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Filippo Corridoni Sindacalista Rivoluzionario, 2^ parte − Giovanni Facchini

Filippo Corridoni Sindacalista Rivoluzionario, 2^ parte − Giovanni Facchini

Nel settembre del 1911 scoppiava la Guerra di Libia e le vicende legate a questo conflitto segnarono profondamente il movimento rivoluzionario. Alcuni sindacalisti, specialmente intellettuali come Angelo Oliviero Olivetti, Paolo Orano e Sergio Panunzio del gruppo di “Pagine Libere”, si schierarono apertamente a favore dell’avventura coloniale, segnando una convergenza con il nascente, irrequieto movimento nazionalista. Fin dalle origini il sindacalismo, rispetto all’astratto internazionalismo socialista, aveva considerato diversamente il fattore nazionale[XXVII], non solo come mezzo e strumento transitorio utile per la coesione delle masse proletarie[XXVIII], ma come valore identitario e fondativo di un nuovo concetto di Patria, non più prerogativa della classe borghese, ma espressione insieme al sindacalismo di una nuova morale eroica potenzialmente in grado di scardinare l’ormai degenerato sistema democratico. Così scriveva Angelo Oliviero Olivetti, con toni quasi dannunziani, su “Pagine Libere” del 15 febbraio 1911:

Ora il sindacalismo come il nazionalismo riaffermano una originalità frammezzo all’onda irrompente della mediocrità universale: quello la originalità di una classe che tende a sprigionarsi ed a superare, questo amoroso di far rivivere il fatto ed il sentimento nazionale, inteso come originalità di una stirpe, come affermazione di una personalità collettiva, con caratteristiche note culturali, sentimentali, con un istinto proprio e differente.

Sindacalismo e nazionalismo sono perciò antidemocratici, antipacifisti, antiborghesi. E, diciamo la parola, sono le due sole tendenze aristocratiche in una società quattrinaria e bassamente edonistica, quello agitante l’avvento di una élite di produttori, questo auspicante il predominio di una élite della razza che vuole reindividuare attraverso il progressivo smarrimento di ogni nota di personalità e di schiettezza primitiva.

Finalmente nazionalismo e sindacalismo hanno comuni il culto dell’eroico, che vogliono far rivivere in mezzo ad una società di borsisti e di droghieri. La nostra società muore per mancanza di tragedia […].

Il nazionalismo e il sindacalismo sono le sole concezioni politiche del nostro tempo che agitano le profondità di un mito, quello invocando la supremazia della stirpe, questo lo sciopero generale e la rivoluzione sociale. Nazionalisti e sindacalisti sono i soli che prendano sul serio la vita[XXIX].

La guerra di Libia con la sua ondata di entusiasmo nazionalista avrebbe quindi potuto costituire una valida occasione di risveglio, fra le masse assopite dal conformismo borghese dell’italietta giolittiana, di quei valori barbari e primigeni, anti-democratici e anti-umanitaristi, e perciò eroici e guerrieri, che dovevano accompagnare anche il proletariato organizzato nella sua lotta per l’emancipazione.

Filippo Corridoni e Alceste de Ambris, così come la maggior parte dei sindacalisti impegnati “sul campo”, si opposero invece duramente alla guerra coloniale, non tanto per ragioni morali e pacifiste, come fra i socialisti, ma perché ritenevano che l’Italia fosse un paese ancora troppo arretrato e con una classe imprenditoriale ancora troppo debole per permettersi avventure coloniali.

Corridoni fu sempre in prima fila nell’organizzare scioperi e manifestazioni contro l’intervento militare, e scrisse anche un breve saggio dal titolo emblematico “Le Rovine del Neoimperialismo Italico”, di cui riportiamo un passo emblematico:

La politica coloniale può essere permessa alla Francia, all’Inghilterra e al Belgio. Nazioni sviluppatissime e afflitte da congestione finanziaria. Nazioni dove ogni risorsa naturale viene religiosamente sfruttata e dove le industrie sono arrivate ad un così alto grado di perfezione tecnica da sentirsi il diritto di dettar legge. con la sola concorrenza , sui mercati mondiali; ma l’Italia, l’Italia che ha un’agricoltura arretratissima, che è tributaria in tutto di altre nazioni, che ha delle industrie così rachitiche, così miserocce e viventi una vita anemica da fior di serra e solo in grazia dell’alta protezione doganale, l’Italia non deve, non può darsi delle arie di grandezza, non può fare la colonizzatrice, non può far delle guerre senza cader nel ridicolo prima, senza rovinarsi irrimediabilmente poi[XXX].

