Il Rito segreto della Rigenerazione – I cicli nilensi di trasmutazione interiore – Stefano Mayorca

Il Rito segreto della Rigenerazione – I cicli nilensi di trasmutazione interiore – Stefano Mayorca

La luce di remote conoscenze, perdute tra le pieghe del tempo, rischiara una sapienza secolare tramandata ai veri iniziati che ne hanno custodito il segreto più intimo. Il segreto dei segreti, arcano impenetrabile, mistero insondabile racchiuso in un Corpus dottrinario proveniente dalla più remota antichità e si dice, nato nella misteriosa Terra d’Egitto, luogo permeato da particolari energie cariche di ancestrali richiami, espressione di un potere inimmaginabile. Qui le cerimonie volte a tramutare l’uomo in un “Dio”, a trascendere l’umana ragione e a forzare l’ignoto, erano patrimonio esclusivo della classe sacerdotale che deteneva il fulcro di tali secreti (da secrezione) e della fonte occulta che generava il Verbo Creatore. Si tratta dei processi alchimici deputati a mutare la semplice natura umana in un complesso sistema di elementi vivificanti e interagenti con le forze cosmiche e divine.  L’Alchimia, nella sua espressione più alta, è sinonimo di trasformazione o trasmutazione degli elementi umani e spirituali. Le cellule e i centri eterici preposti al risveglio delle zone occulte, situate nel corpo dell’essere umano, dunque, rendono possibile l’integrazione dei poteri sopiti nel profondo. L’Alchimia, in sintesi, offre al vero iniziato gli strumenti elettivi per un totale e graduale decadimento della vecchia personalità, a favore di una nuova rinascita sancita dalla comparsa dell’Uomo Antico – o Dio interiore – celato nel subconscio. In merito a questo, i processi alchimici danno vita ad una graduale e costante sviluppo di quelle facoltà citate sovente negli antichi trattati sapienziali. Fin dai tempi più remoti, la conoscenza si serve dell’apparato umano come un laboratorio nel quale convergono le vibrazioni macrocosmiche (universali), volte a irradiare l’intero organismo invisibile e, in seguito, anche quello somatico. Si genera così l’unione degli opposti e la fusione tra l’alto e il basso, lo spirito e la materia, l’ultraumano e l’umano. Si palesa in questo modo il concetto del Pleroma – che ritroviamo in ambito gnostico – dove gli opposti si estinguono e si interpenetrano originando l’immagine dell’uomo quale emanazione del divino, la cui parte luminosa anela alla trascendenza, mentre quella oscura (ombra) interagisce con la Terra (materia). Quando gli estremi (opposti) si riuniscono, l’Unità (uomo visibile e uomo eterico) ritorna alla luce. Gli strati superflui dell’educazione profana e dei numerosi condizionamenti subiti vengono in tal modo dissolti lentamente, allo scopo di favorire il ricongiungimento con l’Essere magico, il Maestro interiore che opera nell’intimo. La morte simbolica della personalità umana legata alla natura inferiore allude alla Nigredo alchimica o putrefazione delle emanazioni materiali e istintuali. L’uomo nuovo si ricostituisce integralmente originando una nuova natura e un codice di percezione totalmente sconosciuto, che solamente il rinato è in grado di utilizzare e comprendere. L’Uomo Nuovo, il Risvegliato, si ricongiungerà infine con l’Unità primigenia operando in questa maniera la fusione con l’Assoluto, reintegrando lo stato primevo riconducibile all’Androginia dei primordi. Fin dalle origini, il segreto della vita e della morte, della rinascita e della reintegrazione è passato nelle mani di pochi dotti sapienti, iniziati alle dottrine misteriche. Un segreto che attraverserà le varie epoche della storia e che ancora oggi è custodito gelosamente da chi ne conosce l’intimo meccanismo e le basi pratiche-rituali. Nell’antico Egitto il Rito segreto della rigenerazione era affidato ai sacerdoti-iniziati che ne mantenevano viva la dinamica esecutiva, mentre i Faraoni ne ereditavano per diritto regale le regole negate al profano. Pare che tale pratica ermetica era conosciuta anche dal grande ermetista, alchimista e massone Cagliostro. Nell’antica Roma questa misteriosa dottrina di trasmutazione si era diffusa nelle classi nobili. In effetti, gli antichi culti di ordine iniziatico e religioso, le cerimonie pubbliche e quelle di matrice esoterica iniziarono a prendere corpo nella Roma imperiale con l’avvento della cultura egizia. Roma, affascinata dalla misteriosa dottrina legata al culto dei morti e alla vita eterna, nata sulle sponde del fertile Nilo, stava trascurando le sue secolari divinità. In alcuni casi si originava una commistione tra gli dèi stranieri e quelli romani che culminava con la genesi di nuovi culti misterici di matrice occulta. Il Nilo, fiume sacro simbolicamente incarnato dal dio solare egizio Osiride – considerato a livello archetipo anche signore dell’Oltretomba – era la culla di un corpus dottrinale connesso con i cicli di morte e rinascita. Frammenti di questo sapere li rinveniamo nella cerimonia di rigenerazione a cui erano sottoposte le mummie dei Faraoni.

