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Cioran tra nostalgia ed azione ≈ Lettere al fratello 1931-1985

Cioran tra nostalgia ed azione ≈ Lettere al fratello 1931-1985

di Giovanni Sessa

 

  Gli aspetti privati della vita dei grandi personaggi risultano spesso essenziali per la comprensione della loro evoluzione spirituale ed intellettuale. Ancor più lo sono per decodificare le alchimie psichiche di un uomo che scrisse la verità di un autore essere rintracciabile “nella sua corrispondenza piuttosto che nella sua opera”. Ci riferiamo ad Emil Cioran, pensatore di origini romene che trascorse nell’esilio parigino la maggior parte della vita e che può, a buon diritto, esser considerato la più raffinata penna del disgusto gnostico novecentesco. E’ pertanto con grande attenzione ed interesse che, in queste brevi note, cercheremo di introdurre il lettore alle pagine di Ineffabile nostalgia. Lettere al fratello 1931-1985, raccolta pubblicata recentemente da Archinto (euro 18,00). Le missive sono state selezionate dai curatori, Massimo Carloni e Horia Corneliu Cicortaş, che hanno privilegiato quelle di interesse letterario, storico e filosofico, senza disdegnare incursioni nel privato e nelle posizioni “politicamente scorrette” dell’autore.Cioran

   Complessivamente il volume contiene 237 lettere, alcune inedite, su un corpus totale che conta 400 esemplari, tra cartoline e missive vere e proprie. Indirizzate al fratello Aurel dall’esilio,    rappresentano una sorta di “cordone ombelicale” che, nonostante le apparenze e la distanza geografica, riuscì a tenere uniti, in un affetto sincero e intenso, Cioran, la sua famiglia e la Romania. I due fratelli si separarono alla fine degli anni Trenta, in un periodo in cui il maggiore, Emil, aveva messo in atto nei confronti del minore, una paideia politico-intellettuale di cui questi non si libererà più sino alla fine dei suoi giorni. Il secondo, di professione avvocato, divenne per le suggestioni dello scrittore, attivista della Guardia di Ferro di Codreanu, cosa che, a guerra conclusa, gli costerà un’ingiusta condanna a sette anni di detenzione e ad otto di lavori forzati, per non aver rinnegato le idealità legionarie. Eppure, il suo destino avrebbe potuto essere assai diverso: come si evince dalle lettere, l’interesse per la mistica, tratto dalle parole e dai libri del fratello, stava per indurlo alla scelta monastica! Prontamente, il pensatore lo dissuase da tale decisione, servendosi di ogni mezzo di coartazione intellettuale. In particolare spiegandogli, alla luce del vitalismo nietzschiano, che solo l’azione politica è in grado di dare senso alla realtà “Come finalità in sé, l’azione è l’unico mezzo di reintegrazione nella vita. Sacrificati per un non valore affinché i valori non sacrifichino te…la politica in grande stile è superiore alla scienza” (p. 18).

   Per comprendere l’iter cioraniano le lettere risultano indispensabili. Quando Emil si trasferisce definitivamente a Parigi, spera di potersi liberare dall’onta dell’appartenenza ad una cultura ed a un popolo “periferico” rispetto ai destini del mondo. Fin dai tempi di Trasfigurazione della Romania, la sua opera più politica, Cioran era animato da un atteggiamento emotivo ambivalente nei confronti della terra d’origine: la sua fu una relazione di odio-amore nei confronti dell’humus atavico della Patria. Dalle lettere si comprende, al contrario, come il sentimento romeno dell’essere, “pervaso da un eterno esilioe condensato nella parola dor…vale a dire in quel vago pathos dell’assenza, in quel senso di estraneità e di inappartenenza al mondo” (p. 6), venga rivalutato e considerato elemento essenziale di una saggezza primordiale, preferibile alla intellettualità astratta occidentale e parigina. Così, infatti, scrive ad Aurel: “Qualunque cioban (pastore) nostrano è più filosofo di un’intellettuale di qui” (p. 7).