Il 1912 fu un altro anno di lotte per Corridoni, attivo anche a Bologna dove fu per alcuni mesi segretario del sindacato dei lavoratori edili. Quando alcune centinaia di facchini del settore dei trasporti entrarono in sciopero, Corridoni spinse i lavoratori edili a solidarizzare con essi, mettendo in pratica i principi sindacalisti dello sciopero politico, extraziendale ed extraeconomico e allargando quindi a dismisura il fronte della protesta. Questi metodi estremi suscitavano spesso un atteggiamento veramente eroico fra le masse, che dimostrarono uno spirito di resistenza e una disponibilità al sacrificio inaspettate, ma alla lunga provocavano immancabilmente l’intervento dello stato borghese e dei “poteri costituiti”, mentre i socialisti riformisti avevano buon gioco nell’apparire anche agli occhi dei lavoratori come una alternativa moderata ma “sicura”. Corridoni ben presto fece visita anche alla carceri bolognesi di San Giovanni in Monte, arrestato in settembre per istigazione a delinquere ed eccitamento all’odio di classe.

Gli scioperi di Milano e Bologna avevano ormai evidenziato come la convivenza all’interno del sindacato unico, la Confederazione Generale del Lavoro – CGdL, dei sindacalisti rivoluzionari con la maggioranza riformista, facente capo al “partitone” socialista, fosse ormai divenuta impossibile. In realtà i sindacalisti erano maggioritari in numerose camere del lavoro delle città del Nord, ma puntualmente ad ogni congresso fallivano l’appuntamento con la “presa del potere” interna, ed ogni volta era un fiorire di accuse e scontri con i riformisti, effettivamente più abili nello sfruttare i “giochi” politici e i meccanismi elettorali del grande sindacato.

Si giunse quindi al famoso congresso di Modena del 23-25 novembre 1912, che riunì 153 delegati sindacalisti in rappresentanza di circa 75mila lavoratori. Qui fu decisa la scissione dalla CGdL della corrente sindacalista e la nascita dell’Unione Sindacale Italiana – USI, con Alceste De Ambris segretario e Parma come sede centrale.

I sindacalisti rivoluzionari avevano finalmente un sindacato tutto loro, e Corridoni fu posto a capo dell’Unione Sindacale Milanese – USM, forte braccio dell’USI nel capoluogo lombardo. Subito si presentarono diversi problemi anche pratici, dall’apertura di una sede idonea[XXXI], ai rapporti da tenersi all’interno delle varie camere del lavoro con i rappresentanti della CGdL, ma per Corridoni si aprì forse la stagione più bella e gloriosa. Nel maggio 1913 scoppiarono imponenti scioperi nel settore metallurgico, ferroviario ed automobilitistico, tutti fomentati e guidati da Corridoni, sempre in prima fila nel guidare cortei di anche 50mila persone per tutta Milano. La città sembrava veramente ai piedi di questo ragazzo appena 25enne, che viveva in maniera poverissima, con cui erano costretti a trattare i più importanti industriali delle grandi aziende e le più alte autorità:

Era spettacolo strano vedere Pippo che in un certo momento comandò la ricca e prosperosa Milano con le ginocchia fuori dei pantaloni… Corridoni fu un raro esempio di assoluto e pieno distacco dalle cose materiali, dalle necessità concrete e comuni della vita[XXXII]

Come già sperimentato in occasione dello sciopero dei gasisti del 1911, Corridoni puntò sulla solidarietà del proletariato milanese e costituì un comitato di agitazione con il compito di coordinare le iniziative di lotta.