Anima, fertile terreno dell’Ibis secretato

 

I progressi del primo arcano (Separando della Luna), sono in corresponsione con il cammino ascensionale che conduce all’attivazione di quella forza magnetica (o magnete), corrente vitale unica, astrale, che nella sua accezione più alta è verità e luce. Legame supremo tra l’invisibile e il sensibile, Telema e Spirito Santo (Coscienza filosofica superiore) o Germe divinizzante (Io superiore incarnato). Il germe di cui stiamo parlando è l’anima, non profanamente intesa, perché questa non si presta ad essere scandagliata con gli usuali sensi umani, ma con altri sensi. La costituzione quaternaria del sottile-Lunare (corpo-siderale) presuppone la conoscenza approfondita dei meccanismi che ne estrinsecano l’azione dinamica (attivazione-alchimica). I due elementi principali di questo sistema occulto sono: il Solare (Aurum) e il Lunare (Argentum) già menzionato. I quattro veicoli o corpi, dunque, sono il Solare, il Satrurniano il Lunare e il Mercuriale. Il grande alchimista Arnaldo da Villanova nella sua immortale opera Il Libro del perfetto Magistero scriveva: “L’Alchimia è una scienza Tradizionale che insegna il dominio e la sublimazione delle forze inferiori e non la loro repressione né la loro liberazione”. Si comprende da queste parole, come i quattro veicoli citati non debbano subire costrizioni o essere liberati ma sublimati. Il Solare, agirà, dunque, sul principio Saturniano alla stregua di un dissolvente o inceneritore o meglio ancora, disseccatore, operando una liberazione dai legami del Saturno della solarità che vi è imprigionata (densificata). Da questa operazione nasce lo sprigionamento, l’evaporazione, l’irradiazione, l’esteriorizzazione l’aurificazione o riflesso del Lunare. Saturno, invece, agendo oppostamente sul Sole, lo aspira, lo attrae lo densifica originando una corrente che tende verso il basso, ecco il Mercurio. Mercurio e Luna, che risentono dei loro caratteri di nascita (provenienza), il primo emanazione del Sole (efflatus divino) e il secondo emanazione di Saturno (alito della terra), sono gli unici in grado di creare una interpenetrazione reciproca sintetizzandosi. Essi sono paragonabili a due essenze profumate che diffuse nell’aria si mescolano dando vita ad una nuova profumazione. L’anima o individualità psichica, quindi, è il catalizzatore delle forze permutanti, strumento potentissimo, centro magnetico irradiante. Sempre seguendo il pensiero villanoviano apprendiamo che: “Si tratta di abbandonare il punto di vista materiale, proprio al mondo delle cose morte, per giungere alla conquista del vivente mondo dello spirito, e non si tratta di conquiste della propria fantasia, ma della acquisizione di superiori stati dell’essere che portano con sé modi diversi e oggettivi di percezione e d’azione”. Appare evidente che nel momento in cui l’organismo occulto prima, e quello fisico dopo, incominciano a subire una trasmutazione, il rapporto con la realtà ordinaria e straordinaria mutano e assumono una diversa connotazione. Una rinnovata evoluzione alla quale l’alchimista deve rapportarsi, ricreando tutte le interazioni fisiche e superfisiche, ora confacenti al nuovo stato o condizione interna di nuova-vita.

