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L’Italia etnonazionale contro l’italietta caricaturale

L’Italia etnonazionale contro l’italietta caricaturale

L’attuale Repubblica Italiana partorita dal secondo dopoguerra, e dunque modellata dalle grinfie di democristiani, partigiani, liberali, sinistrati e altri servitori dei “vincitori” alleati, non è altro che una colonia svuotata da ogni rimando genuinamente nazionale (ed etno-culturale).

Lo stato italiano che ci ritroviamo sul groppone da una settantina di anni non serve l’Italia e il Popolo italiano, a meno che per “Italia” si intenda la galleria di orrori stereotipati che tanto diverte gli Americani; lo stato italiano attuale è un apparato apolide, internazionale ed internazionalista, mondializzato dove l’appartenenza di sangue, suolo e spirito conta meno di zero perché a contare qualcosa è solo la vuota retorica patriottarda a base di tricolori francesizzanti, ruote dentate, drappi azzurri e continua confusione tra Risorgimento (affrancamento degli Italiani dal giogo straniero) e Resistenza, cosiddetta (affrancamento degli Italiani dall’Italia a tutto vantaggio di Americani, banchieri e agenti globalisti anti-identitari).

In un quadro simile vengono immediatamente meno la sovranità del Paese, l’autorità del suo stato e l’identità della Nazione. Oggi “Italia” indica semplicemente l’apparato statale occidentale ad uso e consumo della globalizzazione americana, una delle tante sciagurate realtà politiche dell’Europa occidentale che sta in piedi a suon di logge borghesi al servizio del mondialismo alleato. E questa situazione non fa certo bene al verace patriottismo, dal momento che la confusione costante tra stato e Nazione va a detrimento dell’orgoglio nazionale e dello spirito d’appartenenza, che dovrebbe legare gli Italiani senza micro-sciovinismi di sorta.

Di fronte ad uno stato apolide e fallimentare che non serve il proprio Popolo ma gli interessi degli enti sovranazionali ci si deve aspettare una deriva indipendentista, ad esempio, per quanto non rappresenti una soluzione ma solo un’esacerbazione del problema: l’unico risultato concreto di queste chimere senza giustificazioni storiche è il disfattismo più lugubre.

Purtroppo lo stato italiano non fa gli interessi degli Italiani ma dei suddetti enti internazionalisti che mirano alla creazione di una gigantesca macedonia globale amministrata da un superstato centralizzato, logicamente a guida americana; non si ragiona più in senso nazionale (sarebbe fascismo, no?) e men che meno etno-culturale (chiaro sintomo di razzismo) ma universale poiché l’universalismo è l’unica cosa che non turba minimamente il mercato globale e il dispotismo incontrollato del dio denaro e del suo culto capitalistico.

L’Italia, quella vera che si innerva sulla ricchezza etnica del Paese senza sfornare itaglioni caricaturali, viene così ridotta ad una vuota e insipida italietta che conta solamente quando si parla di ferie, di turismo, di svago e immancabilmente di cialtronerie assortite sulla base dei logori cliché basati sui difetti dei Meridionali. Essa non conta più alcunché da un punto di vista di autorità, dato che è ingabbiata dall’Unione Europea, dalla NATO, dall’ONU cui deve pedissequamente obbedire pena sanzioni e altre assurdità senza capo né coda; non conta da un punto di vista di sovranità, visto che non ha più una… lira (intesa come moneta nazionale) e che il proprio mercato interno è soggetto al liberismo a tutto vantaggio degli stranieri che si stanno accaparrando di tutto lasciando le briciole agli indigeni; men che meno conta da un punto di vista identitario, visto e considerato che oggi “Italia” indica al più una squadra statale di pallone dove possono militare liberamente calciatori di altri Paesi e addirittura continenti.

Figuratevi se in una situazione simile l’Identità e la Tradizione italiane possono realmente contare qualcosa. Uno sente parlare di “identità” e il suo pensiero corre al pezzo di carta burocratico oppure, in maniera ben più scellerata, a quelle corbellerie velenose del gender mirate alla creazione di finti bisogni anarco-individualistici che non sono altro che capricci consumistici funzionali al mercato. A quel mercato globale di cui parlavo sopra che è esiziale nei riguardi della nostra economia e delle nostre finanze, e innanzitutto nei riguardi appunto della nostra identità.