     La corrispondenza tra i due prende avvio da realtà di “geografia spirituale” apparentemente  diverse: Emil scrive dal “paradiso desolante” parigino, una delle capitali della mercificazione universale, mentre Aurel parla dalla Romania comunista, dal grigio inferno del regime. In realtà, questi sono i due volti del deserto nichilista contemporaneo. Mentre il fratello maggiore, animato dall’orrore gnostico per la procreazione, in più di un’occasione nelle missive si spoglia dai panni del “persuasor di morte” e fa emergere il suo lato “umano troppo umano”, trasformandosi in lenitore dei dolori del fratello e della sua famiglia, dei loro patimenti materiali e psichici, il minore svolge l’essenziale ruolo di suscitatore di memorie. Invia a Parigi oggetti artigianali romeni e, soprattutto, evoca nell’immaginario del suo corrispondente il ricordo dei paesaggi dell’infanzia. Ciò induce Emil a riconciliarsi con il fondo romeno della propria anima, gli permette di immergersi  nel “tempo ritrovato” dell’infanzia, di sperimentare, sia pure nella mercuriale scrittura di una lettera, la possibilità del Nuovo Inizio, il ritorno incessante dell’origine e all’origine.

    L’ineffabile “nostalgia” da cui, in particolare negli ultimi anni, lo scrittore fu invaso e quasi sopraffatto, era retaggio della “tribù” dei Cioran. La madre Elvira aveva trasmesso alla prole “il gusto e il veleno” (p. 7) della malinconia, e da tale cupio dissolvi furono recise anzitempo le vite della sorella Virginia e di un nipote. La separazione tra i due fratelli durò quarant’anni. Si ritrovarono, quasi miracolosamente, nell’aprile del 1981 a Parigi e alla stazione stentarono a riconoscersi. Resta il fatto che forse l’uno avrebbe voluto essere ciò che l’altro era stato effettivamente: Emil rimpiangeva l’idillio rurale e anonimo della Transilvania, mentre il taciturno Aurel era affascinato dalla “chiacchiera” impenitente del fratello maggiore e dalle luci sfavillanti di Parigi. In entrambi, comunque, parla e dà mostra di sé una generazione di intellettuali romeni di primissimo piano. Aurel fu amico del filosofo Costantin Noica, una delle voci che l’Europa contemporanea dovrebbe finalmente scoprire, per trovare, oltre il Deserto, sé stessa. L’ineffabile nostalgia dei Cioran è tensione spirituale imprescindibile per far si che l’Origine torni a darsi nella Storia.

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Categorie: Libreria, Recensione

Pubblicato da Giovanni Sessa il 10 Giugno 2015

Giovanni Sessa

Giovanni Sessa è nato a Milano nel 1957. Vive ad Alatri (Fr) ed è docente di filosofia e storia nei licei, già assistente presso la cattedra di Filosofia politica della facoltà di Sc. Politiche dell’Università “Sapienza” di Roma e già docente a contratto di Storia delle idee presso l’Università di Cassino. Suoi scritti sono comparsi su riviste, quotidiani e periodici. Suoi saggi sono apparsi in diversi volumi collettanei e Atti di Convegni di studio, nazionali e internazionali. Ha pubblicato le monografie Oltre la persuasione. Saggio su Carlo Michelstaedter, Settimo Sigillo, Roma 2008 e La meraviglia del nulla. Vita e filosofia di Andrea Emo, Bietti, Milano 2014, prefazione di R. Gasparotti, in Appendice il Quaderno 122, inedito del filosofo veneto. Ha, inoltre, dato alle stampe una raccolta di saggi Itinerari nel pensiero di Tradizione. L’Origine o il sempre possibile, Solfanelli, Chieti 2015. E’ Segretario della Scuola Romana di Filosofia politica, collaboratore della Fondazione Evola e portavoce del Movimento di pensiero “Per una nuova oggettività”.

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