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Kant, Goethe e l’ “egoismo” artistico – Stefano Eugenio Bona

Kant, Goethe e l’ “egoismo” artistico – Stefano Eugenio Bona

Questo intervento è volto a tutti gli inattuali e a tutti coloro che sentono il problema della destinazione dei ministri del pensiero: musica, arte e poesia.

Le mie riflessioni nascono dalla consapevole e necessaria solitudine essenziale, connessa ad ogni percorso di ricerca nell’arte, mentre la morsa del mondo della tecnica esaurisce e nasconde la spinta organica del sentimento panico.
Mi rivolgo al sentor di panteismo stoico, rappreso nelle nature che mirano ad oltrepassare la volontà della nostra epoca, e al contempo rappresentarsi come una fissazione.

Il poeta deve fissarsi in un caracollare infinito. Concentrarsi ed espandersi. Osare l’impossibile, scavallando quelle continue uccisioni di cigni operate dal buon borghese: perseverare è tutto.

Per esemplificare un sentiero autentico, torna senza dubbio d’attualità la figura statuaria di Goethe. A maggior ragione in opposizione allo spirito kantiano, che in modo più o meno esplicito e consapevole, permea la struttura dell’Occidente.
La pretesa del moralismo kantiano di reggere l’intero valore della vita, si sposa perfettamente con il dispotismo dei doveri mercantilistici, ed è precisamente ciò che lo spirito goethiano trova intollerabile: la violenza perpetrata verso tutti gli altri elementi, anche vitalistici, dell’esistenza.
Kant ha imposto l’impossibile alla ragione, solo per avere meno bisogno della percezione sensibile nel mutamento: ove il Genio però opera un’unione misteriosa con tutti gli altri esseri, con leggi sue proprie, e  si può allontanare dai doveri che derivano dalla scissione dell’individuo.

Kant riesce a salvare la propria filosofia dalle critiche e, a donare una pretesa fondativa, mediante una semplice operazione: la morale minacciata dal relativismo empirista, la scienza minacciata dallo scetticismo, la metafisica minacciata dalla scienza avevano bisogno di un salvatore. Tenere quindi insieme una visione del mondo, salvaguardando questi tre campi, fu la sua unicità. Ed è ad oggi un sistema attuale, per preservare da quei ricercatori spirituali in cerca di “nuovi inizi”.
In Kant c’è sempre la materia da conoscere e una forma che viene fornita dalla ragione. Proprio ciò che determina l’allontanamento dell’uomo dal sentimento di totalità. Il mondo moderno è realmente in-formato dalla convinzione di poter conoscere soltanto fenomeni, per seguire il konigsberghiano…
Si può dire che, mentre Kant ha stilato un quadro che doveva compiere, Goethe compì in sé un mondo. Si risolse nel suo cerchio.

Alla pretesa kantiana di voler separare la ragione dall’esperienza sensibile e dalla sua induzione quotidiana, per giungere ad epurare il linguaggio stesso per mezzo della ragione, dai suoi elementi sensibili, Goethe oppone il sacramento del linguaggio: deduzione della necessità interiore di attualizzare la Parola cosmicamente, in un solo movimento, in un solo Amore.

Il tratto decisivo per porre in luce l’attuale importanza di questo scontro di Weltanschauung, viene delineato da queste pagine di Georg Simmel [1]:

La reazione all’idealismo speculativo che caratterizzava la concezione del mondo dell’inizio del XIX secolo fu il materialismo degli anni Cinquanta e Sessanta. Il bisogno di una sintesi, che superasse le due posizioni componendone il contrasto, impose negli anni Settanta un ritorno a Kant. Ma la soluzione scientifica, la sola che egli potesse fornire, doveva essere compensata da una concezione che le fosse complementare e che la rendesse più equilibrata. Gli interessi estetici che all’inizio del secolo assunsero in ampia misura la guida della vita spirituale e che, sotto vari aspetti, non sono senza effetto sulla imminente trasformazione dello spirito tedesco, sembrarono mostrare una strada in questa direzione. Dal momento che essi tornano ad accogliere lo spirito nella realtà, in una maniera che si opponeva a quella kantiana e che in qualche modo la completava, si concretarono nell’invocazione di un ritorno a Goethe. Le due vie lungo le quali Kant supera quel fondamentale dualismo sono entrambe senza uscita per Goethe: egli non si pone in mezzo ai fenomeni affinché l’io e le funzioni della conoscenza li accolgano in quanto pure rappresentazioni, né d’altra parte può accontentarsi dell’idea della cosa in sé al di là di essi e della sua inafferrabile assoluta unità.

