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Una Ahnenerbe casalinga, quattordicesima parte

Una Ahnenerbe casalinga, quattordicesima parte

Di Fabio Calabrese

Riprendiamo il discorso sulla ricerca delle origini. E’ un discorso che abbiamo ormai consolidato, e si tratta di un lavoro di rifinitura e aggiornamento delle nuove ricerche che compaiono in questo campo. Delle origini della civiltà europea, per la verità, non ho mai smesso di occuparmi, e ve ne sarete resi conto leggendo i tre articoli che compongono il saggio Sull’orlo della storia, è un discorso che io penso abbia un preciso significato politico: essere fieri della nostra eredità di uomini europei, conoscere la ricchezza e l’antichità della nostra civiltà, legata a un preciso tipo umano, significa anche la volontà di preservarla dalle invasioni allogene e di rialzare il nostro continente dall’umiliazione del dominio dei vincitori della seconda guerra mondiale; ieri sovietico-americano, oggi esclusivamente yankee, il che è anche peggio.

Tuttavia, come sappiamo, il tema delle origini è più vasto, e prima ancora della civiltà del nostro continente si risale alle origini dei popoli indoeuropei e, ancora più in là, della stessa specie umana, e implica, soprattutto riguardo a quest’ultimo aspetto, la questione delle razze, di cui la tirannica democrazia che ci domina ha imposto il dogma della non-esistenza, con l’intento preciso di distruggere l’uomo europeo, annegandolo nella senilità provocata ostacolando il ricambio generazionale, nell’immigrazione allogena, nel meticciato.

Prima di addentrarci nell’esame delle novità in questo campo che, come vedremo, sono soprattutto delle conferme che una volta di più vanno a SMENTIRE le versioni ufficiali dell’ideologia contemporanea mascherata da scienza che vorrebbe imporre la favola dell’origine mediorientale degli stessi popoli indoeuropei declassati da conquistatori e guerrieri a pacifici agricoltori, l’origine africana della nostra specie, l’inesistenza delle razze e via dicendo, sarà opportuno premettere una precisazione.

Come certamente sapete, come vi ho più volte ribadito, è stata messa in giro e pompata dai media come “l’ortodossia scientifica” la favola della cosiddetta “Out of Africa”, la leggenda dell’origine africana della nostra specie, e che noi stessi non saremmo in realtà che dei neri “sbiancati” dall’esposizione millenaria a diverse condizioni climatiche. Si tratta di una mistificazione volta a farci accettare l’immigrazione allogena che oggi sta invadendo il nostro continente e a distruggere il concetto stesso di razza. Si tratta di una falsificazione basata sulla deliberata confusione fra la questione dell’origine arcaica degli ominidi avvenuta milioni di anni fa (e testimoniata da fossili come la famosa Lucy) e quella dell’origine RECENTE della nostra specie homo sapiens avvenuta qualche decina di migliaia di anni fa.

Recentemente, qualcuno, commentando un mio precedente articolo, mi ha “bacchettato” su questo punto. La mia argomentazione sarebbe basata sull’attribuzione all’homo sapiens di un’origine TROPPO recente: 50-70.000 anni sono una stima troppo bassa e prudenziale (non inventata da me, ma basata sulla data attribuita alla famosa esplosione del vulcano Toba che avrebbe creato l’altrettanto famoso “collo di bottiglia” genetico, fino ad ora uno dei maggiori cavalli di battaglia dei sostenitori dell’Out of Africa); altri ricercatori propendono per una maggiore antichità, 100 o 150.000 anni. Addirittura alcuni ritrovamenti recenti farebbero pensare a un’antichità della nostra specie risalente intorno ai 200.000 anni.

E allora? Cosa cambia con ciò? Si vede bene che siamo ancora ben lontani dai tre milioni e mezzo di anni a cui risalgono Lucy e gli altri ominidi. Per converso, è ben visibile che se spostiamo indietro nel tempo l’origine della nostra specie a una distanza dal nostro tempo quadrupla rispetto a quella che avevamo supposto, abbiamo a disposizione un tempo molto maggiore perché essa possa essersi differenziata in razze, se non abbandoniamo il presupposto che noi stessi siamo governati dalle stesse leggi biologiche che regolano tutta la vita sul nostro pianeta.