I dirigenti dell’USM erano decisi ad allargare ulteriormente il fronte dello sciopero pur di imporre agli industriali un accordo. Il 20 maggio alla presenza di quarantamila lavoratori il leader sindacalista [Corridoni] esaltò la grandiosità del movimento dei metallurgici e deplorò violentemente l’operato repressivo della Questura, che persisteva nei suoi arresti di scioperanti. […] L’agitazione si avviò verso il suo momento cruciale. Lo sciopero generale metallurgico proseguiva senza dare segni di flessione. Corridoni e tutto il comitato di agitazione si adoperarono in modo febbrile ed alacre. Furono questi, certamente, i giorni in cui l’organizzazione sindacalista raggiunse un prestigio assai elevato fra i lavoratori milanesi ed anche non milanesi. Ogni attimo della giornata lo passava in mezzo a loro. Fu d’esempio in tutto. Teneva lunghi e formidabili comizi, riuscendo soprattutto ad essere l’interprete dei sentimenti e delle aspirazioni dei lavoratori. Fu come se comandasse in quei giorni la ricca e prosperosa Milano, potendo veramente decidere il corso degli eventi[XXXIII].

In quei giorni caldissimi ebbe molta importanza l’atteggiamento di Benito Mussolini, direttore dell’Avanti!, che da posizioni social-rivoluzionarie appoggiò in sostanza l’azione di Corridoni e dei sindacalisti, mentre la CGdL rifiutò di aderire allo sciopero generale proclamato dall’USM il lunedì 26 maggio. Ma ancora una volta risultò determinante l’intervento dei poteri costituiti, che non potevano tollerare oltre una situazione che stava ormai degenerando in insurrezione aperta. Il 28 maggio scattò la reazione poliziesca e Corridoni finì per l’ennesima volta in carcere, a San Vittore.

Come abbiamo visto il carcere rappresentò per Corridoni una esperienza abituale: tutte le biografie e le testimonianze concordano nel descrivere un ragazzo che per temperamento non era portato a tirarsi indietro nemmeno quando avrebbe potuto farlo, nemmeno nelle occasioni in cui tenere un atteggiamento più cauto non avrebbe costituito alcuna “onta” di cui vergognarsi. Sempre in prima fila per dare l’esempio, per la sua fama di “ribelle” e “sovversivo” e i suoi atteggiamenti di sfida alle istituzioni, durante gli arresti subì anche pesanti maltrattamenti:

Egli fu il materasso degli agenti di questura. Una volta nelle loro mani gliene davano quante potevano. Si ha un bel nasconderlo sotto il silenzio o sotto le frasi di Salandra che lo ha dichiarato il tribuno del proletariato. Egli è rimasto fino agli ultimi giorni un oratore atteso a botte… E’ entrato a San Fedele come un brigante. Urlato, sbattuto, vituperato. Ansante, con la faccia tutta sottosopra. Con le mani agitate, nervoso fino all’esasperazione. Questa fama di cliente che doveva essere domato a pugni era uscita dalle sentine di Milano [XXXIV].

Gli scioperi proseguirono con alterne vicende fino all’agosto del 1913, con un bilancio sicuramente positivo per l’USM, che aveva saputo dimostrare di saper guidare il proletariato organizzato e di condurlo a una maturazione e ad una consapevolezza mai raggiunte prima, surclassando e superando nell’azione diretta la Camera del Lavoro e la CGdL. Nel dicembre 1913 si tenne infatti a Milano il secondo congresso nazionale dell’USI, che registrava la crescita del movimento in tutta Italia: 191 delegati in rappresentanza di mille leghe e circa 100mila lavoratori, ma soprattutto il sorpasso in termini di aderenti, dopo meno di un anno di vita, dell’USM di Corridoni sulla CGdL di Milano (diciassettemila contro diecimila iscritti!).

