L’Italia di mare nostrum – Enrico Marino

L’Italia di mare nostrum – Enrico Marino

La Boldrini ha detto una volta che i “migranti” che si muovono liberamente in un mondo globalizzato come i capitali e le merci rappresentano l’avanguardia della globalizzazione, anzi  sarebbero addirittura l’avanguardia dello stile di vita che presto sarà lo stile di vita di moltissimi di noi. Nomadismo, miseria e sradicamento sarebbero, dunque, il destino dei popoli europei e di noi italiani in particolare, secondo la visione escatologica e fatalista della storia di certa sinistra invasata, in cui la volontà umana e la libertà storica dell’uomo si annullano di fronte alle ferree e irreversibili leggi del “progresso”. È, in sostanza, il ritorno al messianismo secolarizzato del materialismo storico, inserito però in un quadro valoriale spiccatamente capitalistico, una sintesi ideologica di schietta matrice egualitarista e mondialista che fonde in un unicum il peggio delle ideologie marxiane e liberiste.

I toni da apostolato e gli sguardi allucinati della presidente della Camera possono anche suscitare disgusto e rigetto, ma non bisogna sottovalutarne i presupposti ideologici – seppure a lei sicuramente ignoti – dibattuti ed elaborati dalle élite di sinistra nei salotti parigini dai cosiddetti “nuovi filosofi”, come Alain Finkielkraut e propalati da opinion makers gauchistes del calibro di Bernard-Henri Lévy.

Per costoro l’Europa dovrebbe disfarsi di sé stessa e della sua natura, “de-originarsi”, non conservare della sua eredità culturale e identitaria niente altro che l’universalità dei diritti dell’uomo.

l’Europa è portatrice di un patrimonio culturale millenario in cui, come disse Goethe, si agitano due anime. C’è l’anima pagana, guerriera, eroica, sovrumanista e faustiana, e c’è poi l’anima universalista di matrice cristiana e illuministica. Essendo tuttavia la prima quella autenticamente originaria, per poter realizzare una vera politica dell’accoglienza, l’Europa dovrebbe espungere questo spirito vitalistico dalla sua eredità genetica, dando corso unicamente all’astrazione liberale dei “diritti umani”. Deve, cioè, “de-originarsi”, rinunciare alla propria origine, ossia a una possibilità di esistenza portatrice di storia e destino. Solo allorquando gli europei saranno “niente”, il Vecchio continente sarà veramente pronto all’accoglienza e all’integrazione.

Il nichilismo post comunista, ridotto dal fallimento storico del socialismo reale alla nuda essenzialità delle sue farneticazioni, resta avvinghiato all’ambizione di distruggere lo Stato e tutto ciò che a esso si ricollega in termini di ordine naturale in opposizione al caos della sua natura oscura e antiumana.

Lo Stato-nazione, che si regge sul concetto di cittadinanza, sarebbe quindi un elemento da annullare in quanto opposto e incompatibile col nuovo concetto di migrante-rifugiato inteso non come una condizione provvisoria, che deve condurre o alla naturalizzazione o al rimpatrio, ma come uno statuto stabile dell’uomo che spezzando l’identità fra uomo e cittadino, fra natività e nazionalità, metta in crisi la finzione originaria della sovranità.

Sostanzialmente il migrante-rifugiato, che non ha intenzione di tornare nel paese d’origine e, al contempo, ha poco interesse nel volersi assimilare a una nuova identità nazionale, non godendo perciò di pieni diritti politici è, di fatto, un alter alieno alla realtà sociale e ai postulati ideali dello Stato nazione. Poiché questo stato di cose porta inevitabilmente fenomeni di intolleranza e di conflittualità sociale, sarebbe perciò necessario che gli Stati-nazione mettessero in questione il principio stesso di iscrizione della natività e la concezione Stato-nazione-territorio che in esso si fonda.

Seguendo tale ragionamento, avremo perciò un’Europa non come una “Europa delle nazioni”, ma come uno spazio a-territoriale o extraterritoriale, in cui tutti i residenti degli Stati europei (cittadini e non-cittadini migranti) starebbero in una posizione di perenne e provvisorio equilibrio tra la stabilità e l’esodo, concepiti come categorie politiche dell’essere. Lo spazio europeo segnerebbe così uno scarto irriducibile fra la nascita e la nazione, in cui il concetto di popolo (divenuto moltitudine) troverebbe un nuovo senso politico, contrapponendosi decisamente a quello di nazione.

È questo dunque il “nuovo concetto di popolo” di cui le masse di immigrati rappresenterebbero l’avanguardia, tanto cara alla Boldrini, in una terra in cui gli spazi degli Stati saranno in tal modo traforati, deformati e annullati.

Alla edificazione di questo allucinante futuro contribuiscono milioni di adepti anche in Italia, come in ogni Paese europeo, ciascuno col proprio apporto individuale di miserabili finalità, chi per vili interessi economici (dalle cooperative agli albergatori che ospitano i migranti), chi per delinquenziale e animalesca propensione alla promiscuità e all’illegalità (i centri sociali che nascondono i clandestini) e chi per ecumenico e imbecille umanitarismo sollecitato dalle Autorità religiose.