Tuttavia, e questo è un aspetto che finora non credo di aver rimarcato con sufficiente attenzione, ed è pericoloso non farlo, dal momento che siamo circondati da un ambiente malevolo e ostile alle nostre tesi, pronto ad approfittare di qualsiasi punto debole, anche a questo livello la tesi dell’Out of Africa è formata dalla sovrapposizione di due ipotesi fra le quali non esiste un legame di implicazione logica: un conto è sostenere un’origine africana IN SENSO GEOGRAFICO, altra cosa postulare che noi stessi, le popolazioni europee di ceppo caucasico derivino da un tipo antropologicamente “nero” per mutazione e sbiancamento, anche se i sostenitori dell’OOA si basano su di una deliberata confusione fra le due cose.

Occorre, infatti, evidenziare che anche ammesso che si debba riconoscere un’origine africana della nostra specie, africano non significa necessariamente nero. Migliaia di anni fa, quello che oggi è il deserto del Sahara era una grande pianura verdeggiante e fertile dove sono stati trovati resti umani riconducibili al tipo di Cro Magnon, cioè i nostri antenati di millenni or sono, anche se l’origine eurasiatica appare più probabile, ma non simili al tipo negroide che pare essere una specializzazione di origine relativamente tarda. In fondo, per fare un paragone coi tempi storici, anche Mosè, Cleopatra, John R. R. Tolkien, Christian Barnard sono nati su suolo africano, senza per questo essere neri.

Tuttavia, sebbene con prove scientifiche nulle, la mistificazione viene sostenuta dal sistema mediatico e dagli scienziati accademici che hanno dovuto imparare molto spesso a loro spese, che esprimere un’opinione dissidente può avere riflessi disastrosi sulle loro carriere.

A riprova del fatto che ipotizzare un’origine GEOGRAFICA nel continente africano, è altra cosa dal sostenere che “veniamo dai neri”, vi riporto l’opinione espressa in proposito da Ernesto Roli. Roli, già amico e collaboratore di Adriano Romualdi non è certo sospettabile di far parte della schiera di coloro che vogliono distruggere il concetto di razza, nell’attesa di poter distruggere le razze anche materialmente, annegandole in una mescolanza multietnica in cui saranno gli elementi migliori dell’umanità a soccombere.

“Tutta la fascia sahariana era una zona fertilissima fino a qualche migliaio di anni fa. Nel Sahara sono state rinvenute pitture rupestri straordinarie con caccia ai bisonti, agli elefanti, alle renne e a tutti gli animali noti. Inoltre sono state scoperte culture paleolitiche, mesolitiche e culture neolitiche. Infine boschi e fiumi e acqua in quantità. Si sa che sotto il deserto esiste una immensa quantità di acqua potabile in grado di dissetare mezzo mondo. (…).

E’ mia convinzione che il Sahara sia stata la patria dei Cro Magnon derivati dall’ homo sapiens locale. Qui hanno sviluppato la loro cultura. E’ il famoso Paradiso Terrestre o Giardino delle Esperidi o la Terra Felice dell’Umanità, di tradizionale memoria greca? Con l’inaridimento del Sahara e il disgelo dei ghiacci in Europa i Cro Magnon si sono ritirati verso nord, seguendo le renne, dove hanno dato origine ai famosi Megaliti e agli Indoeuropei”.

E subito dopo aggiunge:

“Nell’Africa sub tropicale la componente sapiens locale sembra abbastanza recente e vi è forse giunta dal sud Arabia. Pertanto i popoli negridi sembrano estranei alla formazione dell’homo sapiens E’ sul posto che essi hanno acquisito la melanina necessaria alla loro sopravvivenza”.

Quindi l’uomo di Cro Magnon, nostro verosimile antenato sarebbe derivato da un sapiens sahariano, NON sub-sahariano, e le popolazioni nere, di origine più tarda, non avrebbero avuto alcuna parte nella sua ascendenza.

Quella esposta da Roli è certamente un’ipotesi sostenibile, ma le cose possono anche stare in una maniera diversa. Nel febbraio 2014 su di un sito di sinistra, “Keinpfutsch” è apparso un articolo del suo curatore, Uriel Fanelli, Dialettica e propaganda, che SCONSIGLIA i “compagni” dal ricorrere all’Out of Africa per “confutare i razzisti”, dati gli evidenti e sempre più macroscopici buchi che essa presenta a livello scientifico; ecco un breve stralcio di questo “pezzo” tanto più notevole in quanto proveniente “dalla parte opposta”:

“La “migrazione” fu ricostruita praticamente senza scheletri, solo notando la diffusione di strumenti “africani” dentro l’ Europa, senza curarsi del fatto che il clima stesse cambiando , che quindi cambiassero gli animali da cacciare, i tipi di legna a disposizione e che le zone ove trovare selce si stessero scongelando, insomma, alla fine era tutta [un imbroglio]. Tracciando i DNA si vide poi che semmai questa “migrazione” era arrivata dall’Asia.