Inoltre si ravvisa un’altra connessione [2]:

Kant contribuì a fondare il moderno spirito scientifico, fu lui che da una parte stabilì una connessione tra il valore realmente scientifico del sapere e la sua conformità a principi matematici e che restrinse però d’altra parte la validità della matematica alla forma della nostra visione e negò la conoscibilità di tutto ciò che non può apparire immediatamente alla vista; lui che interpretò lo spirito e la finalità della natura come una “massima soggettiva” della nostra valutazione della natura, negando a tale giudizio la facoltà di spingersi a toccare il suo essere più autentico; lui che riconobbe con crudele acutezza il divergere dei nostri più profondi bisogni essenziali e si vide costretto a concedere alla fine a quel bisogno di armonia il pietoso conforto di una fede trascendentale.

A Goethe, all’uomo davvero cosmico non può servire la gute Wille, nemmeno con il potere più assoluto di compierla. La libertà si applica in lui come vitale e panica immersione nel seno di una natura eraclitea; la volontà non è strumento che classifica una direzione dell’azione, poiché:

Ja, das ist das rechte Gleis,
Daß man nicht weiß,
Was man denkt,
Wenn man denkt;
Alles ist als wie geschenkt. [3]
(Sì, questa è la via giusta: / che non si sa cosa si pensa, / quando si pensa: / tutto è come donato.)
Natur hat weder Kern
Noch Schale.
Alles ist sie mit einem Male. [4]
(La natura non ha né nocciolo / né involucro, / è ogni cosa al medesimo tempo.)

La profondità dell’esistenza si può raccogliere per mezzo dell’ebbrezza artistica, da flutto ebbro (direbbe Benn), poiché:

Ist nicht der Kern der Natur
Menschen im Herzen [5]
(Il centro della natura non è / nel cuore degli uomini)

Il sentire goethiano sarà sempre presente per gli ultimi convitati (o per i convitati delle ultime feste, fluendo in Villiers de l’Isle Adam…), fino a che non potrà trasmettersi il messaggio ad un’umanità finalmente ritrovata, nella modalità tratteggiata egregiamente da Gottfried Benn:

La Natura all’interno delle sue regioni di nostra competenza, non si era ancora mai legata a un’esistenza umana con tale intensità d’espressione, neanche nei due unici casi paragonabili: Dante e Shakespeare, e ciò sia come forza naturale sia come simbolo. Questo è accaduto nel momento in cui la razza umana ha rivolto verso la terra, per l’ultima volta, uno sguardo antico, un antico pensiero, ancora aperte le ali, ma già pronta al volo, prossima a volar via. S’innalza un arco, si stabilisce una tensione metafisica che va dalla concezione primitiva di Talete – tutto è acqua, cioè tutto è uno – a quell’inno alla Natura dell’anno 1782 e a quella concezione dei fenomeni originari che attraversa tutta l’opera di Goethe: la tensione dell’intuizione contrapposta all’analisi, dell’idea contrapposta all’esperienza, della grandezza contrapposta alla dimostrazione. Si congiungono due manifestazioni epocali, quando la base della fisica antica, secondo cui l’uomo sarebbe misura di tutte le cose, l’uomo, la sua physis, la sua vita, torna a echeggiare nelle numerose parole contro l’esperienza, per l’uomo, la sua natura, la sua origine:  – Tutto il pensiero non aiuta a pensare – ,  giacché  – Bisogna esser fatti giusti per natura – , o:  – Tutti quelli che lodano esclusivamente l’esperienza non considerano che l’esperienza è solo la metà dell’esperienza – ; o la frase più incisiva: – Se io non avessi già portato in me il mondo come anticipazione, sarei rimasto cieco con occhi veggenti, e ogni esperienza non sarebbe stata altro che un affaticarsi del tutto morto e vano – . [6]

Cercare quello sguardo antico, pronti a volar via e al contempo concentrati nella propria vocazione. Lo spunto dell’ultimo Uomo universale può servire per gettare le basi per una umanità dove si dovrà sostituire Goethe a Kant. Poiché per Goethe la Natura è allo stesso tempo lo spirito, l’idea e il divino. Per Kant invece la cosa in sé è posta in una dimensione completamente diversa da quella della natura.