 

La Cerimonia di Apertura della Bocca

 

Il Rituale dell’Apertura della Bocca rivestiva notevole importanza nell’ambito della rigenerazione interiore del Faraone e in una particolare fase dello stesso, era previsto l’utilizzo di una parte organica prelevata da un’animale dopo il sacrificio rituale. Si trattava solitamente delle due zampe anteriori di una vacca oppure di un toro le quali, una volta amputate e ancora cariche di energia vitale, venivano accostate alla bocca del defunto con lo scopo forse di trasferire nella mummia l’anelito vivificante che permeava le parti in questione, in quel momento piene del loro vigore e vibranti, colme di un potente magnetismo (insito nel sangue, elemento catalizzatore di notevole forza) con l’intento di donargli la vita nella sfera sottile. Mayorca 2E’ interessante notare che nel momento in cui compiva questo atto, il sacerdote pronunciava queste parole: “Io sono venuto per abbracciarti, io sono tuo figlio, Oro, io ho premuto la tua bocca; io sono tuo figlio, ti amo… La tua bocca era chiusa ma io ho messo in ordine per te la tua bocca e i tuoi denti. Ho aperto per te la tua bocca, ho aperto per te i tuoi due occhi, ho aperto per te la bocca con lo strumento di Anubis. Ti ho aperto la bocca con lo strumento di Anubis, con l’utensile di ferro con cui sono state aperte le bocche degli dèi. Oro, apri la bocca! Oro ha aperto la bocca del morto come egli nei tempi antichi ha  aperto la bocca di Osiride con il ferro che usciva da Set, con lo strumento di ferro col quale egli apriva le bocche degli dèi. Con esso ha aperto la tua bocca. Il defunto camminerà e parlerà e il suo corpo sarà in mezzo alla grande campagna degli dèi nella Grande Casa del Vecchio ad Annu e lì riceverà la corona di Ureret da Oro, il signore del genere umano”. Le formule, le cerimonie e il resto, a nostro avviso, erano mirate a creare un particolare stato. Si può ipotizzare in tal senso che lo spirito, o per meglio dire l’alito vitale del Farone, per mezzo del rito si trasferiva nel corpo del sacerdote oscurando per il tempo necessario l’anima di quest’ultimo. Tale pratica è conosciuta a livello ermetico come Magia Avatarica. Di questa particolare e riservatissima tecnica citata anche dal “Mago” di Portici, Giuliano Kremmerz (Ciro Formisano, 1861-1930),  non è possibile parlare a causa delle incognite e della segretezza che la riveste. Basti pensare, che mediante tale operazione sarebbe possibile (si parla solo in teoria), ottenere da parte del mago operante la facoltà di separare la sua anima dal corpo (da non confondere con il Corpo Lunare)…

Sintesi delle trasmutazioni psico-attive

 

 

