fbpx

Democrazia, democrazia, è cosa vostra, non è mia? – Prima Parte – Roberto Pecchioli

Democrazia, democrazia, è cosa vostra, non è mia? – Prima Parte – Roberto Pecchioli

“Democrazia, democrazia, è cosa vostra, non è mia” . Così cantava, nel lontano 1975, la Compagnia dell’Anello nella “ Ballata del Nero”, una canzone culto per noi ragazzi dell’epoca, stretti tra l’odio del sinistrismo apparentemente trionfante e la repressione degli organi dello stato.

Oggi, io mi permetto di aggiungere alla frase un punto interrogativo, per argomentare una tesi condivisa ormai da molti, ben al di là dell’area del dissenso nazionalpopolare, ma soprattutto al fine di svolgere un ragionamento strategico per il futuro del nostro popolo, nella prospettiva comunitarista , che non può eludere un rapporto dialettico con la democrazia-parola e concetto.

Che la “democrazia”, intesa come governo, potere (crazia) del popolo (il demos) attraversi una crisi profondissima è sotto gli occhi di chiunque :  potere della finanza, delle banche, delle organizzazioni transnazionali, di logge e gruppi riservati di varia natura , ricatti , vergognose operazioni finanziarie volte a ribaltare la volontà popolare, minacce militari, sistema di comunicazione ed intrattenimento in mano di pochi potentissimi, propaganda incessante , compulsiva , delle magnifiche sorti e progressive, anzi dell’unicità ed inevitabilità del sistema vigente. Noam Chomsky ha osservato che la propaganda è in democrazia quello che il randello è in uno stato totalitario.

Lo stesso processo elettorale, il momento in cui il “popolo” può esprimersi  e scegliere il proprio futuro , è  inquinato, destituito di valore, screditato . Già Jean Jacques Rousseau, nel 1762 (Contratto Sociale) , rivolgendosi agli inglesi, affermava  che essi si credevano liberi, ma lo erano solo nel giorno delle elezioni, per ridiventare sudditi il giorno successivo, dopo aver scelto un pugno di “rappresentanti”.

Nell’infelice terzo millennio dell’era (ex) cristiana, le cose vanno molto, molto peggio. Infatti, ammesso che un movimento nuovo riesca a presentarsi alle elezioni ( deve sottostare ad una serie infinita di adempimenti burocratici, quindi all’ esibizione di un numero esorbitante di firme certificate di elettori a sostegno – e tutti conosciamo le generali illegalità commesse , conosciute e tollerate per lorsignori – ) , non è poi in grado di farsi ascoltare.

Innanzitutto, non può neppure presentare i candidati che vuole, giacché deve rispettare le quote di “genere”, e presto forse ci saranno quote anche per finocchi, immigrati naturalizzati o per qualche altra bizzarra minoranza protetta; quindi, dopo aver speso il proprio denaro per pagare bolli, notai e cancellieri, deve riuscire a perforare il muro di silenzio ostile dei mezzi di comunicazione .

Un sociologo francese ha affermato, con sottile umorismo, che il vincitore delle elezioni si individua ben prima del responso delle urne, ed è colui che ha ottenuto i maggiori finanziamenti , e quindi la possibilità di svolgere una campagna fatta di propaganda massiva, presenze televisive e radiofoniche e quant’altro consenta  di martellare il pubblico con il messaggio voluto. E , davvero, il mezzo è il messaggio, come capì Marshall Mac Luhan.

Nelle elezioni presidenziali americane del 2012, Obama ebbe finanziamenti per circa  un miliardo di dollari, provenienti soprattutto da entità finanziarie, industrie , multinazionali. L’ avversario repubblicano raccolse una cifra inferiore, versata peraltro in gran parte dagli stessi che contemporaneamente finanziavano Obama. E’ la democrazia , bellezza, tu vota chi ti pare, che tanto vinciamo sempre noi !