Infatti, secondo voi, cosa può contare in un desolante quadro europeo siffatto? I quattrini, e nulla più. Essi rappresentano l’unica cosa che può unire genti disparate, rimescolate, meticciate e promiscue, sull’esempio della società americana costruita interamente sulla cittadinanza del consumismo e dell’edonismo, del materialismo più becero che si fa beffe di ogni discorso realmente patriottico (poiché a mio avviso “patriottico” significa etnonazionale, e non miseramente statale).

Privare un Paese europeo di autorità, sovranità e identità è quanto è in voga in Europa dal secondo dopoguerra, in particolar modo se si tratta di quei Paesi dal passato fascista o nazionalsocialista. Il tutto viene infatti sapientemente condito dal senso di colpa atavico che deve essere espiato genuflettendosi al cospetto del mondialismo e quindi cedendo la propria sovranità al fine di obbedire alle più disparate castronerie internazionaliste che spaziano dagli omosessuali ai migranti, dai Rom al liberticidio antifascista tutto reati d’opinione e anti-revisionismo.

Quando il tuo Paese non conta più nulla poiché imprigionato da uno stato-apparato che obbedisce direttamente ai poteri forti mondiali ti devi aspettare la situazione che stiamo vivendo da anni: barconi che infestano le acque del Mediterraneo, allogeni che premono alle frontiere pronti a dilagare per seminare crimine e arricchire le casse dei plutocrati, schiaffi all’identitarismo e al sentimento nazionale frustrati dalle vessazioni tecnocratiche di boiardi rinchiusi nelle loro belle torri d’avorio, e ovviamente sovversione quotidiana dei valori tradizionali consolidati, simbolo di quella salutare normalità che nulla ha a che vedere col grigio conformismo borghese cui invece (senza magari saperlo) obbediscono i sinistrati arcobalenati  e pacifisti. Poiché signori, la libertà è il bene della Comunità, non di pochi profittatori oppure dell’informe massa anarcoide.

La soluzione a questo distruttivo marasma, a mio avviso, sta in un Paese corroborato dall’etnonazionalismo e ordinato da un serio federalismo etno-culturale (prima che fiscale e amministrativo) affinché l’Italia torni ad avere uno squisito significato di Sangue e Suolo e in secondo luogo venga finalmente rappresentata da uno stato nazionale che faccia innanzitutto gli interessi del proprio Popolo, e poi dell’Europa, quella vera non la UE.

Preferisco di gran lunga una repubblica italiana etnofederale per conto proprio piuttosto che una laida accozzaglia di stati continentali dove a contare qualcosa sono solo gli interessi dei ricchi, dei parassiti, delle banche e delle lobby internazionali e dove invece gli interessi sociali e nazionali degli Europei sono derubricati al livello di carta straccia o al massimo di folclorismo da sagra paesana.

Ave Italia!

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Categorie: Etnonazionalismo

Pubblicato da Paolo Sizzi il 1 Novembre 2015

Paolo Sizzi

Lombardo orobico, Italiano, Europeo, classe 1984. Letterato, sulla Rete dal 2006, da sempre cultore di valori identitari e tradizionali. Senza rinnegare la formazione völkisch evolve il pensiero nell’Italianesimo Sangue e Suolo, coerente con un disegno etnonazionale federalista. Appassionato di antro-genetica, si definisce Nordomediterranide, fusione di elementi ario-italici/celtici con il sostrato ligure. E la Lombardia è proprio questo: una terra ligure e alpina arianizzata da Celti e Italico-Romani, e con un benefico tocco germanico.

Commenti

  1. mikeli tiloca

    Francamente, parlare ancora di “Italia” come nazione mi sembra uno sproposito…noi Sardi non possiamo certo definirci italiani, così come altre componenti etniche del cosiddetto “stato italiano”, figlio della conquista militare piemontese del meridione d’Italia (120.000 morti ammazzati fra i cosiddetti “briganti” nel decennio 1860-1870, una guerra civile mascherata, un vero e proprio genocidio). Finalmente tutto questo sta implodendo, fra scandali e schifezze varie, e forse si avvicina l’ora in cui ogni popolo tenuto insieme con la forza e con l’inganno in questa repubblica delle banane (Sardi, Tirolesi, Friulani, Siciliani, Napoletani e via discorrendo) possa finalmente aspirare alla propria autodeterminazione, lontano dal marciume e dalla corruzione romana.