La stessa migrazione fu ricostruita in maniera assurda. Si decise che siccome i monili africani si diffondevano in Europa, non potesse essere concluso che il clima europeo stesse cambiando e richiedesse tecniche simili. No, doveva essere una migrazione. Insomma, siccome ci sono iPhone ovunque, veniamo tutti da Cupertino. La quantità di reperti, poi, sul piano statistico non bastava a dire nulla”.

La prova principe, la “pistola fumante” come si dice nel linguaggio dei telefilm polizieschi, è rappresentata dal DNA, e “Tracciando i DNA si vide poi che semmai questa “migrazione” era arrivata dall’Asia”.

Tanto basterebbe, ma si può ancora aggiungere che è stato l’ambiente europeo, soprattutto nordico, con la selezione imposta dalla maggiore rigidità rispetto alle zone tropicali a fare dell’homo europeus quello che è. Certamente, un ruolo chiave l’hanno avuto ad esempio le variazioni stagionali, il fatto di passare da periodi di abbondanza ad altri di penuria di risorse, ha sicuramente stimolato lo sviluppo di capacità di preveggenza e di previdenza per il futuro.

Un ruolo non meno e probabilmente ancora più importante lo ha avuto, a mio parere, lo sviluppo della cura della prole: in un ambiente non così favorevole e ricco di risorse come quello tropicale, solo un’attenta cura parentale poteva permettere ai piccoli di sopravvivere, alle nuove generazioni di superare il periodo critico dell’infanzia.

Una riprova evidente del fatto che le cure parentali non sono un’acquisizione culturale ma dipendono da un istinto determinato geneticamente, la si può avere dal fatto che presso gli afroamericani l’incidenza di infanticidi, gravidanze minorili, abbandoni della prole, abbandoni del tetto coniugale da parte dell’uomo in presenza di figli, sono nettamente maggiori rispetto alla popolazione bianca e chiaramente sovrapponibili alle statistiche di qualsiasi Paese dell’Africa nera, nonostante il ben diverso ambiente culturale (fornito dai bianchi). Si tratta di una sgradevole realtà che senza dubbio l’immigrazione porterà in maniera sempre più marcata anche in casa nostra.

Una precisazione, come si vede, di notevole ampiezza, ma non è tempo sprecato, perché è più che mai indispensabile spuntare le armi in mano ai nostri avversari. Vediamo ora quali sono le novità più recenti che possiamo segnalare nel campo della ricerca delle origini. C’è da segnalare prima di tutto un libro disponibile con “Le scienze” di aprile 2015, Una scomoda eredità, la storia umana tra razza e genetica di Nicholas Wade. Finalmente, possiamo dire, un testo pubblicato da “Le scienze” ammette la verità ovvia per chiunque non sia prevenuto, ma recisamente negata dal dogmatismo democratico, che la razza non è un costrutto culturale ma una realtà geneticamente determinata.

“La tesi di Wade, scrittore ed ex giornalista scientifico per il “New York Times”, ci dice la presentazione de “Le scienze”, “E’ che sia possibile definire razze umane in base alle diverse frequenze degli alleli, le forme alternative di ogni gene che compone il nostro patrimonio genetico. Oggi è possibile osservare questa variabilità nella frequenza allelica grazie al progresso delle tecnologie di sequenziamento e analisi del genoma umano, che dagli inizi del XXI secolo, quando è stata pubblicata la prima bozza del nostro patrimonio genetico, hanno fatto parecchia strada, permettendo di rilevare variazioni sempre più sottili fra i geni degli individui.

Non poteva essere altrimenti, spiega Wade, perché negli ultimi 50.000 anni il nostro patrimonio genetico ha sperimentato notevoli pressioni evolutive (…) Non è possibile pensare che in quasi 50.000 anni nulla o quasi sia cambiato nel nostro genoma o meglio nel genoma di gruppi rimasti distinti e quasi isolati tra loro”.

In sintesi, a dispetto dell’ideologia democratica che nega l’esistenza delle razze o le vuole ridurre a meri costrutti culturali, la genetica conferma quello che ci dice l’osservazione comune non prevenuta: i diversi gruppi umani sono geneticamente distinti e questa differenza è il prodotto dell’adattamento a diverse condizioni ambientali nei diversi habitat che la nostra specie ha raggiunto popolando quasi tutto il pianeta su cui viviamo. Il meccanismo biologico della formazione delle razze è dunque esattamente quello che caratterizza tutte le altre specie viventi: adattamento locale e almeno relativo isolamento genetico.

