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Con noi fra noi per noi…

Con noi fra noi per noi…

La Guinea Equatoriale si insinua tra il Camerun a Nord e il Gabon ad Est e a Sud, affacciandosi sull’omonimo golfo. Fra gli stati più piccoli, con meno di un milione di abitanti, un territorio montuoso e ricoperto di foreste, due grandi isole ove, in quella di Bioko, vi è Malabo, la capitale. Poverissimo in quanto a reddito pro capite dei suoi abitanti, ma appetibile da quando, nel 1995, si sono scoperti vasti giacimenti di petrolio, tanto da essere considerato il più ricco di quell’area del continente nero. Ex colonia spagnola, dopo aver ottenuta l’indipendenza nel ’68, si era dato la forma di repubblica presidenziale, di fatto s’è imposta la dittatura di Teodoro Obiang Nguema, che con un colpo di stato è succeduto allo zio – costui fu tanto feroce, venne accusato di cannibalismo, che una parte della popolazione (si parla di centomila profughi, in pratica un decimo della popolazione) preferì abbandonare il paese. In questi luoghi s’è svolta la vicenda assurda e tragica dell’imprenditore Roberto Berardi, originario di Latina, da oltre vent’anni operante in Africa con la sua impresa di costruzioni.

In questi giorni (domenica 2 agosto) Il fatto quotidiano gli ha dedicato una intera pagina, con una intervista a cura dell’amica Francesca Fasciani, corredata da alcune fotografie (alla parete della cella è visibile la croce celtica, incisa nel muro, e ciò giustifica l’impegno degli amici di Latina per dare visibilità del suo caso presso l’opinione pubblica). Assente, va da sé, la Farnesina, priva ormai da anni di una politica estera di prestigio (solo Bettino Craxi si distinse con l’episodio di Sigonella e gli USA hanno aspettato il momento propizio per fargliela pagare; per il resto uomini come Andreotti si sono barcamenati, ad esempio durante la guerra Iran-Iraq, per ottenere le forniture di petrolio da entrambi i Paesi, vendendo ad entrambi ogni forma di ordigni esplosivi dalle fabbriche di Colleferro, confidando sulla neutrale ‘benevolenza’ degli americani di sopportare la DC, con i suoi uomini, quale proconsoli di un’Italia resasi colonia fin dal settembre del ‘43. E l’episodio di Ustica e la strage di Bologna rientrano in questo contesto. Ovviamente, anche a loro, caduto il muro di Berlino, s’è presentato il conto sotto forma di Mani pulite e dintorni).

A cena Roberto mi ricorda che gli Stati Uniti e la Francia sono stati coinvolti date le operazioni finanziarie, spregiudicate e decisamente illegali, del figlio del dittatore (l’arresto di Berardi si colloca in questo contesto dove si voleva scaricargli addosso ogni responsabilità). E, aggiunge, questa è stata la sua sfortuna ma anche la probabile sopravvivenza e, alfine, liberazione. Infatti una cosa è far ‘sparire’ un italiano, altro chi diviene testimone per gli americani e francesi. Un cittadino USA sarebbe restato in prigione due ore; un francese due giorni; un italiano c’è rimasto due anni e mezzo…

E il Nunzio Apostolico ha preso le debite distanze, dimostrando una cinica indifferenza in quanto il ‘buon’ Obiang Nguema versa milioni al Vaticano (la quasi totalità della popolazione è cattolica) per ingraziarsi le istituzioni internazionali, darsi una patina di uomo giusto e devoto. Caro il mio Max Stirner, avevi ragione ad ammonirci che con il termine ‘umanità’ si assassina l’unicità del singolo e si creano nuove deità… E Roberto mi confida l’ipotesi che la sua liberazione sia stata frutto di un intervento diretto dell’attuale Papa tanto da aver annullato la visita in programma dove già s’era costruita una sorta di cattedrale per accoglierlo. Chissà, quando il mondo ti ruota attorno e tu sei al centro di una cella di tre metri per due essere tolemaico diviene una necessità più che un atto di orgoglio…

Giovedì 30, come ogni ultimo giovedì del mese, si sta a cena a Il Campo, a Frascati – scelta perfetta perché il ‘nostro’ Claudio ci fa mangiare ottimo e abbondante. Organizzata da alcuni ex (e che vuol dire?) militanti di Avanguardia Nazionale – chi ha attraversato quella esperienza può dirottare in altri lidi ma non dimenticare il fascino ‘perverso’ d’aver fatto parte di una razza di folli audaci e irriverenti (con Tonino e Brunetto in pole position!) -. Una comunità di affetti di battaglie vissute generosamente di ideali preservatisi integri, ‘quello che veramente ami è la tua vera eredità’, invidiata anche da chi può aver raccolto il tanto troppo fango che le è stato gettato contro… Non è soltanto un momento per ritrovarsi e riannodare i fili della memoria, un liberarsi dalle incrostazioni del quotidiano, come dice Aristotele ‘unus amicorum animus’. Stefano ci tiene che si tratti, di volta in volta e con breve relazione e successivo dibattito, un tema di attualità, soprattutto creare le basi per una proposta politica – ‘se, paradosso nelle condizioni attuali, avessimo il potere, di quale Stato istituzioni riforme vorremmo attuare per la realizzazione della nostra Idea?’ -. Così sulla politica estera la giustizia il lavoro il fisco…

