Per tigna o per altro?

Per tigna o per altro?

Alcuni attribuiscono l’episodio, svoltosi durante la Grande Guerra, al re Vittorio Emanuele III e a un soldato sardo decorato per atti di valore. Un mito, una leggenda sono liberi dal tempo e dalle circostanze; essi ci insegnano se siamo disposti ad ascoltarli e farne lezione. Non sono essi ad essere incapacitanti; siamo noi ad esserlo quando il nostro cuore batte a rilento… Io l’ho appreso da una raccolta di aneddoti di Napoleone. Certo è stato mio padre ad introdurmelo, così amante e documentato di storia esemplare, di quella storia dove la sana retorica ti entra dentro e non ti lascia più. E di questo devo esserne grato perché, orfano lieto e volontario dell’illuminismo e del marxismo, di cui certo colgo l’importanza ma non l’iconografia, punti di riferimento mi sono divenuti la testimonianza di coloro che seppero bruciare alla vampa viva dell’ideale del sogno- ‘io ho quel che ho donato perché nella vita ho sempre amato’ -. Chi sa proteggersi all’ombra di una Idea e rendere forti i propri sogni (E.Pound) dona e ama soprattutto e in nome della vita stessa (‘vitam pro vita exponimus’ come cantavamo in piazza davanti alle scuole nel chiuso di una cella).

Si racconta, dunque, come il Bonaparte, durante la ritirata di Russia, notasse un vecchio artigliere, ferito e allo stremo dalla fatica, il quale si ostinava a continuare a sparare. Incuriosito e stupito, gli si accosta e gli chiede il motivo di tanta ostinazione. Per l’Impero? Per la Francia? Per il tuo Generale? E sempre la risposta è un no deciso. E, allora, perché lo fai? Per tigna, soltanto per tigna… (Capisco perché possa attribuirsi a un soldato sardo e i miei amici sardi – in primo luogo Piergiorgio – non l’abbiano a male. Lo scrivo con tutto il rispetto e pensando alla Brigata Sassari, la più decorata durante la guerra del ’15-’18, il cui monumento ai piedi di Monte San Michele è transito ogni volta che rendo omaggio alla stele Corridoni).

Guai a confonderla con il capriccio del bambino che punta i piedi piange s’impunta perché la mamma o il babbo gli hanno rifiutato il gelato le figurine il giocattolo. Lasciamo agli psichiatri di turno confondere il bambino con l’adulto mai cresciuto, qui intendiamo altro e di più alto fattore… ‘Siamo trenta d’una sorte, – e trentuno con la morte – EJA l’ultima! – Alalà! – Siamo trenta su tre gusci, – su tre tavole di ponte: – secco fegato, cuor duro, – cuoia dure, dura fronte, – mani macchine armi pronte, – e la morte a paro a paro…’. E mi rivedo a mezzo pomeriggio di fine aprile ’67, una cinquantina di camerati, ingresso ai cancelli della Sapienza viale Regina Margherita, nel piazzale alcune migliaia di ‘compagni’ professori politici con il supporto di un folto nucleo di edili ascoltano l’orazione funebre dell’italianista e comunista Walter Binni per lo studente di Architettura Paolo Rossi, venuto giù dalla facoltà di Lettere due giorni prima. Qualcuno avverte incita anima i presenti: ci sono i fascisti, ci sono gli assassini… E quel grido rimbomba fra le due arcate del Rettorato con l’irrompere di alcune centinaia di assetati di vendetta, di sanarla con il nostro sangue. Simili alla mandria di bisonti aizzati dai pellerossa contro il treno nel film La conquista del West. Ci guardiano attorno, ci ritiriamo, cerchiamo la via d’uscita, una parte di noi si riversa oltre i cancelli. Qualcuno (forse Cataldo) cambia idea e direzione. Non mi va di scappare… Pochi gradini spalle al muro in tredici (qualcuno dice in sedici) allineati e si respingono i primi che si sono fatti sotto… Per tigna? Forse, ma – credo – non solo…

