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La conoscenza suprema apollinea e i misteri

La   conoscenza   suprema   apollinea   e   i   misteri

di Giandomenico Casalino

Ouk mathéin allà pathéin” è l’espressione esplicativa che Aristotele[1] adotta a proposito di ciò che qualifica l’evento Misteri in senso antropologico e psichico e vuol significare che in tale fenomeno religioso non è questione di apprendere intellettivamente una dottrina, ma tutto è esperienza emotiva. La considerazione aristotelica ha una rilevanza universale per l’Europa e il suo destino spirituale, è la dicotomia tra due Vie, due processi, due movimenti tanto della coscienza quanto delle civiltà.

Il màthema è la conoscenza, il concetto, il pensiero, il nous, l’intelletto! Il pàthema è l’emozione, il sentire, la psiche, l’acosmismo giudaico-cristiano, i Misteri, il Mito!

Il primo è Occidente ed Europa, è “l’Uno è il Tutto”, è religiosità virile e paterna (indoeuropea) dove il Sacro è comunitario, il secondo è Oriente, è Asia, è la spiritualità e la religiosità femminile dove “il Tutto è Uno” ed il Sacro è individuale (ed individualistico… Agostino).

Dal máthema proviene la realtà fondamentale della Identificazione, senza mediazioni fantastiche (Mito…) tra Soggetto (io) e Oggetto (mondo-dio).

L’identificarsi con l’Uno (che non consente di far sprofondare ed annullare l’intelletto, il nous, in esso…) è la realizzazione Iniziatico-Solare[2], è la più alta Ascesi della Contemplazione da cui proviene tanto la sapienza di Apollo Iperboreo[3], il mondo spirituale indoeuropeo di Omero e dei Dori; la sapienza oracolare con il suoi Concetti criptici, quanto ciò che discende dalla conoscenza primordiale, privilegio dell’era precedente il Mito[4] che, in seguito,  trasmetterà tale conoscenza attraverso le figure e le vicende degli Dei e i loro páthema.  Pertanto ciò che proviene (ciclicamente ci dice Aristotele…) dalla più alta Antichità, dai pregressi cicli di civiltà, è la conoscenza filosofica, la gnosi, l’epistéme che si colloca, sul piano della realizzazione spirituale e della visione-sapere nell’analogo campo semantico del concetto di identificazione soggetto­-oggetto, frutto essenziale del processo medesimo della conoscenza. Tale processo ha natura iniziatica e se deve percorrere, dato il ciclo di decadenza dello spirito, sentieri anche orfico-dionisiaci o dialetticamente sofistico-prosaici, sempre si perfeziona (teléin) non con il pathéin dei Misteri ma con il mathéin della identificazione-sapere (Platone, Lettera VII). Il Divino Maestro definisce il Bene-Uno: Mèghiston Màthema = Conoscenza suprema[5]; essa è la Via Ellenica (il Fedone si conclude con un inno ad Apollo!), sono Aristotele, Plotino, Proclo, è la linea della Teosofia di Boëhme, è la sapienza arcaica che riappare in Hegel[6], è Evola e la Via Secca…! Alla base dei Misteri religiosi vi sono le verità speculative (iniziatiche) della filosofia: la Filosofia platonico-ermetico-hegeliana che è Teosofia è la Verità della religione[7]!

Dal máthema, dovendo però transitare, sempre per necessità epocale e per strumentale uso della sua Potenza (Çakti), attraverso il pathéin, proviene anche l’altra grande Via dell’Europa che è l’Ascesi della Azione: Roma. Il máthema in Roma è la Teosofia teologica dell’Impero, del Rito giuridico-religioso e della via guerriera al Sacro (Jupiter, Mars, Quirinus), è la Spirale di Stefanio[8], è il processo analogo a quello della Bhagavad Gita. Essa è Via Ultrasecca, identificazione immediata e senza mediazioni (visione romana magica e attivo-­intensiva del Nume).