Quasi nascosta, occultata agli occhi di chi non può e non deve profanare la Scienza Segreta, si concreta sibillina la sublime Arte che presiede al mutamento: l’Alchimia trasmutante. Il grande Ermete, che diede vita alla Tabula Smaragdina, la misteriosa Tavola di Smeraldo, così enunciava i dettami di questa dottrina delle autentiche trasformazioni: “Da ciò saranno e deriveranno meravigliosi adattamenti, il cui metodo è qui. Mayorca 3E’ perciò che sono stato chiamato Hermes Trismegisto, avendo io le tre parti della filosofia di tutto il mondo. Da Hermes, il messaggero degli dèi, il Mercurio dei Romani, deriva anche l’ermeneutica, la mirabile sapienza che si applica all’interpretazione delle scritture. Secondo quanto riportato nel celebre Libro della “Santa Trinità” (1415), il primo testo alchimico vergato in lingua tedesca, l’analisi ermeneutica dovrebbe svolgersi in quattro modi: naturale, soprannaturale, divino e umano. Il linguaggio alchimico non è un vero e proprio linguaggio, ma piuttosto una sequenza di concetti condensati in immagini allusive che racchiudono al loro interno un intero universo ermetico. Questa esposizione – non verbale – è paragonabile alla scienza geroglifica egizia. Non a caso, nel Rinascimento i geroglifici dell’antico Egitto erano considerati una scrittura simbolica segreta. Tale concezione scaturiva dagli scritti contenuti nel trattato di Orapollo, sapiente egizio vissuto nel V secolo d.C. L’opera forniva la chiave interpretativa che procedeva per simboli di almeno duecento segni. Il testo in questione era conosciuto come Hieroglyphica e fu al centro di numerose traduzioni. Il suo fascino arcano e la sua impalpabile malia ispirò diversi artisti tra cui Albrecht Durer, Giovanni Bellini, Tiziano e Jheronimus Bosch. Il segno, il simbolo sono veri e propri condensatori di forze, di energie radianti che sono imprigionate nella forma che li anima. Il filosofo Giordano Bruno nella sua opera “De Magia”, legata alla Teurgia Divina – pratica ermetica finalizzata ad evocare gli dèi e gli spiriti planetari – parla di cerimonie egizie, caratteri e cifre risalenti all’epoca di Mosè. Egli indica questo alfabeto composto di simboli e grafismi come la Lingua perduta degli Dèi. Si tratta, in parte, di sigilli che contengono un sapere arcano nei quali scorre una forza magnetica che li rende vivi e attrae certe correnti cosmiche. Possiamo supporre con una certa sicurezza che i glifi alchimici non sono semplici latori di un messaggio criptato, ma soprattutto circuiti elettromagnetici che sprigionano una forza concreta. Solo il sapiente, però, ne conosce l’uso, soltanto lui è in grado di farli funzionare. Nel III secolo, nella città di Alessandria rinveniamo tecniche innovative di lavorazione dei metalli che si diversificavano da quelle inerenti la metallurgia tradizionale. Una innovazione che aprirà la strada a quella commistione tra aurificazione dei metalli e purificazione di ordine salvifico promulgata da Zosimo. Il sapiente, infatti, ricollegava le dottrine ermetiche e gnostiche al processo di trasformazione dei corpi in spiriti e degli spiriti in corpi. Tale concetto era stato enunciato e insegnato da Maria, l’alchimista ebrea (a cui, si dice, si sia ispirato dal punto di vista simbolico il Kremmerz, per la creazione della FR   TM     DI  MYRIAM),  fautrice di quel concetto alchimico che vedeva i metalli composti da un corpo, uno spirito e un’anima. La ricerca di una veste filosofica nell’ambito alchimico e il riconoscimento della stessa è riconducibile al bizantino Stefano, il quale al principio del VII secolo collegò la ricerca sulle tinture dei metalli alla filosofia neoplatonica, e per primo sviluppò un linguaggio simbolico capace di interpretare le dinamiche operative tenendo conto del rapporto che intercorre tra uno e molteplice. Il simbolo, dunque, emette una vibrazione che interagisce con l’alchimista evoluto, lo penetra e informa.