Già nel 1998, un grande intellettuale come Giano Accame, spesso inascoltato dalla destra questurina e conservatrice, scriveva un saggio intitolato “Il potere del denaro svuota le democrazie “. Una delle constatazioni di Accame è che , dopo la fine del comunismo reale novecentesco , la cosiddetta democrazia occidentale non presenta più una competizione tra progetti, idee del mondo e, soprattutto, dei rapporti economici , alternativi. Tutti condividono, a partire dagli ex comunisti divenuti i più sfegatati partigiani della mondializzazione neo capitalista, lo stesso orizzonte, tutti convivono sotto il medesimo capiente ombrello del liberismo reale.  La democrazia si riduce a dialogo sui minimi sistemi, sull’amministrazione del condominio secondo regole già date, all’ombra del grande fratello Mercato, che, indiscutibile dominus del nuovo mondo, regna con la sua mano (invisibile?), i suoi listini, le sue leggi assurte a comandamenti.

Alternanza senza alternativa, è la felice formula coniata da Jean Claude Michéa, filosofo francese comunitarista proveniente da sinistra.  Del resto, se la democrazia contemporanea si fonda sul principio di maggioranza ( la metà più uno dei cittadini), sono le stesse tecniche elettorali a smentirne il rispetto.Pec 2

Negli Usa, luogo del cuore dei democratici, progressisti , multietnici, multirazziali e multitutto, i presidenti vengono eletti da alcune centinaia di “grandi elettori” dei cinquanta Stati, e Bush figlio, ad esempio, fu presidente degli Stati Uniti – l’uomo politicamente più potente del mondo – avendo ottenuto meno voti del suo antagonista John Kerry, ma un numero superiore di grandi elettori. Entrambi, comunque, non avevano assommato il consenso di più del 25 per cento degli elettori, poiché in America il tasso di partecipazione raramente supera la metà degli aventi diritto. Quanto all’Inghilterra, patria della democrazia moderna ( ma anche dello schiavismo, del lavoro minorile , del potere bancario ) il sistema dei collegi in cui il meglio piazzato vince a prescindere , produce maggioranze parlamentari che sono regolarmente minoranze elettorali: Cameron ha “trionfato” nelle ultime consultazioni e formato un governo con il 36 ( trentasei) per cento dei voti. In Francia, il sistema a doppio turno ha spesso effetti moltiplicatori, per cui il partito vincente di pochissimi punti consegue un numero immenso di seggi, rendendo minima la rappresentanza parlamentare delle opposizioni. E’ ben noto che il Front National, titolare di un gran numero di voti, non ottiene seggi per il suo debole potere di coalizione. Quanto all’Italia, dopo la fine del sistema proporzionale, morto insieme con la prima repubblica, il Mattarellum prima, il cosiddetto “porcellum” ora , smentiscono clamorosamente il principio di maggioranza. L’attuale parlamento nazionale, al netto delle centinaia di voltagabbana , ha consegnato ad un partito votato da un quarto degli elettori votanti, il PD, il sessanta per cento dei seggi.

Eppure, uno dei motivi per cui la liberal-democrazia si considera il più perfetto dei sistemi politici inventati dall’umanità nella sua vicenda storica, è proprio il vantato rispetto delle minoranze unito con il criterio di valorizzazione della maggioranza !

Contestare la democrazia, dunque, è esercizio sempre più facile, già a partire dalle procedure e delle tecniche  che utilizza. Gli argomenti “seri”, poi, sono davvero moltissimi, e mi limito ad enunciarne uno che mi sembra il più solido ed il più difficile da respingere : ciò che è bene, ciò che è vero e corrisponde a verità non si può mettere ai voti.

Proprio per questa ragione, un difensore contemporaneo del principio democratico, il giurista “positivista” Hans Kelsen ha sostenuto che l’unico autentico presupposto filosofico della democrazia è il relativismo assoluto, ossia la negazione dell’esistenza di qualcosa detto verità.