L’Ascesi dell’Azione è l’anima eroico-guerriera del mondo indoeuropeo e della Romanità, che si costituisce quale sovranità sacrale del Pubblico e quindi del Popolo Romano (res publica = res populi = res sacra). Tale máthema è, ontologicamente, la sostanza speculativa della dottrina Romana del Numen (potere divino che interviene nella vicenda umana) nel culto del Genio dell’Imperatore e nel Rito della sua apoteosi, dopo che il Senato ne ha riconosciuto la sublimazione divina e cioè il mutamento di natura da Genio a Numen. L’Apoteosi dei Principi nella Teologia romana dell’Impero è conoscenza-riconoscimento teosofico da parte del Senato (a ciò deputato dalla più alta Tradizione e cioè dal Mos Majorum) della situazione di fatto, che è dello spirito, del Principe quale Augustus, in vita!

Egli non è auguratus, cioè non è reso tale con il rito dell’auguratio, non vi è la creatiodella “santità” del Principe e della divinità del suo Genio (Numen); il Principe nella pars Orientis dell’Impero è definito sebastòs(sacro per designazione divina). Il Senato, pertanto, riconosce la natura divina del Genio, poiché essa è frutto dell’Ascesi dell’Azione dell’Imperatore quale Eterno vincitore e trionfatore sulle Potenze delle Acque e delle Tenebre che si oppongono da sempre all’ordine luminoso romano del Fas dello Jus che è analogo al Vedico Dhàrman del rtà. Se il pàthema è l’Asia, la via femminile orfico-dionisiaco-cristiana[9], l’Asia è all’origine spirituale della società mercantile (la monarchia tarquinio-etrusca a Roma) e indifferenziata che è passiva davanti al Signore. Il pàthema è pertanto Páthos, è influenza del Tutto sull’Uno, l’Uno patisce il Tutto, il Tutto inghiotte l’Uno e il secondo si annulla“, si tuffa nel primo.

È il panteismo[10]che è comunque un buon inizio dal quale si deve però uscire! Questo è il senso propedeutico della esperienza orfica nel Fedone platonico, quale avviamento alla realizzazione apollinea del Parmenide. Páthos è subire l’emozione, il sentimento, è conoscenza non identificante con il mondo, ma annullante nel mondo, esperienza effettuale a sofferenza-dolore (tragedia). È passività – femminile di fronte al Tutto. Il Tutto provoca causa interviene modifica agisce sull’Uno sicché quest’ultimo è passivo (femminile) e il Tutto è attivo (virile). È l’inversione della religiosità indoeuropea. Il concetto base di tale razza dello Spirito è la malattia – sofferenza (il patologico…) di cui sono affetti l’Io, lo Stato, il Mondo che sono malati (via dionisiaca), decaduti (via galilea), illusione-maya (Vedanta), insignificante trastullo nelle mani degli Dei (tragedia). Dalla essenza della tragedia, che è dato ritrovare nel giudeo-cristianesimo, come scissione e separazione sofferente del mondo dalla divinità, sorge la dialettica come storia della sofferenza dell’anima poiché non vi è più la ricomposizione nell’unità di Io e Mondo, di Soggetto e Oggetto che solo il máthema, cioè il sapere filosofico realizza. Questa è la ragione per cui, in Hegel, la Scienza della Logica, che è il Sapere, viene “dopo” la iniziazione alla Fenomenologia dello Spirito, che è la Storia del páthema della Coscienza, i Misteri, la Passione della stessa, come in Platone il Parmenide, dove vi è la dialettica fuori del tempo, viene dopo il Timeo che è il racconto, il mito di ciò che (la natura, il Mondo) avviene nel tempo ed è il mutamento che è incompatibile con l’immodificato ed immodificabile Sapere: Apollo come identificazione-­congiunzione dei due mondi nell’Uno.