Confesso che ho disertato alcuni di questi appuntamenti – e non soltanto per motivi legati alle necessità del quotidiano -, sebbene ne comprenda la validità, ormai sono preso da una sorta di ‘gioco juengeriano’, ossia dalle mie parole e i miei racconti, dai libri e le immagini che mi tornano care… Eppure, lo riconosco, aver partecipato all’incontro con Roberto Berardi mi ha messo addosso antiche eco di avventure sognate sui libri di Emilio Salgari, che mio padre mi leggeva tenendomi sulle ginocchia, in poltrona; di amici e camerati che, all’inizio degli anni ’60, se ne andarono a farsi le ossa o a lasciarle sbiancare in qualche sentiero disperso nella foresta equatoriale – liberi scanzonati da ‘il fardello dell’uomo bianco’, mito ambiguo e giustificatorio di Kipling e dell’Impero britannico. Penso a te, Girolamo, a sedici anni sprovveduti e inquieti andammo con un altro Roberto ad iscriverci alla Giovane Italia a metà ottobre del ’60 e, poi, tu ti facesti carico di incarnare il mito del mercenario cantato da Pino Caruso nello scantinato del Bagaglino, ‘laggiù nel Basso Congo’ fino a scegliere di saldare il conto con l’esistenza in Argentina…

Gli amici di Latina, gli stessi che si sono attivati con petizioni fiaccolate e quant’altro, lo accompagnano per affetto sincero e non certo per fargli da stampella… E’ venuto per ritrovarsi e ritrovare le atmosfere della sua e nostra giovinezza, il muretto di piazza della Libertà accanto alla Prefettura, le lunghe ore dove si tira fino a notte inoltrata parlando di donne di sport e soprattutto del Fascismo di bastonate fuori le scuole o prendendo d’assalto Villa Florio. Molti con la runa al collo. Forse Roberto era là, certo ne condivideva sogni e ideali la sigaretta e la bottiglia di Peroni. E, quando ho proposto a Daniele di invitarlo, non s’è fatto certo pregare. Non è uno che se la tira dietro. Così ha preso la parola, pochi minuti, con toni ruvidi grintosi voglia di raccontare di raccontarsi… Ora, so, sta lavorando ad un libro.

Non sono tanto le vicende di Roberto che qui m’interessa riannodare in un filo narrativo – cronache che, in Italia, sarebbero state inserite in modo frettoloso e annoiato nel diffuso e scontato modus operandi – né di quel ‘mal d’Africa’ di cui si parlava quando anche noi, prima nell’Ottocento al tempo del Crispi, poi in Libia e a darci un Impero, prima metà del Novecento, fummo ‘corrotti’ dall’idea di potenza coloniale. Ho raccolto il vissuto dalla viva voce dei reduci delle campagne d’Africa e dalla memorialistica e dai saggi storici. Io stesso mi sono cimentato in un racconto, tra il narrativo e i dati reali, in Atmosfere in nero, Alima, è andata via!. E Alima, fugace presenza nella mia esistenza solitaria degli anni ’80, rimane quale odore aspro e profumato della pelle le movenze agili e sinuose i lunghi silenzi eco di lontananze nel tempo e nello spazio.

Ciò che mi conta è la misura di quei sentimenti, forse senza poter essere descritti e definiti, che rimangono a volte sopiti dimenticati raccolti in qualche angolo oscuro di un noi stessi sconosciuto. E, se non erro, Ezra Pound è a dire che il sentire unisce, mentre il pensare divide. Di sicuro il conoscere nasce dal palpabile poi dal visibile (i versi sono all’interno dei Pisan Cantos). E Mishima Yukio affidava alle emozioni l’antecedere il razionale. Ancora una volta mi affido alla poesia – del resto già i Greci la definivano ciò che permane, ciò che l’uomo determina nel tentativo vano di vincere la morte tramite la memoria delle sue opere. Rainer Maria Rilke, rivolgendosi ad un (ipotetico) giovane desideroso di comporre poesia, gli suggerisce di avere una grande pazienza, di predisporsi all’attesa (forse da qui il filosofo Heidegger ha raccolto l’immagine di quell’ascolto dell’Essere) chè il verso ha bisogno di un proprio silenzioso e oscuro cammino per manifestarsi magari all’improvviso e farsi voce…

Noi siamo questo verso, incompiuto troppo spesso, come uccelli a cui è stata strappata l’ala, Platone ci ha educato a riflettere sulla conoscenza come ricordo, tra il gioco delle ombre della sera, mai paghi mai domi. E ci portiamo addosso questa ansia di ritrovarci tramite coloro che hanno segnato le tappe della giovinezza amara inquieta trasognata. Così una occasione fortuita, una cena d’ultimo giovedì del mese, le cronache di una vicenda, ci sussurrano – forti, però, a stringere mente e cuore – che ognuno di noi ha tanta storia e di questa storia più che le idee sono i sentimenti a farsi catena…

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Categorie: Punte di Freccia

Pubblicato da Mario Michele Merlino il 11 Agosto 2015

Mario Michele Merlino

Nato a Roma 2 giorni prima dell'entrata degli alleati, quindi 'obbligato' per fedeltà ad appartenere ad altra Repubblica. Prima con la spranga sui denti (altrui) poi con la penna irriverente sbruffone parolaio, cioè 'geniale'... con poche idee e tante emozioni in attesa di sapere cosa farà da grande...

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