Preoccupa il fatto che Nicholas Wade sia indicato come EX giornalista scientifico del “New York Times”; che abbia perso il posto a causa di questo libro che, ci dice la presentazione de “Le scienze” ci dice ha provocato negli Stati Uniti polemiche roventi? Non sarebbe certamente la prima volta che la tirannide che conosciamo sotto il nome di democrazia, in mancanza di argomenti, tappa la bocca a chi osa esprimere opinioni “scomode” negando l’accesso ai media, stroncando carriere o con il carcere.

Curiosamente, a questo discorso si collega molto bene quello di un saggio di Stefano Vaj apparso in internet alla fine di marzo, e che può essere consultato all’indirizzo www.biopolitica.it, Biopolitica, specie e razze.

Il saggio, piuttosto ampio e suddiviso in vari capitoli (se stampato potrebbe agevolmente essere un libro) parte precisamente dal presupposto che l’eliminazione del concetto di razza dalla specie umana non ha nulla di scientifico ma è l’espressione di un aprioristico dogmatismo ideologico che impone cosa sia “giusto” o “sbagliato” credere indipendentemente dai fatti:

“La logica di rimozioni già descritta trova però un’espressione saliente nell’eliminazione dal vocabolario del concetto stesso di razza, come substrato propriamente biologico dei popoli e delle culture che essi esprimono. In effetti, c’è chi ha proposto seriamente di bandire tale termine, curiosamente però soltanto per le accezioni che riguardano la specie umana (…) L’homo sapiens sarebbe l’unica specie affetta da un’incapacità costituzionale di suddividersi in razze (…) Il famoso musicologo ed indianista Alain Daniélou già negli anni ottanta diceva:

“Il timore di infrangere tabù concernenti l’uso blasfemo di parole proibite fa sì che i più grandi scienziati, sociologi, biologi, storici, impiegano sbalorditive circonlocuzioni per evitare di essere accusati di eresia razzista, cosa che farebbe immediatamente condannare la loro opera”.

Notiamo che il concetto di “razzismo” ha subito un singolare spostamento: dall’affermazione magari violenta della superiorità di una razza sulle altre, è passato a indicare la semplice constatazione che le razze e le differenze razziali esistono. E’ come dire che più l’ideologia democratica si sente forte, più spinge il lavaggio dei cervelli della gente.

Cambiamo completamente scenario, collocandoci in tempi ben più prossimi rispetto all’origine della nostra specie o anche delle popolazioni bianche e ritorniamo su quella dei popoli indoeuropei. Come vi ho già spiegato altre volte, l’ipotesi del nostratico che li vorrebbe discendenti da agricoltori mediorientali che si sarebbero diffusi nel nostro continente portandovi l’agricoltura, non è sostenibile, perché se così fosse, noi dovremmo constatare un apporto di geni di origine mediorientale in Europa  molto maggiore di quanto in effetti non si riscontri.

Come vi ho detto, noi constatiamo grazie alla genetica l’origine degli Europei attuali da tre diverse popolazioni ancestrali; quella denominata eurasiatica settentrionale, che è la maggiormente rappresentata, quella di origine mediorientale (che esiste anche se in grado molto minore da quanto supposto dai sostenitori del nostratico) e un terzo gruppo, particolarmente antico, discendente da cacciatori-raccoglitori paleolitici risalente forse all’uomo di Cro Magnon e fra i cui discendenti attuali vi sono ad esempio i Baschi.

Ora, un articolo apparso su “Le scienze” on line dello scorso marzo ci dà un’esatta quantificazione di questi tre gruppi ricostruiti su base genetica. La componente di origine mediorientale si situa a non più del 12% del pool genico degli Europei odierni, quella “basca” al 5% e quella eurasiatico-settentrionale a ben l’83%.

I nostri antenati erano perlopiù non pacifici agricoltori (poi chi ha detto che gli agricoltori siano tanto pacifici?) ma cavalieri e allevatori nomadi, guerrieri e conquistatori. L’Europa non è stata colonizzata dal Medio Oriente ma, posto che si debba collocare lì l’origine dell’agricoltura (cosa di cui si può dubitare, vista la priorità europea nell’allevamento bovino e nell’utilizzo dei metalli), ne ha forse imparato le tecniche agricole per imitazione, perché, si, l’uomo europeo è un uomo INTELLIGENTE.

Uno a uno, tutti i postulati dell’ideologia democratica crollano, si rivelano inconsistenti come fumo. Se non avesse dalla sua parte il peso del sistema mediatico usato per raccontare menzogne senza scrupoli, non ci sarebbe partita.

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Categorie: Ahnenerbe

Pubblicato da Fabio Calabrese il 1 Giugno 2015

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

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