Nella Romanità è Augusto il simbolo dell’Uno che coniuga le funzioni di Imperator e di Pontifex Maximus. Nello stato della malattia (la separazione – diàballo = diabolico, che è la modernità come categoria patologica dello spirito) è necessaria la salvezza (soteriologia-Dioniso-Cristo) dal Male-Mondo mediante il Baccanale![11] Alla luce di tutto ciò, appare ancor più evidente e fondamentale quanto Aristotele ci ha detto intorno ai Misteri (religioni individualistiche ed universalistiche della salvezza ­fuori dalla religione olimpica della Polis – come sarà il cristianesimo…) dove non si conosce, non è attivo il Nous-Pensiero che solo ed esclusivamente nell’epistéme pensa il Pensato (Mondo) e pensa Se Stesso ed è il Pensiero di Se Stesso (nóesis noéseos = divinità) .

Essendo centrali, in tale esperienza, o l’annullamento dell’Io nel Dio (Via dionisiaca) o il persistente dualismo (come accade nell’epòpteia finale nei Misteri Eleusini) non vi è identificazione assoluta, virile, attiva e libera = io sono te! Se Aristotele, quindi, afferma che nei Misteri non è questione di máthema, ciò lo dice indubbiamente per evidenziare la radicale differenza che sussiste tra l’esperienza degli stessi e sia il proprio concetto di conoscenza che l’insegnamento di Platone intorno al Bene che è il méghiston máthema! Cioè il Sapere Supremo! Di conseguenza il páthema è il mondo della coscienza intrinsecamente non greco. Apollo, infatti, il dio greco per eccellenza, afferma: gnóthi sautónconosci te stesso! Quindi, per la grecità tradizionale, il Logos si fonda solo ed esclusivamente sulla conoscenza del Sé quale Essere universale e cioè dello Spirito.

Il pathéin ha invece per centro che riflette, subisce lo stato del mondo (rappresentato nel Rito Misterico…) e ne viene impressionato, l’anima nella parte femminile – psiche nous passivo potenziale – che è la sfera emotivo-fantastica (la medesima che viene impressionata – una volta discioltasi parzialmente dai sensi corporei – nella “conoscenza” mitica … Vi è, senza dubbio, mutazione di livello ma di quel livello e, non essendo metánoia, non vi è coscienza, consapevolezza e autocoscienza dell’evento, poiché non vi è conoscenza dello stesso ma passione dello stesso. La conoscenza, infatti, è solo del concetto[12], con identificazione totale, cioè il concetto conosce sé stesso! In tale esperienza, al contrario, la visione dell’oggetto sacro e quindi della rappresentazione dell’Assoluto, concretizza lo stato psichico corrispondente e resta nel dualismo io-mondo per essere poi “superato” (apparentemente) nell’Abisso (Abgrund) della divinità dove tutto ritorna. Nella rappresentazione – momento della Religione e della pístis – Fede – si ha fede nell’oggetto, restando soggetto, ma non si conosce l’oggetto!

Nella Religione, nel Religioso non vi è conoscenza, solo nella Tradizione vi è conoscenza = gnosi. Tali sono le ragioni speculative per cui Hegel afferma che la «Filosofia è considerazione esoterica di Dio» (Enc. Sc. Fil.) ed Evola ribadisce che la Magia è Scienza dell’Io che, solo nella Via solare (apollinea…), realizza l’Io sono Te: lo Spirito non si  scioglie nell’Uno ma diviene Uno!

Nel cristianesimo, che è lo sviluppo e la globalizzazione dei Misteri e della loro spiritualità, pístis (fede) e páthema (passione) sono ormai l’orizzonte della credenza senza conoscenza e della passione (nel rituale Galileo il percorso di Cristo è definito proprio passione) senza conoscenza!

