Eraclito il fanciullo, il gioco del tempo – Mario Michele Merlino

Eraclito il fanciullo, il gioco del tempo – Mario Michele Merlino

Ho skoteinòs, cioè l’oscuro, con questo appellativo passa alla storia Eraclito, filosofo, nonostante che oggi ci si vanti di tutto e di tutti comprendere, eredi quali siamo della Dea Ragione, e dunque ciò vale anche per lui pur se, in qualcuno dei suoi Dialoghi, Platone riferisca come il suo maestro Socrate ammettesse che vi era tanto del suo filosofare rimastogli incomprensibile. Del resto ciò vale per la filosofia in quanto tale, erede qual è, per dirla con Giorgio Colli, dell’oracolo e della follia. Il linguaggio che si disvela nel tempio e davanti al braciere, al contempo, confonde tanto da portare alla rovina chi s’inganna d’averlo rettamente inteso; il linguaggio che, in apparenza, si esplicita privo d’ogni nesso e di quanto da esso deriva e che nasce – non può essere altrimenti – da un Logos oscuro e divino. Così proprio quel Logos che diverrà presuntuoso asse su cui far ruotare ogni altra forma di sapere (‘scienza delle scienze’ ebbe a definirlo l’idealismo) e che proprio da Eraclito è introdotto a viatico viene generato da un atto di fede o da credenza, da sapienza antica di cui tanta filosofia irriderà quale superstizione…

(Il Socrate di Nietzsche è figura plebea che, simile ad Euripide, tramite la ragione giustifica assolve consola il senso tragico ed immediato dell’esistenza; per Aristofane, che pur gli era contemporaneo ed amico, sofista cialtrone impudico visionario perso fra le nuvole d’un cielo ironico; per quanto mi riguarda, al contrario, ho il sospetto che vi sia della sana aristocrazia nel suo affermare come, conoscendo se stessi, l’uomo si scopra e, nella differenza di ciascuno, si renda partecipe del ruolo da svolgere all’interno della pòlis, principio di diseguaglianza contro il dèmos dell’agorà, la piazza del mercato e del vano chiacchiericcio. E modestamente mi si perdoni d’essere io terzo ‘fra cotanto senno’… Come si vede, fin dagli esordi sotto il cielo, ormai resosi distante, c’è della confusione!).

Nel semestre invernale 1966/67, all’università di Freiburg in Breisgau si svolse, in numero di tredici incontri, il seminario su Eraclito tenuto dai filosofi Eugen Fink, intenzionato a confrontare la propria interpretazione, con Martin Heidegger. Fu questo l’ultimo impegno di Heidegger all’università. Di Eugen Fink, già assistente di Husserl, promotore della fenomenologia, ricordo La filosofia di Nietzsche del 1960, edita in Italia nel 1973 da Marsilio Editori. Questo l’inizio, già di per sé folgorante: ‘Friedrich Nietzsche è una delle grandi figure del destino della storia dello spirito occidentale, un uomo del fato, che costringe alle estreme decisioni, un terribile punto interrogativo sul cammino lungo il quale era andato fino ad allora l’uomo europeo, cammino determinato dalla eredità dell’antichità e di duemila anni di Cristianesimo… Con Nietzsche l’uomo europeo giunge a un bivio’. Dietro le maschere con cui s’è dato e si è interpretato. Essere un destino. (Per chi non si ricordasse o non avesse letto Inquieto Novecento, scritto nel 2004 con l’amico Rodolfo Sideri, Nietzsche si trova ad essere quell’inizio da cui tanta storia, la ‘nostra storia’, s’è forgiata). Merlino 2

Frammento di Eraclito: ‘Aiòn (coè il tempo) è un fanciullo che gioca, muovendo le tessere di una scacchiera; la signoria è di un bambino’. Il dominio si genera in mano ad un fanciullo che detta le regole e le modifica a suo piacimento come appunto fanno i bambini costruendo nel gioco la realtà e in essa immergendosi. Nelle Tre Metamorfosi Zarathustra imprigiona l’uomo, reso simile a cammello, nella legge del dovere; dispiega la potenza, simile ad un leone, tramite la volontà; l’Essere è costante rinnovarsi, quell’apertura sul mondo che solo lo stupore può donare tramite gli occhi e le mani del fanciullo, a suo piacimento. Miracolo della forza, si potrebbe affermare, icasticamente. (Lo stesso Hegel paga il debito al filosofo di Efeso consentendo allo Spirito di muoversi attraverso la contrapposizione – apparente – dei contrari. Il Polemos più che tradotto in ‘guerra’ va inteso quale contrasto degli opposti per dischiudere il senso del Logos). ‘Innocenza è il fanciullo e oblio, un nuovo inizio, un giuoco, una ruota ruotante da sola, un primo moto, un sacro dire di sì’.

Se aiòn è tempo, di quale tempo Eraclito parla? E se gioca su una scacchiera le tessere sono espressione di un disordine cosmico, della pura casualità, oppure seguono l’ordine razionale del mondo? Se accettiamo la prima interpretazione, come pensa Miroslav Marcovich, curatore di una classica edizione dei Frammenti di Eraclito, vi è una ironia di fronte all’insensatezza e limite della condizione umana, il senso del tempo finito, una visione elitaria ed aristocratica dove solo ‘uno su diecimila’ intende la presenza del Logos dietro tutto il variegato mostrarsi del divenire. Secondo un aneddoto riportato da Diogene Laerzio (III secolo d.C.), egli, al contrario, prediligeva ‘giocare agli astragali coi fanciulli’ nel tempio di Artemide, dopo essersi rifiutato di redigere una nuova costituzione richiestagli dai suoi concittadini. ‘Di che cosa vi meravigliate, creature vilissime? Non è meglio far questo che partecipare con voi alla vita della città?’. Contro il mondo adulto, che si illude d’essere maturo e che, viceversa, confonde il giorno con la notte, incapace di cogliere l’Uno che a tutto sovrintende… Il fanciullo – una sorta di ri-generazione – presiede alle vicende umane tramite il gioco, qui ben serio e tragico (‘ìsa kai tò medèn – pari a zero – valuto la vostra vita, o generazioni di mortali’, dice il coro nell’Edipo re di Sofocle).