Ma tutti, ovviamente, li sovrasta e li accomuna la politica infame di uno Stato e di un governo che hanno tradito la loro comunità e la loro missione: è lo Stato di Mare Nostrum (e delle sue inutili successive trasformazioni) che ha traghettato migliaia di clandestini sulle nostre coste, aprendo le porte alla sostituzione etnica (con lo jus soli), alla delinquenza e alla prevaricazione sui cittadini italiani; è il governo che mortifica i giovani (ai quali elargisce elemosine in bonus ma nega l’accesso al lavoro), umilia le forze dell’ordine (ma lascia impunita la criminalità), abbandona le periferie (degradando le convivenze con insediamenti di nomadi e stranieri); è lo Stato che aumenta l’insicurezza perché non fronteggia ma foraggia il terrorismo col commercio internazionale (armi ai paesi arabi) e col pagamento di assurdi riscatti per le eroine di selfie progressisti (del genere Paola e Chiara ovvero Greta e Vanessa) innamorate dei ribelli prodotti dalle Primavere arabe; lo Stato che apre le porte dell’Europa alla Turchia (un paese compromesso col terrorismo e la repressione sanguinosa di intere popolazioni) e, così, a tutta l’aerea turcofona dell’Asia centrale con la quale la stessa Turchia ha accordi di libera circolazione attraverso la concessione agevolata di visti e passaporti (circa 200 milioni di turcofoni pronti a invadere le nostre città); è il governo che non difende le nostre tradizioni, ma in nome di una integrazione sciatta e suicida è pronto a svilire persino il Natale per non “offendere” i fedeli di altre religioni.

Ora, gli immigrati rappresentano in questo senso delle vere “avanguardie”, perché sono individui sradicati senza più origine né destino. Si prestano così perfettamente al progetto storico elaborato dall’ideologia mondialista che, per realizzare i sogni del capitalismo globale, deve trasformare i popoli storicamente determinati in masse amorfe di consumatori. Obiettivo principale di questo attacco planetario sono esattamente i popoli europei, proprio perché essi portano con sé, nella loro eredità originaria, una radicale possibilità di esistenza storica, che è geneticamente irriducibile all’egualitarismo oggi trionfante.

Solo se l’Europa sarà in grado di trasmutare questa eredità latente in un nuovo progetto storico, ovvero se riuscirà a tradurre la sua Tradizione in rivoluzione e riuscirà a concepire nuovamente per sé un destino imperiale, non più succube dei dettami d’oltre Oceano, solo allora l’uomo europeo potrà essere qualcosa di più di un animale o di un rifugiato precario nella sua stessa terra. Entrambe le prospettive sono possibili. Tutto dipende dalla nostra volontà, da una decisione, da una scelta.

I popoli europei si trovano oggi di fronte a una decisione epocale: fine o rigenerazione della storia, consumatori ruminanti o signori del nostro destino.

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Categorie: Emergenza invasione

Pubblicato da Ereticamente il 3 Dicembre 2015

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

Commenti

  1. Avtr70

    La vedo dura….
    ma abbiamo il dovere di provarci

  2. Non lo chiamerei progresso quello che in questo articolo viene più volte citato (ma beninteso, non perché l’articolo lo voglia fare o riscrivere io…) ma “nichilismo” o “accettazione” da parte di quel generico 1% che dalle crisi, dai cambiamenti, si è arricchito, e continua ad arricchirsi. Cos’altro potrebbero proferire? Da quel che si evince in questo articolo, si potrebbe comunque dedurre un fatto:
    ovviamente, tutte queste distruttive conseguenze a catena – di tipo sociale – non sono altro che il risultato di quel che è scaturito
    da presupposti di natura discutibilmente economica; lo stato che umilia le forze dell’ordine ma lascia impunita la criminalità, non è un fatto (da parte di alcune élites, mi sembra di capire) premeditato, di preferenza o identificazione; è la naturale conseguenza di un’economia che per altri contesti, a loro volta impartiti da altri ancora, preferisce “premiare” quel che non merita a scapito invece di quel che meriterebbe, per una mera questione (soprattutto) di tassi di interesse, di derivati, di titoli di stato etc..e tutto ciò spesso – originariamente ma non troppo – è dovuto più che altro a lotte fra nazioni, in fin dei conti come conseguenza a seguito del fatto che una nazione non si arricchisca oltremodo, o superi un’altra ad essa concorrente (in base ad una specifica intenzione..) I diktat, per così dire, d’oltre oceano, potrebbero si, avere una loro rilevante portata, ma sarebbero da intendersi, più che altro (che non sarebbe poco comunque), dal punto di vista (figurativo) sociale: perché restando sempre al cuore del problema, le prime avvisaglie della vera crisi che poi ha investito in tutto il resto, le abbiamo avute – unicamente, quindi, in chiave economica – dal Centro-Nord-Europa e dalle corrotte classi politiche mediterranee (qui in Europa). Si pensi che gli ebrei (quelli di alto rango) negli Stati Uniti, vogliono essere altra cosa dai loro consimili – presunti invasori – europei o asiatici…

    Ottima esposizione chiarificatrice comunque. Un saluto

  3. Alessandro Cavallini

    Articolo molto interessante, soprattutto per due motivi:
    1) l’immigrazione non è un fenomeno naturale ma frutto di una precisa decisione politica
    2) contrastarla è perciò possibile, ma serve una precisa volontà e l’adesione ad uno specifico progetto di rinascita culturale (indo)europea.

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