Incidentalmente, ricordo che il più sopravvalutato esponente della cultura italiana del secondo Novecento, Norberto Bobbio , ebbe, come unica prestazione intellettuale di qualche rilievo, l’importazione in Italia delle idee di Kelsen, concludendo infine, dopo decenni di studi seriosissimi e di apodittiche sentenze ex cathedra, che la democrazia è solo …. una procedura.  Molto rumore per nulla, si potrebbe dire con Shakespeare …

Noi però non siamo relativisti, non condividiamo l’idea dell’inesistenza della verità, anzi affermiamo che esiste una corrispondenza tra la verità e la nostra intelligenza che la coglie, ed ancora che “verum et bonum convertuntur” , il vero ed il bene finiscono con il coincidere.

Il dubbio senno dei più ci fa inorridire, ed il postulato delle scelte della maggioranza declinato come metodo universale per la scelta di classi dirigenti destinate a determinare il destino comune,  ovvero di “decisori” ben più che rappresentanti , ci appare quanto meno inadeguato.

Per di più, se è vero, e lo è, che il potere del denaro svuota le democrazie, e che quindi partecipano al gioco cosiddetto democratico con speranze di successo soprattutto i ricchi o chi è sostenuto dalle oligarchie del denaro, non dovremmo avere alcun dubbio : no e poi no alla democrazia.

Aggiungo una intuizione, tra le molte, di Tocqueville: “La democrazia è il potere di un popolo informato “. In questo conciso giudizio, e fulminante apoftegma, ci sono  solo tre parole, ma tutte sono decisive: la democrazia è  “potere”, dunque non semplice principio o metodo, ma un fatto concreto con precise conseguenze ; per avere un “potere” democratico ci vuole un “popolo”, ed è necessario che sia “informato”.

Come spesso capita studiando Tocqueville, considerato un teorico del liberalismo e della democrazia, se ne scopre la vera indole di pensatore solidamente realista , concreto, nemico delle ubriacature retoriche e dunque tendenzialmente elitista, per quanto rassegnato alle società di massa.

“Il potere di un popolo informato” è oggi un’utopia talmente lontana dal vero da non essere più creduta neppure dai più accesi partigiani del sistema democratico.

Gustavo Zagrebelski, giurista, esponente di quel bieco partito torinese di ascendenza azionista che intossica da settant’anni  il dibattito istituzionale italiano, gran ciambellano della “costituzione più bella del mondo”, ha scritto un libro per denunciare la maschera democratica dell’oligarchia, anche se sembrerebbe più corretto attaccare l’effetto opposto, cioè la deriva oligarchica della democrazia. Quanto a Luciano Gallino, altro esponente del filone laicista progressista della cultura dominante, è ancora più preoccupato, ed afferma senza mezzi termini che è in atto un colpo si Stato di banche e governi contro la democrazia , al servizio di quello che egli chiama giustamente finanzcapitalismo.

Gallino si spinge sino a denunciare il potere di creare denaro da parte delle banche private e rispolvera lo stesso concetto di lotta di classe, riconoscendo che l’iniziativa è ormai da oltre vent’anni in mano alle oligarchie economiche, le quali hanno travolto le conquiste economiche e politiche che la democrazia sembrava aver acquisito definitivamente.

Un pensatore belga, David Van Reybrouck, ha scritto un libro di recente apparso anche in Italia, dal titolo dirompente , “Contro le elezioni”, in cui smonta pezzo per pezzo tutto la mitologia  del meccano elettorale, proponendo addirittura il sorteggio per le cariche pubbliche, e divulgando un’idea dell’americano James Fishkin , che sul modello sociologico dei gruppi  rappresentativi, ha teorizzato una democrazia affidata a assemblee di cittadini scelti , o sorteggiati, per deliberare su questioni specifiche , che egli chiama democrazia deliberativa, ma che tutto sommato è solo un espediente verbale per non chiamarla diretta o partecipativa . Insomma, le critiche al Logos democratico  si moltiplicano ed arrivano dalle direzioni più impensate.