Simboli:

le chiavi perdute degli Dèi

 

In base ad un nostro studio pratico ventennale, siamo giunti alla conclusione che la meditazione sui simboli alchimici pone in atto una trasformazione interna originante una serie di processi trasmutativi profondi. L’informazione contenuta nelle immagini si attiva e diviene viva nel momento in cui l’alchimista che la osserva ne disvela le conoscenze secretate e capta il senso riposto in esse celato. Così, ciascun emblema apporta il suo contributo e risveglia la conoscenza interiore a questo correlata. Si determina in tale maniera una lenta e costante opera di trasmutazione che culminerà nel raggiungimento della stato androginico. Se ci addentriamo nel contesto della Magia cerimoniale vedremo che certe figure, certi segni grafici, corrispondono a potenti forze o enti. Tracciare una di tali cifre significa richiamare all’istante la forza che ivi è incarnata, sintetizzata nel segno stesso. L’energia prescelta, così dinamizzata, penetrerà nel mago operante. Il metodo alchimico-operativo dei simboli è analogo, ma con certe differenziazioni. In effetti, nel sistema da noi menzionato e sperimentato, l’energia sapiente del glifo si risveglia direttamente dentro l’alchimista, non viene richiamata dalle zone astralizzate. Il potere dei sigilli alchimici agisce anche sull’apparato cerebrale inviando degli input e modificando il livello percettivo, che una volta sensibilizzato registrerà le onde energetiche emesse dando vita alla fase trasmutativa. L’insegnamento muto, a mezzo di immagini, è presente in una certa misura anche cabalisticamente. Nell’antichissima cultura metallurgica dell’antico Egitto e dell’area mesopotamica, l’uso di immagini era largamente diffuso e influenzato dall’acquisizione dei Misteri greco-orientali. Di qui l’insorgere dei riti di frammentazione e risurrezione dei metalli, riconducibili a livello simbolico al mito egizio di Osiride, dei culti Orfici e Dionisiaci ancora oggi presenti nel rito massonico.

