropologico dell’Europa dell’Età del Bronzo, è da questo punto di vista un “documento” di eccezionale valore. Un “documento” però fragile, che rischia di essere cancellato come tutto il resto dalla globalizzazione multietnica imposta dal potere mondialista.

Ma non vi preoccupate: l’uomo meticcio del futuro probabilmente non nutrirà alcun interesse per la storia della nostra specie, o si limiterà a “bere” passivamente tutto quel che gli ammanniranno i futuri “padroni del vapore”; programmato per essere quanto più possibile uno schiavo stolido e ubbidiente, avrà fatto parecchi passi indietro sulla via della sub-umanità quando il potere sedicente democratico avrà definitivamente gettato la maschera.

Torniamo al nostro tema. In data 18 ottobre il nostro Luigi Leonini, una persona a cui non posso riservare altro che i più ampi elogi per il contributo di informazione, di riscoperta, di selezione di articoli da lui svolto e di cui anche io mi sono largamente servito per i miei scritti su “Ereticamente”, ha presentato in un post il link a una serie di pezzi de “Le scienze” che riguardano la genetica degli antichi europei, di cui quello di riferimento (a cui sono linkati gli altri), “Il nuovo albero genealogico degli Europei”, è del 18 settembre 2014.

Prima di procedere oltre, vorrei farvi osservare una cosa: “Il Corriere della Sera”, “Le scienze”; su queste pagine mi è capitato di citare spesso più di una volta la pagina scientifica della “Repubblica” e anche quella culturale del “Sole 24 ore”, tutte pubblicazioni dell’estrema, estremissima destra e di area neofascista, come potete ben vedere.

In un sistema globalmente menzognero come quello democratico, la menzogna TOTALE è pericolosa, si presta facilmente alla smentita in blocco, è più efficace un’abile mescolanza di bugie e di verità, anche per mantenere la finzione della libertà di ricerca. Quello che conta, è che certi contributi rimangano limitati e settoriali, accessibili per lo più agli specialisti, e non tocchino il grosso pubblico che deve continuare a bere la favola dell’origine africana e dell’inesistenza delle razze.

L’articolo citato dal nostro Luigi è linkato ad altri cinque. Nel complesso essi disegnano un quadro della preistoria europea che conoscevamo già, ma sul quale è il caso di tornare brevemente: gli europei attuali deriverebbero sostanzialmente dall’incontro di tre popolazioni preistoriche la cui eredità è presente in vario grado nelle genti dell’Europa di oggi. L’impronta genetica che sembra prevalente è quella del gruppo che è stato denominato eurasiatico settentrionale (che tra l’altro è presente per un terzo anche nel genoma degli Amerindi, e qui ci sarebbe da fare tutto un discorso sul fatto che popolazioni bianche potrebbero essere anche all’origine delle civiltà precolombiane, e l’abbiamo visto in altre parti di questa ricerca alle quali ora vi rimando); c’è poi una piccola componente che sembra si possa far risalire al sapiens più antico d’Europa, l’uomo di Cro Magnon e che sarebbe rappresentata soprattutto fra le popolazioni basche e pirenaiche. C’è infine una componente che testimonia un’immigrazione di età neolitica proveniente dal Medio Oriente, che molti ricercatori mettono in relazione con la diffusione dell’agricoltura, ma occorre evidenziare una volta di più che questa componente è assai meno rappresentata di quel che vorrebbero coloro che sostengono che essa si sarebbe diffusa nel nostro continente con l’espansione di questi immigrati che avrebbero man mano strappato aree sempre più consistenti ai cacciatori paleolitici autoctoni. Quindi l’agricoltura dovrebbe semmai essersi diffusa nel nostro continente per imitazione, di popolazioni già nomadi che sarebbero progressivamente diventate agricole e sedentarie, perché diciamolo, l’uomo europeo è un uomo ingegnoso, capacissimo di apprendere tecniche nuove quando dimostrino di funzionare, in contrasto con la rigidità culturale mostrata da genti estranee al nostro continente.