Il notevole sviluppo dell’USI a Milano fu dovuto soprattutto ad un diverso e più avanzato tipo di organizzazione sindacale, il modello industrialista proposto e messo in atto proprio da Filippo Corridoni, che, non ci stancheremo mai di ripeterlo, così giovane riuscì a coniugare doti non comuni di coraggio e abnegazione con una capacità di analisi e di organizzazione a dir poco lungimiranti. Mentre fino al allora i lavoratori dei vari stabilimenti industriali erano organizzati, nelle varie leghe, in base al proprio specifico mestiere (ad esempio carpentieri, meccanici, saldatori, tappezzieri…), frazionandosi così in diversi sindacati, “il nuovo sistema corridoniano – argomenta Gian Biagio Furiozzi – prevedeva l’organizzazione degli operai, specie dei grossi stabilimenti, fabbrica per fabbrica; veniva così spezzato il consueto processo aggregativo basato sulle analogie professionali, trasferendolo nel luogo stesso di produzione e conquistando alla classe operaia uno spazio autonomo di manovra per forzare le maglie del fronte padronale”[XXXV].

Il 1914 si apriva dunque sotto i migliori auspici per l’azione sindacalista, e l’ora mitica dello sciopero generale rivoluzionario sembrò arrivare in giugno con i fatti di quella che passerà alla storia come la settimana rossa. La polemica antimilitarista a seguito della guerra di Libia non si era affatto spenta e la mobilitazione continuava a favore di due vittime “politiche”: la recluta bolognese Augusto Masetti, che nel 1911 sparò al suo colonnello, ferendolo, poco prima di partire per l’Africa e per questo venne condannato a una lunga pena detentiva in manicomio; Antonio Moroni, militante sindacalista amico di Corridoni e “obiettore di coscienza” e per questo spedito in una compagnia di disciplina e poi in galera. Sindacalisti, anarchici e repubblicani organizzarono così una serie di manifestazioni per “rovinare” la festa del 7 giugno, che commemorava ogni anno la concessione dello Statuto Albertino da parte della monarchia sabauda ed era una occasione per celebrazioni istituzionali e parate militari. La situazione era particolarmente tesa ad Ancona[XXXVI], e nel corso della manifestazione si verificarono violenti scontri con i carabinieri che provocarono 3 giovani vittime fra i dimostranti. Subito scoppiarono rivolte e tumulti in molte zone d’Italia, in particolare in Romagna e nelle Marche repubblicani, anarchici e sindacalisti arrivarono praticamente a controllare il territorio. L’USI proclamò lo sciopero generale a oltranza cui suo malgrado si adeguò anche la CGdL e martedì 9 giugno Corridoni guidò all’arena di Milano una imponente manifestazione di oltre 50mila lavoratori:

Mai in Italia c’è stato tanto accanimento contro la folla inerme, troppo abituata alla pazienza e alla rassegnazione. E’ ora di finirla. Ma non facciamo della inutile retorica. Dobbiamo cercare di non accontentarci della piccola politica, ma di fare della politica antistatale. Dobbiamo mirare in alto perché non è soltanto contro la bastonata del poliziotto che dobbiamo reagire… ma rivoltarci contro il governo e contro la monarchia. Noi diciamo forte che il proletariato di Milano e d’Italia non riprenderà il lavoro fino a quando Casa Savoia non sarà mandata in Sardegna… Noi siamo milioni ed il governo non può contare che su 130mila soldati[XXXVII].

Sembrava veramente che il momento dallo sciopero generale rivoluzionario fosse arrivato! E invece si assistette di nuovo al solito copione: già il 10 giugno, con una decisione unilaterale e improvvisa, la CGdL si ritirò dallo sciopero generale, mentre la repressione di esercito e polizia si manifestava nelle forme più violente; manco a dirlo, anche Corridoni fu malmenato e poi arrestato.

Il fallimento della settimana rossa lasciò il segno nel movimento sindacalista e in Corridoni: era evidente che, nonostante i tanti progressi fatti in pochi anni, portare alla rivoluzione sociale uno stato moderno organizzato e articolato nelle sue complesse burocrazie, caste, polizie richiedeva uno sforzo quasi impossibile. Da un lato lo sciopero era fallito per l’ennesima volta per il “tradimento” della CGdL, “spaventata” dalla imprevista accelerazione che stavano prendendo gli avvenimenti; ma era altrettanto vero che il fallimento era dovuto anche alla impreparazione e disorganizzazione di molti dirigenti sindacalisti. La stessa concezione sindacalista, che pure non va confusa con quella più propriamente anarco-sindacalista propugnata in quegli anni Armando Borghi[XXXVIII], lasciando forse troppo spazio all’azione diretta e spontanea dei singoli gruppi, aveva qui mostrato tutti i suoi limiti. In pratica, di fronte alla possibilità concreta di una rivoluzione, tutti furono colti di sorpresa e non riuscirono ad attuare una strategia coerente.

