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Il paradosso della democrazia – Enrico Marino

Il paradosso della democrazia – Enrico Marino

 

Alla fine anche lui ha detto la sua. Sul Corriere del 15 dicembre Paolo Mieli ha commentato le elezioni francesi e lo ha fatto per evidenziare gli errori del fronte anti Le Pen, per fare in modo che non si ripetano in futuro, perché, difronte alle sfide politiche che si avvicinano in Italia e in Europa, la cosa importante è che il sistema regga. Insomma, in linea coi molti commentatori della stampa democratica, anche Mieli s’è preoccupato più di sottolineare la mancanza di strategie convincenti anti FN, piuttosto che analizzare, sottolineare e, semmai sottoporre a critica, i comportamenti truffaldini, le incapacità e le colpe della sinistra francese responsabile della crisi e del disagio che attanagliano il Paese.

I giornali della sinistra e quelli della borghesia reazionaria, massonica e giudaica, non si curano infatti del malessere del popolo, dei problemi acuti della società francese, della deindustrializzazione o del sistema clientelare dei socialisti al governo, ma unicamente di non regalare alcun vantaggio futuro al Front National e di continuare a dipingerlo come una minaccia per la democrazia. Del resto, visto che anche questa volta le minacce di guerra civile e le intimidazioni del premier socialista Manuel Valls hanno intimorito i borghesi benpensanti, perché cambiare spartito? La legge elettorale francese, a suo tempo studiata proprio per fermare JM Le Pen, ha funzionato anche questa volta favorendo l’oscena ammucchiata dei repubblicani e della sinistra che, spazzata via dalle regioni che governava, in un rantolo estremo, s’è piegata a sostenere il  partito di Sarkozy.

Ora perciò, la contrapposizione non sarà più tra destra e sinistra, ma tra identitari e mondialisti; tra chi è ormai radicato fra i giovani, i disoccupati, i ceti medi impoveriti, i lavoratori, gli operai e gli impiegati e coloro che sono arroccati nei salotti radical, tra gli intellettuali della gauche, i finanzieri, i banchieri, i burocrati e i borghesi; tra chi rappresenta vasti strati del popolo francese ed è divenuto il partito di maggioranza relativa nel Paese e coloro che si avvalgono della menzogna del sistema elettorale francese, quelli che non votano più per qualcuno ma solo contro qualcun altro, quelli che utilizzano la democrazia come una clava contro l’avversario politico.

Anzi, se mai ci fosse stato ancora qualche dubbio, la prova francese ha definitivamente chiarito quanto la democrazia sia solo un sistema di potere, uno dei tanti, solo parzialmente rappresentativo della maggioranza degli elettori e quasi mai dei reali interessi di un popolo. E se per Ezra Pound democrazia significava dominio delle élite usurocratiche, oggi più che mai la democrazia unita al liberismo, ossia la democrazia liberale, sancisce il dominio, anche sul piano politico (oltre che su quello economico-finanziario) dei detentori del grande capitale finanziario, che hanno nella realtà il monopolio delle decisioni di valenza strategico-politica.

Il neocapitalismo che oggi domina incontrastato il parlamento europeo e quasi tutti i parlamenti nazionali del vecchio continente, si ammanta di democrazia a suffragio universale a sfondo liberale, che dovrebbe garantire l’espressione della volontà popolare, a maggioranza, nonché i diritti civili e politici dei singoli, mentre in realtà oggi la democrazia è prima di tutto un importante strumento di dominazione elitista finanziario, congeniato a stringere la presa sul versante politico. Se integriamo gli operai con i ceti medi impoveriti, i giovani precari, le partire IVA in difficoltà, i pensionati al minimo, i milioni di disoccupati (immigrati compresi), notiamo che parlare di democrazia pura, di democrazia in generale, di uguaglianza, libertà e universalità, mentre gli anziani e i giovani, le famiglie e le piccole aziende, gli operai e tutti i lavoratori vivono situazioni di acuto disagio e mentre la finanza e gli speculatori continuano ad arricchirsi, significa prendersi gioco del popolo.

A tale proposito, il caso francese è emblematico perché l’esito dei ballottaggi ha mostrato con chiarezza gli aspetti inquietanti della democrazia concretamente esistente.