Quelle di Gottfried Benn, ne “Lo smalto sul nulla”, sono parole per inquadrare generazioni di letterati, non nell’intrusione nella sfera privata, ma per avere coordinate su inclinazioni talvolta inalienabili dall’opera. Chiaramente si apre il problema se la storia dei fatti sia necessaria o libera. La rigida necessità non spiegherà mai totalmente l’opera sintetica del cervello creativo, la libertà più autentica non basterà mai a risolvere l’intuito improvviso.

Apuleio ci ricorda: “Come diceva Pitagora, non ogni legno è buono per scolpire Mercurio”. [7]
Occorrono certe qualità per determinate funzioni; ma non si tratta di trattazioni sul genio di Goethe, impossibili emulazioni, il punto focale è la lontananza e la necessità del “Salto”. Solo vivendo in sé come sintesi continua, in opposizione a tutto ciò che di analitico vuole determinare confini. Da qui la necessità di affermare finalmente lo spirito di Goethe contro quello di Kant.
Aristotele-Platone, Hegel-Schopenhauer, Nietzsche-cristianesimo…Per il ritrovamento della gioia del vivere-immediato nella Natura, è più necessario dipanare la dicotomia Kant-Goethe.

La vita che scorre come fiumana eraclitea senza principio né fine, appare all’occhio intuitivo e alla facoltà unificante, non alla ratio e allo spirito analitico, in Faust. Dalla sostanza unica e universale, da una Natura intesa in senso spinoziano, Deus sive Natura: pulsatile ed eterno dipanarsi delle entelechie nell’immanente. Goethe quindi deriva ciò non da un pensiero a priori, ma concretamente dall’esperienza del moto in battere e levare di ogni creatura: sente l’infinità del percorso ascensionale all’interno del mondo.
Il cerchio empirico goethiano è rispondente all’antico cerchio dell’eterno ritorno orfico-misterico. Altro simbolo geometrico che raffigura l’uniformità di ciascun punto, principio e termine della continuità della Natura è il Pentagramma pitagorico: la stella a cinque punte costruibile con un sol tratto di linea, presente nella prima parte del Faust, in occasione del monologo e dell’incontro con Mefistofele.

Tutto ciò raffigura la continuità della Sorgente e l’inconsistenza dell’individuo che scorpora-disseziona-analizza. Queste le parole di Goethe per esprimere il suo tedio verso questo stato di cose:

Was wir Dichter ins Enge bringen,
Wird von ihnen ins Weite geklaubt.
Das Wahre klären sie an den Dingen,
Bis niemand mehr dran glaubt. [8]
(Quello che noi poeti esprimiamo in sintesi, / diventa prolisso coi loro cavilli. / Chiariscono tanto la verità nelle cose / finché nessuno vi presta più fede.)

Vi è di più, al di là di ciò che opponiamo in Goethe e Kant, nella pura veggenza si oltrepassano entrambe le vie in cui si può nettamente applicare il principio di causalità: il realismo (figlio di una rappresentazione che sorge attraverso la causalità dell’oggetto) e l’idealismo (se invece è il soggetto-agente a soggiacere alla legge della causalità).

Nel Faust, dalla parte della Natura abbiamo questi elementi: il sentimento (Gefühl), la visione (Anschauung) e l’esperienza (Erfahrung). Dalla parte dell’io campeggiano l’intelletto (Verstand) e la ragione (Vernunft). L’elemento sopraffatto è sempre quello soggettivo, considerato statico e isolatore.
Ricordo a tal proposito Stalker di Tarkovskij, in un omaggio al Tao-tê-ching di Lao-tze, dal cui capitolo 76 si estrapola un estratto più o meno fedele al testo:

Perché la debolezza è potenza, e la forza è niente…Quando l’uomo nasce è debole e duttile, quando muore è forte e rigido…Così come l’albero: mentre cresce è tenero e flessibile e quando è duro e secco – muore. Rigidità e forza sono compagni della morte, debolezza e flessibilità esprimono la freschezza dell’esistenza. Ciò che si è irrigidito, non vincerà.

II

Fino ad ora abbiamo tracciato il sostrato stesso, l’impalcatura del sistema kantiano e il panismo goethiano. Resta da porre un ultimo sguardo sul metodo d’azione, sul portamento e il destino in una dimensione effettiva: temperamento artistico, operatività energetica.