Poche settimane dopo, l’attentato di Sarajevo del 28 giugno e lo scoppio della grande guerra cambiò completamente lo scenario politico e sociale.

Corridoni in quell’estate decisiva passata in galera ebbe modo di riflettere su quegli anni di intense lotte e l’esito negativo dell’ultima occasione rivoluzionaria offerta dalla settimana rossa influì forse in modo decisivo nella sua futura scelta interventista. Ormai era chiaro che, per quanto organizzate ed allenate dalla lotta sindacale, per le masse proletarie era impossibile compiere la rivoluzione da sole di fronte allo stato e alla borghesia. Forse soltanto una guerra, una guerra di tipo nuovo come quella di massa che si andava profilando (e ben diversa dal conflitto coloniale in Libia), sarebbe riuscita a scardinare lo stato borghese con le sue sovrastrutture reazionarie (burocrazia, monarchia, clero), che tanto avevano frenato ogni tentativo rivoluzionario.

La posizione dei sindacalisti, per tutto quello che abbiamo fin qui brevemente descritto, non poteva del resto essere quella di un neutralismo attendista. Di fronte alla “bancarotta fraudolenta” dell’internazionale operaia (come è noto tutti i maggiori partiti socialisti, in primis quello tedesco, finirono travolti dall’ondata nazionalista e appoggiarono in vario modo lo sforzo bellico dei rispettivi paesi) e contro l’astratto pacifismo, che portava all’immobilismo, dei socialisti italiani, i sindacalisti compresero subito che questa guerra sarebbe stata diversa da tutte le altre: una guerra di massa e di masse, una guerra potenzialmente rivoluzionaria, capace finalmente di dare al proletariato quella disciplina e quell’autocoscienza, quella dedizione eroica al sacrificio che un decennio di lotte sindacali e di scioperi erano riusciti solo in parte a costruire. Occorreva quindi schierarsi a fianco delle potenze dell’Intesa per la “guerra rivoluzionaria”.

Entravano in gioco, per i sindacalisti, anche altri fattori: l’ostilità di sempre al modello burocratizzato del “partitone” socialista tedesco e al dogmatismo dei marxisti d’oltralpe, rispetto alle radici latine del movimento e alla vicinanza culturale verso la Francia. Permaneva poi il forte retaggio della tradizione mazziniana e garibaldina, contro la potenza reazionaria e clericale per eccellenza, l’Impero Austriaco. L’invasione del Belgio da parte della Germania e le notizie di presunte violenze e stragi diede poi il via a una forte propaganda antitedesca che sosteneva la necessità di lottare contro il pericolo di un’Europa egemonizzata dalle potenze centrali, autoritarie e semi-feudali.

Già nell’estate del 1914 il gruppo dirigente del movimento sindacalista aveva maturato la propria scelta, una scelta come sempre “eretica” e difficile, perché tagliava definitivamente i ponti con la tradizione socialista e imponeva ai sindacalisti una collaborazione forzata con le odiate istituzione borghesi (monarchia, esercito). Filippo Corridoni si trovava ancora in prigione, e inizialmente i sindacalisti si trovarono soli a decidere la propria posizione sulla guerra. Così Alceste De Ambris rievocò la visita in carcere al giovane rivoluzionario e la gioia di scoprire di aver maturato, parallelamente e in totale autonomia, la stessa, drammatica decisione:

Sì, la guerra era un dovere nazionale e rivoluzionario. Sì, dovevamo volerla e farla, non appena l’Italia fosse scesa in campo… Corridoni diceva questo nel parlatorio triste, sotto gli occhi vigili del secondino. Ma nel carcere in cui soffriva ingiustamente aveva già preparato se stesso al sacrificio. La sua giovinezza era l’olocausto che offriva alla patria matrigna, prodiga per lui soltanto di persecuzione di fame[XXXIX].