Democrazia , dunque, come guscio vuoto, o specchietto per le allodole, gigantesco inganno subito dai popoli . Dovremmo rallegrarci , come esponenti di un sentimento  avverso al dominio della massa, alla dittatura del numero, al regno della quantità ( Guénon) , alla possibilità per chiunque di opinare senza alcuna conoscenza su qualsiasi aspetto della realtà, al tempo degli ultimi uomini fattisi moltitudine urlante e , quindi, temibile forza storica.

In una prospettiva storica comunitarista, tuttavia, le cose stanno ben diversamente . Essere comunità significa condividere naturalmente un certo numero di idee, comportamenti, atteggiamenti cui si finisce per attribuire valore normativo, prescrittivo, in ultima analisi, politico.

Il declino della democrazia, persino di questa democrazia  invertebrata, sia che ne enfatizziamo il carattere di metodo o criterio, sia che ne evidenziamo piuttosto la natura di principio generale, è un male anche per noi, forse soprattutto per noi, in quanto apre la strada ad un nuovo totalitarismo, quello della tecnocrazia alleata della ricchezza. Crematistica , l’ha denominata Aristotele, il gigante stagirita che si avvide per primo che l’uomo è animale politico, cioè comunitario.

Si può anzi azzardare che la stessa filosofia greca sorga, da Parmenide in poi, come reazione alla minacciosa assenza di senso della vita individuale ed associata risultante dalla prima dissoluzione  delle forme comunitarie precedenti, caratterizzate dal mito e tenute insieme dalle cerimonie e dalle ritualità familiari e religiose ; tali modalità di riproduzione sociale risultavano attaccate , indebolite già allora da un fatto assolutamente nuovo , il potere dissolutore del denaro. Di qui la genesi del fatto storico della democrazia ateniese.

La formidabile forza manipolativa della parola “democrazia”, la sua incredibile genericità, ma anche la possente carica evocativa , liberatoria ed utopica del termine sono forse il primo innesco dei sentimenti di avversione che i filoni culturali “nostri” hanno sempre opposto al significante ed al significato.

Ricordiamo Maurras ( “La democrazia è il male”), ma anche, al più alto livello spirituale, un Goethe ( “ogni cosa intelligente sta nella minoranza”) o un Kierkegaard ( “il numero è la negazione della verità”).

Potremmo anche citare la cinica, apparentemente qualunquista, ma pregnante definizione di Massimo Fini, secondo cui la democrazia è il sistema in cui “il popolo lo prende nel culo con il suo consenso”.

 

Tutto rigorosamente vero, e corrispondente al profondo, direi alle viscere dei nostri convincimenti . Eppure, eppure…   Ascoltiamo il giudizio sofferto di un comunista , Alexander Dubcek, che ha tentato di unire il diavolo e l’acquasanta nell’esperimento praghese del “comunismo dal volto umano” del 1968, finito tra i carri armati sovietici : “La democrazia non è solamente la possibilità ed il diritto di esprimere la propria opinione, ma è anche la garanzia che tale opinione venga presa in considerazione da parte del potere , la possibilità per ciascuno di avere una parte nelle decisioni “ .