Il mago è un poeta. Il profeta sta al mago come l’uomo di gusto al poeta. [9]

(Novalis)

Perché Novalis accosta il Poeta al Mago? Perché presenta il legame fluidico di questa dualità agente, in potenza suscitativa e in atto come vera e propria bacchetta: parole come evocazione nel Tempio interno, l’atto magico come unione poietica, quindi creativa, tra i piani di realtà: triplice suddivisione riunificata dallo zolfo agente della volontà. Cesellatori, catalizzatori di forze trascritte in rapsodie, passaggi, frammenti; mentre in magia l’atto sintetizzante cattura il momento scaturito tra corrispondenze e vibrazioni, legifera sui moti dell’unione tra Microcosmo e Macrocosmo.

Joséphin Péladan, su questa complementarietà coniò una stupenda definizione: “Laddove il poeta crea un accento di espressione eterna, il mago scopre una legge”. [10]

L’operazione del poeta e dell’artista deve corrispondere ad un duplice dinamismo innato: quello del Solve et Coagula. Altrimenti si parla di dispersione e di mera espressività, senza direzione e autenticità.
L’artista in sé non si rende conto del potere da cui è attraversato, ma dovendo stabilire dei termini, essi possono benissimo essere quelli della tradizione esoterica.
Non potendo rischiare la propria vocazione in un tentativo, il vero artigiano della parola, nell’arte dovrà cercare di calibrare un tempo dilatato verso il proprio centro egoico…Per risolverlo. L’apparente paradosso è questo…Chi si pone in apertura verso l’universalità, chi tenta il canto degli elementi e delle costellazioni nella propria ballata vitale, per operare con somma autodisciplina abbisognerà d’immergersi in una dimensione del Sé di pace e di ritiro. Lontano dallo strepito del profano, in termini heideggeriani: dal Bestimmungsgrund (fondamento determinante) all’Abgrund (fondo abissale). Dal proprio fondo, l’individuo nudo nei confronti del Tutto, si appropria del suo sentire.
Il pellegrino può liberare la propria creatività solo dopo una concentrazione: da chi non sa cosa è la vera azione, da chi perde pena nel gestire il mondo come insieme di fenomeni, essa viene scorta come egoismo larvale.
Da qui l’incomprensione moderna verso chi si vuol dedicare, non solo a concentrarsi…Ma ad espandersi. Operazione ancora più ardua.

Il portamento del carattere e dell’individuo che inclina la figura in quella catena d’oro delle cause platoniche, trova paradossalmente letizia nell’affondarsi e nell’effondersi come l’ultimo Uomo universale del Classico – primo Uomo del futuribile concento. Sempre Simmel delinea mirabilmente come si dovrebbe situare, in perfetta disposizione, l’azione in sé, nel recupero di ogni fibra protesa sul “fluido coagulato”, che “carica l’operatore come una pila elettrica: ma non si produce alcun effetto fino a quando non vi è una scarica, detta anche soluzione”[11] :

In ogni sua espressione e realizzazione artistica, egli non ha manifestato altro che la sua stessa personalità: ha condotto la sua osservazione ed interpretazione dell’esistenza godendone egli stesso fino in fondo. E si ha come l’impressione che egli abbia dato origine alla sua visione della natura che pure, al di là di tutte le obiezioni che si possono opporre, presenta un’incomparabile compiutezza, fedeltà all’osservazione ed altezza di veduta, limitandosi a dar corso al naturale sviluppo delle energie del pensiero e del sentimento che recava in sé. Scrive egli all’inizio del Viaggio in Italia: “Talvolta mi fa paura tutto ciò che mi invade senza che io possa difendermene – e che torna poi a svilupparsi da dentro“. Per questa ragione lo riempiva di gioia apprendere dalle dichiarazioni di Schiller sul Meister “di aver dato piena espressione a ciò che era proprio della sua natura, in un modo che risultava poi del tutto conforme alla natura dell’opera stessa”. E solo per questo egli può pretendere dall’artista che proceda “in modo sommamente egoista”. [12]

Il distacco “egoico” che Goethe ebbe nei confronti della sistematicità è chiaramente il modo di procedere individualistico-artistico, per giungere poi a sentire come nell’Ode di Klopstock all’interno del Werther, altrimenti ogni concentrazione nella Torre del proprio operare è vana:

…E da quel tempo il sole e la luna e le stelle possono girare a lor piacimento, ch’io non mi accorgo più se è giorno o notte, e tutto l’universo si perde intorno a me. [13]

Il suo sapersi occhio come Sole terreno (per usare un’immagine che richiama Maestro Eckhart…), porta alla necessità di una centripeta coimplicazione: la formula sul piano personale, nel letterato volge la massima concentrazione possibile a rinascere, caricare i vocaboli del massimo significato possibile, come direbbe anche un Pound.