Iniziava così un nuovo, breve ed entusiasmante (come fu del resto tutta la sua vita) capitolo della vicenda terrena di Corridoni, quello dell’interventista prima e del volontario in guerra poi. Ma le imprese del Corridoni sindacalista ispirarono nei decenni successivi il sindacalismo nazionale e corporativo attuato dal regime fascista, così come non furono dimenticate da Giuseppe di Vittorio, leader nuova CGIL sorta nel secondo dopoguerra antifascista.

L’immenso coraggio, l’umanità e la generosità di questo personaggio dovrebbero costituire un esempio ancora oggi valido per tutti ma, al di là delle qualità personali autenticamente “eroiche” di Corridoni, occorre qui ricordare anche la sua cultura e la sua curiosità intellettuale, le sue capacità oratorie e di scrittore, articolista e polemista sempre pungente; tutte qualità sviluppate praticamente da autodidatta visti i pochi anni scolastici effettivamente frequentati. Corridoni fu come abbiamo visto anche un abile organizzatore all’interno del sindacato, capace di individuare soluzioni nuove e modelli alternativi, come la strutturazione del sindacato su base aziendale al posto della vecchia organizzazione per mestieri.

Stabilire l’attualità o meno degli ideali che animarono un secolo fa Corridoni ed i sindacalisti rivoluzionari è impresa quanto mai difficile e comunque soggettiva. Ad esempio, le battaglie contro le “caste”, le burocrazie inadempienti e parassitarie, l’antistatalismo e l’anti-assistenzialismo così fortemente portate avanti da Corridoni, sono sicuramente tematiche quanto mai presenti nel dibattito politico odierno. Ad ogni modo, la capacità di unire alti ideali, i grandi miti del Popolo e della Patria, a realizzazioni e battaglie concrete, calate nei diversi contesti della realtà economica e sociale, la volontà di pensare soluzioni nuove, “eretiche”, oltre le categorie politiche preconfezionate, costituiscono un indubbio esempio, un modello da raccontare alle giovani generazioni di oggi troppo spesso incapaci di andare oltre un banale ed astratto intellettualismo di facciata, spesso associato ad un vuoto e cinico pragmatismo egoistico.

NOTE

[XXVII] Già nel 1909 Mario Viana aveva fondato a Biella il settimanale “Il tricolore” utilizzando forse per la prima volta il termine “sindacalismo nazionale”

[XXVIII] Nazionalismo e patriottismo ampiamente sfruttati, ma solo per fini meramente strumentali, nei decenni successivi dai regimi social-comunisti: dalla Jugoslavia di Tito, all’URSS di Stalin fino alla Romania di Ceausescu

[XXIX] A. O. Olivetti, Sindacalismo e nazionalismo, in “Pagine Libere”, 15 febbraio 1911

[XXX] F. Corridoni, Le rovine del neoimperialismo italico, ora in Scritti, a cura Andrea Benzi, op. cit., p.46

[XXXI] Inaugurata il 31 marzo 1913 in Piazzale Ludovica n.23

[XXXII] Tullio Masotti, op. cit., p. 39

[XXXIII] L. Salsiccia, op. cit., pp. 70-73

[XXXIV] Paolo Valera, Mussolini, Il Melangolo, Genova, 1995 (ed. or. Milano, 1924), p. 46

[XXXV] G. B. Furiozzi, Il sindacalismo rivoluzionario italiano, op. cit., p. 54

[XXXVI] Massimo Papini, Ancona e il mito della Settimana rossa, Affinità elettive, Ancona 2013

[XXXVII] Corriere della Sera e Il Secolo, 11 giugno 1914, ora in L. Salsiccia, op. cit., p. 107-108

[XXXVIII] Si veda: G. Landi, Tra anarchismo e sindacalismo rivoluzionario: Armando Borghi nell’U.S.I. (1912-1915), Castel Bolognese, Casa Armando Borghi, 1982;

[XXXIX] Alceste De Ambris, Filippo Corrdioni, ora in Stefano Fabei, Guerra e Proletariato, SEB, Milano, 1996 p. 89

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Categorie: Controstoria

Pubblicato da Ereticamente il 31 Ottobre 2015

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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