Per tigna? Così lascia adombrare Paolo Buchignani in Un fascismo impossibile, l’unica biografia di ampio respiro che io conosca su Berto Ricci. Non fuori dal Fascismo come sostiene Ruggero Zangrandi (Il lungo viaggio attraverso il fascismo), anche se è costretto a scrivere ‘… egli mi comunicò, invece, la risoluzione di andare volontario in guerra. Gli pareva che questo fosse il prezzo per poter insorgere. Un misto di presunta coerenza, di romanticismo e di disperazione lo inducevano a quel passo’. Pensare la guerra da volontario, quale lavacro di sangue purificatore e in antitesi con il vile perbenismo borghese; vivere la guerra per poter, poi, al ritorno regolare i conti con ‘gl’inglesi di dentro’. Amarezza forse, lealtà e onore certo, fiducia di dare al Fascismo quel contenuto antiborghese ed anticapitalista che rappresenta il fondamento della sua scelta della sua adesione del suo riflettere (‘L’Antiroma c’è ma non è Mosca. Contro Roma, città dell’anima, sta Chicago, capitale del maiale’). E, soprattutto, avendo aderito tardivamente al Fascismo, in modo sincero e totale, dopo un lungo periodo libertario, di cui conserverà il tratto, egli avvertiva come cambiare due volte apparisse gesto indegno e degradante. (Da E venne Valle Giulia: ‘Don Ciccio l’invita alla sua tenuta di Tor San Lorenzo, una stanza, una macchina, da scrivere e di quanto ha bisogno. E’ un atto di cortesia, un tanto per parlare tra detenuti che condividono l’angustia del medesimo spazio oppure lo vuole portare su un terreno dove tornare indietro è impossibile? Gli viene spontaneo rispondere che si giura una volta sola, due sarebbe solo una chiacchiera vana. E Mario ha giurato, non sa perché e come, di restare fedele a ciò che, in uomini e idee, raffigura la sua storia. Da quell’estate del ’60, appena sedicenne. Per la seconda volta Coppola gli poggia la mano sul braccio in silenzio’. Nel piccolo cortile di Regina Coeli, 1972).

Questo anarchico, così attento serio rigoroso, dall’animo fiero e con l’intento di testimoniare la fedeltà e la speranza, della stessa natura di quei ‘mistici’ della Rivoluzione fascista, quali Guido Pallotta e Niccolò Giani, parte volontario, briga e alfine è inviato in Tripolitania. Il 12 gennaio del ’41 scrive a casa: ‘Ai due ragazzi penso sempre con orgoglio ed entusiasmo. Siamo qui anche per loro, perché questi piccini vivano in un mondo meno ladro; e perché la sia finita con gl’inglesi e coi loro degni fratelli d’oltremare, ma anche con qualche inglese d’Italia’. Meno di un mese dopo, alle ore 9,30 del 2 febbraio, nei pressi di Bir Gandula, Berto Ricci cade colpito da improvviso attacco di due caccia nemici, che mitragliano la colonna di autocarri, faccia al sole e mentre urla ai suoi di buttarsi a terra.

Per tigna? I resti furono riportati in Italia nel dopoguerra ed ora si trovano nel Sacrario Caduti d’Oltremare di Bari (due volte mi sono recato per rendere loro omaggio, due volte l’ho trovato chiuso). In data 3 aprile 1938: ‘Il centro è compromesso, noi fummo affermazione simultanea degli estremi nella loro totalità. Il centro è più in basso degli estremi, noi ci ponemmo più in alto. Il centro è una media aritmetica, noi fummo una composizione di forze. Il centro, cioè la mediocrità accomodante, fu e resta per noi il nemico numero uno’. E ciò vale anche per noi… dove gli estremi non sono le sciatte superate ambigue definizioni di destra e di sinistra ma ciò che nasce e va oltre, libertari nei diritti aristocratici nei valori. E il centro è la putrida gora ove galleggiano viltà e compromesso; il centro è là dove si vogliono preservare i privilegi ma, non avendo il coraggio di difenderli in proprio, o si cerca un altrui braccio armato o si corrompe chiunque si oppone. Sotto le bandiere, alla loro ombra, brulicare di vermi sul sangue generosamente versato, sul sacrificio.