Qui , davvero, casca l’asino, qui, ci deve essere il soprassalto, il nocciolo di una riflessione “nostra” , oltre le ideologie, le idiosincrasie, soprattutto oltre le definizioni di stampo otto o novecentesco. La guerra delle parole l’abbiamo perduta da tempo, e, come scoprì Orwell, chi controlla il passato, controlla il presente e possiede il futuro. Il fallimento conclamato dell’esperimento democratico, di cui descriviamo le fasi, infatti, non riconduce alla supremazia di una aristocrazia del pensiero, della moralità, dell’intelligenza e della qualità. Non vi è nulla di Platone nei tempi ultimi, ma un’ immensa terra desolata in cui ha agito un diserbante più potente di quelli di Monsanto : la nuova antropologia individualista, atea, ostile ai legami, alla famiglia, al duraturo, all’onorevole, al bello, al senso morale , all’idea del dovere , alla gioia di “costruire alberi per un’altra generazione” (Cicerone), prigioniera dell’effimero, del capriccio, dell’egoismo, del consumo, del brutto, dell’indifferenza.

Non dobbiamo mai dimenticare che siamo immersi in un sistema indifferente alla verità, poiché il capitalismo ultimo non ha bisogno di conoscere o indagare la verità, in quanto nichilista all’origine, immerso com’è nella forma-merce che lo possiede.  Non può dunque che vivere di merce, compravendita, mode, pubblicità, continui spostamenti di valori, pavlovianamente, senza orientamento, induzione a comportamenti massificati e irragionevoli.

Il mondo che ci circonda ama rappresentarsi come una liberal-democrazia fondata sulla religione universalistica dei cosiddetti diritti umani, ma è in realtà un totalitarismo dell’economia e del denaro gestito da un’oligarchia politica di terz’ordine che si legittima attraverso referendum periodici largamente truccati, definiti libere elezioni , che presuppongono la totale impotenza progettuale degli oppositori. Infatti il sistema proclama se stesso come fine e scopo della storia , realizzazione di un asserito dato di natura della vita umana, quello dello scambio economico come movente unico dell’agire.Pec 3

A questo specchio deformante, a questo prisma rovesciato, occorre rispondere con scelte personali che si trasformino in azioni collettive.  Allora, forse, l’atto faticoso di ricostruire una comunità a partire dal senso del lavorare insieme , della decisione condivisa, della responsabilità, della convivialità quotidiana in cui ci si riconosce parte di un’identità collettiva, passerà, o potrebbe passare, anche dalla costruzione di un’idea nuova di democrazia , accogliendone l’alone positivo, persino il contenuto morale di cui la parola è circonfusa agli occhi dei più.

“E’ tale la potenza della parola democrazia, che nessun governo, nessun partito osa vivere, né pensa di poterlo fare, senza iscrivere questo termine sulla bandiera. “, scrive, addirittura nel 1849, agli albori dell’epoca “democratica”, François Guizot, che fu anche primo ministro di Francia, e abolì il lavoro dei bimbi di meno di 8 anni (!!!!). Quanto al Novecento, fu Thomas Stearns Eliot , gran conservatore e forse massimo poeta del secolo, ad osservare “Quando un vocabolo viene gratificato  di un carattere così universalmente consacrato, come accade oggi alla democrazia, io comincio a chiedermi se, a forza di significare tutto ciò che si vuole che significhi, esso significhi ancora qualcosa “ . Insomma , ed è l’acuto rilievo di Bertrand de Jouvenel, è inutile discutere la democrazia, dal momento che non si sa neppure di che cosa si parli. Il  grande sociologo francese  si chiede altresì quale importanza attribuire allo stesso suffragio  universale, giacché rappresentare una volontà su trenta, quaranta milioni condanna all’assoluta insignificanza individuale.   Eppure, si stupisce il già citato David Van Reybrouck, noi disprezziamo gli eletti, ma veneriamo le elezioni , considerandole il momento più alto del processo democratico!

Insomma, nella democrazia e nei suoi riti c’è un che di magico, o almeno qualcosa che eccede il senso comune. Inutile, quindi, ostinarsi in dispute intellettuali sui mali, evidenti, del criterio e del metodo democratico. Meglio, molto meglio, cavalcare la tigre, e non ingaggiare battaglie verbali di retroguardia con un sistema di comunicazione immensamente più forte di noi.