Un operare siffatto richiede il nostro farsi “coppa”, per poi riversarsi. Per questo lambiccare spirituale non può certo essere sufficiente lo scampolo tratto dalla giostra giuocata nel delirio settimanale.
La figura che non può disporre del tempo per concentrare ed operare veramente, giunge ad un esercizio distensivo senza aver accumulato. L’artista è quindi colui che, fragile diapason, rimane retrattile ad un impiego nell’inautentico. Da qui la confusione, la rozza distorsione nei confronti dell’otium necessario per far confluire un qualsiasi segno, dal sigillo degli archetipi, alla vita vissuta nell’immanente.
Concatenati a far vivere il morto orale, gli scrittori così intesi si adoperano per una comunione: l’Ostia di Arturo Onofri, l’Orchestra di infiniti rimandi in Pound, la Pioggia come mappa cosmica dannunziana, sulla pelle del nostro essere-mondo.

Dalla massima contrazione si è passati all’utilizzo della parola come mero indicatore di relazione, non come Rivelazione e Rovina; infatti Trakl ci porterebbe enormemente più in là di questo flusso poematico in forma di piccolo saggio critico: abbandoni. Parole ad intarsio nel Fiore del Male di una panica intesa, da non dismettere se non in panni di artificiale paradiso, spedito al mittente in nome di una volontà energetica. Autocompimento di crisalide in viva morte, morta viva vivo.

Quando non si parla di morte come trapasso da spoglie insufficienti in nome di un successivo volo di Fenice, possiamo pur dire che ogni attaccamento alla cosa posseduta è come la morte del possessore.
La visione della Fenice presuppone polvere e cenere di sé…Chi non riesce ad operare la combustione non può che trovare “L’ideale che annega nel fango”: Emilio Praga…Ovvero un finale lasciato incompiuto. Una morte che è un inizio per chi sente la segregazione in cui vive tutta la generazione disorientata, non più nella dimensione post-unitaria dell’Italia ottocentesca, come miccia esplosa nella malattia mortale degli scapigliati (uno stato di cose che non apre una via, ma la cicatrizza testimoniando un dolore, oltre le soglie delle possibilità individuali dei determinati poeti…).

Dopo un ripensamento, si circola così, forse, notando proustianamente come ”la frivolezza di un’epoca, quando ci sian passati sopra dieci secoli, è oggetto della più grave erudizione…”. [14]
Il problema è che nel lascito delle ere, l’epoca in cui la tecnica impone il dominio, non lascerà passare così tanto tempo.

La “lugubre china” che ha preso la vocazione per l’impossibile nella società meccanica, ha sicuramente un altro versante da considerare. Il tempo unito alla volontà di agire in fedeltà alla propria natura: gli elementi materiali dell’ hic et nunc, che portano a trascrivere una vita in opere letterarie, non sono bastevoli.
Considerando tutto ciò che è avversario, come base inevitabile per dar forma al nostro agire, il sacrificio continuo forse fa parte di ciò che inquadra perfettamente Jakob Böhme in una sua illuminazione di grado superiore:

Nessuna cosa può rivelarsi a se stessa senza opposizione, poiché quando non ha nulla che le si opponga essa s’effonde all’esterno e non ritorna in sé. E se non penetra in se stessa, come in ciò da cui è originariamente uscita, essa non può saper nulla della sua origine. [15]

 

Corollario d’ulteriori problematiche

Platone avrebbe bandito anche Goethe? Il vivere da artista ogni frammento esula da una possibile Repubblica? Le caste sono bene definite…Il furore di cui parla Bruno, invece non può essere parte di una tranquilla cittadella, a meno che non si proceda con ciò che in alcuni maestri s’annota piano, tra le fila: il genio è lo stato normale dell’umanità. Il filosofo che inquadra l’artista come pericoloso per la formazione dello stato utopico, teme quel gioco continuo tra ragione, mondo sensibile e ispirazione donata dalle Muse. L’artista presenta alcuni caratteri temperamentali che esulano dalla via sapienziale, e al contempo può essere specchio di ciò che va aperto solo oltre la via preparatoria della ragione. L’abbandono artistico però presenta sempre un ritorno del furore sul soggetto: come scarica energetica ormai in combustione ingestibile. Coibentando lo slancio e l’entusiasmo in una via più che individuale. Relazionata con l’universale (se è vera arte), la vocazione del tarantolato viene guardata con sospetto nella Repubblica platonica, ma con un principio di ragione sufficiente, mentre il torto maggiore è perpetrato dalla “conciliante” società dei consumi. In essa vi è la libertà come deserto che non riconosce progettualità ed è heideggerianamente nell’inautentico.