E’ stato faticoso – senza farne una sorta di leggenda del sangue e del sudore – scoprire che le esili scapole in un esile corpo di studente piccolo-borghese potevano trasformarsi in ali (d’aquila o pipistrello?) e farne strumento per spiccare il volo (da Inattuale: ‘Ci avete protestati come cambiali – ed oggi ci sentiamo davvero – monete fuori corso. – Lo slancio vitale ci si è spento, – giorno per giorno, – e la fantasia s’è inaridita. – Oggi sgorgano incubi nebbiosi – e il sogno più bello è nel sangue. – Mi sono visto rigirare mille volte – nelle mani delle persone che amavo, – e sempre sono stato buttato nell’angolo. – Oggi non so più uscirne: – deve essere successo qualcosa – alle mie ali’). Il principio di gravità o l’orgoglio di Icaro mi hanno scaraventato al suolo più volte, pesto ed umiliato. Eppure – solo per tigna? – ho ripreso il volo.

L’ostinazione o un valore che trascende il limite del tempo delle circostanze del proprio corpo (Enrico Toti e la stampella scagliata contro la trincea nemica)? Nessuno forse può garantire l’atto ottuso da quello che si forma consapevole – i confini dell’anima inconoscibili come ammoniva il filosofo Eraclito –, ma se il sangue e l’inchiostro sovente sono cattivi testimoni (qui è Nietzsche che avverte) qualcosa comunque vorranno pur dire… E non parlo soltanto di quella raffica improvvisa e maligna di uno Spitfire che stroncò la vita di Berto Ricci sulla sabbia della Quarta Sponda né dell’esistenza dell’Universale (mensile, il cui primo numero esce il 3 gennaio del 1931, per poi trasformarsi in quindicinale nel ’33 e chiudersi definitivamente il 25 agosto del ’35). Sangue e inchiostro, dunque. Parlo di quella passione, di quel tutto che t’avvolge ti prende ti trascina ti esalta e ti consuma, di quel sentimento, oscuro e chiaro al contempo, che diviene un te stesso da amare e da odiare – ‘amo et odio’, come dice il poeta latino -, di cui (Ro)berto Ricci fu esempio e non solo.

Sul letto di morte, avvolto in bende a renderlo ormai simile ad una mummia, tanto fragili sono ormai le ossa e scarnificato il corpo, all’inviato del Papa per esortarlo a desistere da quel (dis)umano digiuno, ‘Sorry, but I must die’ rispose Bobby Sands (come ricordava l’amico Maurizio Rossi su Ereticamente). Era il 5 maggio del 1981. Ed io ricordo un altro amico, Pierpaolo, solitaria sentinella, che sulle scalinate di Giurisprudenza volle inalberare un cartello con dei versi scritti a pennarello e la croce celtica fra l’indifferenza dei più e la becera ironia dei ‘compagni’. Per tigna? O fu altro…

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Categorie: Punte di Freccia

Pubblicato da Mario Michele Merlino il 30 Luglio 2015

Mario Michele Merlino

Nato a Roma 2 giorni prima dell'entrata degli alleati, quindi 'obbligato' per fedeltà ad appartenere ad altra Repubblica. Prima con la spranga sui denti (altrui) poi con la penna irriverente sbruffone parolaio, cioè 'geniale'... con poche idee e tante emozioni in attesa di sapere cosa farà da grande...

Commenti

  1. giacinto reale

    Mario Gioda (che pure non era certamente “uomo di risse”) a Mussolini il 2 maggio del ’19: “L’altra sera alla Camera del Lavoro è stata decretata la nostra morte e quella del fascio….Per accopparci occorre però una cosa semplicissima: la nostra disponibilità a lasciarci accoppare”
    Tu chiamala se vuoi, “tigna”

  2. mario michele merlino

    grazie, giacinto… è troppo presuntuoso dire e dirci che buon sangue non mente? ahahah…

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