Il drammaturgo tedesco Friedrich Schiller, con teutonico e reiterato rigore e cipiglio, scriverà tra il 1793 e l’anno successivo le Lettere sull’educazione estetica dell’uomo (anticipando la concezione tipica romantica della natura quale forza vitale, in sé creativa e in eterna espansione come avviene durante gli aspetti ludici dell’esistenza. Chi, da bambino, non ha trasformato se stesso trasformando un ramoscello in un fucile o in una spada?) al duca Christian von Schleswig Holstein-Augustenburg (fascino della lingua tedesca, rullo di tamburi prima della battaglia, nobiltà di Blut und Boden!): ‘l’uomo gioca soltanto quando è uomo nel pieno significato della parola, ed è interamente uomo solo quando gioca’. Azzardo: la spavalderia l’irriverenza il fascino della sfida – futuristi arditi legionari fiumani squadristi – c’entrano qualcosa, incarnano il giocare di un mondo giovane che ha in orrore la senescenza? (Il rimando potrebbe darsi alla ricerca storiografica di Johan Huizinga, autore del famoso L’autunno del Medioevo, di cui possiedo bella edizione del 1940. Qui al suo Homo ludens in cui egli propone la lettura sull’origine dei fenomeni culturali – arte diritto politica – in chiave di gioco e di competizione e soltanto in seguito sotto forma di istituzioni sociali irrigidite e costituite. Il Fascismo da movimento in regime, secondo la lettura di Renzo De Felice).

Il Mahabhàrata è lo smisurato poema indiano di circa centomila strofe – per intendere la sua vastità ci si immagini l’Iliade e l’Odissea riunite insieme e moltiplicate per otto volte! – , scritto in sanscrito e composto dal mitico saggio Vyasa, protagonista egli stesso della vicenda narrata. La sua composizione si colloca in un arco di tempo che va dal IV secolo a.C. al IV d.C. e descrive la genesi lo sviluppo e il sanguinoso epilogo della contesa tra i cugini della stessa stirpe lunare, i Kaurava contro i Pandava. L’azione si svolge durante la fine dell’età antecedente l’attuale, quell’età del Kali-Yuga di cui Julius Evola, nella nostra formazione giovanile e ricerca di Maestri altri ed alti, ci ha descritto i caratteri in Rivolta contro il mondo moderno. Al suo interno si trova la celebre Bhagavad Gita o Canto del Beato (la traduzione italiana in mio possesso è quella edita nel 1964 da Ubaldini Editore) dove il Pandava Arjuna esita a lanciarsi in battaglia avendo di fronte quali nemici parenti ed amici. Ed è qui ad intervenire il dio Krishna che lo esorta a battersi in quanto appartenente alla casta dei guerrieri e, dunque, a compiere quanto è ascritto comunque nel suo karma, dove non vi sono le passioni o il ragionamento ma quell’agire senza agire che rende l’uomo e il suo destino un tutt’uno (come siamo lontani dal mondo dell’illuminismo della Rivoluzione francese da Saint-Just e da quelle ‘guerre della libertà – che – si combattono con odio’!). Alle origini del conflitto vi è una partita a dadi vinta con l’inganno. E gli uomini, che vi succedono, finiscono per essere ‘cani di paglia’, secondo un detto cinese…

Oscuro o meno che sia, Eraclito domina un lungo percorso del pensiero ‘occidentale’ – con le sue radici di cultura indo-europea, come s’è detto – inserendo quell’idea fondante del gioco che, di contro l’accezione usuale, banale certo non è. Perché – e già il vecchio Platone l’aveva ricordato nelle Leggi – ‘l’uomo … non è che un giocattolo costruito dal dio, e questa è veramente la sua caratteristica migliore’. Se prevale ancora la superiorità del mondo degli dei, quell’idea a cui fissare lo sguardo, una sorta di invito a fare della gioiosità la misura del vivere, cosa accadrà quando il cielo si renderà orfano e vuoto? Gli uomini diverranno marionette e il gioco crudele… Poche voci si leveranno, consapevoli o meno, di rivolta. Penso al concetto di ‘leggerezza’ di cui Robert Brasillach si farà strenuo difensore ( sua questa affermazione ‘J’aime la légèreté des choses, des actes, de la vie. Je n’aime pas la légèreté des étres’). E penso al motto che ho coniato per il mio blasone di anarco-fascista: ‘Faccia al sole e in culo al mondo!’… nella cella del secondo braccio, Regina Coeli, per non dare soddisfazione a chi mi avrebbe voluto murare vivo e rendermi sgomento e affranto.

 

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Categorie: Punte di Freccia

Pubblicato da Mario Michele Merlino il 5 Dicembre 2015

Mario Michele Merlino

Nato a Roma 2 giorni prima dell'entrata degli alleati, quindi 'obbligato' per fedeltà ad appartenere ad altra Repubblica. Prima con la spranga sui denti (altrui) poi con la penna irriverente sbruffone parolaio, cioè 'geniale'... con poche idee e tante emozioni in attesa di sapere cosa farà da grande...

Commenti

  1. E io resto qui , così , con questo sorriso ebete.Grazie.

  2. mario michele merlino

    e se fosse il sorriso della donna di tracia osservando talete caduto nella buca mentre, distratto, osservava il cielo stellato?

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