(Stefano Eugenio Bona)

NOTE: – 1 Georg Simmel, Kant e Goethe (Kant und Goethe. Zur Geschichte der Modernen Weltanscauung,1906), p.21, Ibis, Como-Pavia, 1995;- 2 Op.cit., pp. 88-89;- 3 J.W.Goethe, Tutte le poesie, Mondadori, Milano, 1994, vol. I, p.1243;- 4 Op.cit. I, p.529;- 5 Op.cit., Gott und Welt, Ultimatum;. 6 Gottfried Benn, Lo Smalto sul Nulla, pp.121-122, Adelphi, Milano, 1992;- 7 Apuleio, Apologia o Pro se de magia liber, XLIII, pp.60-61, Garzanti, Milano, 1998; -8 Op cit., vol.II, pp. 903-905;- 9 Novalis, Frammenti, fr. 1750, p. 436, Bur, Milano, 2001;-10 Joséphin Péladan, Introduzione alle scienze occulte, p. 49, Atanòr, Roma, 1948;-11 Oswald Wirth, I Tarocchi, p.213, Edizioni Mediterranee, Roma, 2002;-12 Op.cit, p.36; -13 J.W.Goethe, Romanzi, p.31, Meridiani Mondadori;- 14 Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto, Il Tempo ritrovato, p.142, Mondadori, Milano, 1997;- 15 Jakob Böhme, La Preziosissima porta della contemplazione divina I,8, p.17., SE, Milano, 2010

IMMAGINE: Carl Gustav Carus, Das Goethe Denkmal, 1832, Kunsthalle Hamburg

La redazione ringrazia l’Autore per la gentile autorizzazione

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Categorie: Cultura, Filosofia

Pubblicato da Ereticamente il 1 Dicembre 2015

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

Commenti

  1. mario michele merlino

    Platone è sì la Repubblica ma pur anche il Simposio. L’opera d’arte sta nelle belle forme e belle forme possono essere l’armonia delle parti costituite. Non è forse lo Stato l’uomo in grande? E l’uomo è ‘poesia’… Discendere dall’Iperuranio è tanto complesso quanto il tentativo dell’auriga di ascendere. I franchi tiratori di Firenze, forse qualcuno ignaro delle ‘belle lettere’ della Venere del Botticelli o della terza sinfonia di Beethoven, furono poeti ed assassini al servizio dell’Ideale. Esteticamente ‘belli’ sulle gradinate di Santa Maria Novella. Rimane pur sempre quanto scriveva Charles Baudelaire ‘il poeta non è di alcun partito, se lo fosse, sarebbe un semplice mortale… Tornarci sopra, buono lo spunto, necessario il chiarimento. Possibile?

  2. Certamente, il poeta è quel tarantolato che tramite i furori può oltrepassare lo stato passivo della ricezione, o limitarsi a farsi strumento. Collocando i furori in una concezione gerarchica ficiniana. Anche per questo la citazione di Wirth. L’articolo apre porte, la cui necessaria trattazione esula dalla dimensione articolistica. Possibile certamente questa funzione in cui si deve rimanere ancorati ad una dimensione “linfatica”, sentendosi parte e tutto, alla Novalis. Possibile la rinascita poietica attraverso la concezione “stuporosa” propria dell’incanto goethiano, per questo il collegamento. Nessuna soluzione, nell’epoca del dominio della tecnica, vi è una ferita aperta che è necessario e libero tradurre in una spinta a coagulare energia, metterla al servizio di un incarnato e portarla avanti “fuori dalla pazza folla”…Chi ha un briciolo di voglia, di speme a ri-solvere la propria coagulazione, non può esser visto che come troppo occupato sulla propria individualità, dal buon borghese…Quando invece, concentrando, cerca d’espandere…Poi si, il poeta opera tra le fila…Un certo mimetismo…Da lì lo spunto sulla collocazione sociale…Sono lieto di poterne parlare, ripetendo la necessità di sicuri sviluppi sul tema.

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