In altre occasioni, ho avuto modo di affermare, e lo ribadisco, che, al di là della conclamata inservibilità delle categorie di destra  e sinistra per descrivere conflitti e linee di divisione ideale del Terzo Millennio, è del tutto evidente che solo la parola “sinistra” ha una valenza percepita come positiva, per cui dichiararsi di destra è votarsi alla sconfitta pratica, non certo per assenza di argomenti, ma per l’impossibilità di superare indenni il fuoco di sbarramento del luogo comune e delle idee ricevute ,quasi inavvertitamente, dai più.

Ecco perché è bene dirsi , a nostro modo, democratici: è quello che fanno tutti, in genere  con assoluta faccia tosta. Ma ben più importante, oltreché intellettualmente onesto e moralmente necessario, è riempire di contenuto questo vocabolo omnibus.

Intendo convincere chi legge che occorre legare la richiesta di democrazia alla grande assente del nostro tempo, la sovranità e ad un’ altrettanto ignorata , anzi sconsigliata e screditata idea forza , la partecipazione diretta.

Il primo argomento a favore della democrazia discende dall’irrevocabile scelta comunitarista: noi non possiamo situare il bene comune in una comunità data, detentrice di un’identità e di una tradizione, ed espropriare la comunità stessa dal diritto di prendere in mano il proprio destino , attraverso le decisioni che la riguardano. Sarebbe una contraddizione insanabile, peggio, una menzogna.

E noi abbiamo affermato , contro l’atomismo liberale e il nichilismo neocapitalista, che la verità esiste e può essere riconosciuta; avversario della verità è l’errore, che si può correggere, ma nemica è la menzogna !

Se poi combattiamo le oligarchie del denaro oggi dominanti, non possiamo immaginare di sostituirle con altri gruppi ristretti di “illuminati”: popolo siamo tutti, da Marchionne ( purtroppo..) al disoccupato , alla giovane madre alle prese con il dilemma se far nascere o meno il bimbo che porta in grembo.

Altro è il problema della competenza a prendere decisioni giuste, altro è anche il freddo legalismo di chi afferma che l’essenziale è che una scelta “democratica” sia tale in quanto assunta attraverso le procedure vigenti in quel momento storico. Basterebbe rispolverare un po’ di storia antica, per rammentare che Atene decise, con tutti i crismi della legalità democratica della sua costituzione, di sterminare tutti gli abitanti della sconfitta isola di Milo . Inoltre, noi affermiamo che l’idea di popolo è una categoria fondamentale della storia , ergo non possiamo respingere l’idea che la comunità – nazionale e popolare – costituisca la fonte della legittimità politica.

Non si può, evidentemente, fare del popolo una nozione centrale del proprio sistema di valori, e, contemporaneamente, rigettare ogni forma di democrazia, ossia di “potere del popolo”!

Del resto, l’idea di popolo che sosteniamo oltrepassa largamente le individualità che lo compongono, sino a formare un tutto organico, che ha in se stesso, nelle sue concrete caratteristiche e culture, la propria specificità. Non è massa, alla marxista, in quanto si muove di vita propria, non ha bisogno dell’”intellettuale collettivo “ che lo diriga, e dispone di un sentimento ( un “duende” , un istinto guida, lo definirebbero in lingua spagnola) che è anche, se non innanzitutto, raziocinante capacità di individuare il proprio bene , e, di conseguenza, decidere del futuro. Né, tantomeno, è ovviamente, somma aritmetica di individui solitari, autistici, semplici consumatori ed abitatori casuali di questo o quel territorio, estranei alla verità, adepti del culto dell’interesse materiale come nella drammatica imposizione liberale ( un ossimoro che ci vuole !). (Continua).

Print Friendly, PDF & Email
Categorie: Analisi

Pubblicato da Ereticamente il 6 Ottobre 2015

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

Lascia un commento

g. casalino

c. bene

J. Thiriart

m.houellbecq

g. colli