Il deficit di rappresentanza dei ceti popolari ha garantito l’applicazione di controriforme di ispirazione neoliberista, come quelle riguardanti le pensioni e il mercato del lavoro, le privatizzazioni, il ridimensionamento dello stato sociale, la precarizzazione dei giovani, il predominio del potere bancario e altre anomalie che nulla hanno a che fare col consenso popolare. Oggi è più evidente che mai che i governi e i cartelli elettorali di maggioranza non rappresentano più gli interessi popolari, ma principalmente, se non esclusivamente, gli interessi di una classe dominante apatride e della finanza mondialista. Ecco allora che quando forze identitarie, definite spregiativamente populiste, si affermano come espressione della voce del popolo e degli interessi della Nazione, l’avvicendamento democratico – inteso come cambiamento che incide sui rapporti sociali, sulle politiche socioeconomiche, sulle alleanze e la politica estera, sulla stessa organizzazione dello stato –  è reso impossibile coi meccanismi rappresentativi del voto cosiddetto democratico, che acquistano così una valenza reazionaria.

Lo dimostra il caso del Front National francese, che pur essendo il primo partito non è riuscito vincitore in nessuna delle tredici regioni in palio. Sono entrati in funzione “anticorpi democratici”, in quel caso il patto repubblicano di desistenza, che impediscono a quella forza politica non in linea con gli interessi elitisti, neocapitalisti e sopranazionali di vincere nella competizione elettorale.

Chi rappresenta, almeno in parte, gli interessi vitali della maggioranza della popolazione è ostracizzato, demonizzato dai media, calunniato, destinato a perdere inesorabilmente la competizione elettorale, costretto nella morsa dei cartelli elettorali “politicamente corretti”, che non rappresentano gli interessi del popolo ma quelli delle élite finanziarie e che, monopolizzando in egual misura destra e sinistra, uniformano sia i loro programmi che i referenti sopranazionali.

Se non si ottiene il consenso, fittizio, manipolato, estorto o simulato attraverso i sondaggi d’opinione, si ricorre al rinvio sine die delle scadenze elettorali e all’imposizione di governi “nominati”, decisi all’estero con complicità interne, oppure guidati da non eletti, graditi alle élite sopranazionali. Se poi anche questo non è sufficiente, destra e sinistra “politicamente corrette” fanno quadrato intorno al sistema.

Un sistema che nasconde nella molteplicità e nei suoi stessi assunti teoretici il proprio inganno. Esistono infatti democrazie dirette o rappresentative, democrazie popolari e democrazie liberali, democrazie proporzionaliste e maggioritarie ed ognuna si considera la migliore e la più idonea agli interessi e alla natura dei propri cittadini, al punto da arrogarsi il diritto di scegliere a quali concedere il diritto di rappresentatività e a quali negarlo – additandoli quali estranei al confronto democratico – in stridente e ipocrita contraddizione con le sue enunciazioni di principio di libertà, uguaglianza e fraternità.

In mani elitiste, infatti, le regole vengono fatte e disfatte, i sistemi elettorali si decidono secondo convenienza, il sistema si autotutela e si rigenera in forme autoreferenziali sempre formalmente corrette anche se sempre più aliene rispetto all’interesse nazionale.

La conclusione è che le sole elezioni non possono in alcun modo fermare le controriforme neoliberiste, l’austerità imposta da organismi privi di legittimazione, la distruzione dello stato sociale e del lavoro, perché sono parte dello strumento di dominio delle élite mondialiste chiamato democrazia.

Per questo l’unica Rivoluzione non può che passare attraverso il superamento del sistema borghese e neoliberista, oltrepassando le retoriche e vuote affermazioni di libertà, fraternità e uguaglianza di stampo giacobino e individualista, per riaffermare categoricamente i principi tradizionali della stirpe e del suolo, i diritti sociali della comunità e del lavoro, gli interessi perenni del popolo e della Nazione che tutti gli altri trascendono, racchiudono, custodiscono, tramandano e proiettano nell’avvenire.

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Categorie: Democrazia, Esteri, Francia, Politica

Pubblicato da Ereticamente il 23 Dicembre 2015

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

Commenti

  1. Sepp

    Visto che costoro non rispettano niente e nessuno perché non accelerare l avvento del dio Kalki? Distruggiamo il loro futuro.

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