Vi sono tuttavia validi motivi per ritenere che le cose non siano andate in questo modo, e anche questo l’abbiamo già visto, ma repetita iuvant, prima di tutto la scoperta dei metalli che va senz’altro connessa allo sviluppo dell’agricoltura, alla necessità di fornire strumenti di lavoro a popolazioni in crescita, mentre il corredo paleolitico di utensili in pietra scheggiata era pienamente adeguato alle necessità dei cacciatori paleolitici. Bene, le più antiche miniere che presentano tracce di sfruttamento si trovano in Europa e non in Medio Oriente, così come europeo e non mediorientale è il più antico attrezzo metallico conosciuto: l’ascia (o meglio la sua lama) di Oetzi, l’uomo del Similaun, mentre in Medio Oriente questo genere di oggetti non si ritrova che cinque secoli dopo. Allo stesso modo, da collegare all’agricoltura è l’allevamento bovino, e non vi è dubbio alcuno che esso sia iniziato in Europa.

A parte alcune ovvie divergenze e sfumature interpretative da parte dei diversi autori, il quadro che ne emerge è piuttosto coerente e conferma quel che sapevamo già, e soprattutto non si scorge alcun indizio di un’origine africana.

In coda, metterei una nota per così dire interna. Ultimamente, lo staff di “Ereticamente” mi ha girato la lettera di un lettore che mi ha chiesto lumi circa una notizia comparsa fuggevolmente sui media tempo addietro, a proposito del ritrovamento dei resti di una “città” dell’Africa meridionale che sarebbe stata datata a 200.000 anni fa. Qualcosa del genere, per la verità, avevo già sentito anch’io, ma non ho approfondito la cosa perché non ho molta voglia di occuparmi di ciò che puzza evidentemente di bufala. Gli ho dato la stessa risposta che adesso do a voi: se si fosse trattato di una datazione di uno o due ordini di grandezza inferiore la cosa sarebbe stata accettabile: 2000 anni, possibile; 20.000 anni sarebbe dura da mandare già ma al limite ancora credibile. 200.000 anni francamente no; significano un’epoca in cui l’homo sapiens non esisteva ancora o era appena iniziata la transizione tra homo erectus e i primissimi sapiens e anche l’uomo di Neanderthal era al di là da venire, siamo ben lontani dalla comparsa in una qualsiasi parte del mondo di uno stile di vita che si possa anche lontanamente definire civile. O si è trattato di un clamoroso errore di datazione, o semplicemente di una bufala, una bufala come sempre a sostegno di questa presunta origine africana che vorrebbero imporci di credere a tutti i costi, ma il fatto stesso che “la notizia” abbia fatto sui media una comparsa sibillina e meteorica, fa pensare che coloro che l’hanno inventata devono essersi accorti stavolta di averla sparata troppo grossa.

Come voi vi rendete facilmente conto, la questione delle nostre origini non è una faccenda accademica ed erudita: si tratta di spuntare un’arma propagandistica in mano al nemico: la leggenda dell’origine africana e dell’inesistenza delle razze è strettamente finalizzata al tentativo di farci accettare senza ribellarci la nostra sparizione come popoli nel marasma multietnico che si sta preparando. Io di solito concludo gli articoli di questa serie ricordando il valore e la necessità di difendere la nostra eredità in quanto uomini europei. Non vorrei ripetermi troppo, anche perché certe acquisizioni credo di poterle dare ormai per scontate soprattutto per chi mi segue da tempo. Ricordate che tutte le volte che vi accusano di eurocentrismo, è il nemico che parla, non importa attraverso la bocca di chi.

Print Friendly, PDF & Email
Categorie: Ahnenerbe

Pubblicato da Fabio Calabrese il 7 Dicembre 2015

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. giannetto

    Quel che mi dà da pensare è che il “tentativo di farci accettare senza ribellarci la nostra sparizione come popoli nel marasma multietnico che si sta preparando” è già più che un tentativo… è un successo! Il buonismo pandemio ha già accolto nel cuore e nel cervello il melting-pot, le cui presunte e bufalesche conferme “scientifiche” non sono affatto indispensabili per “convincere” i già convertiti….

Lascia un commento

g. casalino

c. bene

J. Thiriart

m.houellbecq

g. colli