Filosofia della Natura e immaginazione

Nell’ermetismo operativo è contemplata l’esistenza di due Soli: il chiaro Sole spirituale (Oro filosofico) e l’oscuro Sole naturale che incarna l’oro di ordine materiale. L’astro diurno corrispondente all’Oro dei filosofi è costituito dal fuoco essenziale associato all’etere o aria ardente. Il secondo Sole, invece, è composto dal fuoco distruttore che dosato può fare pervenire al successo operativo. A tale immagine corrisponde il Sole nero. Questo concetto è stato espresso anche dal filosofo Empedocle, il quale insegnava che l’intera vita del cosmo è basata sul movimento risultante dalle due forze antagoniste corrispondenti all’amore e all’odio. Nell’Opus Magnum, vengono associati a queste forze in antitesi i processi alternati connessi con le fasi di soluzione e coagulazione, decomposizione e formazione, distillazione e condensazione, sistole e diasistole. Nell’alchimia araba il processo in questione era individuabile in due agenti opposti, mercurius e solphur, il Mercurio filosofico e lo Zolfo. Tali agenti sono riconducibili al Sole e alla Luna, alla donna bianca e all’uomo rosso. Il momento culminante dell’Opera è la conjunctio, cioè l’unione tra il principio femmineo e mascolino, il matrimonio tra Cielo e Terra, tra spirito del fuoco e materia acquosa. Il prodotto indissolubile derivante da questa unione sessuale cosmica è il Lapis (il rosso figlio del Sole). La fase suddetta da vita a una serie di processi connessi con l’immaginazione umano-divina. Il principio femminile mercuriale che alchimicamente incarna il proteomorfismo dei fenomeni naturali è collegato, tra le altre cose, alla meccanica quantistica. Il lavoro di costruzione delle forme scaturenti dalle immagini alchimiche è detto di proiezione e allude alla comunicazione di concetti e simboli per mezzo dell’immaginazione. La natura quindi è costruita in base a un progetto unitario espresso dalla legge unica, al di fuori della quale nulla può considerarsi attivo e intergente con il resto dell’universo. Ogni cosa è l’espressione del Tutto, il vero volto dell’Assoluto. Il Tutto è immanente e si trova tanto all’interno quanto all’esterno dell’involucro psichico, permea qualunque manifestazione di vita e si espande oltre i confini del conosciuto. Mediante i simboli, come già spiegato, tale sapere diviene operativo, si concreta in virtù di segni che evocano le idee come, per esempio, le nostre cifre che si leggono indifferentemente in qualsiasi lingua, conservando sempre il medesimo significato. Penetrando nel linguaggio alchimico occulto si riesce a dare un senso ai tracciati più semplici, estrapolando da essi l’Arcano. Per evitare qualunque profanazione dunque, gli autentici iniziati attuavano la disciplina del silenzio (Silentium est aurum). La Verità unica veniva affidata alle immagini, alle allegorie e i simboli alludevano a ciò che poteva essere intuito piuttosto che interpretato. Le mitologie e i poemi antichi racchiudono in proposito misteriosi insegnamenti che ritroviamo anche nelle tradizioni religiose di tutti i popoli, negli emblemi ricorrenti nei vari culti e persino nelle favole o nei racconti dedicati alle fate delle leggende popolari. Si comprende perciò come all’interno di certi testi religiosi risiedano insegnamenti sapienziali, velati da complesse simbologie che procedono a mezzo di immagini e parole, il cui senso riposto contiene valenze di matrice iniziatica, ermetica e alchimica, visibili solo a coloro che sono in grado di decifrarle. Nel Libro dell’Apocalisse rinveniamo interessanti correlazioni numeriche e simboliche legate al numero sette, che sono presenti lungo l’intera struttura di questo testo dai contenuti iniziatici. E’ importante notare in merito che il sette è un numero che riveste notevole prestigio grazie alla simbologia magica-ermetica in esso custodita. Sul piano alchimico tale referente numerico esprime valenze sinergiche con la Grande Opera. Il settenario, quindi, incarna la misura propria di gran parte delle serie fondamentali che compongono la catena di corrispondenze sulle quali si fonda la coesione dell’Universo: i sette pianeti, le sette divinità ad essi legate, i sette metalli, i sette colori, le sette note musicali e così via. Il settenario, inoltre, riporta alla mente il Carro di Davide, il cui simbolismo è racchiuso pure nella raffigurazione della Settima Lama dei Tarocchi. Il Carro di Davide è assimilabile anche all’Orsa Maggiore, la costellazione composta da sette stelle principali che gli antichi Romani indicavano con il nome di buoi, Septem Triones, da cui deriva il nome Settentrione che corrisponde ad uno dei punti cardinali: il nord. E ancora, il Carro si trasforma nel Carro Trionfale dell’Antimonio (“Currus Triumphalis Antimonii”) del grande alchimista Basilio Valentino. Nel celebre Mutus Liber, libro d’alchimia costituito esclusivamente da illustrazioni, si cela la sapienza della lingua muta, l’immaginazione che si risveglia a seguito della vicinanza dei simboli. In esso è rappresentata l’immagine dell’Artifex e della sua soror mystica i quali, una volta realizzata la Grande Opera, si pongono l’indice della mano sinistra di traverso le labbra indicando con l’indice della mano destra il cielo. Il gesto eloquente allude al veto di svelare quanto appreso nel Tempio dei Misteri. Il silenzio interiore consente di innescare il processo di assimilazione dei simboli che al pari del seme gettato nella terra originerà la pianta della conoscenza, indispensabile per pervenire all’illuminazione trasmutante. Solo allora le immagini schiuderanno i portali dei Misteri e permetteranno di cangiare le molecole dell’organismo sottile ricreandone la forma primeva. Questa la strada che conduce alla realizzazione. L’anima, matrice femminea e lastra fotografica in cui vengono impressionate le emozioni, i pensieri e le sensazioni, è lo strumento su cui agisce l’immaginazione esaltata. E’ la forma che si adatta e muta aspetto attraverso la mediazione di questa sostanza adattatrice. Questa l’autentica rigenerazione, secreto dei secreti, che giace occultato nelle profondità della psiche e nell’anima immortale, veicolo, organo, mezzo che conduce, o meglio riconduce al Divino.

 

 

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Categorie: Ermetismo

Pubblicato da Ereticamente il 17 Ottobre 2015

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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