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Il reddito di cittadinanza in Finlandia diventa realtà

Il reddito di cittadinanza in Finlandia diventa realtà

Articolo a cura di Nicole Ledda dell’Associazione culturale Zenit

“IMPLEMENT A BASIC INCOME EXPERIMENT”, ovvero reddito di cittadinanza. Questo il rivoluzionario piano di pura esaltazione dello stato sociale, che si prepara a diventare realtà in Finlandia, nel più totale silenzio della stampa. Il piano ardito è opera del neo primo ministro Juha Sipila, che può contare sull’appoggio congiunto di maggioranza ed opposizione. In cosa consiste questa sperimentazione? Nel creare un sistema di reddito minimo, in cui ogni cittadino adulto ha diritto ad un salario indicizzante pari a seicentoventi euro mensili, ai quali è possibile aggiungere, previa richiesta, un’ulteriore sovvenzione condizionale pari a centotrenta euro, in casi, ad esempio, di disoccupazione, studio o malattia. A prescindere dalle condizioni sicuramente favorevoli di cui godono i finnici sia per le ricchezze della loro terra che per la sana amministrazione dello Stato, il modello presentato non è nemmeno lontanamente utopico, in quanto può essere, deve essere, applicato non tanto ad ogni stato in difficoltà come il nostro, quanto in primis, ad ogni stato che tuteli i propri cittadini. Il reddito minimo garantito è dunque una vera e propria rivoluzione, che non può lasciarci indifferenti.

Guardiamo all’Italia e pensiamo ora ai nostri imprenditori stretti nella morsa di una tassazione indecente, agli operai che perdono il posto di lavoro, ai nostri ragazzi che un lavoro non lo trovano, a chi ha versato contributi per una vita e non ha una pensione dignitosa, alle nostre eccellenze che partono e vanno a fare la fortuna degli altri Paesi, a chi non arriva a fine mese, alle nostre donne che sono capaci di miracoli e si ingegnano per mettere insieme pranzo e cena, a tutti coloro che non ce la fanno e scelgono di togliersi la vita. Martiri e guerrieri contro uno stato figlio della democrazia, così ci han detto, che non ha rispetto dei propri figli. Ebbene, con questo pensiero nitidamente impresso in mente, chiediamoci se è questa l’eredità che vogliamo lasciare alle generazioni future. Chiediamoci se il salario minimo garantito non possa essere una boccata di ossigeno ed un primo passo per smantellare questa struttura che strozzina piuttosto che aver a cuore il proprio stesso sangue.

No, non possiamo prendere in esame l’ennesimo “antani” ai danni degli italiani, proposto senza alcuna convinzione di causa dai pentastellati, ci riferiamo invece ad un noto professore, evitato come la peste dalle istituzioni, che aveva ben chiaro come lo stato per tornare ad essere sovrano dovesse basarsi su una moneta di proprietà popolare. Parliamo di Giacinto Auriti.  “Noi vogliamo dare ad ogni cittadino IN QUANTO TALE, un reddito di cittadinanza, cioè una parte del valore monetario causato dalla stampa della moneta “. Sempre secondo le teorie del professor Auriti, in questo modo si rafforza la posizione del contraente debole, vale a dire che sul piano pratico non avrebbero più senso di esistere tutte quelle situazioni, sempre all’ordine di cronaca ed agevolate dall’immigrazione selvaggia, per cui si creano rapporti di lavoro causati dall’esasperazione ed abuso di situazioni già disperate, garantendo una libertà minima dei bisogni fondamentali per ogni famiglia.

In Italia la tensione massima per il welfare state è stata prerogativa di un noto ventennio del novecento. Lo stato sociale fascista affonda le proprie radici in primis nella previdenza sociale, sia a livello istituzionale che formale, come chiaramente traspare dalle parole del Duce stesso, in un discorso a Torino “Il Fascismo nella sua molteplice attività sociale intesa a difendere ed a nobilitare il lavoro, si è sganciato dal concetto troppo limitato di filantropia per arrivare al concetto più vasto e più profondo di assistenza. Dobbiamo fare ancora un passo innanzi: dall’assistenza dobbiamo arrivare all’attuazione piena della solidarietà nazionale”. Un progetto maestoso e volitivo esaltato ancor più dai diciotto punti di Verona, preambolo alla Costituzione, che non vennero però mai approvati. L’esempio finlandese è l’ennesimo segnale che ci mostra la rotta, la rotta di un’Europa passata dal sozialstaat Bismarckiano allo stato social di Renzi.

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Categorie: Sociale, Società

Pubblicato da Ereticamente il 18 Agosto 2015

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

Commenti

  1. SEPP

    Forse in Italia non e’ stata fatta pubblicita’ pero’ nel mondo i migranti avranno ricevuto la notizia giusto in tempo per dirigersi li’. Vediamo come i finlandesi o chi per loro gestira’ questa trovata fuori luogo.

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g. casalino

c. bene

J. Thiriart

m.houellbecq

g. colli