Infatti con l’avvento della superstizione galilea, in Europa la Conoscenza e la Gnosi scompaiono, vengono sostituite dalla irrazionale “fede” preludio all’ateismo[13] moderno. La Conoscenza è ormai incompatibile con il Religioso! Il Sacro, nell’era cristiana, come lo era stato nei Misteri, sarà compatibile, in conflitto dialettico (sofferente), solo con la materialità bruta, cioè con la natura priva di qualsiasi sacralità e quindi intesa in termini meccanicistici, ed è la concezione materialistica della scienza. È la rovina dell’uomo e del mondo nell’economicismo indifferenziato della modernità.

 

 


[1] ARISTOTELE, De Philosophia, I, fr. 15, Rose (Trad. it., M. Untersteiner) Roma 1963.

[2] J. EVOLA (a cura di), Introduzione alla Magia, Roma 1969, voI. I, pp. 56 ss.; PLOTINO, Enneadi, VI, 9, 40.

[3] G. COLLI, Sapienza greca, Milano 1986, vol. I.

[4] ARISTOTELE, Metafisica, XII, 8, 1074a,38-b 14.

[5] G. CASALINO, La conoscenza suprema. Essere la concretezza luminosa dell’Idea, Genova 2012.

[6] G. CASALINO, La prospettiva di Hegel, Lecce 2005; Idem, L’origine, Genova 2009; Idem, La conoscenza suprema, Genova 2012; Idem, Sul fondamento, Genova 2014; G.A. MAGEE, Hegel e la tradizione ermetica, Roma 2013.

[7] “…la filosofia è la considerazione esoterica di Dio…” G.W.F. HEGEL, Enciclopedia delle scienze filosofiche, Torino 2000,  p. 937.

[8] G. CASALINO, Il nome segreto di Roma. Metafisica della romanità, Roma 2003, pp. 151 e ss.

[9] V. MACCHIORO, Orfismo e Paolinismo, Foggia 1992; IDEM, Zagreus. Studi intorno all’Orfismo, Firenze 1927.

[10] G.W.F. HEGEL, «Filosofia dello Spirito», in Enciclopedia delle Scienze Filosofiche, Torino 2000.

[11] Hegel parla in questi termini nell’Introduzione a Enciclopedia delle Scienze Filosofiche, cit.

[12] Il  termine  è  da  considerare  semanticamente  nel  significato  elleno-hegeliano cioè  in quanto  identità vivente ed ontologica  del  Concetto  “Soggettivo”   con  il  Concetto  “Oggettivo”  e  quindi  unità  ed  identità  con se stessa dell’Essenza  della  “cosa”  tanto  nella  mente  quanto  nella  realtà,  essendo  lo  Spirito  uno  e  non  duale.

[13] K. LÖWITH, Storia e fede, Bari 1985, pp. 49 e 55; H. CORBIN, Il paradosso del monoteismo, Genova 1987.

 

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Categorie: Filosofia

Pubblicato da Giandomenico Casalino il 4 Giugno 2015

Giandomenico Casalino

«... La Totalità autofondante, che è l'Intero ed è il Vero e cioè l'Assoluto, è il concetto-realtà di "ciò che è causa di sé stesso" e della effettuale convergenza di natura, essenza e verità tra Filosofia platonica, Tradizione Ermetica e Sapere di Hegel, poiché esse, anche se con linguaggi differenti, a causa dei diversi contesti storico-culturali in cui si manifestano, dicono il Medesimo... il Sapere è Uno e la Tradizione che è Sapere, Gnosi, può anche apparire in tanti volti e differenti immagini o discorsi, ma colui che è condotto dalla virtus del Cuore, inteso come centro vivente dell'Essere e quindi nous in senso arcaico, ne vedrà l'unica natura, riconoscendo sé stesso in essa come in uno specchio: " ... infatti gli interpreti dei Misteri dicono che «i portatori di ferule so- no molti ma pochi i posseduti dal Dio» e costoro, io penso, non sono altri che quelli che praticano la Filosofia nel vero senso del termine..." (Platone, Fedone, 69 c-d)...».

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