    • Chissà se un giorno vi leverete le fette di salame propagandistiche dagli occhi e imparerete a distinguere tra stato e nazione. Nel frattempo, se tanto volete liberarvi da una cosa così opprimente che vi concede pure statuti autonomi riconoscendo addirittura il sardo come lingua, prendete alfine le armi in pugno e fate come Braveheart. O forse, dopotutto, la tanto odiata Italia fa troppo comodo? Mi piacerebbe proprio vedere che fine farebbe una Sardegna indipendente… Il resto sono le solite sciocchezzuole che tanto riempiono le bocche di gente come i neobArbonici, e si giudicano da sole. Mentre voi continuate a covare disfattismo, autolesionismo e wanna-beismo io preferisco difendere il buon nome dell’Italia storica emendandolo da ogni fregnaccia che gli indipendentisti nostrani (portando avanti un logoro giochetto squisitamente italiano) si bevono peggio di qualsivoglia detrattore forestiero del Paese.

    • L'uomo Ragno

      Non credo che la Sardegna possa definirsi una nazione; insomma, la sua storia, lingua e geografia sono sempre state legate al resto della Penisola.

  2. Daniel

    Concordo sulla necessità di porre in risalto le varietà etnoculturali italiane e di difenderne la varie specificità, perché appunto sono la ricchezza dell’Italia.. non sarò mai d’accordo invece su spostare questo discorso dal culturale al politico (etnofederalismo): lo Stato deve essere uno per tutti e tutti per esso. Il federalismo produce divisioni, noi invece si deve creare aggregazione e coesione. Un Popolo, una direzione politica, come quando nel secolo XX fummo grandi.

    Un veneto.

    • Opinione rispettabile, anche perché solleva problematiche concrete. Penso però che proprio per via della eterogenea natura degli Italiani si potrebbe pensare una struttura snella e flessibile laddove si trattasse di conciliare il micro con il macro; intendo dire che, personalmente, un governo presidenziale e un parlamento federale avrebbero ragione di esistere (a meno che si voglia virare su una forma moderna di fascismo, cosa ben poco realizzabile oggidì). Più che sullo statalismo preferirei investire sul concetto di patto etnonazionale tra le varie genti d’Italia, proprio perché Italia prima di tutto siamo noi, e non un’entità politica/amministrativa.

      • Daniel

        Qui entriamo nel campo delle opinioni personali, ovviamente.
        Io trovo che invece una forma di stato accentrata da un punto di vista della gestione del bene comune sia la soluzione migliore anche per contenere al massimo corruzione e sperperi, che come possiamo notare anche oggi sono direttamente proporzionali alla mole della struttura di gestione, alla varie “pieghe” nella quali i vari furbi di turno hanno gioco di fare i propri porci comodi.
        Una struttura accentrata diminuisce il numero delle persone ed aumenta la responsabilità individuale, rendendo più difficile e rischioso per chiunque commettere illeciti in quanto più facilmente scopribili.
        La soluzione per tutelare in questo quadro statale le specificità delle varie realtà locali, per non snaturarle e trarre da esse il meglio per sè stesse e per la Nazione tutta è una sola, ed arriva proprio (e non poteva essere altrimenti) dal Fascismo:
        Si chiama CORPORATIVISMO.

        • A me sembra che in 150 anni e resto di stato italiano centralista e accentratore (e affossato sui difetti di Roma e del Meridione) se ne siano viste di cotte e di crude; non abbiamo mai avuto un’Italia federale, varrebbe la pena di tentarla questa strada prima di pensare che non potrebbe funzionare, perché certe annose grane non possiamo portarcele appresso per sempre. Ciò peraltro non significa regalare statuti autonomi che in quel caso sì finiscono per diventare regali a parassiti e criminali (o a gente che sputa sull’Italia) ma basare lo stato su un patto etnonazionale tra Italiani. Va anche detto che ci si può permettere una struttura altamente dirigista e statalista in tutti i settori solo in presenza di una classe politica e dirigenziale sana, cosa ad oggi abbastanza ardua, altrimenti ci si ritrova tra i piedi la solita italietta di cui stiamo parlando. Dobbiamo fare pace con la natura etno-culturale degli Italiani, che è variegata, e non sforzarci di creare un monolite nazionale che diventa solo caricatura; né l’Italia né gli Italiani vanno “fatti” poiché esistono da millenni, vanno solo racchiusi in una cornice statuale rispettosa di chi siamo veramente. Fermo restando che in presenza di (auspicabile) presidenzialismo l’unità della Nazione in senso militare, economico, politico, geostrategico e quindi sovranista sarebbe garantito.

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